All’inferno e ritorno [Racconto erotico]

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Fa caldo all’Inferno.

La vampa mi investe all’improvviso, quando apro la porta. Gesù, ma che mi aspettavo? Inferno: un nome, una garanzia, no?

Prendo il mio asciugamano e lo sistemo sul marmo, poi mi ci siedo sopra, le spalle un po’ curve, i capelli che cadono sul viso, le braccia tra le gambe, il respiro un po’ in affanno. Chiudo gli occhi, cerco di estraniarmi dal mondo, concentrarmi su me stessa. Sentire il corpo che risponde al calore, come se si volesse liberare di tutto ciò che di negativo c’è dentro di me, ed è veramente tanto in questo periodo. Li apro all’improvviso dopo pochi minuti: una risata e una folata di aria più fresca annuncia una coppia che entra, sono nudi e si tengono la mano scherzando come solo chi si ama sa fare, prendendosi in giro e ridendo. Si fermano quando mi vedono. Lei è bellissima, con i capelli corti neri che le mettono in risalto i lineamenti, oppure è il suo sorriso a renderla così: prende tutta la stanza, illuminandola, rendendo meno intenso il calore. Lui è un tipo né bello, né brutto, che brilla di luce riflessa, ma ha bei capelli mossi e lunghi da pirata dei Caraibi che tiene legati in un chignon. Forse si aspettavano di essere soli nel bagno turco.

Il fatto che i due siano senza costume non mi imbarazza, forse lo farebbe il contrario, ma lei mi si avvicina guardandomi schifata e perdendo quel fascino che mi aveva colpito: «Qui solo nudi, non hai letto cartello fuori?» Dice con un accento duro da donna teutonica, pur non avendone i tratti caratteristici, e io forse non ne avevo riconosciuta la provenienza per il fatto che non indossa vestiti abbinati male e scarpe ortopediche. Ah, i cliché, che rifugio sicuro per i pensieri banali.

Riesco a dire un no imbarazzato, più per essere stata sorpresa a violare una regola che non conoscevo che al fatto di dovermi veramente spogliare davanti a loro.

Mi si siedono davanti e già per i due non esisto più. Decido perciò di lasciarli soli; li saluto con un arrivederci buttato tra il vapore, ma non se ne accorgono nemmeno, tanto sono presi a parlottare fitto e a ridere, lei con le gambe sulle ginocchia di lui, il braccio che gli circonda le spalle, mentre l’uomo le cinge la schiena. Tengono le mani libere intrecciate, come immagino vorrebbero fare i loro corpi se non ci fossi io a fare da terzo incomodo. Per un attimo mi attraversa il pensiero assurdo che avermi avvisato che la regola è l’abito adamitico sia stato un invito velato a partecipare alle loro coccole, ma visto il chiaro accento tedesco propendo di più per il semplice rispetto delle regole.

Prendo la porta e me torno ad esplorare la Spa: è la prima volta che vengo, ho deciso di mandare tutto al diavolo per oggi dopo l’ennesima notte passata in bianco: mi sono presa alcune ore libere e lasciato la mia catasta di pratiche da sbrigare a decantare sulla scrivania.

Ventiquattrore di ritardo non farà la differenza, il mondo andrà avanti lo stesso, o almeno così spero.

Qui le varie zone sono state chiamate inferno, purgatorio e paradiso, forse Dante avrebbe trovato qualcosa da ridire, ma lo penso più ironico di quanto in realtà non lo si creda comunemente. É uno stabilimento di lusso in mezzo al traffico cittadino, con poche decine di euro e un pomeriggio libero si fugge da tutto, dimenticando la realtà, almeno per un po’.

Visto il giorno infrasettimanale le terme sono praticamente vuote, ci sono un paio di anziani nei pressi della piscina più bassa intenti a leggere il giornale squadernato davanti, sorseggiando tisane e muovendosi poi con passi corti, ma veloci, verso i bagni per l’effetto dei diuretici e un paio di signore sui cinquanta a mollo nell’idromassaggio che spettegolano su nuore incapaci e nipoti fenomenali, che: “pensa oggi Giacomino ha fatto la pipì da solo, un genio”.

La struttura è veramente grande, con più di un bagno turco, mi dirigo perciò in quello vicino. In effetti c’è un cartello appeso a lato della porta, non lo avevo proprio notato e indica di togliersi il costume prima di entrare, per motivi igienici sottolinea. Perciò mi adeguo, infilo il mio due pezzi in una tasca dell’accappatoio, ma quando apro la porta e vengo investita dal vapore mi accorgo che all’interno c’è già un uomo.

Esito un attimo, poi mi faccio coraggio ed entro.

Ci sono momenti che ti cambiano per sempre, sono istanti, flash improvvisi, decisioni che non pensavi di prendere, mai. Eppure ecco che varchi la soglia, rendi ciò che credevi impossibile, vero. Ma raramente ci accorgiamo che stiamo vivendo proprio questi snodi nella nostra vita. Quando si sceglie di conoscere qualcuno, quando si risponde a un sorriso con un altro sorriso, quando si decide di andare avanti invece di tornare sui propri passi.

