Restlessness

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“Tu hai mai pensato alla morte?”
Federico era davanti alla finestra, la giacca con le frange anni ’70 addosso e l’aria da figlio dei fiori che sembrava aver capito tutto del mondo. Guardava fuori, con i palmi puntati sul parapetto, i gomiti in alto, pronto a saltare.
Lo guardavo, io, con gli occhi a palla increduli dal discorso proprio in quel momento, la mano sulla guancia per sostenermi il viso, stesa sul suo letto. In mente avevo solo l’urgenza di tornare a baciarlo. Chi mai può pensare alla morte quando si ha tanta vita da vivere? Quando poco prima imparavo la geografia del suo corpo? Quando si hanno sedici anni e un groviglio da sciogliere sullo stomaco?

“Sì, certo.” Detto tra gli incisivi e le labbra strette. Una bugia per fargli credere che avevo capito, per farmi credere che eravamo simili e invece condividevamo gli occhi verdi, ma non l’inquietudine di vivere.

“Volevo gettarmi dalla finestra.”
Era uno che sapeva far male con l’assenza delle parole e la curva delle labbra.

“Non avresti la certezza di rimanere secco.” Uso ancora adesso il cinismo come arma di difesa.

“No, vero.” Me lo disse duro, senza inflessione nelle parole. Si era staccato dalla finestra per venirmi vicino, mentre io cominciavo già a perdermi tra i suoi dettagli. L’iride con lampi gialli, il riflesso chiaro di alcuni ricci, il naso piccolo quasi femminile, mentre i nodi all’altezza dell’inguine chiedevano di essere sciolti, dipanati sotto le sue mani, ammorbiditi dalle labbra.

Voleva da me risposte che non avrei mai potuto dargli, o forse iniziative che non sentivo, ferma allo stop della mia timidezza. Si era avvicinato senza tuttavia incontrare il mio sguardo.
“È tardi.” Mi disse, da chilometri.

“È tardi.” Risposi piano, sicura che in fondo la mia risposta non gli interessava.

Mi alzai e presi il giubbotto.
Anche a sedici anni si capisce quando si è di troppo.