L’istante dopo

La mano affonda nell’orgasmo già avvenuto prolungandone il piacere, scivolando in andata e ritorno, dilatando sensazioni, puntellando emozioni, creando una nuova scala per far partire il tuffo da uno scoglio più alto. Per poi tornare giù nuovamente, con l’onda che affoga, poi si spande, s’infrange, si ritira lasciando la rena umida e pregna.

La bocca invece è aperta per masticare l’aria e per ritrovare il fiato perso, e non ci sono parole: sciolte tutte nell’orgasmo. La testa ha però pensieri violenti che premono, gonfiati dal piacere. È un blob inarrestabile, vischioso, denso, umido di voglia.

Sono lampi rosso violacei, oro, argento piombo e infine neri di lutto per ogni secondo insieme ormai andato. E chissà quando – chissà dove – ancora, sarebbe successo.

Ma nel futuro non siamo. Si è qui, in questa mano che trova strade affollate e colline verdi e fiumi in secca e vulcani attivi e dossi profondi nel mio corpo; e in questa bocca che – sai – non sa più che dire.

Il lavoro nobilita l’uomo (e pure la donna)

Alessandra fissa il foglio sulla scrivania da cinque minuti buoni, immobile, nemmeno avesse visto una Gorgone, chissà, forse Medusa delle tre.

Lo fissa senza sentire il telefono che squilla reclamando attenzione e senza sentire la porta del suo ufficio aprirsi, i passi calmi del collega delle vendite farsi avanti.

«Ale?» le dice accompagnandolo ad un piccolo colpo di tosse, finto come una banconota da trecento euro.

Solo allora la ragazza alza gli occhi, vacui in realtà, su di lui.

«Si-ii»

«Ti senti bene? Hai il telefono che suona da un po’.»

«Ah, oddio…» 

Alessandra rialza le spalle, quasi in affanno e prende il telefono.

Ascolta un attimo, strascica un “ti richiamo io”; poi ha un sussulto. 

«Sicura, tutto bene?»
Lei chiude gli occhi e butta fuori l’aria, come rassegnata.

«Sì. Tutto. Bene.» Scandito parola per parola, quasi una rinuncia cadenzata.

«Bene allora ti lascio qui la pratica Molveni»

Paolo esce pensando che ormai la collega sia esaurita. In fondo lavora troppo, si intrattiene sempre oltre l’orario di chiusura. Povera, povera, ragazza.

Alessandra guarda la porta chiudersi alle spalle di quel baciapile del ragioniere, spinge indietro la sedia a rotelle, si abbassa e guardando l’uomo accucciato sotto la scrivania gli lancia un bacio. 

«La tua lingua è sempre magnifica, tesoro».

Inscopabile

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“Culona inscopabile” stile Merkel e i suoi tailleur rosa pallido.

L’aveva etichettata così Marco, tempo prima, incrociando la sua nuova vicina nell’ascensore: lui saliva, lei scendeva; mentre ora lei gli incrociava le gambe sulla schiena, portando avanti il bacino, per far aderire il suo sesso, per sentirlo più a fondo, un colpo dietro l’altro.

Inscopabile.

Una settimana dopo averla incontrata nei due metri quadri dell’ascensore l’aveva rivista nell’androne, la maglietta pezzata sotto le ascelle dal troppo caldo aderiva al seno generoso, e lei sbuffava dall’afa e dal peso delle sporte della spesa. Uno sguardo appena, ricambiato di sfuggita; il sudore nel collo e nell’attaccatura dei capelli, i piccoli riccioli bagnati, completavano il quadro.

«Posso aiutarla?» Si ritrovò a dire Marco.

«Magari. Abbiamo pure l’ascensore guasto.» Le aveva detto lei. Con una voce dolce e uno sguardo aperto, che non si aspettava.

Lui prese le buste e le diede il passo sulle scale dove le guardò meglio il culo e il fisico tracagnotto e pensò che si era sbagliato, forse la Merkel era più magra.

E ora la stava fottendo con la rabbia di chi è stato catturato in una rete e ha bisogno di uscirne al più presto. Entrava e usciva da un cliché che vuole le donne taglia 42, il seno una terza, il vitino di vespa, e nessuna misura di personalità.

