Densità Natalizia

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Quando vide passare il vicino di casa con in mano borse e pacchetti natalizi, si staccò dalla finestra prima che lui la vedesse, o così sperò che fosse.

Eccola lì la verità: aveva mentito, non avevano parlato, ma anzi, a giudicare da tutti quei regali non lo avrebbero fatto. Un altro natale passato ad aspettare che la situazione si sbloccasse. Un altro natale da sola ad aspettare il futuro.

Era stanca.

Gli anni passavano – ormai ben tre – e lei rimaneva sola mentre le vite degli altri si arricchivano di figli, cani, mutui, macchine nuove e progetti declinati al plurale.

Il cellulare prese vita un attimo, come un cuore che tentava di battere nuovamente, per poi spegnersi.

Il messaggio arrivato, in fondo, se lo aspettava, ma non sapeva cosa rispondere.

Quel “Ci vediamo stasera?” dopo giorni di silenzio, la infastidì, anche se la voglia era sempre tanta tra loro. Questione di chimica, si dice così, no? Eppure ultimamente per lei non c’era più solo l’urgenza del sesso, ma il bisogno di contatto, di profumi, di sguardi, di abbracci, di dolcezza. Si era innamorata? Aveva letto che quando si arrivava a chiederselo la risposta fosse no, ma lei non ne era sicura. Semplicemente sentiva che stavano bene insieme e di non avere bisogno di altro.

Eppure i discorsi sul futuro non li aveva cominciati lei, non si sentiva in colpa per questo, mai e poi mai si sarebbe accollata l’etichetta della “rovina famiglie”, che poi… Quando si guarda altrove è già tutto rovinato, è così semplice il concetto. O ci sei o non ci sei.

“E allora?” un altro messaggio, chiaramente con un tono seccato questa volta. Aveva visualizzato senza rispondere, non erano da lei questi giochetti, semplicemente non sapeva che dire.

Avrebbe voluto spegnere il cellulare, come fosse stata una porta da chiudere, per non avere più nessun contatto, ma ormai tra facebook, instagram, whatsapp si era sempre in contatto, ma in fondo sempre più soli, ognuno a casa sua, a guardare dal buco di una serratura vite di altri, intrappolati in situazioni che non si volevano più, da cui non si sapeva come uscire.

“Ho voglia di sentire la tua lingua” il nodo che aveva alla gola finì dritto dritto nello stomaco, e poi giù dove si sciolse tra le gambe. Era incredibile come quelle parole, anche un po’ volgari, le facessero visualizzare flash di incontri di loro due come un qualcosa di perfetto; probabilmente edulcorati dalla mancanza e dal tempo, si disse, senza crederci davvero.

Avrebbe voluto rispondere “Anche io” e poi correre di là, in quella casa con l’albero scintillante in soggiorno, il presepe nel mobile alto a prova di cane, e quei regali che aveva visto prima, nascosti da qualche parte per preservare la favola ai bambini, e dire la verità davanti a tutti. Ma non era questa la strada giusta. Lo sapeva bene.

“Vieni tu?” Rispose senza rendersene conto. Avrebbe dovuto cancellare, ma il sistema avrebbe lasciato la colpevole notifica che il messaggio era stato eliminato. Dall’altra parte non ci fu esitazione: “Dammi mezz’ora”. Non rispose. Andò in bagno, si spogliò, si buttò sotto la doccia e chiuse gli occhi.

Il campanello la riscosse dai suoi pensieri sotto l’acqua. Guardò l’orologio, aveva anticipato un po’, ma erano passati lo stesso venti minuti. Aprì la porta in accappatoio, prese la sua mano tirandola a sé, racchiudendo tutti i suoi dubbi in quell’abbraccio, per poi gettarsi insieme a terra senza arrivare al letto, in disperati tentativi di toccarsi di più, di essere ancora insieme, nonostante tutto.

«Mi sei mancata», le disse, e furono parole capaci di far spostare nebbia e dubbi.

Nel frattempo, l’uomo di là, il vicino con i pacchetti, si chiedeva come mai sua moglie finisse così spesso lo zucchero pur non sfornando torte da tempo.