Saluto appena, mi siedo e cerco di estraniarmi da tutto chiudendo gli occhi, riportando il centro dell’attenzione sui miei pensieri. Eppure c’è qualcosa che mi disturba. Apro gli occhi e vedo quelli dell’uomo fissi su di me. Io abbasso lo sguardo, forse più per istinto di protezione che per timidezza. Poi li risollevo e scopro che lui non si è spostato di un millimetro.

Mi sento più nuda di come sono veramente, ma accenno un sorriso per stemperare la tensione che sento e mi prendo del tempo per guardarlo anch’io, a mia volta.

Vuoi giocare? Giochiamo.

Perciò ritorno a mettergli gli occhi in faccia. Restiamo così alcuni minuti con il caldo che ci fa sudare e rende la nostra pelle lucida. Lui è totalmente depilato, una cosa che non ho mai apprezzato negli uomini, eppure seguo le goccioline che ha sul petto e mi immagino di leccargliele via, una ad una, coscienziosamente, un lavoro certosino, da gatta che liscia il pelo e poi fa le fusa, con la lingua che si sposta sulla pelle, sentendo il sapore del vapore misto al suo, apprezzando la consistenza dei suoi muscoli.

Lui si alza e annulla la distanza tra noi; io mi rendo conto che potrebbe diventare tutto reale. Invece afferra la doccia che pende alla mia destra e bagna il sedile di marmo su cui siedo, l’acqua fresca scorre dandomi sollievo alle natiche, poi sposta l’erogatore sulla schiena e io lancio un urlo. Il getto sulla pelle è freddissimo e non me lo aspettavo. Mi metto a ridere come una scema e ride anche lui mentre rimane dov’è, di fronte a me. Metto una mano sui suoi fianchi, lui l’appoggia sulla mia spalla e si abbassa.

E il mondo è tutto in questi pochi centimetri che ci dividono dal bacio. Tutto qui, in questo momento sospeso, come un nuotatore prima del salto dallo scoglio più alto. L’attimo prima di salire sul predellino del treno, prima del fischio e del semaforo verde. Un mondo racchiuso tra l’incrocio degli sguardi, le labbra socchiuse, la lingua pronta a lottare per perdere.

Perché alla fine un bacio è sempre un tragitto sconosciuto in cui ci si perde, un viaggio senza ritorno, di cui si conosce il punto di partenza, ma raramente si intuisce l’arrivo. E vengo immersa in pensieri vischiosi di corpi allacciati, sospiri, morsi, carezze, spinte, graffi, grida, orgasmi, con la mappa persa durante la strada e rare foto a ricordo.

E in questo momento non esistiamo che noi e le nostre labbra, il caldo umido della bocca, a volte i denti che si toccano, piccoli ding, i concorrenti all’angolo, per riprendere nuovamente le misure. Il sapore dell’uno e dell’altra che si mescola per crearne uno nuovo, unico, irripetibile: nostro.

Poi il piacere diventa più pastoso quando mi si siede vicino e mi mette una mano tra le gambe, trovandomi umida per il calore intorno e per l’eccitazione che mi crea la sua vicinanza, con dita abili accarezza le pareti interne del mio sesso. Sento montare l’orgasmo, inaspettatamente veloce, come già sazio dell’eccitazione degli sguardi e dei baci, come se non aspettasse altro. Vengo tra le sue dita, sfinita dal calore che ci avvolge.

Lui non sembra eccitato, e la cosa un po’ mi spiace, forse non mi trova abbastanza attraente, forse i baci gli lasciano un’altra sensazione, che non condividiamo. Eppure non se ne va, mi prende la mano e mi porta fuori verso le docce, ne apre una e mi butta praticamente sotto il getto forte, mi manca il fiato all’improvviso per lo choc tra il calore del bagno turco e la doccia fredda.

E siamo ancora più nudi, con tutte le cicatrici addosso e i perché rimasti inspiegati. Nudi sotto quest’acqua che ci toglie il respiro e si porta via tutto, valanga improvvisa, sembra voler scavare all’interno per restituirci un’immagine nuova di noi che in fondo non ci conosciamo, se non per questi pochi attimi.

E se il bacio te lo lascio su queste spalle lo riprenderai stanotte o lo butterai a lavare con la biancheria sporca? E se ti bacio qui, su questa tempia dove passano i pensieri ne farò parte anche io, dopo? E sarà importante saperlo? No. Siamo qui e ora, a dividerci i centimetri di pelle a cui stare attaccati, ad afferrarci le spalle come a volersi sostenere su questo momento. Guardandoci negli occhi e ridere con essi oltre che con la bocca.