Lei l’aveva invitato dentro l’appartamento, e lui lo trovò più luminoso del suo per via della mancanza dei tendaggi e profumato di pittura fresca, con qualche scatolone ancora ben chiuso nell’ingresso, segnale inequivocabile del recente trasloco.

«Grazie, non ce l’avrei fatta ad affrontare anche le scale. Ti offro qualcosa, vuoi?» Gli disse asciugandosi la fronte con il palmo e dandogli del tu. «Fa caldissimo oggi.»

«Se hai dell’acqua e limone va benissimo.» Le rispose abbandonando anche lui le formalità. E guardò il suo sorriso incorniciato in due belle labbra alla Sophia Loren. E ci fece un primo pensiero. Mentre lei armeggiava in cucina quasi danzando tra uno sportellino e l’altro, non potè non notare la nuca scoperta dalla pettinatura raccolta in alto e i capelli sottili che lì nascevano. E ci fece un secondo pensiero.
Parlarono molto, davanti alla bibita e agli stuzzichini che lei aveva fatto apparire, simsalabim, da non si sa dove.

Parlarono del tempo, del condominio, di viaggi, di studi e di letture. Scoprì una persona nuova, ben diversa da come si era immaginato.
Una testa pensante, ironica e due occhi vispi che lanciavano lampi di malizia, ora che si era anche rinfrescata e il colore paonazzo aveva abbandonato le sue guance, lasciando invece una pelle chiara, rosata di salute.

Finchè non si ritrovarono semisvestiti, non si sa come. Le parole avevano fatto volare via tabù e convenzioni. Mani ovunque su quel mappamondo che era il suo seno e ansimi, dita che frugano, lingua in bocca per assaggiarsi a vicenda.

E ora era dentro e fuori di lei, il cazzo duro, il fiato corto, la bocca che cercava aria di fronte ai suoi occhi chiusi che rincorrevano il piacere, e che lei apriva d’un tratto piantadoglieli addosso ma senza vederlo veramente persa nel suo orgasmo, una volta in più, ancora.

L’aveva girata a pancia sotto tutta quella carne. E ce l’aveva davanti quel culo bianco latte, fatto per lasciare morsi e segni rossi e affondare, una volta in più. La inculò stringendo le natiche, con forza, piantando le unghie e il cazzo.

Lei accusò il colpo , tra dolore e piacere.Finché fu solo il secondo, per entrambi.Si accasciò sulla sua schiena, vinto.

Culona inscopabile.

Anche no.

La tua puttana (Nessuna poesia)

 

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Dicevi che ero la tua puttana, la tua troia, la tua marchettara, la tua zoccola. E non so quante altre cose dello stesso genere. E io, per farti piacere dovevo rispondere che era vero, che lo sapevo, che ero la tua troia, la tua marchettara, la tua puttana, la tua zoccola.

(da L’attenzione di A. Moravia)

Sai, questo è tutto quel che vorrei darti. L’eccitazione, la condivisione dei sensi, gli occhi puntati negli occhi, per sfida. E dirti che so dove voglio arrivare in questo gioco. E che qui comando io, anche se sono la tua puttana. Perché scelgo di esserlo, oggi ancora una volta. Come è stato ieri, e ieri l’altro, ma non posso sapere se lo sarò domani.

E’ una scelta, la mia.

Guardami, io non abbasserò lo sguardo. So cosa voglio da te e so come prendermelo.

Nessuna poesia. Non c’è rima nel sesso sporco; niente nuvole, tramonti, cieli tinti di arancio al mattino. Siamo solo sesso, comprato con le lusinghe, con le minacce, con le mani strette con forza dietro la schiena. Solamente una bocca pronta a tutto, una lingua che non vuole altro, mani che impastano seni, natiche, cosce.

Animali che fottono, null’altro.

E siamo eccitazione. Il desiderio intenso di aversi. La chimica che prende il posto del buon senso, del pensare comune, della logica.

Siamo morsi sulle spalle e unghie che graffiano, che lasciano piccole cicatrici, che dicono “qui sono passata io”.