La finestra di notte (*)

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[Night Windows (1928). E. Hopper]

Appare all’improvviso.

Nel buio la finestra sembra uno schermo al led che trasmette il tuo telefilm preferito. Si staglia nel nero, mandando in onda una rappresentazione tutta per te che aspettavi da mesi, ormai, e in cui non speravi più.

La osservi da un po’, da prima che si accendessero le luci, da prima che arrivasse a occupare il primo piano di quello che appare come il proscenio di un palco, con il pavimento in listoni di legno, tende pesanti granata da sipario.

È entrata e uscita dai quadrati di luce delle finestre accanto, chinandosi a raccogliere un vestito, una scarpa, mettendo pigramente ordine nel soggiorno, per poi avvicinarsi alla cucina, trafficare con i piatti, far scorrere l’acqua, sedersi ad un tavolo senza tovaglia per mangiare. Ora sta appoggiata al parapetto e fuma una sigaretta, buttando fuori il fumo verso l’altro, per guardarlo poi catturato dalle folate di vento e disperso nella notte.

Tu invece sei nascosto nell’ombra, un po’ lontano, ma sei sicuro di sentire l’aroma di tabacco. Te ne appropri tirando su con il naso, assaporandolo come hai sempre fatto con il fumo delle sigarette di tua madre.

Le guardi il polso sottile, il movimento delle dita, il mento puntato verso la strada. Studi tutto, immagini, soppesi, fantastichi su consistenze e odori. Sul vestito leggero che appena si intravede dalla ringhiera. L’aria lo sposta piano, attaccandolo alle gambe, alzandolo appena, mostrando la coscia per poi nuovamente nasconderla.

Incantevole. Ecco la parola giusta. Incantevole e tentatrice come un melograno maturo appena fuori dal muro di recinzione, pronto da cogliere.

È la seconda volta che la vedi questa settimana; la prima, di giorno, l’hai vista arrivare con una piccola utilitaria caricata fino all’inverosimile. È uscita dall’abitacolo portando con sé uno zaino per poi venire inghiottita dall’androne del palazzo e risbucare nella cornice delle finestre che apriva una ad una. L’avevi osservata fare la spola dalla macchina all’appartamento trasportando all’interno borse e valigie, probabilmente tutta la sua vita, per poi spogliarsi prima dei jeans e poi della maglietta, mostrandoti la schiena nuda listata a lutto dalla fascia del reggiseno e sparire in direzione di quel che sapevi essere il bagno.

Non te lo aspettavi più, ormai.

Gli ultimi inquilini del palazzo di fronte erano stati due anziani. Due vecchi di cui non ti importava nulla e che per fortuna erano schiattati presto, prima uno e dopo l’altra. Prima di loro invece era stata la volta di Samantha, con l’acca in fondo, come aveva precisato quando l’avevi conosciuta. Una ragazza zuccherosa del nord con cui eri riuscito a tessere una relazione durata un anno, ma che poi era scappata dall’oggi al domani. Ogni tanto ti chiedevi dove avesse trovato la forza di fuggire, visto che era ormai completamente nelle tue mani, succube di un amore fatto di “bastone e carota”, buona per alimentare il tuo ego, ma anche lei in fondo interscambiabile, come le altre.

La guardi godersi il fresco notturno, incendiare il mozzicone, trattenere il fumo in bocca e poi buttarlo fuori, con le labbra mezze aperte, sensuali, con cui scopre appena gli incisivi bianchi. Tiene il filtro tra l’indice e il medio, facendolo dondolare piano, quasi stesse soppesando i pensieri, per poi buttarli assieme alla cenere nella notte. Ha spalle aperte, da nuotatrice, e muscoli definiti, nervosi sotto pelle, come pronti a scattare in caso di pericolo.