Poi ci rivestiamo e ci spostiamo nell’idromassaggio, la sala enorme è tutta per noi, le sessantenni pettegole devono essere migrate altrove. Ci sono un paio di vasche in un tripudio di mosaici nei toni del mare, illuminate da faretti strategici che esaltano lo scintillio delle piccole onde che increspano la superficie dell’acqua. Entriamo e facciamo partire l’impianto, le bolle sono piccoli baci sulla pelle, schioccano veloci, solleticandola piacevolmente. Mi metto a cavalcioni su di lui, gli scosto il costume e gli prendo il cazzo, ora sì eccitato. Mi piace guardare la mano che sale e scende, scorre verso il basso lasciando scoperta la punta, poi la mano risale. Sono letteralmente ipnotizzata dal suo sesso che cresce nella mano, dalle carezze che riesco a dare. Non so resistere dal guardarlo e in realtà vorrei avere cento occhi per poter guardare i suoi e contemporaneamente sotto il pelo dell’acqua, poi il suo petto che si alza e abbassa, la vena sul collo che pulsa, gli schizzi che bagnano il suo viso. Cento occhi per non perdermi nessun momento, per bermi tutto, ingorda di emozioni. Infine, come una bimba che ha aperto il regalo di natale, guardo lo sperma che piano si espande tra i flutti.

Lo vedi questo sorriso? Lo abbino a questi occhi che hanno deciso di non chiudersi, di non abbassarsi, di guardarti in faccia. Lo vedi? Te lo dedico, perché sono stata bene e non serviva altro.

Non so se ci rivedremo e d’altronde come potremmo che non sappiamo niente uno dell’altra? Lo vorrei veramente? Il mio corpo risponde per me: sì. La mia testa non l’ascolto più, già partita verso mille recriminazioni, paure, paranoie. Ma ho vissuto il momento e tanto mi basta, del futuro ho deciso di non preoccuparmi più e poi non so il suo nome, non l’ho chiesto, come lui non ha chiesto il mio. Abbiamo parlato tanto, ma incredibilmente non ci siamo scambiati il numero quando ci siamo salutati.

Quando torno nello spogliatoio mentre cerco le chiavi dell’armadietto nella tasca dell’accappatoio trovo un bigliettino. É il secondo in ventiquattrore.
Quest’ultimo è scritto su un foglietto di block-notes a quadretti ripiegato in quattro, un nome: Stefano e un numero di cellulare. Deve averlo messo quando ci siamo fermati al bar del centro termale a prendere da bere.
Sorridendo infilo il pezzetto di carta nel portafoglio e di riflesso prendo l’altro che invece avevo trovato stanotte: un piccolo cartoncino sottile caduto dal libro a cui mi ero aggrappata nel pieno dell’insonnia. Durante la svendita di una libreria in centro avevo comprato un classico tascabile che non avevo mai letto pur conoscendone la storia; d’altronde chi non conosce Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde?  Pensavo mi avrebbe conciliato il sonno e invece mi sbagliavo di grosso. Risultò avvincente tanto che lo chiudevo soddisfatta ben tre ore dopo, ma giunta all’ultima pagina un foglietto giallino mi era caduto sul petto.
L’inimmaginabile è immaginabile – W. Szymborska, c’era una scritta sopra. Grazie al cazzo” avevo pensato, trovando la frase stucchevole al punto giusto.

Eppure non era stata questa la spinta a lasciare oggi il lavoro al suo destino e a prendermi una giornata per me? Non avevo pensato che ogni cosa potesse essere “stupore” bastava volerlo, assecondarlo, rendere ciò che crediamo impossibile, possibile? Lo accartoccio con la mano e lo lascio sul fondo dell’armadietto in cui avevo riposto la borsa e i vestiti. Non mi serve più, ho imparato la lezione.

Prendo il cellulare, rubrico il numero e mando un messaggio che non vedo l’ora venga letto.

 

Epilogo .

C’è questo sole di metà marzo che invade la tua cucina e poi ci sei tu che mi dici siediti qua, ho già preparato.

E se come stai, hai fatto buon viaggio, me lo hai già detto, non so che altro potremmo aggiungere al sorriso che ci lanciamo contro, arma impropria, per sedurci più di quanto sia possibile.

Mi guardi, quindi, e sorridi.

E io sto seduta in questa luce che promette estate, prima ancora di darci la primavera.

Ti guardo, allora, ma con gli occhi ti faccio domande a cui stai aspettando di rispondere, per non rovinare la sorpresa.

Poi fai la magia ed estrai dal cilindro il piatto del pranzo.
Una cosa semplice, mi dici, e per me che non ha mai cucinato nessuno sembra invece un regalo inaspettato.

Poi versi vino, perché mi vuoi già ubriacare, penso, più ancora di così, più ancora del viaggio e della luce e del mare che si vede dalla finestra.

Entra un vento fresco e le tende bianche si scompigliano creando una curiosa danza. Io so già che berrò vino, mangerò questa pasta con le vongole direttamente dalla tua forchetta e mi stenderò nuda su questo tavolo guardando il mare lontano e i tuoi occhi qui vicino, mentre scoperemo, mentre ci scopriremo.

 

 

 

 

Il triangolo no, non lo avevo considerato (cit.) – [Racconto erotico]

Come nel più classico filmetto di serie B quel giorno rientravo a casa prima dal pomeriggio con le amiche.
A Beba era scoppiato un gran mal di testa per una serie di notti insonni passate ad allattare e Lucia aveva perso completamente  la voglia di restare da quando suo marito le aveva scritto che la piccolina non aveva mangiato la frutta a merenda, facendo i capricci.

