Il diavolo e l’acqua santa [Racconto lungo]

matrimonio-in-chiesa

 

«Scappiamo?»

Lo sussurro piano a mio padre, che è visibilmente emozionato mentre mi prende sottobraccio e percorriamo la navata principale sulle note della marcia nuziale di Mendelssohn.

Dalla sua espressione so già che ha fatto mente locale su dove ha parcheggiato l’auto, nel caso non stessi scherzando, nonostante il mio sorriso e l’occhiolino. Mi auguro mentalmente di avergli fatto sparire un po’ la tensione che l’ha accompagnato tutta la mattina e chissà se ci sono riuscita veramente: portare la propria figlia all’altare non è mica cosa di tutti i giorni.

L’organo dà il meglio di sé, si sente la musica vibrare nelle canne, partire dal coro e raggiungere le absidiole e le absidi, far tremare le vetrate colorate di giallo aureola e azzurro vergine, accarezzare ogni statua di santo, madonna, angelo con le ali aperte e occhi al cielo e arrivare su di noi, che lenti, (cammina piano mi raccomando), ci avviamo verso l’altare.

Io mi sento radiosa, come non lo sono mai stata, e sicura di me. Sicura di fare la cosa giusta, per tutto il resto della mia vita. La notte passata insonne a pensare è già lontana, sfumata tra l’entusiasmo dei parenti e gli stuzzichini offerti al piccolo rinfresco fatto a casa.

E tutto è così come lo avevo immaginato, i fiori lungo il percorso, gli occhi lucidi delle zie “che mica ti sposi davvero” e le amiche, quelle di sempre, a farmi da testimoni, tacco alto e vestito sobrio: siamo in chiesa dopotutto.

Lui è lì, davanti all’altare, gli occhi che dicono “ti aspettavo”. Ha le fedi in tasca, come mi ha scritto su WhatsApp questa mattina: “Fedi nel taschino, ce la possiamo fare!” Mentre io, che tasche non ne ho, vestita come sono di bianco tulle, i miei dubbi li ho lasciati sugli scalini della chiesa e, ancorata al mio bouquet, mi avvio verso chi sarà il mio compagno finché morte non ci separi.

Don Andrea mi accoglie con il sorriso, lo stesso che aveva il giorno prima, quando ci siamo incontrati in sagrestia per definire gli ultimi dettagli della cerimonia; lo stesso che aveva quando l’ho baciato per l’ultima volta. Abbiamo convenuto una volta in più che in fondo fosse giusto così; lui non se la sentiva di rischiare tutto per me, per una cosa che avrebbe irrimediabilmente cambiato la nostra vita, e io, a essere sinceri, nemmeno.

«Sono contento per te, Gianni è un bravo ragazzo, sarai felice.»

Me lo ha detto guardando il grande crocefisso che torreggiava sulla stanza. Io ho taciuto, trovando particolarmente interessante la palladiana ancora perfettamente conservata in quel vecchio palazzo ottocentesco che sorgeva vicino alla chiesa e che da sempre era usato come alloggio per i sacerdoti.

Aveva ragione: Gianni era un BOT trentennale, testa sulle spalle, lavoro sicuro, casa di proprietà, famiglia benestante, astemio e salutista.

Semplicemente, stavamo bene insieme: mai una vera lite, mai uno screzio, il sesso era un piacevole accessorio tra noi, ma non indispensabile. Potevamo stare anche un mese senza sfiorarci, senza che questo ci preoccupasse particolarmente. Il nostro rapporto era basato su altro. Su valori ben più importanti, mi dicevo. Lui curava le mie inquietudini facendo il muro di gomma, ovvero: aspettando che mi passassero; io dal canto mio gli davo la sicurezza di avere trovato una ragazza con il futuro già delineato.

La vera passione l’avevo scoperta mio malgrado due anni dopo il nostro primo bacio. Ma non con lui.

Ho sempre fatto volontariato e all’epoca gestivo il Grest estivo facendo divertire i bambini dai sei ai dodici anni. Insegnavo loro a piegare gli origami e a dipingere lavoretti con le tempere e, grazie a quell’esperienza, imparai molte più cose che non alle scuole magistrali.

Da quando la ginecologa mi aveva detto che non sarei mai potuta rimanere incinta visto il grave malfunzionamento delle mie ovaie avevo deciso di seguire veramente il mio “che farai da grande” diventando maestra. Pur lavorando nell’asilo privato del mio paese, riversavo tutto il mio tempo libero nel volontariato con i bambini: mi rendevano felice. Fu per questo che cominciai a frequentare la parrocchia, anche se la fede era semplicemente troppo per me.

Il mattino in cui Don Mario, il mio vecchio parroco, entrò nel piccolo bagno di servizio del Patronato e mi disse che si sarebbe ritirato in pensione, io ero intenta a organizzare la festa finale del centro estivo. Ci sarebbe stata come sempre la guerra con i gavettoni e stavo riempiendo palloncini, come non ci fosse un domani, per riporli poi in grosse bacinelle bianco latte, pronte a essere svuotate dai ragazzini. Il mio “Via!” avrebbe annunciato l’inizio della battaglia con l’acqua, sotto un cocente sole di luglio che scaldava come una sauna l’umida campagna Trevigiana.

Degnai appena di un commento il vecchio Don, buttando lì solo un: “Peccato!” per poi tornare al mio rubinetto aperto cercando di fare più in fretta possibile. Il tempo stava passando inesorabile e da lì a meno di un’ora, sarebbe cominciato il delirio.

Capii in ritardo che aveva anche aggiunto: «E questo è Don Andrea, che mi sostituirà.» Quando alzai gli occhi da un palloncino verde mela appena riempito, incrociandone un paio di un verde più scuro, mi sentii avvampare. Non l’avevo sentito avvicinarsi, e mi ritrovai a pensare “Dio, com’è figo” vergognandomi un po’. Perché se io avevo da poco compiuto venticinque anni, e lui non era certo tanto più vecchio di me, era comunque il mio nuovo parroco.

Mi superava di appena dieci centimetri e portava una semplice maglia bianca e jeans slavati, come usavano fare i nuovi preti: non più giacca e collarino, o peggio la tonaca nera che usava Don Mario, ma vestiti alla moda. Per essere gente come noi, in mezzo a noi. O così mi avevano spiegato.