Rivedi la stessa sigaretta nelle tue mani di fronte a Samantha, ormai mesi prima, quando piagnucolava per essere liberata dalle corde, mentre ti rifiutavi di farlo. Volevi vedere fino a che punto sarebbe arrivata per compiacerti quando le hai detto che ti stava deludendo, che la credevi più forte, più tenace. Ricordi ancora le lacrime che si portavano via rimmel e fiducia. Avevi spinto troppo, forse era per questo che un mese dopo se ne era andata. Ma in fondo che importava? Eri rimasto sorpreso della sua fuga, certo, ma di donne così se ne trovano ovunque. Si attaccano a qualsiasi cosa assomigli all’amore, e tu sei bravo – oh, sì – a farle innamorare. Attenzioni assidue, complimenti esagerati a cui tutte (tutte, indistintamente) credevano: regali, sorprese, moine, premure. Le circuivi con metodo e passione facendole sentire uniche. E uniche lo erano veramente per un po’, per poi diventare un peso quando cominciavi a staccarti. Diventavano oppressive con mille domande su dove eri stato, con chi, per quanto tempo. Asfissianti, gelose, possessive. Completamente succubi, a quel punto. Ormai inutili.

Vorresti fumare anche tu, imitarne i gesti, sentirla in qualche modo affine, ma temi che la brace si possa vedere nel buio. Ti limiti a guardarla chiudere gli occhi mentre il vento le scompiglia i capelli lunghi, portandoglieli sul viso per poi sbuffare divertita togliendoseli di dosso con la mano libera. Il vestito aderisce di più al suo corpo, mostra la curva dolce della pancia, e quella più prominente del seno che il vestito a vestaglia fa leggermente intravedere. Te la immagini senza biancheria sotto, come fosse un gioco concordato tra voi, mentre fa finta di fumare mostrandoti via via pezzi di sé: prima la spalla scoperta per caso, poi la curva del seno slacciandosi un bottone, infine la gamba alzandosi il vestito, e poi su, piano, sempre più su. Una partita di seduzione, un match in cui lei avrebbe vinto, senza se e senza ma.

La ragazza butta il mozzicone a terra, poi mima il twist con il piede per spegnerlo, si accoscia, lo raccoglie e sparisce all’interno per poi passare come in un fotogramma nelle finestre vicine. La vedi camminare in quel soggiorno che conosci bene, prendersi lo spazio, esserne padrona. Sovrastare con la sua bellezza gli angoli ammuffiti, i mobili ordinari, il pavimento datato. Non tornerà più alla finestra per stasera, ormai ne sei certo. La immagini nella doccia, l’acqua calda che scavalca la clavicola per poi scenderle nel petto, i capelli bagnati che si attaccano alla schiena, come alghe allo scoglio, la schiuma che si porta via il sudore della giornata. Ti chiedi che lavoro possa fare, la vedi cameriera, insegnante, guida turistica, titolare di un negozio. La immagini a contatto con la gente, parlare, gesticolare, ridere gettando indietro la testa e ti chiedi come potrebbe essere fare parte del suo mondo per un po’, e sei sicuro che avverrà presto. Prestissimo.

Ma su un punto ti sbagliavi. Torna alla finestra avvolta in un asciugamano blu con alcuni fiori disegnati sopra. Si pettina con una spazzola mentre guarda nella tua direzione, come se stesse scrutando se sei ancora alla tua postazione. Per un attimo ti senti scoperto e la cosa ti infastidisce, ma sei certo che non ti possa vedere. Con Samantha avevi fatto mille prove, anche dal suo appartamento e mai una volta hai avuto un dubbio. Poi d’improvviso l’asciugamano cade. È un attimo. Si china veloce per raccoglierlo, ma il bianco dei seni e il bruno del pube lo hai visto bene. Si fa strada nelle tue fantasie, l’immagine collega veloci sinapsi, cavalca pensieri, fa girare il sangue più forte. La vedi distesa su un letto candido, con le braccia e le gambe aperte, il sesso esposto, la gola nuda, pulsante di paura, una “donna vitruviana” tutta per te, a tua completa disposizione, per farle del bene, per farle del male, per farti del bene, soprattutto del bene. Poi le imposte si chiudono regalandoti la fine dello spettacolo, giù il sipario.