Da quando erano diventate madri il tempo che dedicavano a loro stesse era drasticamente diminuito e chi le era intorno, consapevole o no, faceva di tutto per farglielo pesare.

Fu così che mi ritrovai a girare la chiave di casa con ben due ore di anticipo.

Se con me ci fosse stata una telecamera avrebbe ripreso prima la mia faccia bloccata in un fermo immagine di incredulità e poi la scia di vestiti che dalla porta di ingresso si dipanava verso la camera da letto. Una gonna, un fagotto azzurro che identificai con una prima occhiata in un maglioncino, e la giacca di mio marito.

Non sono scema, sapevo già cosa avrei potuto trovare sul mio letto. Eppure quella giacca a terra mi fece montare una rabbia più della cruda realtà di sapere lo scontato copione che prevedeva mio marito a letto con un’altra.
Quell’indumento abbandonato in fretta rappresentava tutta la passione che avevamo perduto, da quanto tempo non ci saltavano addosso buttando i vestiti ovunque?

Tuttavia mi diressi verso la camera raccogliendolo, l’istinto di non lasciarlo sgualcito sul pavimento aveva avuto il sopravvento su tutto, persino sulla gelosia; e se fossi stata più lucida, avrei capito che anche questa era una risposta alla mia domanda.

Ma quando mi affacciai alla porta il sangue fece il giro ancora più forte.

Erano abbracciati l’uno all’altra come molte volte lo eravamo stati noi dopo aver goduto. Silvia stava con gli occhi chiusi assaporando il momento; lui, come un ometto qualunque, controllava il cellulare.

Cosa avrei dovuto fare? Farmi vedere e urlare tutta la mia rabbia o buttare la giacca a terra e andarmene?

In quel momento mi arrivò una notifica sull’I-Phone. Il suono fece balzare a sedere mio marito incredulo, mentre la mia amica Silvia aprì gli occhi.
“Ti ho appena scritto” riuscì a dirmi lui, con una frase assolutamente fuori luogo, come se avesse pensato che il messaggio mi avesse materializzata lì, all’istante.

Forse, da brava veneta, avrei dovuto sgranare tutti i santi del calendario da santa Maria madre a san Silvestro. O forse avrei dovuto picchiarli.
Non feci nessuna delle due cose, ma appoggiai la giacca sulla sedia che mi stava a fianco e che Gianni usava per mettere i suoi vestiti alla sera e togliermi le Converse senza abbassarmi, schiacciandone il tallone come fossi un’adolescente stanca. Poi fu la volta dei jeans, della felpa e del reggiseno.
Restai in mutande e fantasmini a guardarli.

Dire che mio marito era incredulo è usare un eufemismo. E se possibile, Silvia lo era ancora di più.

Poi mi avvicinai al lato del letto dove stava Gianni e mi sedetti lì vicino. Senza dire nulla cominciai ad accarezzargli il pene come facevo quando io avevo voglia e lui no, prendendoglielo ancora morbido in bocca e giocando con la lingua.

Mi piace sentirlo crescere, rendermi conto con la lingua della consistenza che via via si fa più soda per merito mio, dei baci, della labbra che sùggono, della lingua che si insinua tra la corona e il prepuzio.

Questa volta lo feci guardandolo dritto negli occhi come per volergli chiedere: “chi ti fa godere di più, io o lei?”.

E quando non mancò la sua reazione, lo scavalcai inginocchiandomi sul letto dando volutamente le spalle a Silvia, come per escluderla, in un gesto carico di gelosia. Perchè lui era mio marito, e lei, per me, in quel momento non esisteva.

Ma lei si mise alle mie spalle, mi tolse l’intimo e mi penetrò con due dita, forse tre, creando una catena di piacere che lo ammetto, non aveva mai trovato posto nella mia fantasia.

Fino ad allora.

Fu naturale quello che successe dopo e fu come se il piacere rimettesse tutto al suo posto. Tre persone che davano e ricevevano, eravamo solo questo. Nessuna “altra”, “marito” o “moglie”. Solo Silvia, Gianni ed Elena.

Quando tutto fu finito, tra sospiri, spinte, mani, sudore, capelli negli occhi, orgasmi, ritornammo sì noi, ma investiti di una nuova esperienza che in qualche modo ci univa.

E quando accompagnai alla porta Silvia, salutandola con un bacio sulla guancia le sussurrai all’orecchio: “Tesoro mio, ci vediamo domani, al solito motel”.

I compiti delle vacanze natalizie – [Racconto erotico]

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«Professore?»

Busso piano alla porta socchiusa dell’ufficio, cercando di non dare l’aria di chi vuole imporsi troppo con gesti scortesi, ma nemmeno di passare per la sbarbatella timida che ha soggezione delle autorità.

Lui alza lo sguardo dal “Sole” squadernato davanti e mi fissa infastidito tra lo spiraglio della porta, in fondo lo sto disturbando nella sua ora di pausa.