«Piacere» mi disse il sacerdote, aggiungendo un «Ti aiuto» mentre prendeva dalle mie mani la bomba d’acqua e la chiudeva velocemente con un piccolo nodo. Stabilimmo in quel minuscolo bagno del Patronato le basi della nostra amicizia.

Fu un feeling immediato, tangibile. Nell’ora che seguì, mentre ridevamo come i due ragazzi che in fondo eravamo, mi ritrovai più volte a sfiorare la sua mano bagnata mentre gli passavo i palloncini pieni d’acqua. Mi diedi dell’imbecille perché mi sembrava che quando avveniva, il contatto durasse più del necessario. Non finivamo più di ridere, giocare e parlare, schizzandoci di acqua l’un l’altro.

«Tamara, sei pronta?»

Si affacciò alla porta Giulia, una mia giovane collega, informandomi che i ragazzini stavano arrivando, eccitatissimi, armati fino ai denti di pistole ad acqua di tutte le misure e pronti a far man bassa di gavettoni.

In effetti si cominciava a sentire il vociare provenire dal cortile e le grida di festa.

Don Andrea mi lasciò agli ultimi preparativi per occuparsi dell’accoglienza e per tenere un piccolo discorso di presentazione di sé e della festa finale.

Era veramente un comunicatore. Riuscii a sentire solo le sue ultime parole, visto che nel frattempo continuavo a portare l’occorrente per la battaglia di gavettoni nel campo sportivo della parrocchia, ma vidi già tutti conquistati da quell’uragano di buonumore. Sentii addirittura due o tre ragazzine più grandi commentare tra loro con un “finalmente un prete bono”. Ero d’accordo pure io, e mi limitai ad abbozzare un sorriso, ma quando lui mi vide tra la folla e mi fece l’occhiolino, o così mi sembrò, diventai nuovamente rossa.

Me lo ritrovai vicino nel campo sportivo, tra le grida e l’entusiasmo dei bambini. Avevo già diviso quei piccoli trafficanti di armi ad acqua in squadre: la gialla, la rossa e la verde.

Euforici li vidi scalpitare all’idea di avere una giornata costellata da cinquecento palloncini a disposizione, la staffetta e il colpirsi a vicenda.

Quando sbandierai il fazzoletto rosso per dare il via, fui subito bersaglio dei ragazzini, naturalmente. Non vedevano l’ora di avere la rivincita sulla direttrice che per trenta giorni li aveva comandati a bacchetta; in poco tempo ero già fradicia, con la maglietta rossa appiccicata al corpo. Così nella confusione generale, a pochi passi da Don Andrea, mi divertii a sfidarlo gettandogli un’occhiata maliziosa e, impugnando un gavettone, gridai: «Don, è la tua fine!»

Mi rispose con un mezzo sorriso e un: «Non ci provare.»

Ma lanciai ugualmente, prendendolo in pieno petto, e scappai verso la porta da calcio opposta, che Carl Lewis mi faceva un baffo. Lui mi corse dietro, la maglietta bianca bagnatissima aderente come fosse una seconda pelle, e gridò: «Piccola impertinente, me la pagherai!»

Fummo il pezzo forte della giornata, i ragazzi cominciarono a fare il tifo, chi per me, la direttrice che conoscevano da sempre, chi per il nuovo e affascinante Don. Sentivo le loro grida di incitamento mentre correvo e ridevo; mi sembrava di essere tornata bambina, quando nello stesso prato partecipavo a quella festa e guardavo i ragazzi più grandi con ammirazione.

Poi lui mi raggiunse e caddi rovinosamente a terra, trascinandomelo dietro.

«Ti ho preso» mi sussurrò all’orecchio, mentre sentivo tutto il suo peso sulla mia schiena. Non mi dispiaceva affatto sentirmelo addosso, avvertire il contatto dei nostri vestiti bagnati e il suo fiato corto sul collo.

Fummo raggiunti presto da un gruppo di bambini urlanti e festosi e lui si alzò ridendo e commentando a voce alta: «Tamara è una schiappa!»

Mi alzai pure io, le ginocchia piene di terriccio e fili d’erba, le Converse piene di terriccio e  bagnate, la maglietta macchiata di verde e marrone. Ansimavo, con il ricordo ancora presente del suo respiro vicino al mio lobo. Lo cercai con gli occhi, ma lui per nulla turbato se ne andò osannato dai bambini che gli saltavano al collo felici. Cercai di ricompormi, pulendo i vestiti da terra ed erba, mentre era il pensiero di lui quello che avrei veramente voluto scacciare dalla testa.

Ci ritrovammo nuovamente vicini alla cena, quella sera stessa. Il parroco per ringraziare i volontari organizzava sempre una festa nella vicina pizzeria “da Gino” e offriva il gelato. Di più ovviamente non poteva fare.

La serata fu solo la conferma che tra noi c’era una grande intesa.

Parlammo e ridemmo durante tutta la cena, scambiandoci battute su libri, film, e persino religione. Lo assalii per tutta la sera con le mie obiezioni razionali verso un qualcosa che di razionale non aveva nulla. Continuava a dirmi: «Tamara è inutile mettere in discussione tutto. La fede è come l’amore tra due persone: o c’è o non c’è.» Mi ritrovai a pensare a Gianni, a casa a guardare la partita, e mi chiesi se era amore il nostro o piacevole abitudine.

Finito di mangiare e dopo aver salutato tutti, lo aiutai a portare nella vicina sagrestia il microfono e le casse usate durante la cena. Va bene, lo ammetto, avevo bevuto più del necessario e forse pure lui, e camminavamo nel giardino all’italiana della vecchia villa dove alloggiavano i sacerdoti, ridendo e punzecchiandoci, illuminati solo dalla luna e, a tratti, pure dal lampione in strada, quando si ricordava di accendersi naturalmente, per poi spegnersi appena facevamo due passi. Fu per questo, e per il vino di cui avevo abusato, che non vidi la testa di una statua che ingombrava il vialetto. Inciampai, ruzzolando rovinosamente tra il ghiaino. Fortunatamente salvai le casse tenendole saldamente in mano, ma mi sbucciai le ginocchia, che avevo scoperte visto il mio corto abito estivo, e il gomito destro. Lanciai un urlo più di sorpresa che di dolore e mi vergognai che fosse già la seconda volta che cadevo quel giorno e sempre in sua presenza.