L’attesa dura alcune settimane. Ne impari gli orari, le abitudini. Sai che fa la spesa al supermercato vicino a piazza Trieste, che alle diciannove va in palestra, ma solo al mercoledì e al venerdì e che ordina troppo spesso cibo take away e la cosa in fondo ti piace, odi quelle che stanno sempre attente alla linea, sono donne insipide, incapaci di godersi la vita. Sai che non vengono mai amiche a trovarla e che una volta è uscita con un uomo, un collega forse, facendoti provare un leggero fastidio, quasi gelosia.

Ti prepari con cura. Hai la barba di qualche giorno, i jeans scuri senza strappi – perché non sei mica un ragazzino – la camicia bianca con le maniche arrotolate. Sai di essere affascinante, lo confermano le occhiate delle segretarie, donne con scritto in faccia che cercano qualcuno con cui accasarsi. Con alcune sei anche uscito, ma con loro non c’era il piacere della conquista. Erano solo desiderose di montare su un Q7 come se non avessero mai visto un’auto, farsi offrire la cena, smaniose di accalappiare il dirigente divorziato. Controlli i capelli, indossi gli occhiali scuri e l’aspetti all’angolo in cui arriva di solito con le sporte della spesa. Potresti contare i secondi che mancano al momento in cui sbucherà, fingi di guardare il cellulare e le vai addosso, facendola rovinare a terra.

Lei cade e tu ci finisci sopra, il contatto con il suo corpo ti piace, è più morbido di come te lo eri sognato. Ti rialzi subito con aria imbarazzata, mentre le porgi la mano per aiutarla e raccogli alcuni frutti rotolati fuori.

«Fatta male?»

«No, no, tutto bene…»

Ha una voce sottile, quasi da bambina. Ti sembra più bassa di come pareva vedendola da lontano.

«Scusami, ero distratto, non volevo, mi dispiace…» le dici porgendole la borsa in cui hai infilato un kiwi che era sfuggito.

Lei sorride, scoprendo i denti bianchi. «Alla fine non ci siamo fatti nulla, conta questo.»

«Mi devo scusare, ti offro una cosa al bar, ti prego.»

Lei sembra nicchiare, guarda a terra, guarda l’orologio.

«Dai ce n’è proprio uno dietro l’angolo, prendiamo solo un caffè, due minuti!» e ti stampi in faccia il tuo miglior sorriso; se potessi faresti apparire un’aureola sopra la testa.

Lei accetta, incredibilmente, e le chiedi se puoi portarle almeno una borsa, precisando che no, non sei un ladro di spesa fatta alla Conad. Ride, si rilassa. È fatta.

Anche scambiarsi il numero è stato fin troppo facile. Quasi non ti diverti più. Quando ti ha detto che aspettava l’idraulico, ma che erano due giorni che non arrivava, proporsi di aiutarla – sono socio onorario di Leroy Merlin, sul serio – è stata la logica conseguenza.

Le hai promesso che l’avresti chiamata entro domani per concordare un orario per aggiustarle il sifone, ma hai fatto passare ben 48 ore prima di mandarle un messaggio a cui lei ha fatto seguire una telefonata.

«Ciao, non mi sono dimenticato, scusa… il lavoro… »

«Capisco.» fredda, più del necessario. La cosa ti piace.

«Che ne dici se vengo ora? Prendo gli attrezzi e arrivo!»

Lei si lascia sfuggire un “magari”, per poi darti l’indirizzo che non hai chiesto.

L’appartamento di fronte è proprio come lo avevi visto mesi fa. Ci sono ancora gli stessi mobili del Mercatone e la stessa parete color malva, spugnata malamente da qualche vecchio inquilino per risparmiare e mai ritinteggiata dal proprietario.

Ti aspetta in infradito e abito leggero, con una pinza tra i capelli che scopre la nuca. Porta gli occhiali, non glieli avevi mai visti, probabilmente li usa per leggere, o forse ha le lenti.