«Ferreri, mi dica.»

Io entro guadagnando la stanza, i libri raccolti sottobraccio, la borsa con il resto a tracolla.

«Senta, le vorrei parlare dell’ultima ricerca che mi ha dato da fare per gennaio.»

Toglie gli occhiali da lettura e si stropiccia la faccia stirando i lineamenti, in un gesto carico di stanchezza.

«E cosa mi deve dire?» Guarienti è uno vecchio stampo; nonostante l’età, nemmeno quarant’anni, si rivolge a noi studenti dell’ultimo anno sempre con il “lei”, vista la maggiore età ci dice. Porta maglioni di lana fatti a mano, e basette troppo lunghe su un viso curato, con una corta barba in ordine, lontana dalla moda hipster del momento che vuole più peli in faccia che sul corpo, che chissà “c’avrà i toporagni nascosti dentro, quello lì”.

«I tempi Prof. Non ce la faccio a consegnare la ricerca di cinquanta pagine in due settimane.» dico d’un fiato. Ma appena smetto di parlare sbatte con forza la mano sulla scrivania, facendo oscillare pericolosamente l’acqua nel bicchiere accanto.

«Ferreri, lei non è nuova a queste richieste. Non le sembra di esagerare? Pure la volta scorsa mi ha chiesto una proroga!»

Poi abbassa lo sguardo forse pentito dell’irruenza, sposta gli occhiali richiudendoli, prende il giornale e lo piega con cura.

Io che me ne sto seduta a pizzo sulla sedia ho la tentazione di alzarmi e andarmene, lasciare perdere e dire “Mi scusi, mi scusi, vedrò di fare del mio meglio”. E invece me ne resto a fissare il giornale. Non posso veramente fare tutto quel lavoro in così poco tempo, devo fare qualcosa, convincerlo.

E se fosse vero quel che si dice? Qui in istituto le chiacchiere sono la linfa vitale, c’è sempre chi sa tutto di tutti e si diverte a ricamare storie e malignità.

Su Guarienti si dicono tante cose, che sia fissato con l’ordine, che l’otto lo dia con il lanternino, e che abbia una sua piccola debolezza.

Ed è a questa che mi aggrappo.

«E se mi scontasse delle pagine in cambio di…»

«Di cosa Ferreri?» Mi guarda di traverso, quasi in allarme.

«Suvvia, Prof., me lo dica lei cosa potrei fare.» Ormai sono lanciata, ma con la rete.

Mi alzo appoggiando i libri sulla scrivania e i gomiti lì vicino assumendo una posizione che gli amici non avrebbero remore a definire a novanta gradi, andandogli di conseguenza ad una trentina di centimetri dal viso.

Gli allargo un sorriso e con gli occhi indico il “Sole”.

«Perché non usa questo per farlo, eh?»

Abbassa anche lui lo sguardo e forse medita se scoprirsi o meno. Sottintendo senza dire, aspetto le sue mosse. Ma ha un’espressione indecifrabile, non saprei se sia sorpreso o meno. E tutto potrebbe finire qui, potrei dire che intendevo che userò il giornale economico come spunto per le mie ricerche e seppure in lontananza si sentano le unghie sugli specchi potrei ancora andarmene, quasi senza vergogna.

Ma lui si alza deciso e aggira la scrivania andando verso la porta, chiudendola con una mandata.

«Bene Giulia. Cosa dici, facciamo dieci sculacciate una pagina?»

Mi scappa una risata, di quelle che aprono i polmoni perché sento di avere la situazione in pugno.

«No, ma che scherza? Almeno un colpo cinque pagine!»

E mentre sono ancora a novanta gradi, con un grande sorriso sulla faccia che dice ho vinto, perché qualsiasi cosa è meglio che sgobbare sui libri sotto le feste di Natale, mi dice: «Ti dovrai mettere sulle mie ginocchia, però. Senza jeans ovviamente.»

Quando hai deciso di giocare lo si deve fare senza esitazioni, o avrai perso in partenza.

«Ovviamente, replico anche io.»

“Ovviamente un cazzo, ma d’altronde cosa mi aspettavo, un buffetto sul culo e via?”

Lui si rilassa, noto che abbassa le spalle, ora abbiamo il nostro patto, anche se non abbiamo concordato le regole fino in fondo.

Si risiede sulla sedia presidenziale a gambe larghe, in attesa.

«Dunque Giulia, dieci sculacciate una pagina in meno da scrivere, ma lo farò con le mani, il giornale non lo voglio spiegazzare. Tu sai perché alcune docenti mi chiamano “le Professeur?”»

«No», ammetto, anche se ho sentito la Donizzetti chiamarlo così ridacchiando con la Valente.

«Perché fa rima con “Fesseur”.»

Mi prende in castagna, il francese non lo conosco molto bene, avrò quattro in pagella questo quadrimestre, spero.

«E cosa significa?»

«Chi sculaccia, ovviamente.» E mi rigira davanti alla faccia le mani, ora mostrandomi i palmi, ora il dorso coperto dal reticolo delle vene, e mi rendo conto che le ha molto belle, ma anche molto grandi, e questo fa vacillare un po’ la mia decisione.

