Si alzò, nuda, confusa, bagnata, lo sguardo basso, e andò via.

Si alzò, nuda, confusa, bagnata, lo sguardo basso, un mezzo sorriso, e andò via.

Igor era morto. Finalmente.

Quando arrivò alla casetta di legno sul fiume il sole era ormai alto. Aveva camminato tra il canneto e il bosco, spersa, credendosi senza meta, ma arrivando invece al punto di partenza di quella lunga notte.

Igor era morto.
Annegato, scivolato sui sassi dopo la colluttazione battendo la testa.
Un attimo. L’acqua del ruscello se lo era portato via veloce. La vita ci mette veramente poco ad abbandonarti. Un po’ come la felicità.

Mi merito di meglio. Glielo aveva urlato in faccia due volte, disperata, tra le lacrime, con l’alba che era pronta a partire, il silenzio della valle intorno, con sua moglie a casa che lo aspettava, le unghie protese in avanti come artigli e la spinta definitiva che gli aveva fatto perdere l’equilibrio, tra i sassi del fiume.

Si meritava di meglio. Continuava a dirglielo Vlad quando si ritrovavano per il turno della sera. Lei gli passava piatti risciacquati e confidenze e lui li infilava entrambi in una delle tre lavastoviglie della grande mensa aziendale. Sonya, meriti di meglio. Un uomo che ti voglia, uno che ci sia quando hai bisogno, uno che ti ami. Dimentichi che sono già sposata…
Ogni sera glielo diceva, il rituale delle conversazioni abituali prevede che si arrivi sempre allo stesso punto, passando per argomenti simili che vengono di volta in volta sviscerati. In cui però non ci sono soluzioni. Si aprono come coperte d’inverno, ci si infila in mezzo e ci si guarda i piedi che si sa già che rimarranno fuori, al freddo.
Che c’entra? Proprio perché non sei felice meriti di meglio.
Sonya non ne era sicura. Non dopo il test di gravidanza risultato positivo.
Non il suo, ma quello di Natasha.
Bellissima, questo di lei aveva sempre pensato.
La classica donna russa, dai lineamenti un po’ spigolosi, le clavicole pronte ad uscire sottopelle, le mani lunghe e nervose.
Era felice quella mattina, di quella felicità che non puoi nascondere a lungo.
Che hai oggi Nati? Continui a canticchiare motivetti tra un servizio e l’altro.
Aspettiamo un bambino.
Un pugno in pieno petto.
Tu e Igor?
Che domanda insulsa le era uscita.
Ovvio, le aveva risposto. Sorriso, occhiolino, sospiro.
Ovvio. Da come glielo aveva detto non aspettava altro.
Sospettava di loro due, Igor glielo aveva detto il mese prima.
Ma le aveva anche detto che il loro era un matrimonio finito, due fratelli, senza complicità, senza sesso, senza felicità. Insieme per convenienza.

Ci meritiamo di più noi due. Glielo diceva baciandole il collo, facendole scivolare le mani sudate sotto la divisa, cercando quel di più che arrivava a spezzare il respiro a entrambi, nella cucina semibuia del fine turno.

Si meritavano di più. Di più di quelle mezz’ore rubate al turno di notte, del sesso tra i banconi d’acciaio della grande cucina, dell’unica passeggiata che avevano fatto sotto la luna, mano nella mano, fino al capanno della guardia forestale, per poi scoprire la chiave sopra lo stipite e cercare quel di più che non bastava mai tra le assi del pavimento e far diventare quella scatola di legno il posto dove fuggivano, o dove pensavano di farlo, rimanendo ancora di più invischiati nella realtà.

Dobbiamo parlare.
Igor la guardò con gli occhi a palla, da sotto il berrettino con la visiera e il logo del catering. Sembrava si fosse appena svegliato da un sogno. O da un incubo.
Sonya…
Sonya un cazzo. Dobbiamo parlare.
Ci troviamo alla casetta di legno, ho invertito il mio turno con quello di Vlad, mio marito non mi aspetta stanotte, vedi di trovare una buona scusa anche tu.
Se ne andò girandogli le spalle, sperando che dicesse qualcosa già in quel momento, ma lui fece quello che prevedeva il copione: nulla.