Lo vedi? Ti ricorderai della tua zoccola guardando quei segni. Li accarezzerai distrattamente, sotto la camicia, finché parlerai con un tuo cliente al telefono. E stirerai il labbro al ricordo, perdendo il filo del discorso, mentre verrai catapultato in quel letto dove io ero la tua puttana e tu eri mio. Dove tutti i tabù erano caduti come Buddha di Bamiyan sotto le cariche dei talebani.

Non è l’arte a farci vivere, né la letteratura, ma è la tua barba ispida che mi arrossa la pelle, il mio odore che si mescola al tuo, le secrezioni, le dita bagnate, il respiro corto, gli orgasmi soffocati per non gridare.

E da brava puttana poi andrò via, una volta avuto ciò che mi spetta.

Bacio di sole

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Francesco stava disteso tra i suoi tredici anni e il pavimento.

Appena aveva sentito la porta di casa chiudersi alle spalle dei suoi genitori, si era infatti tolto i vestiti e si era sdraiato nel quadrato di luce che la porta finestra lanciava sul marmo chiaro del soggiorno.

Il sole illuminava il suo corpo allampanato, che come gli diceva sempre nonna Ines non era né carne, né pesce. Un corpo in divenire, che cresceva però in fretta.

Era steso sulla schiena, e guardava prima il soffitto riquadrato dagli stucchi in gesso, poi i quadri alle pareti e infine le mantovane che nascondevano il binario delle tende. Era un punto di vista diverso dal solito, che gli permetteva una visione nuova della solita sala e di alcune piccole crepe sull’intonaco che non aveva mai notato.

Muoveva la testa a destra e sinistra, sentendo chiaramente le ossa del cranio ruotare sul marmo.
Il freddo del pavimento contrastava con il calore che il sole passava attraverso i vetri, senza tuttavia riuscire a vincere su di esso.

Si mise a sedere con le gambe incrociate, puntando lo sguardo sul suo sesso.
Sua madre lo chiamava “pisello” quando gli raccomandava di lavarsi bene, aggiungendo “anche dietro le orecchie, mi raccomando”, come se le due parti fossero in qualche modo collegate tra loro.

Aveva ancora pochi peli sul pube e alcuni altri stavano spuntando sul mento. Li guardava e li riguardava ogni mattina, cercandone di nuovi. Aveva anche provato a tagliare quelli sopra il labbro, insaponandoli con il grande pennello dal manico di legno che suo padre teneva sopra la mensolina di vetro vicino allo specchio del bagno. La lametta Bic aveva fatto il suo dovere decapitandone una decina.

Era una pigra domenica di giugno, di quelle immobili, scandite dal frinire delle cicale che a volte si zittivano di botto rendendo ben chiara tutta la solitudine che c’era nell’isolato. Non passava nessuno sulla via, se non qualche cinquantino in lontananza seguito dal vociare dei ragazzi più grandi che si avviavano verso la piazza del paese.

I suoi erano andati a trovare nonna Ines, lasciandogli la libertà di stare pure a casa da solo, che tanto ormai non era più un bambino.
Non si era fatto scappare l’occasione di evitare le chiacchiere degli adulti che continuavano a parlare di quel “Moro” trovato morto chissà come, e cercando una scusa che desse consistenza a questa opportunità disse loro che avrebbe preferito rimanere a casa a studiare, visto il compito in classe di storia del giorno dopo.

La scuola stava ormai per finire, ma invece che sui libri il suo sguardo era ora tra le gambe.

Il suo organo genitale ultimamente era diventato un pensiero scomodo, a volte talmente denso e vischioso da soverchiare qualsiasi altra cosa. Si infilava dappertutto, tra i calzettoni bianchi delle compagne di classe, tra i seni generosi della bidella e sulla vita sottile di sua cugina Antonella.

Aveva perciò bisogno di maneggiarlo spesso, di toccarlo, di scoprirsi, di vederlo gonfiare e poi di sfogarsi con una soddisfazione intensa ma purtroppo breve e andare ancora oltre, finché non sentiva fastidio, quasi dolore.