Andrea mi aiutò ad alzarmi e proprio mentre si mise a controllare dove mi ero fatta male, l’impianto di irrigazione del giardino si mise in funzione, comandato dal computer inserito chissà dove. Ci sorprese una pioggia fredda e inaspettata e, superato lo sbigottimento iniziale, corremmo verso la vecchia villa.

Entrammo di corsa, ridendo e in affanno, tenendo in mano l’attrezzatura e cercando di fare in fretta per infradiciarci il meno possibile.

«Oggi è giornata bagnata» mi disse quando fummo dentro il grande ingresso.

«Giornata fortunata» chiosai io, togliendomi goccioline dal viso, con il fiato corto, mentre poggiavo le casse acustiche lungo la parete del salone d’ingresso. «Infatti sono caduta solo due volte…»

Don Andrea mi prese la mano e con un «Vieni con me, guardiamo le tue ginocchia» mi trascinò letteralmente verso la cucina che a quell’ora tarda era vuota: il vecchio parroco era già a letto e la signora che andava ogni giorno a preparare loro il pranzo e la cena era già uscita.

Cominciò ad armeggiare dentro un armadietto in cerca di qualcosa, mentre mi aveva fatto sedere sopra il tavolo della cucina. «Mettiti qui che sei più in alto e posso o-pe-rar-ti!» disse scandendo le ultime sillabe con un tono solenne che non ammetteva repliche per poi ridere divertito. Mi si avvicinò con il cotone in una mano e l’alcol nell’altra.

«Non vorrai usare quello» dissi indicando il flacone. «Brucia!»

«Non fare la bambina» mi ammonì «ci soffieremo sopra. Dobbiamo disinfettare, guarda come ti sei conciata le ginocchia.»

Aveva ragione, la pelle era sbucciata in più punti e i sassolini più piccoli si erano attaccati alla carne ed erano impiastricciati di sangue, terra e acqua.

Cominciò a strofinare il cotone sulle ferite, abbassato sulle mie gambe, mentre io sentivo dolore e bruciore.

«Brucia sul serio» mi lamentai.

«Bacino sulla bua» mi disse e stampò le labbra vicino al ginocchio. Io lo guardai incredula.

Restammo sospesi e ci fissammo imbarazzati e poi anche io dissi piano: «Bacino sulla bua» e mi chinai sulla sua bella bocca.

Rispose al bacio aprendo le labbra e toccandomi la lingua con la sua: riversammo tutta la nostra intesa in quel contatto. Per me fu scarica elettrica, energia che attraversa il corpo per insinuarsi tra le gambe. Alla ricerca della mia intimità all’erta, sveglia, pronta, desiderosa di avere di più.

Si alzò del tutto e mi cinse la schiena.

Il fatto che io ero fidanzatissima e lui era il mio “Don” non mi sfiorò minimamente.

Io ero Tamara con la pelle abbronzata e un tatuaggio a forma di farfalla sul piede destro. Una ragazza che ama l’architettura, l’arte e insegnare ai bambini.

Lui era Andrea e aveva gli occhi chiari e le spalle larghe. Un ragazzo gentile e allegro che ama i film comici e adora Verdone.

Un ragazzo e una ragazza. Un uomo e una donna.

Solo questo: sentivo che eravamo solo questo.

E sentivo il bisogno di avere con lui un contatto più intimo, di affondare le mie mani nei suoi capelli e di toccargli il viso, perfettamente liscio, e di baciare ancora e ancora le sue labbra.

Poi ci prese la frenesia. Gli tolsi con foga la maglietta: volevo sentire l’odore della sua pelle e toccarla, palpeggiarla. Feci scorrere le mie mani sul suo corpo mentre alzava il mio vestito estivo ancora umido dalla doccia inaspettata di pochi minuti prima. Mi scoprì il ventre e prese a baciarmi la pancia indugiando sull’ombelico. Uno spasmo partì da lì verso il lago che avevo già tra le gambe. Sentivo le mie mutandine bianche bagnatissime e le immaginavo ormai trasparenti a mostrare il corto pelo nero celato alla vista. Non pensavo certo di mostrarle a qualcuno quella sera e avevo abbandonato i pizzi neri che usavo per stuzzicare il mio fidanzato per una comoda culotte senza cuciture e un reggiseno sportivo, anch’esso in tinta.

Lui armeggiò con la cintura e io allargai le gambe facendolo entrare nello spazio tra esse, per averlo più vicino. Scostò la stoffa bianca che tradiva tutta la mia eccitazione e entrò in me con le dita, facilmente. Cominciai ad ansimare, a smaniare per avere di più, per sentirlo dentro, possederlo, e volevo che lui possedesse me. Perciò cercai di abbassargli i boxer. Con l’altra mano però mi fermò, mi guardò negli occhi per un lungo momento quasi volesse ripensarci, poi si rituffò sulle mie labbra, dandomi l’impressione di essere un assetato bisognoso di bere da chissà quanto tempo.

E scopammo così sul tavolo della sagrestia, mescolando i nostri umori sotto lo sguardo vigile di nostro Signore in croce e di alcuni santi avvinghiati alle pareti.

Con foga, a volerci mangiare vivi, ci strappammo morsi, ansimi e mezzi sospiri, sentendo montare il desiderio, a volte con gli occhi chiusi, a coccolarcelo ognuno per sé, a volte con gli occhi aperti, per passarcelo con lo sguardo.

E mentre entrava e usciva da me, ero fradicia, bagnata di desiderio, incapace di pensare in maniera lucida. Assalita dai suoi colpi, e infine affondata. Incrociai le mie gambe dietro alla sua schiena, affondai le unghie nelle scapole e i denti nella spalla quando lo sentii venire. Volevo lasciargli traccia di me, come lui stava lasciando traccia di sé tra le mie gambe.

Ritornai in me, dopo il viaggio dell’orgasmo, e staccai le braccia dal suo corpo. Lui teneva gli occhi bassi, cercando di ricomporsi,

«Tamara…» cominciò.