La porta del capanno era aperta. Entrò sfinita nell’ombra dei due metri per tre.
Dov’è lui?
Natasha… lo disse stanca, come se il colpo di scena fosse in qualche modo già scritto e prevedibile.
Dov’è?
Io… non lo so…
Sei mezza nuda! Dov’è?
Venne percorsa da un brivido, come se la verità detta in faccia le avesse fatto scoprire solo in quel momento di essere nuda, fradicia e infreddolita.
Non lo so, non l’ho visto stanotte.
Sei puttana e bugiarda.
Sì, probabilmente aveva ragione. Era bugiarda, ma non si sentiva affatto una puttana, non esistono quelle che rubano i mariti, ma matrimoni già finiti. Certo si era fatta incantare da due parole dolci, che si amplificavano nel vuoto che sentiva ovunque, che avvallavano il suo bisogno di prendersi una fetta di felicità senza conseguenze.
E invece le conseguenze c’erano state: Igor era morto.
Dimmelo dov’è, dimmelo!
Natasha le andò incontro prendendola al collo. Una furia, moglie tradita, madre protettiva, donna ingannata. E se la vita ti passa accanto quando stai per morire, lei rivide Igor nel quadrato di luce della porta. Fantasma o realtà.

Fantasma era stato la sera prima, assente contro i suoi discorsi, le recriminazioni, le spiegazioni che gli chiedeva. Com’è possibile un figlio in un matrimonio finito? Perché mentirle così? Illuderla su un loro futuro, come se fosse una donnetta qualunque senza personalità, bisognosa di storie fatte di fumo e false promesse.
Passeggiamo un po’ lungo il fiume, le aveva detto.
Lo aveva seguito, più per sbollire la rabbia che altro.
Ma lui era rimasto un muro di gomma. Le aveva rifilato nuove promesse, fatto intravedere nuovi scorci di futuro, in cui lui, con il tempo, dopo la nascita del bambino, con calma… una catena di poi che si davano mano l’un l’altro formando la corda con cui fuggire che lo avrebbe reso libero di gestire questa nuova situazione.
Si misero sull’erba, sotto una luna nuova, e complice la notte, i pronomi al plurale con loro protagonisti e la vicinanza che volenti o nolenti li calamitava uno verso l’altro, Sonya si ritrovò ad ansimare sotto il suo peso, senza camicetta, cercando di spogliarlo a sua volta.
Bastò un beep sul cellulare di Igor a riportarla alla realtà.
È lei?
Silenzio.
Dimmi, è lei.
Dai, che importa?
Importa, importa eccome.
Si alzò e andò verso il fiume. La luna era talmente piena da illuminare chiaramente la notte. Si rifletteva sull’acqua, formando lampi d’argento tra i sassi che affioravano.
Sonya, torna qui.
Sonya un cazzo. Sonya se ne va.
La prese per le spalle scuotendola, richiamandola a sé, usando parole come “ti prego”, “sistemerò tutto”.
Litigarono furiosamente tra i sassi del fiume, fino a che lei lo aveva spinto via e lui era scivolato. La testa aveva dato un colpo secco sui massi. Lo aveva guardato galleggiare sempre più lontano nella corrente come al rallentatore, e poi aveva cominciato a correre, incredula, spaventata, confusa, ma allo stesso tempo leggera, libera, soddisfatta.
Lo rivedeva ora nel quadro di luce della porta del capanno. Era senza fiato, le unghie conficcate nelle mani di Natasha, attorno al suo collo. Un fantasma. Un fantasma che gridò il nome di Natasha, due volte. Un fantasma reale, grondante d’acqua e la testa rotta.
Igor!
Natasha mollò la presa, lasciandola finalmente riprendersi l’aria tossendo e ansimando e si avventò sull’uomo.
Ti odio, ti odio, ti odio!
Ma lo abbracciò riversando lacrime e frustrazione sulla spalla.
Igor non era morto.
Loro sì. Lei invece meritava di meglio, si disse.

Blanc de nuit

Chiudi gli occhi.

Più forte.
Tienili chiusi, vedrai che passerà tutto.
Vedrai, fidati di me.”

Ma non era successo, non cambiava nulla. Mai. Non bastava chiudere gli occhi e sognare di essere altrove: dalla cucina provenivano ancora le urla isteriche di mamma e i pugni che batteva sul tavolo, un tam-tam inascoltato. In risposta le frasi secche e dure di papà. Ognuno feriva a modo suo, com’era capace, come gli veniva meglio.

