IN TANDEM

Prima una, dopo l’altra. 

Una pompa con decisione, per spingere oltre, l’altra segue, a ruota.

Su e giù, su e giù. 

I muscoli sono tesi, la mascella contratta per la fatica, le gambe si piegano evidenziando il gluteo, gli occhi chiusi inseguono il momento.

Le guardi estasiato, trovi bellezza nei loro gesti, delicati ma decisi, dritte a raggiungere la meta.

Poi arriva la salita, si accelerano i movimenti, si sente lo spasmo dello sforzo e sembra che insieme si dicano: “spingi oltre, spingi ancora.”

Si inseguono in sincrono, in un giro di sangue più forte: vai ancora veloce, rinomina Dio che ti venga a trovare in questo momento.

Poi viene il traguardo, lampo di luce, con il sudore che imperla la fronte.

Allarghi anche tu il sorriso, finalmente siete giunti, ognuno ha afferrato il proprio obiettivo, felice. 

Le due donne mollano entrambe la presa, abbandonando lo strumento al suo destino, ora vogliono solo godere della tua soddisfazione.

E tu le guardi felice, come un allenatore che ha portato la sua squadra alla vittoria.

Perché nulla è meglio di un pompino in tandem!

#microracconti

#microeros

Sì, Chef. [Micronoir]

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Ti sgozzai. Ricordo solo questo. Presi il coltello, quello lungo che affilavo con amore per la gastronomia, e ti tagliai la gola.

Taglio netto, la lama Kyocera non perdona cipolle e porri, imparai che funziona anche con la carotide.

Mi stupì il fiotto di sangue: dopotutto non me lo aspettavo. Abituata alla carne più tenera per i miei piatti trovai fastidioso tutto quell’imbrattamento.

Cadesti a terra con sguardo assente, la vita ti aveva già abbandonato e ora il tuo corpo ingombrava la mia cucina di Chef.

Misi l’acqua a bollire e presi gli aromi.

In fondo di domenica è sempre stata tradizione fare il brodo.

Eros

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Eros era un uomo con spalle larghe da nuotatore e occhi chiari, difficili da guardare senza abbassare lo sguardo.

Poi la descrizione da romanzo finiva lì; portava la frangia alta, come amava dire, parlando dei suoi pochi capelli e aveva la pancetta coltivata alzando birre in ripetizioni da otto e serie da tre, al venerdì, con gli amici.

Il sorriso era la parte migliore, di quelli con aperti pure gli occhi e i denti bianchi stesi al sole.

Nascondeva insicurezze dietro silenzi improvvisi, per non mostrarsi vulnerabile al mondo.

E fu nelle rughe sotto gli occhi che trovai posto. Come fossero un’amaca stesa tra il prugno e l’albicocco del giardino.

Restai lì per molto, anche quando non avrei più dovuto. Ma in fondo non disturbavo poi tanto, chiedevo solo una carezza al mattino, quando staccava con i polpastrelli i sogni notturni, e una la sera, prima di immergermi nei suoi tanti sogni.