Io lo fermai. Non c’era nulla da dire, nulla da giustificare. Non potevo nemmeno affermare che fosse successo per caso. In fondo non lo avevo desiderato appena lo avevo visto? Non era forse stato così anche per lui? Non avevo riso trovandolo affascinante e sperando, in fondo, che anche lui trovasse attraente me?

Mi guardò con orrore e confusione. «No, io non volevo. È stato tutto uno sbaglio.»

Fui delusa da quelle parole. Non pensavo certo a chissà che futuro tra noi, ma almeno avrei voluto sentirmi dire che sì, c’era attrazione, e che era stata forte.

«Se è stato uno sbaglio, vorrei sbagliare così più spesso.»

Scesi dal tavolo e senza dire niente altro me ne andai.

Non ci rivedemmo più per circa sei mesi. Lui non mi cercò e io feci altrettanto; d’altronde non andavo a messa regolarmente e neanche sotto tortura sarei andata apposta per vederlo. Mi aveva fatto capire che per lui era stato un errore. Per me era stata una scelta consapevole, non ha mai senso rinnegare le cose che in fondo si è fatto di tutto per fare avvenire.

Fino a quando arrivò Natale.

Il paese era addobbato a festa, con mille luci colorate poste a ponte tra i palazzi del centro in maniera tale che formassero una piacevole galleria luminosa. Musica d’atmosfera natalizia in ogni negozio, vetrine a tema con palline, stelle, agrifoglio e perfino un babbo natale con tanto di campanella, stile Fifth Avenue di New York, che stazionava sulla porta di un elegante negozio d’abbigliamento del corso, per aprire le porte alle signore impellicciate e augurare loro “buon anno, buone feste, grazie di essere venute a trovarci.”

Fu proprio in quel negozio che mia madre mi disse che avrebbe avuto bisogno del mio aiuto il mercoledì successivo. Il nuovo parroco, Don Andrea, passava personalmente a far visita a tutte le famiglie della parrocchia per benedire la casa e farsi conoscere, perché non poteva certo aspettare Pasqua e lasciar passare una festa così importante senza aver conosciuto gran parte della gente del paese. Io sentendo il suo nome, mi irrigidii. Avevo pensato spesso a lui in quei sei mesi: sentivo una evidente differenza tra il sesso che avevo fatto con lui e quello che facevo sporadicamente con Gianni. “È stata la novità” mi ammonivo “sarebbe stato così con chiunque, la semplice novità e pure il brivido della trasgressione”. Però nei momenti in cui pensavo al mio fidanzato come al mio compagno per la vita, mi dicevo che tra noi non ci sarebbero mai dovuti essere segreti e che, se ci fossimo sposati, sarebbe stato un peso troppo grande e che avrei dovuto dirglielo. Forse lo avrei anche fatto se Gianni si fosse mostrato più attento a me e ai rapporti fisici. Ma continuava a dirmi che il “sesso è una cosa talmente personale, da non dover essere contestata”. Certo. Solo che io e lui ne facevamo poco, in fretta, con rare effusioni e rari preliminari, con poca foga, come a dover solo timbrare il cartellino: questo mese è stato fatto, click, segnato. E quindi non mi sembrava così grave. Era stata una scopata, intensa e particolarmente appagante, ma solo quello. Nulla di più. E come tale non andava confessata: perché mettere a repentaglio un rapporto solido come il nostro solo per sgravarmi la coscienza?

E così mentre investivo ben cento euro in un vestitino pieno di paillettes per capodanno, mia madre mi diceva che avrei dovuto ricevere io Don Andrea, perché non voleva spostare l’appuntamento proprio al parroco “ma no, non si fa, lui ormai si è organizzato e arriviamo noi a rompergli le scatole?” ché lei doveva andare assolutamente da zia Antonia “dai, te l’ho detto ieri che è caduta dalle scale, la devo aiutare”. Va bene mamma… va bene, lo riceverò io.

Il mercoledì successivo ero decisamente agitata. Cercai di vestirmi in maniera sobria, con jeans scuri, scarpe basse, e un maglioncino nero. Anonima. Poi per un attimo mi vidi come nei cartoni animati con l’angioletto sulla spalla destra e il diavoletto sulla sinistra. Una piccola Tamara con l’aureola diceva: “ora lo accogli, gli offri il tè e fai la signora, fai finta di nulla.” L’altra piccola Tamara con le corna e la codina invece ribatteva: “vai a cambiarti e mettiti quel bel vestitino luccicante che hai appena comprato, il tacco alto, truccati da diva e stendilo!”

Seguii i consigli del mio angioletto, scacciando il diavoletto dalla spalla, e finii di sistemarmi. Mi truccai appena, mettendo solo il rimmel e la matita nera nella rima inferiore dell’occhio.

Suonò il campanello e mi precipitai alla porta. Il tremore alle mani tradiva la mia agitazione.

Misi la mia maschera allegra e probabilmente anche una faccia di tolla, aprii e, sorriso a trentadue denti inserito di default, dissi: «Ciao, benvenuto!»

Andrea mi guardò sorpreso, poi guardò nuovamente il nome sul campanello per accertarsi di non essersi sbagliato. Gli tolsi io ogni dubbio: «Mia madre usa il cognome da nubile, è stata insegnante per tutta la vita presso la scuola elementare qui in paese, tutti la conoscono così.»

«Capisco, certo, non lo sapevo. Sono solo rimasto sorpreso.»

Mi chiesi se sarebbe venuto a benedire anche il mio miniappartamento da single o se avrebbe mandato qualche collega, pur di non incontrarmi.

Facemmo quello che era previsto dal copione. Due chiacchiere, tutto bene, il lavoro, la salute, le mezze stagioni che non ci sono più, la neve che ha paralizzato il centro, la crisi economica, ti offro il tè, due biscotti, il latte nel tè. Come il latte nel tè? E quando non riuscii a rimanere seria per la sua richiesta di latte da versare nell’acqua calda e cominciammo a ridere entrambi, la tensione era già alle nostre spalle, abbandonata, sciolta, come la neve caduta due giorni prima e poi diventata pappetta sotto il sole.

Ci ritrovammo ancora complici, e volò via un’ora senza che ce ne accorgessimo. Fu solo perché gli arrivò un messaggio, che controllando il cellulare, si accorse di quanto fosse tardi.