Ad Elena sembrava che ogni notte succedesse sempre la stessa cosa, che i suoi litigassero, o per un motivo o per un altro. Ormai le sapeva a memoria quelle urla, quelle recriminazioni. Erano sempre le stesse, gli stessi punti di vista spaiati. Le stesse mancanze, disattenzioni, piccole coltellate inferte al rapporto, poi alcool etilico buttato sopra per ferire di più sul momento, disinfettare, ricominciare.
Se ne stava con gli occhi chiusi, sotto le coperte, con solo le palpebre che la dividevano dal mondo. Come minuscole saracinesche che la proteggevano dall’odio che i suoi si vomitavano addosso. Fantasmi di colore continuavano a farle compagnia da sotto le ciglia; immagini inconsistenti che sfociavano con il tempo nel bianco latte, la sua luce nella notte, il tunnel che le sarebbe piaciuto attraversare, che l’avrebbe portata nel suo luogo felice, che sembrava lì, talmente vicino da intravedere l’azzurro cielo, in lontananza. 

Elena, immersa nel buio, strizzava ancora di più gli occhi, magari sarebbe capitato anche a lei come in quel telefilm con il genio che sbatteva le palpebre e faceva avverare qualsiasi cosa. Avrebbe stretto più forte gli occhi e mamma avrebbe smesso di urlare. Ancora più forte e avrebbe visto papà sciogliere le braccia da davanti al petto per abbracciare mamma. Strizzarli fino a farli lacrimare e si sarebbero voluti bene. Come nelle favole.
Il buio era denso. Trappola vischiosa per i suoi pensieri negativi. Il mattino dopo avrebbe voluto svegliarsi già grande, liberata dal ruolo di spettatore muto di un brutto film.

E il mattino dopo sarebbe stata veramente più grande, avrebbe capito che la magia, no, non esiste.

Il lavoro nobilita l’uomo (e pure la donna)

Alessandra fissa il foglio sulla scrivania da cinque minuti buoni, immobile, nemmeno avesse visto una Gorgone, chissà, forse Medusa delle tre.

Lo fissa senza sentire il telefono che squilla reclamando attenzione e senza sentire la porta del suo ufficio aprirsi, i passi calmi del collega delle vendite farsi avanti.

«Ale?» le dice accompagnandolo ad un piccolo colpo di tosse, finto come una banconota da trecento euro.

Solo allora la ragazza alza gli occhi, vacui in realtà, su di lui.

«Si-ii»

«Ti senti bene? Hai il telefono che suona da un po’.»

«Ah, oddio…» 

Alessandra rialza le spalle, quasi in affanno e prende il telefono.

Ascolta un attimo, strascica un “ti richiamo io”; poi ha un sussulto. 

«Sicura, tutto bene?»
Lei chiude gli occhi e butta fuori l’aria, come rassegnata.

«Sì. Tutto. Bene.» Scandito parola per parola, quasi una rinuncia cadenzata.

«Bene allora ti lascio qui la pratica Molveni»

Paolo esce pensando che ormai la collega sia esaurita. In fondo lavora troppo, si intrattiene sempre oltre l’orario di chiusura. Povera, povera, ragazza.

Alessandra guarda la porta chiudersi alle spalle di quel baciapile del ragioniere, spinge indietro la sedia a rotelle, si abbassa e guardando l’uomo accucciato sotto la scrivania gli lancia un bacio. 

«La tua lingua è sempre magnifica, tesoro».

The world around my fog

Sali nella tua auto e alzi i Red Hot a tutto volume.

Lasci che l’urlo di Anthony Kiedis si srotoli in mezzo alla nebbia mentre ti mangi la pianura padana ai cento, con i capannoni che scorrono ai lati, tutti uguali, grigio più, grigio meno.

Pensi che sarà una giornata più difficile delle altre, perché è mancato qualcosa, anche se non sai ben definire cosa, se identificarlo con mancata speranza o cruda realtà.

La nebbia fa da controllo qualità per il tuo malessere, mentre lasci lungo la linea di mezzeria i tuoi vent’anni, la strada che percorrevi in bici, zaino in spalla, con la stessa musica che senti ora infilata nelle orecchie, quando sognavi come sogna chi è giovane, senza ritegno alcuno. Ma tu non sei più né ventenne, né sognatrice, anche se ogni tanto guardi ancora le nuvole dalla finestra.

Ripensi a tuo padre. A quando ieri lo hai scoperto vecchio all’improvviso, mentre avanzava verso di te a testa bassa in un parcheggio, camminando un po’ come fai tu senza guardare dritto, mettendo un piede avanti l’altro, le mani infossate nella giacca, i pensieri che rimbalzano sulla punta delle scarpe.