«E ti assicuro che lo faccio bene.»

Non ho dubbi vorrei rispondergli, ma tengo la battuta per me. E’ un gioco, anzi no, un’opportunità.

Queste cinquanta pagine sono troppe e io ho già la settimana bianca prenotata con i miei amici, col cazzo che passerò le mie vacanze a scrivere cose noiose.

«Bene, appoggiati pure Giulia.»

È già la seconda volta che mi chiama per nome, e se la prima volta mi era sembrata una confidenza, questa volta mi fa sentire nuda.

“Che cazzo dai! Saranno solo un po’ di manate sulle chiappe, che vuoi che sia? “

Come me le racconto io le cose, nessuno mai. Non ho mai provato ad essere sculacciata, escludendo quando avevo cinque anni e rispondevo male a mia madre un giorno sì e l’altro pure. Certo, ho ricevuto qualche schiaffo da Matteo durante il sesso, ma questa è un’altra cosa. Decisamente.

“Insomma Giulia, basta smenartela si va in scena.”

Slaccio le Converse ma tengo i calzini di spugna e sfilo i jeans, faticando un po’ a toglierli visto che sono aderenti. Resto in mutande a guardarlo.

«Non toglierle quelle, le abbasso io. Vieni qui.»

«Prima voglio definire gli accordi, non mi vanno bene dieci sculacciate una pagina. Facciamo cinque?»

«Sembra che le regole, qui, le detti io.»

«Si sbaglia, è lei che muore dalla voglia di farlo, lo vedo sa? Io semplicemente non voglio studiare sotto Natale.»

«Sei pure maleducata. Vieni qui subito.»

Tutto è meglio che studiare, quindi mi abbasso appoggiandomi sulle sue ginocchia, sento il suo profumo più vicino, e il suo maglione sa di tabacco e di antitarme. La stoffa dei jeans sulle cosce risulta ruvida, ma familiare.

La situazione è veramente strana, ma chi non risica non rosica.

Guarienti sembra che si stia prendendo del tempo per guardarmi. Poi mi prende per la vita e mi sposta ribilanciando il mio peso sulle sue gambe, e io so già che non potrò più scappare, la presa è energica.

Massaggia deciso come per spalmarmi della crema, e a me ricorda un dottore che prepara la parte da operare. Poi la sculacciata.

Forte, come non me l’aspettavo.

Sussulto e lo sento dire: – Meno uno, Ferreri, tenga il conto. E’ ripassato al lei, al distacco, mentre sento bruciare la natica.

Poi parte la raffica di colpi, e io mi dimeno, dimenticando l’unica cosa che avrei dovuto veramente fare: contare. Il dolore mi invade, vivo, quasi rosso acceso sotto le palpebre chiuse a ogni colpo e intanto sento un peso che cresce tra le gambe.

Rimassaggia dandomi il resoconto, siamo a meno dieci. Così pochi colpi finora? Eppure, sì, il dolore che al primo schiaffo era vivido ora si è come anestetizzato, forte sì, ma un attimo appena e poi si espande trovando la pelle già marchiata più sensibile che acutizza le sensazioni.

Poi abbassa le mutande e io istintivamente mi divincolo.

E riparte con i colpi, alterna i glutei, non batte sempre sullo stesso punto, a volte più in alto vicino alla cintura a volte a poca distanza dall’attaccatura della gamba.

«È di un bel rosso amaranto» e mentre me lo dice sento infiammarsi pure le guance. «Meno trenta, Ferreri. Si goda questo momento.»

Massaggia ancora proprio nel momento in cui sono al limite. E lo sembra sapere esattamente, quando urlerei “Basta basta, vaffanculo tu e la tua ricerca!

Poi sferra un ultimo colpo e mi mette una mano tra le gambe.

«Ehi!»

Ed è invasione che mi scopre bagnata, come non avrei immaginato d’essere.

Sembra che io non aspettassi altro che questa incursione dentro di me. La cosa mi stupisce, non avevo mai assocciato il fatto di sculacciare qualcuno come innesco per il sesso.

Il piacere liquido si espande, regalandomi sensazioni nuove, e se lui tocca me fisicamente, i miei sensi vengono come scoperti e rivoltati, rinnovati per un orgasmo intenso che nasce da un posto nuovo del mio essere. Non saprei dire se migliore o peggiore, messo a fuoco, ecco, un cambio di lenti che mi regala un’esperienza nuova.

Scivola fra le mie pieghe, mentre cerco con il bacino di sentirlo più in fondo, poi esce e ritorna con due dita, forse tre, in cerca di nuovi punti da toccare. Io mi abbandono e lascio che il piacere fluisca, come fossi uno strumento che ha trovato una musica nuova da suonare.

Quando la marea dell’orgasmo è passata, esce e mi appoggia una mano sul culo. Fa male dove ha colpito. Ma è un dolore dolce che non so veramente spiegare.

«Domani voglio vedere i lividi.» Mi dice abbandonando la presa attorno alla vita «Presentati qui alla stessa ora.»