«Devo scappare, sul serio» mi disse a malincuore.

«Capisco, figurati» ma non riuscii a tradire la mia delusione.

E prima che raccogliesse la sua borsa ci dicemmo insieme: «La benedizione!»

Scoppiammo a ridere nuovamente. Avevamo parlato tanto che ci eravamo dimenticati il vero motivo per cui eravamo lì.

Lui prese così un piccolo aspersorio e cominciò a ripetere le frasi di rito: «Benedici Signore questa casa e chi vi abita, nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito Santo.»

Mosse l’aspersorio verso di me tracciando una croce nell’aria e alcune gocce mi investirono in pieno viso, come lacrime.

Andrea se ne accorse e si avvicinò, quindi con la mano mi diede una carezza per togliermi quelle piccole gocce. «Hai nuovamente le guance bagnate, come il luglio scorso» mi disse.

Ci guardammo come sospesi e poi lui avvicinò il suo volto al mio, e nuovamente sentii il suo sapore tra le labbra. Un sapore che non avevo mai dimenticato e cercato invano nella labbra del mio fidanzato.

«Cosa stai facendo?» chiesi piano, confusa.

«Non lo so, ma se è uno sbaglio lo voglio rifare ancora.»

E così ci baciammo nuovamente, mescolando dolcezza e passione.

Mi spinse sul divano, ma questa volta lo bloccai io: «Sei sicuro?» Non avrei sopportato sentirlo rinnegare nuovamente la nostra attrazione.

Mi guardò intensamente e non mi rispose. I suoi occhi erano bellissimi, verdi con alcune venature di giallo. Aspettai interminabili secondi, perdendomi nel suo sguardo. «Sì, sono sicuro» mi disse alla fine. Così ci perdemmo entrambi.

Mi lasciai cadere sul divano e lo lasciai armeggiare con i miei jeans che tolse con non poche difficoltà, devo ammetterlo. Fu anche questo un motivo di ilarità tra noi. In verità qualsiasi scusa era un motivo di risata, come se ci conoscessimo da sempre.

Mi tolse anche le mutandine e infine infilò la testa tra le mie gambe, inginocchiato ai miei piedi.

«Non lo faccio da tempo, perdonami se non sarò perfetto.»

E cominciò a leccarmi con intensità e passione, muovendo la sua lingua tra le mie pieghe, nella mia fessura più intima, spingendo e coccolando poi il clitoride.

«Fortuna che non eri bravo…» riuscii a dire travolta.

Lui si fermò un attimo. Chissà, forse sorrise tra sé, poi riprese, facendomi montare ancora il piacere, dandomi colpi delicati e poi più forti, scopandomi con la lingua fino all’estasi.

Quando si staccò da me, volevo anche io assaggiarlo. Glielo presi che non era perfettamente duro e con la lingua andai a stuzzicarlo, fino a sentirlo crescere dentro la mia bocca. Poche cose mi davano soddisfazione come questa. Sentire di avere un gran potere e di poter dare un grande piacere.

E quando lo sentii esplodere dentro di me, leccai ancora per ripulirlo per bene e ingoiare il suo sperma.

Rimanemmo abbracciati un po’ sul divano, sfiniti, a darci piccoli baci e a parlare piano, per non disturbare la nostra eccitazione che ancora aleggiava nella stanza.

Si era fatto decisamente tardi e quando si rivestì trovò due chiamate perse da parte delle due famiglie che avrebbe dovuto visitare dopo la mia.

«Devo scappare» mi disse dandomi un nuovo bacio. «Ma la prossima volta parliamo.»

Lo guardai fintamente delusa, ma sapevo che era necessario parlarsi. Soprattutto per non farsi male, ed eravamo messi tutti e due in una situazione parecchio scomoda.

Non passarono nemmeno sei ore che ricevetti un suo messaggio. Ero già a letto e ripensavo alla giornata appena trascorsa. “Sei il mio diavolo, come farò?”

Non sapevo cosa rispondergli, perché in fondo era anche lui un diavolo tentatore per me. Solo perché non ero credente non voleva dire che non dovessi essere anche fedele al mio fidanzato. “Sapessi tu…” gli risposi.

E chiusi il cellulare e gli occhi, sprofondando in un sonno senza sogni.

Sono passati due anni da allora. Due anni di incontri clandestini nel mio piccolo appartamento da single. Due lunghi anni fatti di momenti di sconforto per questa storia così assurda eppure così appagante per entrambi. Due anni di crisi esistenziale di Andrea, che voleva lasciare l’abito talare mentre io lo sconsigliavo. Non riuscivo a spingerlo a cambiare totalmente la sua vita, e probabilmente avevo paura che poi lui volesse cambiare la mia. Non ero pronta. La sicurezza che mi dava Gianni, le nostre routine, le serate passate davanti alla tivù, le cene con i nostri genitori alla domenica. Erano tutte cose a cui in fondo non potevo fare a meno. Come non potevo fare a meno di lui, che era entrato nella mia vita, che mi aveva fatto scoprire la vera passione.

Poi Gianni mi chiese di sposarlo. E questo era il limite che mi ero messa. Decidemmo di troncare la nostra relazione, di non vederci più, perché sapevo che averlo per amante avrebbe fatto andare a rotoli il mio matrimonio. Non potevo buttare all’aria i cinque anni di relazione con Gianni, e i progetti che avevamo insieme, non ultimo quello di adibire una parte della sua abitazione ad asilo privato per me. Perciò comunicai ad Andrea la notizia e gli chiesi di officiare alla cerimonia.

«Siamo qui riuniti per festeggiare Tamara e Gianni che hanno scelto di unirsi in matrimonio.»

È il momento. Io tengo gli occhi bassi a guardarmi l’orlo della gonna. La voce di Andrea che pronuncia il mio nome seguito da quello di Gianni mi fa venire il senso di vomito.

Mi viene in mente quando mi diceva: «Tamara, mi fai impazzire così.» Ecco, era così che le sue labbra avevano sempre pronunciato il mio nome, legato al piacere… Cosa stavo facendo?

Andrea continuò: «Alla presenza di Dio e davanti alla chiesa qui riunita, datevi la mano destra ed esprimete il vostro consenso.»