Ti trattieni dall’andare direttamente in bagno, aspetti che ti ci accompagni passando vicino alla camera e non resisti nel lanciare un’occhiata dentro. Noti il letto sfatto, le lenzuola scomposte e una coperta che tocca a terra. Non è così maniaca della pulizia come la tua prima moglie e nemmeno moderatamente ordinata come la ragazza che abitava qui. Il suo modo di tenere la casa ti piaceva: pulito ma non esasperato. Questa invece è più disordinata, ci sono ancora alcune valigie in un angolo, come se non avesse finito di fare il trasloco.

«Ecco, il sifone è questo, l’acqua non scarica bene.»

Tu traffichi nel tentativo di aggiustarlo, ma la presenza alle spalle ti crea un imbarazzo che non ti aspettavi. Di solito sei tu che lo provochi alle donne, intimorendole. Ti ricorda tua madre che controllava se facevi bene i compiti, se stavi composto a tavola, se tenevi in ordine i libri, per poi rimproverarti al primo sbaglio.

Dopo un’ora di lavoro finalmente riesci a risolvere il problema, le sarebbe costato un bel po’ aspettare l’idraulico e non perdi l’occasione per farglielo notare.

«Hai ragione, ti offro la cena per ricambiare? Cucino un sugo che fa resuscitare i morti.»

Accetti perché vuoi vederla in azione da vicino mentre riempie la pentola d’acqua e pesa la pasta.

Arriva con uno Chardonnay e ti fa accomodare su una sedia per poi sedersi a cavalcioni su di te, questo approccio non te lo aspettavi. Di solito sei tu che prendi l’iniziativa, che guidi il gioco. Ma il vino scivola in gola fresco e in fondo ti piace questa situazione nuova. Ti bacia il collo, mentre si struscia sul tuo sesso. Ti butta in faccia uno sguardo carico di promesse, quando ti fa alzare e ti accompagna in camera. Poi la stanza comincia a girare e il letto è così vicino, ti ritrovi fra le lenzuola sfatte senza accorgertene.

Riemergi dal torpore chiedendoti dove ti trovi. Hai delle manette ai polsi, e i piedi sono legati ai lati del letto. Il gioco non ti piace più, ti guardi intorno cercando la ragazza. È vicina allo stipite della porta e fuma una sigaretta.

«Ben svegliato.»

«Cosa mi hai fatto?»

«Alle domande stupide non rispondo.»

Si avvicina con la sigaretta tra le dita e uno sguardo pieno d’odio. La dolce ragazza sembra scomparsa per far posto a una donna di cui hai timore.

«Chi sei? Che vuoi da me?»

«Quante domande inutili che fai. Ti dico solo un nome: Samantha, ti dice niente?»

Sgrani gli occhi, non capisci. «È mia sorella, le hai fatto molto male, è entrata in terapia per colpa tua e alterna depressione a mitomania» Non sai che dire, vorresti urlare che non hai fatto niente, ma non è proprio vero. Sai di aver esagerato con lei, che era fragile, e che più di una volta hai spinto l’acceleratore su alcune situazioni limite.

«Bene, ora resterai qui a meditare su quello che hai fatto. Non ti preoccupare, ho affittato sotto falso nome questo appartamento per qualche mese, e ho già pagato in anticipo. Non ti verrà a disturbare proprio nessuno. Divertiti nel frattempo, io stacco la corrente, si fa così prima di andare in ferie.»

La ragazza prende l’ultima valigia rimasta nell’angolo, la sposta verso l’uscita della stanza e chiude le imposte da cui l’hai spiata tante volte, una ad una, lasciandoti al buio, dall’altro lato della finestra.

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(*) “La finestra di notte” è liberamente ispirato al racconto “Finestre di notte” di Jonathan Santlofer contenuto nella raccolta “Ombre” edito da Einaudi – per la collana “Stile libero big”.

 

 

Angela

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Angela con un occhio ti guardava in faccia e con l’altro l’orizzonte, in un misto di consapevolezza e malinconia.

Di uomini che avevano scavalcato il suo strabismo ne aveva avuti alcuni: chi le aveva squadrato il culo, che non era male; chi il portafoglio, discretamente fornito; chi aveva semplicemente spento la luce.