Il calore del sole sembrava ora tutto concentrato sui testicoli, come un occhio di bue che illuminava un palco. E questi si comportavano da protagonisti muovendosi con piccoli scatti, quasi si stessero stiracchiando dopo un lungo sonno. Anche il pene sembrava assorbisse l’energia proveniente dal sole e si muovesse di conseguenza.

Il glande emerse pian piano dai lembi di pelle e il sesso cominciò a sussultare come avesse preso vita in quei minuti, grazie al calore.

Francesco si alzò e andò scalzo verso la camera dei suoi genitori. C’era un grande specchio attaccato all’armadio e quando vi si mise davanti la sua figura si moltiplicò all’infinito  in un rimbalzo di immagini con quello sopra il comò.

Vedeva mille sé stesso, nudo. Mille dita sul suo cazzo. Mille braccia pronte a riceverlo.
Con la mano cominciò a far scorrere la pelle, prima piano, poi sempre più forte, avvolto nel buio delle palpebre chiuse da bocche rosse, seni nudi, culi generosi che aveva intravisto su quei giornalini che sua madre definiva “sporchi” ma di cui aveva trovato una copia in cantina, chissà di chi.

Provò un orgasmo senza saperne il nome e il glande si bagnò di alcune gocce di liquido chiaro, quasi trasparente. Era un piacere intenso che lo lasciava a volte colpevole anche se non capiva esattamente di cosa e a volte semplicemente desideroso di averne ancora.

Poi tornò nel soggiorno, riprese il libro di storia che aveva abbandonato sul divano e studiò così, nudo, fino a che non sentì la 127 dei suoi genitori attraversare il vialetto e corse in camera a raccattare i suoi vestiti.

Il giorno dopo prese un otto per la storia che aveva imparato, ma fu un voto più alto per quella che stava scoprendo di sé stesso.

Un posto per ogni cosa, ogni cosa al suo posto.

Nessuna come lei, mai. Questo lo sapeva già.
Nessuna avrebbe più preso il posto stesa lungo il suo fianco. Non come se fosse nata lì, se respirasse solo vicino a lui. Viva solo in quel momento.

Nessuna. Nemmeno questa donna che si ostinava a volerlo vedere. Parlavano poco: hai fatto buon viaggio? Hai cenato? Vuoi andare prima al motel?

Poi scopavano sotto la debole luce della stanza, pensando ognuno a qualcun’altro. Lei a un uomo che non amava più ma che non riusciva ad abbandonare; lui a quella donna che aveva un posto nel suo cervello, uno nel suo cuore e un altro nel suo sesso, senza essere capace tuttavia di riunirla in un unico luogo con la convinzione, in fondo, che se lo avesse fatto avrebbe rotto la magia.

Una volta finito stavano in silenzio a guardare gli angoli scuri del soffitto, pensando piano, pensando a niente.

Erano entrambi in un luogo ben preciso, ma in fondo fuori posto.

Inevitabilmente – [Racconto erotico]

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Il sesso con l’amore non c’entra un cazzo.

A dispetto di tutti gli Harmony che invadevano la biblioteca di mia madre, e di Maupassant, Puškin, l’ottocento russo, Fabio Volo e Cento Vetrine. Il sesso era una cosa a parte, di questo ne ero convinta.

Come nasce l’attrazione? Avrei tante risposte, ma la più veritiera credo sia: culo.

 

Lo imparai quel giorno, non diverso dagli altri: la sveglia alle sette, la nebbia fitta di novembre, il bus alle sette e venti, il libro aperto durante il tragitto, la colazione al bar vicino all’azienda prima di entrare.

Un giorno uguale a tanti altri, con un protagonista in più, e chissà forse era lì vicino a me anche il giorno prima, o la settimana prima, ma di lui nei miei ricordi, nemmeno l’ombra.

Una battuta fatta al cameriere, e mi giro a guardarlo con il caffè a metà strada tra il bancone e le mie labbra. Forse l’ho fatto per il suo tono di voce, o forse per la risata che ne era seguita, o per la sicurezza che emanava come di chi era sempre stato lì, a casa sua. Lo guardo e sorrido anche io, anche se non ho capito la questione, lo faccio per empatia con la sua sciarpa a scacchi grigia e nera, e la coppola di fustagno un po’ calata. Lo faccio per il suo orecchino da pirata e per la mano sinistra che teneva il giornale arrotolato, mentre l’altra poggiava la tazzina vuota.