Alzo gli occhi e incrocio il suo sguardo, lo vedo tranquillo, per lui va tutto bene, sto facendo la cosa giusta per entrambi. Io mi giro verso il mio futuro marito.

Ho paura.

Lui mi prende la mano e scandisce con voce chiara: «Io Gianni, accolgo te, Tamara, come mia Sposa. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e di onorarti tutti i giorni della mia vita.»

Non ha mai staccato gli occhi dal foglietto che aveva davanti. Forse troppo emozionato per ripetere a memoria. Mi infila l’anello, che luccica sotto la luce delle candele, senza nemmeno guardarmi in volto.

Io ho un colpo al cuore.

Mi vuole.

Chi vuole? Cosa vuole?

Fedele sempre.

Amarti e onorarti.

Tutti i giorni della mia vita.

Boccheggio ancorata al mio bouquet.

 

Andrea mi incita con lo sguardo, forse ha capito il mio turbamento.

Io guardo Gianni e poi riguardo Andrea.

Infine mi fermo su Gianni.

«Non posso.»

Gli lascio la mano, metto il bouquet sulla sedia, mi tolgo l’anello e lo poso sul velluto rosso e lo mollo lì, sull’altare. Mi lancio nel corridoio centrale tra il mormorio generale e le grida di mia madre e mi precipito fuori.

 

Piove.

“Sposa bagnata…” mi dico mentre mi scende una lacrima nera di rimmel.

Trovo alcuni amici seduti sugli scalini della chiesa che si erano defilati per fumarsi la sigaretta di rito. Sono armati di ombrello e sono sorpresi di vedermi uscire da sola, prima del tempo, sconvolta.

«Tamara, che succede?»

«Non mi sposo, più» riesco a dire, mentre la pioggia bagna il mio viso. E mentre le mie lacrime si mescolano all’acqua piovana, mi sento però improvvisamente libera e felice.

 

I miei amici mi guardano increduli e mi investono di mille domande a cui non rispondo, a cui non so rispondere in realtà. Sento un clacson familiare provenire dalla strada. Mio padre. Ha preso l’auto ed è venuto da me. Gli corro incontro, felice come una bambina. Felice di aver fatto la cosa giusta, felice di aver scelto me stessa.

Lui abbassa il finestrino e mi fa: «Scappiamo?»

 

Il diavolo e l’acqua Santa fa parte dell’antologia “Bagnami” edito da Damster. 

 

Annunci

Zero

 

– Trenta.

 

Una macchia sul muro, una merdosa macchia di umidità sul muro.

Ecco cosa ho pensato quando te ne sei andata.

La porta sbatteva e ti portavi via il mio amore e io ho pensato all’alone più scuro nell’angolo del soffitto.

Dovrò parlare con Bailo, quello stronzo del padrone di casa.

Con tutti i soldi di affitto che pago, c’è pure il tetto che perde.

Questo pensiero stupido mi gira in testa, mentre le tue belle gambe entrano nel taxi che hai chiamato, tra i singhiozzi, mezz’ora fa.

Ti sei portata via una valigia e il mio amore.

Ma tornerai, sei già tornata da me in passato.

Avevi detto che mi avresti amato per sempre. Per sempre.

 

– Ventinove.

 

“Allora, signor Massimo, come va la sua signora?” mi chiede la portinaia. Quella vecchia puttana non si fa mai gli affari suoi.

“Benissimo, è andata via qualche giorno.”

Mi guarda sospettosa, mentre io le fisso il naso e penso di non aver mai visto nulla di più brutto.

“L’ho vista agitata ieri, mentre usciva.”

Prendo la mia posta, mi fermo a rigirarla tra le mani. “La madre è molto malata.”

Chiudo la conversazione ed esco.

Vorrei che tu fossi lì, sotto casa, a dirmi che hai sbagliato e che vuoi che torniamo insieme.

Non mi hai chiamato ieri sera e nemmeno io ho provato a farlo.

Ma oggi, oggi sono già ventiquattro ore che stiamo lontani.

Sarai sicuramente alla macchina ad aspettarmi.

Cammino un po’ più veloce, allungo il passo.

Non ci sei. Non sei lì.

Apro la portiera, e mi infilo nel traffico.

“Sei solo una puttana” sibilo tra i denti. “Sei solo una puttana”

 

– Ventotto.

 

Ti ho chiamato stamattina.

Volevo solo sapere come stavi e non mi hai risposto.

Mi sto preoccupando. La lite era di livello “solito”.

Solita routine: ti volevi mettere quel vestito speciale, il mio vestito, per andare a lavorare.

“Dove te ne vai vestita così”?

Mi hai guardato interrogativa. “Al lavoro!” E l’hai detto come fosse la cosa più ovvia del mondo. Sembravi esasperata.

“Non sei troppo elegante?” Ho cercato di affrontare l’argomento alla lontana.

“Arriva un dirigente”

“Ah” E allora? Arriva un dirigente e ti metti in ghingheri? Ma sono riuscito a tenere per me quest’ultima considerazione.

“Sei troppo provocante.”

“Senti Massimo, smettila con questa storia! Sono solo una donna in minigonna. Siamo nel ventunesimo secolo, ricordi? Le donne possono vestirsi come vogliono!”

“Certo, anche come delle puttane e non meravigliarsi se poi gli uomini ci provano con loro!”

Poi il resto.

Il resto delle offese.

Il resto degli schiaffi.

Lo strapparti il vestito.

Il provare a fare sesso.

Hai chiamato il taxi tra le lacrime.

Ti ho mandata via come l’ultima delle troie.

Ma eri te che te ne andavi, non io che ti mandavo via.

Non era la prima volta che succedeva.

Non era la prima volta.

 

– Ventisette.

 

Ti ho mandato dei fiori in ufficio.

Dodici rose rosse a gambo lungo.

Centoeuro.

Ti ho aspettata all’uscita, in pausa pranzo.

“Che vuoi?” Mi hai apostrofato.

“Vengo in pace”. Mani alzate e palmi in fuori.

“Vai via, non voglio parlarti.”

“Non hai ricevuto i miei fiori? Erano per te.”

“Va via!”