Non è facile trovare chi ti legga il cuore in questo mondo allattato a veline e facce di Barbie.

Camminava avvitata nel cappotto, con i pugni affondati nelle tasche profonde, buone per scontrini e centesimi di resto, ma non abbastanza per scaldare le mani senza guanti.

C’era un freddo pungente quella sera di dicembre e le vetrine provavano a colpi di lucette e lustrini a convincere che questo Natale sarebbe stato diverso: sentirete il calore, ci crederete veramente, comprate da noi! Comprate da noi, coraggio!

Ma la poca gente girava soffiando fumo come draghi mancati, quasi dei Grisù con sogni troppo grandi per loro, schiacciati dalla routine, spaventati dal volo.

Ci mise un minuto di più per arrivare alla fermata del 15 barrato e quello se n’era già andato via, eccolo che svoltava per via Panfilio, là in fondo. Un po’ come capita nella vita, quando perdi il treno delle occasioni quello mica torna indietro; al limite aspetti il prossimo, se ti va bene.

Decise quindi di proseguire a piedi, che ci vuole, dicono che bisogna fare movimento, e poi di stare ferma con questo freddo, non ne aveva la minima voglia.

Poi una vetrina più calda delle altre la chiamò, come Circe in mezzo al mare. E tanto ormai sarebbe arrivata tardi per prepararsi qualcosa di decente da mangiare, tanto valeva cenare fuori.

Strano però, non ricordava quel locale, che risultava intimo e caldo con i soffitti di legno e le luci soffuse. Notò subito l’uomo seduto al bancone. Probabilmente perché aveva un’aria navigata, impastata con un bel profilo e un cappello a tesa larga.

L’intesa ci fu subito, quasi che entrambi avessero fiutato la preda. Si ritrovarono così a parlare della vita, delle sue ingiustizie con i sogni troppo belli e di come invece fosse puttana con tutto il resto. Toglieva più che dare. E dopo un aperitivo, uno stuzzichino, un “Ne prendi un altro?”, “ Te lo offro io”, seguirono “Che bel sorriso hai” e “Quanto sei bella” detti dritti guardando l’occhio buono.

E cos’è l’amore se non trovare qualcuno che ti accetti per come sei? Che trovi deliziosi i tuoi occhi, anche quando uno guarda a destra e l’altro dritto. Una persona a cui piaccia la tua pancetta, non noti la cellulite, o si accomodi tra le rughe intorno agli occhi per starti più vicino.

Ecco. Forse è questo.

E non dirò che quello poi se ne fuggì con la borsetta e il cellulare, siamo a Natale dopotutto.

Inevitabilmente – [Racconto erotico]

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Il sesso con l’amore non c’entra un cazzo.

A dispetto di tutti gli Harmony che invadevano la biblioteca di mia madre, e di Maupassant, Puškin, l’ottocento russo, Fabio Volo e Cento Vetrine. Il sesso era una cosa a parte, di questo ne ero convinta.

Come nasce l’attrazione? Avrei tante risposte, ma la più veritiera credo sia: culo.

 

Lo imparai quel giorno, non diverso dagli altri: la sveglia alle sette, la nebbia fitta di novembre, il bus alle sette e venti, il libro aperto durante il tragitto, la colazione al bar vicino all’azienda prima di entrare.

Un giorno uguale a tanti altri, con un protagonista in più, e chissà forse era lì vicino a me anche il giorno prima, o la settimana prima, ma di lui nei miei ricordi, nemmeno l’ombra.

Una battuta fatta al cameriere, e mi giro a guardarlo con il caffè a metà strada tra il bancone e le mie labbra. Forse l’ho fatto per il suo tono di voce, o forse per la risata che ne era seguita, o per la sicurezza che emanava come di chi era sempre stato lì, a casa sua. Lo guardo e sorrido anche io, anche se non ho capito la questione, lo faccio per empatia con la sua sciarpa a scacchi grigia e nera, e la coppola di fustagno un po’ calata. Lo faccio per il suo orecchino da pirata e per la mano sinistra che teneva il giornale arrotolato, mentre l’altra poggiava la tazzina vuota.