Di tua madre invece non hai mai capito nulla, meno che mai il motivo per cui è rimasta. Ripensi a tutte le volte che le hai visto fare le valigie e altrettante disfarle, a quando hai pensato solo a correrle dietro, sperando che ti portasse con sé, che non ti lasciasse sola.

Non nascondono più la loro vecchiaia. Cercano aiuto quando fino a poco fa te lo hanno sempre offerto. Ti chiedi che farai quando sarà il momento, quel momento, a cui non vuoi pensare, ma che se la vita seguirà il suo corso naturale, ti toccherà affrontare.

Poi ti dici che non si può sapere un cazzo di nulla, e che c’è già chi è arrivato primo in una gara che non voleva vincere nessuno, e di cui stai ancora piangendo l’assenza. Ti dai della stupida per questi pensieri, perché tanto lo sai che non servono a nulla.

Il contachilometri ti grida che vai ai centodieci, alzi il piede dal pedale aspettando la decelerazione, come un amore andato a mille poi lasciato morire di stenti.

La pianura ha tante cose da dirti, ma tu non le capisci a fondo. Ti attira a sé, perché è dove sei nata, ed è dove vorresti morire, ti dici sempre, ma non sai se sia vero. Ti parla di sveglie all’alba, di lavoro, di bestemmie dette forte, di preghiere masticate piano, a metà, fuori dalla chiesa.

Non sai più dov’è casa tua, a volte rientri e ti senti estranea, quasi bisognosa di chiedere permesso; guardi le foto sulle pareti e non le riconosci, se non parte di un passato che ti è scivolato in fretta sulla pelle, di cui hai perso il gusto, il sapore.

La musica urla ancora forte. Urla per te che non lo sai più fare, non sai più piangere e arrabbiarti e bestemmiare e sbattere le porte andando via, lasciando che tutto quello che avevi buttato fuori aleggiasse sulla stanza. Speravi che tutte quelle parole sarebbero servite e invece si sono affastellate le une sulle altre per creare muri troppo alti per essere scalati. Ti dici che in fondo non lo vuoi più fare. Che tutto quello che era semplice ora non lo è più. Hai perché da portare come pezza giustificativa, ma ti interessa di più il come.

Sei quasi arrivata. Scali le marce per fermarti, per entrare nel parcheggio. Abbassi la radio per non disturbare e pensi che vivi proprio così, urlando quando non c’è nessuno che ascolta, parlando piano il resto del tempo.

Trovandosi a tratti

Si sveglierà e si stupirà di avere in testa un nome nuovo.
Poi richiuderà gli occhi pensando che avrebbe dovuto dormire ancora.

Uscirà incontrando gente con il sorriso incerto, con lo sguardo basso. Altri avranno strette forti e parole rassegnate.

Guarderà interni di vite, foto appese di speranze, ricordi inutili.

Dovrà farseli scivolare addosso cercando di non pensarci.

Sentirà aliti di caffè vicini in confidenza; dopo le sirene della sera odoreranno di vino su occhi liquidi.

Vedrà carte che indicano esistenze, che vantano diritti. La rosa dei venti le farà fare un sorriso, incontrare ricordi.

Ripenserà a quel nome, si chiederà se si è sbagliata, se sia sbagliata.

Si risponderà di sì con rassegnazione alla seconda domanda.

Tornerà a casa troppo tardi, e comunque troppo presto per sognare.

Guarderà i figli sentendosi in colpa di non esserci stata, di volere solo che vadano a dormire.

Sentirà l’angoscia di un giorno andato cercando di mettere insieme la cena.

Cercherà se stessa sotto le coperte, tra le lenzuola.

Trovandosi a tratti.
 

Doccia a doccia

Si nasce nell’acqua.
A volte ci si muore pure, per poi rinascere nuovamente, sempre uguali, ma un passo oltre, un passo avanti e il sorriso aperto.

Nudi, con tutte le cicatrici addosso e i perché rimasti inspiegati.

Nudi sotto quest’acqua che toglie il respiro e si porta via tutto, valanga improvvisa, almeno per un po’.

Nudi fuori, forse meno dentro, che non è mai facile, che non paga come dovrebbe, un tanto al chilo.

E scivola sui nostri corpi di d’annunziana memoria, più reali che silvani. 

Ha strappato un sorriso, ricucendo quello strappato.

Sorridevo, sì. 
Pure tu.