Allunghi il passo e raggiungi una tua collega che si era accorta che eri rimasta indietro e ti stava aspettando.

“Elena! Voglio solo parlare!”

“Troppo tardi, Massimo. Non ho niente da dirti!”

Ti attacchi al braccio della tua collega e insieme ve ne andate verso il ristorante all’angolo. Lei ride, ti starà chiedendo di me.

Mi accorgo solo ora che hai dei tacchi altissimi.

Per me, solo per me li portavi. Solo per me.

 

– Ventisei.

 

Non rispondi ai miei sms.

Te ne ho mandati un po’ quest’oggi.

 

“Buongiorno, amore”

Il silenzio più assoluto.

 

“Ti auguro una buona giornata”

Ancora nulla.

 

“Cosa stai facendo? Io penso a te!”

Niente.

 

“Mi manchi.”

Il nulla.

 

“Ho bisogno di parlarti”

E’ evidente che ti diverti a non rispondermi.

 

“Devo dirti alcune cose importanti”

Non hai cuore per me?

 

“Rispondi x favore”

Ancora silenzio.

 

“Stai bene?”

Il vuoto.

 

“Chiamami.”

Silenzio da parte tua.

 

“Stronza rispondi”

Niente.

 

“Sei solo una povera demente”

“Puttana”

“Con quanti hai trombato stanotte?”

“Hai goduto a prenderlo in culo?”

“Sei solo una troia”

Niente.

 

“Amore, mi manchi”

“Amore, scusami, mi manchi, mi manchi, mi manchi”

Nessuna risposta. Nessuna risposta.

 

– Venticinque.

 

Sono stato sotto casa tua.

Ho aspettato tutta la notte sotto la pensilina del tram.

Si è fermato pure uno a chiedermi una sigaretta. Ci mancava solo che lo prendessi a calci. Che ci faceva sotto casa tua? Era uscito dal tuo condominio.

Era venuto a scoparti?

Lo so che tu non ne hai mai abbastanza.

Ho aspettato e camminato su e giù.

E fumato. Dio quanto ho fumato.

 

– Ventiquattro.

 

E’ una settimana che non mi faccio la barba e non mi vesto decentemente.

E’ per questo che non mi vuoi parlare.

Tu odi quando ti pungo con la barba.

Mi sveglio presto e passo un’ ora in bagno a sistemarmi: barba, doccia, mani, deodorante, crema viso.

Mi metto il mio vestito più elegante, quello con cui dicevi assomigliassi a James Bond.

Passo al bar a prendere due cornetti per fare colazione insieme. Come piace a te.

Ti aspetto sotto casa, e appena mi vedi rallenti. Hai cambiato pettinatura.

“Sei bellissima!”

“Massimo, la devi smettere.”

“Ti ho portato i cornetti”

“Grazie.”

Li prendi e te ne vai.

Li prendi e mi lasci lì.

Li prendi e mi abbandoni sul marciapiede, saltando in macchina e inoltrandoti nel traffico.

Sei andata ancora via. Ancora via.

 

– Ventitre.

 

La prossima volta non andrai più via sgommando con la tua Mini.

La tua cara macchinina ha avuto un piccolo disguido.

Le ruote, accidentalmente, sono finite contro il mio coltello da cucina da 20 cm.

Un piccolo incidente, amore. Un piccolo incidente.

 

– Ventidue.

 

Sono stato chiamato in caserma.

Mi hai denunciato. Brutta troia, mi hai denunciato.

Il caramba continuava a farmi domande.

“E’ vero che ha mandato messaggi sconvenienti alla sig.ra Elena Vettorello?

“E’ vero che l’ha aspettata sotto casa con fare minaccioso?”

“E’ vero che l’ha tormentata al lavoro?”

“E’ vero che le ha tagliato le ruote della macchina?”

Ennò cazzo. Con chi pensano di avere a che fare?

Con un deficiente?

Sempre tacere. Mai ammettere. Devo chiamare un avvocato. “Pronto Avvocato?”

 

– Ventuno.

 

La storia dell’avvocato mi costa mille euro.

E’ tutta colpa tua Elena.

Perché lo hai fatto? Io ti amavo. Non volevo farti del male. Mai ti avrei fatto del male. Devi solo fare quello che ti dico io. Solo quello che ti dico io.

 

– Venti.

 

Ho trovato la tua foto su meetic.

Ragazza 27 anni cerca ragazzo sensibile e gentile. Anche solo per parlare. Ti fai chiamare piccola stella.

Anche solo per parlare? Si dice così adesso?

Ti posso rovinare Elena.

Lo posso fare. Ho quel video in cui ti trombo in tutte le posizioni.

Lo metto su Youporn.

Ti rovino Elena. Ti rovino.

 

– Diciannove.

 

Non l’ho fatto. Il mio avvocato ha detto di non mettere nulla su internet. Quello stronzo mi legge nel pensiero.

Non l’ho fatto per ora. Per ora.

 

– Diciotto.

 

Sono venuto alla ciclabile dove corri la mattina.

Mi hai visto e sei sbiancata.

Ho goduto quando ti ho vista indecisa se continuare per la tua strada e passarmi vicino o cambiare direzione evitandomi.

Hai scelto di evitarmi.

Sei solo una stronza.

Non puoi evitarmi per sempre. Non puoi.

 

– Diciassette.

 

Ho creato un finto profilo meetic per parlare con te.

Ti ho chiesto l’amicizia. Ti ho mandato un colpo di fulmine.

Mi hai mandato la mail. E che veloce sei stata. Hai proprio bisogno di un cazzo per trombare eh? Per ora cercherò di guadagnare la tua fiducia. Voglio un appuntamento con te. Voglio che tu ti fidi di me. Di me.

 

– Sedici.

 

From Piccolastella27@gmail.com

To Dolcecucciolo72@yahoo.it

 

Ciao, dolce cucciolo! Quando mi dirai il tuo nome? (Son curiosa! :-P)

Anche io vivo a Torino, nel quartiere vicino al Valentino.

Conosci?

Mi hai chiesto se ho qualcuno… no… esco da una storia tormentata… non ne voglio parlare…

Prenderei volentieri un ape con te.

Ma prima mi dici il tuo nome! Dai… su… solo il nome!! 🙂

 

– Quindici.