Anche lui si gira verso di me, un sorriso accennato, io ricambio e tutto finisce lì.

Lui se ne va e me ne vado anche io dopo aver pagato il mio “caffè macchiato con latte caldo in tazza grande con spolverata di cacao, zucchero di canna” e occhi al cielo del barista come fa ogni volta dopo che ha sentito la mia ordinazione.

Poi tutto viene archiviato in un angolo del mio cervello mentre varco il cancello dell’azienda, arriva il cliente rompicoglioni, la bolletta dell’Enel sbagliata, le telefonate e gli appuntamenti da fissare e infine il momento di uscire, tornare verso casa, riprendere l’autobus, il mio libro, il breve tragitto dalla stazione verso casa, con la nebbia che torna, mica ci lascia orfani; e i lampioni che illuminano male, la via.

 

Così il giorno dopo eccomi al bar. Lui che arriva, saluta tutti, ordina il suo caffè mentre io sto già bevendo il mio. La verità è che in fondo lo aspettavo. O ci speravo, o non so cosa, insomma, è solo bello che sia qui. Una battuta al barista, uno sguardo a me, un sorriso in più, poi ognuno per la sua strada. Poi ancora lavoro, le telefonate, le rogne, le mail, il caffè alla macchinetta con le colleghe.

Infine si torna a casa con solo la tv accesa a farmi compagnia nell’appartamento vuoto. Masterchef su Sky, i whatsapp con le amiche, qualche bacio virtuale al collega che mi fa il filo ma a cui mai la darò, nemmeno fosse l’ultimo uomo sulla terra. Io che mi addormento sul divano con il plaid e la tv che trasmette televendite, fino a quando mi trascino tipo zombie a letto alle tre di notte aspettando infine la solita sveglia.

 

Il giorno dopo si riprende, e al bar, il proprietario, quando mi vede già prende la tazza più grande, prima di sentire l’ordinazione. Mando giù la mia colazione guardando la tv attaccata alla parete che passa un video dei Red Hot Chilli Peppers mentre la radio fa sentire tutt’altro, come spesso accade, chissà perché.

E mentre sto lì a fantasticare su Anthony Kiedis e a quanto sia figo con i suoi tatuaggi e pure i capelli unti, ecco il Pirata, come l’ho chiamato io, con l’orecchino con il brillante, il capello un po’ lungo, quasi fuori tempo massimo, vista l’età, sui trentacinque.

«Buongiorno, un caffè.»

Ordina e squaderna il giornale sul bancone mentre Max pressa la polvere sul gruppo di erogazione della macchina.

«Sai Max che hanno aperto un piccolo ristobar qui vicino? Ti farò le corna oggi a pranzo.»

«Tanto è mio cugino. Resta tutto in famiglia.» Ribatte il barista facendogli l’occhiolino.

«Dove?» mi intrometto nella conversazione, interessata perché di mangiare da sola in ufficio il mio yogurt e i crackers, oggi non ne ho voglia.

«Dopo il tabaccaio, qui sulla destra.»

«Vengo anche io!» butto lì scherzando, mica tanto dopotutto.

«Ma volentieri, ti offro il pranzo, dai» fa il Pirata e mi dà appuntamento per le dodici e un quarto proprio davanti al locale e se ne va.

Pago anche io, lasciando Max a pulire il bancone, con il mio appuntamento in tasca e un pensiero diverso in mente, aspettando l’ora di pranzo.

 

É un pensiero che mi accompagna tutta la mattina, presente ma discreto, quasi in disparte. E mica so se sono più felice di questo diversivo dalla solita routine, con quest’uomo che conosco appena, ma che mi ha fatto simpatia da subito, o se sia la prospettiva di mangiare qualcosa di diverso dal solito a farmi arrivare a mezzogiorno in fretta, prendere la mia borsa, salutare tutti e avviarmi al mio appuntamento.

 

Sul marciapiede si affianca il Pirata. «Ehi, siamo arrivati insieme.» dice come saluto.