Anche lui si gira verso di me, un sorriso accennato, io ricambio e tutto finisce lì.

Lui se ne va e me ne vado anche io dopo aver pagato il mio “caffè macchiato con latte caldo in tazza grande con spolverata di cacao, zucchero di canna” e occhi al cielo del barista come fa ogni volta dopo che ha sentito la mia ordinazione.

Poi tutto viene archiviato in un angolo del mio cervello mentre varco il cancello dell’azienda, arriva il cliente rompicoglioni, la bolletta dell’Enel sbagliata, le telefonate e gli appuntamenti da fissare e infine il momento di uscire, tornare verso casa, riprendere l’autobus, il mio libro, il breve tragitto dalla stazione verso casa, con la nebbia che torna, mica ci lascia orfani; e i lampioni che illuminano male, la via.

 

Così il giorno dopo eccomi al bar. Lui che arriva, saluta tutti, ordina il suo caffè mentre io sto già bevendo il mio. La verità è che in fondo lo aspettavo. O ci speravo, o non so cosa, insomma, è solo bello che sia qui. Una battuta al barista, uno sguardo a me, un sorriso in più, poi ognuno per la sua strada. Poi ancora lavoro, le telefonate, le rogne, le mail, il caffè alla macchinetta con le colleghe.

Infine si torna a casa con solo la tv accesa a farmi compagnia nell’appartamento vuoto. Masterchef su Sky, i whatsapp con le amiche, qualche bacio virtuale al collega che mi fa il filo ma a cui mai la darò, nemmeno fosse l’ultimo uomo sulla terra. Io che mi addormento sul divano con il plaid e la tv che trasmette televendite, fino a quando mi trascino tipo zombie a letto alle tre di notte aspettando infine la solita sveglia.

 

Il giorno dopo si riprende, e al bar, il proprietario, quando mi vede già prende la tazza più grande, prima di sentire l’ordinazione. Mando giù la mia colazione guardando la tv attaccata alla parete che passa un video dei Red Hot Chilli Peppers mentre la radio fa sentire tutt’altro, come spesso accade, chissà perché.

E mentre sto lì a fantasticare su Anthony Kiedis e a quanto sia figo con i suoi tatuaggi e pure i capelli unti, ecco il Pirata, come l’ho chiamato io, con l’orecchino con il brillante, il capello un po’ lungo, quasi fuori tempo massimo, vista l’età, sui trentacinque.

«Buongiorno, un caffè.»

Ordina e squaderna il giornale sul bancone mentre Max pressa la polvere sul gruppo di erogazione della macchina.

«Sai Max che hanno aperto un piccolo ristobar qui vicino? Ti farò le corna oggi a pranzo.»

«Tanto è mio cugino. Resta tutto in famiglia.» Ribatte il barista facendogli l’occhiolino.

«Dove?» mi intrometto nella conversazione, interessata perché di mangiare da sola in ufficio il mio yogurt e i crackers, oggi non ne ho voglia.

«Dopo il tabaccaio, qui sulla destra.»

«Vengo anche io!» butto lì scherzando, mica tanto dopotutto.

«Ma volentieri, ti offro il pranzo, dai» fa il Pirata e mi dà appuntamento per le dodici e un quarto proprio davanti al locale e se ne va.

Pago anche io, lasciando Max a pulire il bancone, con il mio appuntamento in tasca e un pensiero diverso in mente, aspettando l’ora di pranzo.

 

É un pensiero che mi accompagna tutta la mattina, presente ma discreto, quasi in disparte. E mica so se sono più felice di questo diversivo dalla solita routine, con quest’uomo che conosco appena, ma che mi ha fatto simpatia da subito, o se sia la prospettiva di mangiare qualcosa di diverso dal solito a farmi arrivare a mezzogiorno in fretta, prendere la mia borsa, salutare tutti e avviarmi al mio appuntamento.