 

From Dolcecucciolo72@yahoo.it

To Piccolastella27@gmail.com

 

Ciao Elena,

certo che conosco il parco del Valentino… moooolto romantico! Che ne dici, ci troviamo nei pressi per l’ape?

Io avrò un libro con la copertina rossa in mano (rosso passione, modestamente)

Dai, non vuoi parlare del tuo ex… Ma gli volevi bene? Gliene vuoi ancora?

Facciamo per domani sera?

Il nome? Vuoi sapere il nome? Cos’è un nome? La rosa senza il suo nome non avrebbe il suo profumo? Cos’è un nome?

 

– Quattordici.

 

Hai fatto una scenata.

Quando mi hai visto al parco del Valentino con il libro rosso in mano, hai fatto una scenata.

Vuol dire che ti interesso ancora. Altrimenti non avresti dato di matto.

Dio se hai dato di matto.

 

– Tredici.

 

Lo stronzo dell’avvocato ha detto che hai fatto richiesta perché ti stia lontano almeno 500 metri.

E che se non rispetterò la sentenza del giudice mi chiederai pure i danni morali.

Ho già caricato la chiavetta sul portatile.

Ti faccio vedere io. Ti faccio vedere io.

 

– Dodici.

 

Wow. 1500 visualizzazioni in una notte. Sei forte tesoro!

Nel video ti si vede chiaramente. Forse si vede di più il culo, e il vibra che ti infilo finché godi. La faccia si vede meno, ma dai, non mi lamento! Ho fatto delle ottime riprese quella volta.

1500 visualizzazioni. Però! Sei proprio forte! Proprio forte!

 

– Undici.

 

Sono sbronzo. Ho scolato otto Ceres. E un mojito.

La tipa del cubo mi agita il culo davanti alla faccia.

La musica mi rimbomba nel cervello.

Il culo della tipa non mi fa né caldo né freddo.

Ripenso al tuo.

Ho un’erezione.

Vado nel bagno di questo cesso di discoteca.

Me lo meno pensando a te. Ma non vengo. Troppo sbronzo. Vomito nel cesso. La testa nel cesso.

 

– Dieci.

 

Sono quindici giorni che mi do’ malato al lavoro.

Cazzo vogliono. Io sono senza di te. Non ragiono, non ce la faccio a sedermi in un posto e prendere il telefono e far finta che vada tutto bene. E signora che ne dice, facciamo dieci lavatrici? Dieci lavastoviglie? Massì le faccio un pagamento dilazionato!

Non ce la posso fare. Senza te. Senza te.

 

– Nove.

 

Sono forte! Posso stare senza di te!

Non ti vedo da giorni, da quando ti ho dato appuntamento al Valentino.

E ti eri messa carina.

Ma non per me.

Pensavi che fossi un altro, il tuo dolce cucciolo… solo un frocio può avere un nick del genere.

E come sai io non sono frocio. Sono forte. Sono forte.

 

– Otto.

 

Ho affittato una pagina di giornale per te.

Sulla Stampa. Millecinquecentoeuro.

Tesoro ritorna da me!

E la nostra foto insieme.

Quella foto dove sorridi.

Quella foto dove eravamo felici. Felici.

 

-Sette.

 

Mi aspettavo una tua mail, un tuo sms, una tua telefonata.

Ho fatto un gesto plateale per te.

Mi sono reso ridicolo per te.

Ho speso millecinquecento euro per te.

E nemmeno un cenno. Nemmeno un cenno.

 

– Sei.

 

Hai cambiato numero di telefono.

L’utente chiamato è inesistente.

Porca troia.

Hai cambiato appartamento.

Non torni più alla sera in via Sacchi.

Sei proprio stronza.

Credi di liberarti di me? Non puoi liberarti di me.

 

– Cinque.

 

Dormo tre ore a notte. Ho gli incubi e sudo freddo. Ho preso il Tavor.

Non riesco a dormire lo stesso.

Più ti neghi e più ti penso.

Ti odio, Elena. Ti odio. E più ti odio e più ti amo. Più ti amo.

 

– Quattro.

 

Mi è arrivata una lettera di licenziamento per giusta causa.

Dicono che non ero in casa al momento della visita fiscale.

Che vadano a fanculo. Che tutto il mondo vada a fanculo.

 

– Tre.

 

Ho scoperto dove stai. Sei tornata dai tuoi eh?

Ho chiamato il fisso e hai risposto. Ho taciuto.

“Pronto?” silenzio.

“Pronto?” silenzio.

“Massimo sei tu?” silenzio.

Lo stesso silenzio che mi hai dato in questi giorni.

 

– Due.

 

Ti ho tormentato ancora tre quattro volte con il telefono. Alla fine l’hai staccato. Quando ho cominciato ad ansimare l’hai staccato. Sapevo che eri dall’altra parte del telefono e mi era venuto duro. Mi hai staccato il telefono. Troia! Sei solo una troia! Non lo senti quanto ti amo? Non lo senti?

 

– Uno.

 

Lo devo fare, per te e per noi. Per te e per noi.

 

Zero.

 

Tu sei lì, a terra, gli occhi fissi nel vuoto, spaventati, la mano allo stomaco, sporca di sangue.

Io ti guardo, esaltazione e dolore. Incredulità e piacere. Ora, finalmente, tu non sei più di nessuno. Non sei più mia, certo, da un po’,ma ora non saresti stata mai più di nessuno. Mai più di nessuno.

 

Sirene, in lontananza.

La porta che viene sfondata.

La pistola puntata al petto.

La sorpresa dei poliziotti.

Lo sgomento dei poliziotti, quando ti hanno visto.

“Non vedete il mio amore?”

“Non vedete la mia passione?”

“Amore diglielo che l’ho fatto per te, per noi!”

“Diglielo, cazzo, diglielo!”

Mi inchiodano al muro, mi mettono le mani sulla testa.

Mi trascinano per le scale, per quelle stesse scale in cui ti ho rincorso, per spiegarti il mio amore, per dirti che non saresti più stata di nessuno.

Mai più di nessuno.
Zero fa parte dell’omonima antologia edita da Damster – Eroxè, in cui troverete altri racconti di molti altri autori (e un altro mio) sulle dipendenze.