«Ciao, eh sì.» E me lo guardo, e penso che è proprio bello. Di quella bellezza diversa dai giornali patinati, più vera nonostante non sia perfetto, ma ha quell’armonia che alla fine ho sempre apprezzato negli uomini. Un misto di sicurezza e ironia, e belle mani.

E d’un tratto mi butta dentro un portone e si incolla a me. Non sono nemmeno riuscita a urlare, tanto sono stupita, eppure non lo so se lo voglio fare, dopotutto. Ha gli occhi fissi sui miei, mentre io abbasso i miei a guardare la sua bocca.

 

Come nasce l’attrazione? Forse da questo profumo che sento.

O dai suoi occhi castani.

O dal sorriso beffardo.

O dal suo corpo appiccicato al mio.

 

Forse dovrei essere spaventata, eppure non lo sono, in fondo con una ginocchiata ben assestata e una piccola corsa potrei tornare sulla via principale, ma sono più che altro incuriosita da cosa voglia fare.

«Non hai nemmeno urlato.» Prova a scherzare lui.

«Dovevo?» gli rispondo guardandolo interrogativa, e un sorriso che vorrebbe dimostrare sicurezza.

«Solo se non ti fa piacere essere qui.» e allenta un po’ la pressione al mio corpo, e a me un po’ spiace, perché sentirmelo addosso era una bella sensazione.

E per tutta risposta taccio. No, non mi spiace essere qui, mi piace il peso che sento all’altezza del bacino, e sentire che non gli sono indifferente dentro i pantaloni.

«Chi tace acconsente.» e mi bacia, mentre io apro le labbra facendogli capire che sì, acconsento decisamente.

Ed è un bacio pieno di chimica. Difficile spiegarlo, ma non è solo un bacio: l’incontro della sua lingua con la mia e del suo sapore con il mio mi fa perdere la testa, e non capisco più chi sono, dove sono, perché. E ho solo voglia di baciarlo ancora, di assaggiarlo, di infilare la mia lingua ancora sulla sua bocca, di baciargli le labbra carnose, succhiarle, leccarle, e poi ritornare con la lingua sulla sua. E non è vero che non so praticamente nulla di lui. Ora so che le nostre lingue stanno tanto bene insieme.

Poi sposta la mano e la insinua sotto la gonna, trova le mutandine e ci infila un dito dentro.

«Vai subito al sodo.» dico staccandomi dal bacio, già affannata, ma cercando di agevolare i suoi movimenti allargando le gambe.

E poi si sposta lasciandomi libera, mi prende le spalle e mi fa girare, e ho la fronte verso il muro un po’ scrostato di quest’androne che ci fa da rifugio improvvisato, mi prende le braccia e le porta sopra la mia testa, tenendomi ferma con una mano mentre con l’altra cerca di slacciarsi i pantaloni e riportando poi il suo peso sul mio corpo.

 

Mi alza la gonna scoprendo le natiche, abbassa le mutande e mi penetra, così, senza protezioni e senza pensarci un attimo, trovandomi già pronta, bagnata per lui.

Il pensiero di “che cazzo sto facendo, manco so come si chiama” mi attraversa appena un secondo, per poi abbandonarmi subito annientata dai colpi, che abbattono le mie resistenze, deboli in effetti, come un piccone un muro.

E vengo in fretta, senza nessun preliminare, parola dolce, sguardo languido, come l’animale che in fondo sono, siamo. Eccitazione e basta, che mi ha preso alla testa e tra le gambe, come una droga.

Inevitabile.

E quando sente che ho avuto il mio orgasmo e che il mio respiro si fa più lento si stacca e si mena veloce, sborrando sul pavé dell’androne.

Poi ci guardiamo, quasi a scusarci per quella situazione, ma io gli sorrido chiedendomi se penserà che in fondo non sia solo una troia senza pudore.

Ma alla fine non ha importanza.

Così mi ricompongo, aspetto che anche lui si pulisca con un fazzolettino, raccolgo la mia borsa che era finita a terra, e dico: «Allora, andiamo a mangiare?»