 

Sul marciapiede si affianca il Pirata. «Ehi, siamo arrivati insieme.» dice come saluto.

«Ciao, eh sì.» E me lo guardo, e penso che è proprio bello. Di quella bellezza diversa dai giornali patinati, più vera nonostante non sia perfetto, ma ha quell’armonia che alla fine ho sempre apprezzato negli uomini. Un misto di sicurezza e ironia, e belle mani.

E d’un tratto mi butta dentro un portone e si incolla a me. Non sono nemmeno riuscita a urlare, tanto sono stupita, eppure non lo so se lo voglio fare, dopotutto. Ha gli occhi fissi sui miei, mentre io abbasso i miei a guardare la sua bocca.

 

Come nasce l’attrazione? Forse da questo profumo che sento.

O dai suoi occhi castani.

O dal sorriso beffardo.

O dal suo corpo appiccicato al mio.

 

Forse dovrei essere spaventata, eppure non lo sono, in fondo con una ginocchiata ben assestata e una piccola corsa potrei tornare sulla via principale, ma sono più che altro incuriosita da cosa voglia fare.

«Non hai nemmeno urlato.» Prova a scherzare lui.

«Dovevo?» gli rispondo guardandolo interrogativa, e un sorriso che vorrebbe dimostrare sicurezza.

«Solo se non ti fa piacere essere qui.» e allenta un po’ la pressione al mio corpo, e a me un po’ spiace, perché sentirmelo addosso era una bella sensazione.

E per tutta risposta taccio. No, non mi spiace essere qui, mi piace il peso che sento all’altezza del bacino, e sentire che non gli sono indifferente dentro i pantaloni.

«Chi tace acconsente.» e mi bacia, mentre io apro le labbra facendogli capire che sì, acconsento decisamente.

Ed è un bacio pieno di chimica. Difficile spiegarlo, ma non è solo un bacio: l’incontro della sua lingua con la mia e del suo sapore con il mio mi fa perdere la testa, e non capisco più chi sono, dove sono, perché. E ho solo voglia di baciarlo ancora, di assaggiarlo, di infilare la mia lingua ancora sulla sua bocca, di baciargli le labbra carnose, succhiarle, leccarle, e poi ritornare con la lingua sulla sua. E non è vero che non so praticamente nulla di lui. Ora so che le nostre lingue stanno tanto bene insieme.

Poi sposta la mano e la insinua sotto la gonna, trova le mutandine e ci infila un dito dentro.

«Vai subito al sodo.» dico staccandomi dal bacio, già affannata, ma cercando di agevolare i suoi movimenti allargando le gambe.

E poi si sposta lasciandomi libera, mi prende le spalle e mi fa girare, e ho la fronte verso il muro un po’ scrostato di quest’androne che ci fa da rifugio improvvisato, mi prende le braccia e le porta sopra la mia testa, tenendomi ferma con una mano mentre con l’altra cerca di slacciarsi i pantaloni e riportando poi il suo peso sul mio corpo.

 

Mi alza la gonna scoprendo le natiche, abbassa le mutande e mi penetra, così, senza protezioni e senza pensarci un attimo, trovandomi già pronta, bagnata per lui.

Il pensiero di “che cazzo sto facendo, manco so come si chiama” mi attraversa appena un secondo, per poi abbandonarmi subito annientata dai colpi, che abbattono le mie resistenze, deboli in effetti, come un piccone un muro.

E vengo in fretta, senza nessun preliminare, parola dolce, sguardo languido, come l’animale che in fondo sono, siamo. Eccitazione e basta, che mi ha preso alla testa e tra le gambe, come una droga.

Inevitabile.

E quando sente che ho avuto il mio orgasmo e che il mio respiro si fa più lento si stacca e si mena veloce, sborrando sul pavé dell’androne.

Poi ci guardiamo, quasi a scusarci per quella situazione, ma io gli sorrido chiedendomi se penserà che in fondo non sia solo una troia senza pudore.

Ma alla fine non ha importanza.

Così mi ricompongo, aspetto che anche lui si pulisca con un fazzolettino, raccolgo la mia borsa che era finita a terra, e dico: «Allora, andiamo a mangiare?»