Io cerco di rimettermi in piedi e le gambe un po’ cedono.

Riesco solo a dire «Va bene, prof.»

Si alza anche lui e noto il rigonfiamento nei pantaloni. È indiscutibilmente eccitato.

«Rivestiti, direi che la ricerca è andata bene, ci penserò io ai tuoi crediti, ma aspettati interrogazione a gennaio.»

E mentre mi allaccio le scarpe con il culo che brucia sotto lo sfregamento dei jeans dico: «Oh beh,  al limite ci rivediamo dopo la Befana e ne riparliamo!»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Inevitabilmente – [Racconto erotico]

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Il sesso con l’amore non c’entra un cazzo.

A dispetto di tutti gli Harmony che invadevano la biblioteca di mia madre, e di Maupassant, Puškin, l’ottocento russo, Fabio Volo e Cento Vetrine. Il sesso era una cosa a parte, di questo ne ero convinta.

Come nasce l’attrazione? Avrei tante risposte, ma la più veritiera credo sia: culo.

 

Lo imparai quel giorno, non diverso dagli altri: la sveglia alle sette, la nebbia fitta di novembre, il bus alle sette e venti, il libro aperto durante il tragitto, la colazione al bar vicino all’azienda prima di entrare.

Un giorno uguale a tanti altri, con un protagonista in più, e chissà forse era lì vicino a me anche il giorno prima, o la settimana prima, ma di lui nei miei ricordi, nemmeno l’ombra.

Una battuta fatta al cameriere, e mi giro a guardarlo con il caffè a metà strada tra il bancone e le mie labbra. Forse l’ho fatto per il suo tono di voce, o forse per la risata che ne era seguita, o per la sicurezza che emanava come di chi era sempre stato lì, a casa sua. Lo guardo e sorrido anche io, anche se non ho capito la questione, lo faccio per empatia con la sua sciarpa a scacchi grigia e nera, e la coppola di fustagno un po’ calata. Lo faccio per il suo orecchino da pirata e per la mano sinistra che teneva il giornale arrotolato, mentre l’altra poggiava la tazzina vuota.

Anche lui si gira verso di me, un sorriso accennato, io ricambio e tutto finisce lì.

Lui se ne va e me ne vado anche io dopo aver pagato il mio “caffè macchiato con latte caldo in tazza grande con spolverata di cacao, zucchero di canna” e occhi al cielo del barista come fa ogni volta dopo che ha sentito la mia ordinazione.

Poi tutto viene archiviato in un angolo del mio cervello mentre varco il cancello dell’azienda, arriva il cliente rompicoglioni, la bolletta dell’Enel sbagliata, le telefonate e gli appuntamenti da fissare e infine il momento di uscire, tornare verso casa, riprendere l’autobus, il mio libro, il breve tragitto dalla stazione verso casa, con la nebbia che torna, mica ci lascia orfani; e i lampioni che illuminano male, la via.

 

Così il giorno dopo eccomi al bar. Lui che arriva, saluta tutti, ordina il suo caffè mentre io sto già bevendo il mio. La verità è che in fondo lo aspettavo. O ci speravo, o non so cosa, insomma, è solo bello che sia qui. Una battuta al barista, uno sguardo a me, un sorriso in più, poi ognuno per la sua strada. Poi ancora lavoro, le telefonate, le rogne, le mail, il caffè alla macchinetta con le colleghe.

Infine si torna a casa con solo la tv accesa a farmi compagnia nell’appartamento vuoto. Masterchef su Sky, i whatsapp con le amiche, qualche bacio virtuale al collega che mi fa il filo ma a cui mai la darò, nemmeno fosse l’ultimo uomo sulla terra. Io che mi addormento sul divano con il plaid e la tv che trasmette televendite, fino a quando mi trascino tipo zombie a letto alle tre di notte aspettando infine la solita sveglia.

 

Il giorno dopo si riprende, e al bar, il proprietario, quando mi vede già prende la tazza più grande, prima di sentire l’ordinazione. Mando giù la mia colazione guardando la tv attaccata alla parete che passa un video dei Red Hot Chilli Peppers mentre la radio fa sentire tutt’altro, come spesso accade, chissà perché.

E mentre sto lì a fantasticare su Anthony Kiedis e a quanto sia figo con i suoi tatuaggi e pure i capelli unti, ecco il Pirata, come l’ho chiamato io, con l’orecchino con il brillante, il capello un po’ lungo, quasi fuori tempo massimo, vista l’età, sui trentacinque.

«Buongiorno, un caffè.»

Ordina e squaderna il giornale sul bancone mentre Max pressa la polvere sul gruppo di erogazione della macchina.

«Sai Max che hanno aperto un piccolo ristobar qui vicino? Ti farò le corna oggi a pranzo.»

«Tanto è mio cugino. Resta tutto in famiglia.» Ribatte il barista facendogli l’occhiolino.

«Dove?» mi intrometto nella conversazione, interessata perché di mangiare da sola in ufficio il mio yogurt e i crackers, oggi non ne ho voglia.

«Dopo il tabaccaio, qui sulla destra.»

«Vengo anche io!» butto lì scherzando, mica tanto dopotutto.

«Ma volentieri, ti offro il pranzo, dai» fa il Pirata e mi dà appuntamento per le dodici e un quarto proprio davanti al locale e se ne va.

Pago anche io, lasciando Max a pulire il bancone, con il mio appuntamento in tasca e un pensiero diverso in mente, aspettando l’ora di pranzo.

 

É un pensiero che mi accompagna tutta la mattina, presente ma discreto, quasi in disparte. E mica so se sono più felice di questo diversivo dalla solita routine, con quest’uomo che conosco appena, ma che mi ha fatto simpatia da subito, o se sia la prospettiva di mangiare qualcosa di diverso dal solito a farmi arrivare a mezzogiorno in fretta, prendere la mia borsa, salutare tutti e avviarmi al mio appuntamento.

 

Sul marciapiede si affianca il Pirata. «Ehi, siamo arrivati insieme.» dice come saluto.

«Ciao, eh sì.» E me lo guardo, e penso che è proprio bello. Di quella bellezza diversa dai giornali patinati, più vera nonostante non sia perfetto, ma ha quell’armonia che alla fine ho sempre apprezzato negli uomini. Un misto di sicurezza e ironia, e belle mani.

E d’un tratto mi butta dentro un portone e si incolla a me. Non sono nemmeno riuscita a urlare, tanto sono stupita, eppure non lo so se lo voglio fare, dopotutto. Ha gli occhi fissi sui miei, mentre io abbasso i miei a guardare la sua bocca.

 

Come nasce l’attrazione? Forse da questo profumo che sento.

O dai suoi occhi castani.

O dal sorriso beffardo.

O dal suo corpo appiccicato al mio.

 

Forse dovrei essere spaventata, eppure non lo sono, in fondo con una ginocchiata ben assestata e una piccola corsa potrei tornare sulla via principale, ma sono più che altro incuriosita da cosa voglia fare.

«Non hai nemmeno urlato.» Prova a scherzare lui.

«Dovevo?» gli rispondo guardandolo interrogativa, e un sorriso che vorrebbe dimostrare sicurezza.

«Solo se non ti fa piacere essere qui.» e allenta un po’ la pressione al mio corpo, e a me un po’ spiace, perché sentirmelo addosso era una bella sensazione.

E per tutta risposta taccio. No, non mi spiace essere qui, mi piace il peso che sento all’altezza del bacino, e sentire che non gli sono indifferente dentro i pantaloni.

«Chi tace acconsente.» e mi bacia, mentre io apro le labbra facendogli capire che sì, acconsento decisamente.

Ed è un bacio pieno di chimica. Difficile spiegarlo, ma non è solo un bacio: l’incontro della sua lingua con la mia e del suo sapore con il mio mi fa perdere la testa, e non capisco più chi sono, dove sono, perché. E ho solo voglia di baciarlo ancora, di assaggiarlo, di infilare la mia lingua ancora sulla sua bocca, di baciargli le labbra carnose, succhiarle, leccarle, e poi ritornare con la lingua sulla sua. E non è vero che non so praticamente nulla di lui. Ora so che le nostre lingue stanno tanto bene insieme.

Poi sposta la mano e la insinua sotto la gonna, trova le mutandine e ci infila un dito dentro.

«Vai subito al sodo.» dico staccandomi dal bacio, già affannata, ma cercando di agevolare i suoi movimenti allargando le gambe.

E poi si sposta lasciandomi libera, mi prende le spalle e mi fa girare, e ho la fronte verso il muro un po’ scrostato di quest’androne che ci fa da rifugio improvvisato, mi prende le braccia e le porta sopra la mia testa, tenendomi ferma con una mano mentre con l’altra cerca di slacciarsi i pantaloni e riportando poi il suo peso sul mio corpo.

 

Mi alza la gonna scoprendo le natiche, abbassa le mutande e mi penetra, così, senza protezioni e senza pensarci un attimo, trovandomi già pronta, bagnata per lui.

Il pensiero di “che cazzo sto facendo, manco so come si chiama” mi attraversa appena un secondo, per poi abbandonarmi subito annientata dai colpi, che abbattono le mie resistenze, deboli in effetti, come un piccone un muro.

E vengo in fretta, senza nessun preliminare, parola dolce, sguardo languido, come l’animale che in fondo sono, siamo. Eccitazione e basta, che mi ha preso alla testa e tra le gambe, come una droga.

Inevitabile.

E quando sente che ho avuto il mio orgasmo e che il mio respiro si fa più lento si stacca e si mena veloce, sborrando sul pavé dell’androne.

Poi ci guardiamo, quasi a scusarci per quella situazione, ma io gli sorrido chiedendomi se penserà che in fondo non sia solo una troia senza pudore.

Ma alla fine non ha importanza.

Così mi ricompongo, aspetto che anche lui si pulisca con un fazzolettino, raccolgo la mia borsa che era finita a terra, e dico: «Allora, andiamo a mangiare?»