Angela

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Angela con un occhio ti guardava in faccia e con l’altro l’orizzonte, in un misto di consapevolezza e malinconia.

Di uomini che avevano scavalcato il suo strabismo ne aveva avuti alcuni: chi le aveva squadrato il culo, che non era male; chi il portafoglio, discretamente fornito; chi aveva semplicemente spento la luce.

Non è facile trovare chi ti legga il cuore in questo mondo allattato a veline e facce di Barbie.

Camminava avvitata nel cappotto, con i pugni affondati nelle tasche profonde, buone per scontrini e centesimi di resto, ma non abbastanza per scaldare le mani senza guanti.

C’era un freddo pungente quella sera di dicembre e le vetrine provavano a colpi di lucette e lustrini a convincere che questo Natale sarebbe stato diverso: sentirete il calore, ci crederete veramente, comprate da noi! Comprate da noi, coraggio!

Ma la poca gente girava soffiando fumo come draghi mancati, quasi dei Grisù con sogni troppo grandi per loro, schiacciati dalla routine, spaventati dal volo.

Ci mise un minuto di più per arrivare alla fermata del 15 barrato e quello se n’era già andato via, eccolo che svoltava per via Panfilio, là in fondo. Un po’ come capita nella vita, quando perdi il treno delle occasioni quello mica torna indietro; al limite aspetti il prossimo, se ti va bene.

Decise quindi di proseguire a piedi, che ci vuole, dicono che bisogna fare movimento, e poi di stare ferma con questo freddo, non ne aveva la minima voglia.

Poi una vetrina più calda delle altre la chiamò, come Circe in mezzo al mare. E tanto ormai sarebbe arrivata tardi per prepararsi qualcosa di decente da mangiare, tanto valeva cenare fuori.

Strano però, non ricordava quel locale, che risultava intimo e caldo con i soffitti di legno e le luci soffuse. Notò subito l’uomo seduto al bancone. Probabilmente perché aveva un’aria navigata, impastata con un bel profilo e un cappello a tesa larga.

L’intesa ci fu subito, quasi che entrambi avessero fiutato la preda. Si ritrovarono così a parlare della vita, delle sue ingiustizie con i sogni troppo belli e di come invece fosse puttana con tutto il resto. Toglieva più che dare. E dopo un aperitivo, uno stuzzichino, un “Ne prendi un altro?”, “ Te lo offro io”, seguirono “Che bel sorriso hai” e “Quanto sei bella” detti dritti guardando l’occhio buono.

E cos’è l’amore se non trovare qualcuno che ti accetti per come sei? Che trovi deliziosi i tuoi occhi, anche quando uno guarda a destra e l’altro dritto. Una persona a cui piaccia la tua pancetta, non noti la cellulite, o si accomodi tra le rughe intorno agli occhi per starti più vicino.

Ecco. Forse è questo.

E non dirò che quello poi se ne fuggì con la borsetta e il cellulare, siamo a Natale dopotutto.

Il sorriso di Diana (Omaggio a)

Anche stanotte piangeva.

Ho sentito i singhiozzi soffocati dal cuscino; tirava su con il naso, come i bambini e come loro non se lo soffiava, tossiva dalla disperazione, dando pugni sul cuscino.
Battevano le due mentre succedeva e un’ora dopo ho sentito il suo respiro farsi quieto.
Sono uscito dal ripostiglio del monolocale, come faccio sempre quando Diana non c’è, sfidando la paura di essere visto e l’ho guardata dormire.

Era buttata di traverso, vestita, e la luce del lampione di via Roma s’infilava nella persiana mezza aperta regalandole sprazzi d’oro addosso.

Era tornata tardi, ubriaca come sempre da quando l’uomo che abitava qui se n’era andato.

Anche io vivo qui, l’avrete capito, ma vorrei viverle addosso, sulle sue gambe abbronzate, sull’ombelico infossato, sulla piega del seno, tra le scapole, sulla schiena. Sul bel sorriso che ha sempre, anzi aveva, prima che, sì, dai, avete capito, e invece me ne sto nascosto.

Psicopatico? Dite davvero? Io direi prudente.

Sono salito piano sul letto avvicinandomi al viso. Perché sì, la prudenza, come vi ho detto, ma volevo vederla da vicino, ora che si impregnava sempre più la sua pelle di luce. Forse sognava, o forse no, non saprei dire. Le pupille si muovevano sotto le palpebre chiuse e io avrei voluto infilarmi tra le ciglia, dirle che sono qui, da sempre.

Il respiro acido m’ha invaso mentre le sfioravo i capelli, ma lei ha lanciato un grugnito, aprendo gli occhi nel sonno senza vedermi veramente. Mi sono spaventato, rimanendo immobile, sperando di essere invisibile, mentre si è tirata su di scatto scendendo dal letto, fermandosi di colpo davanti alla porta del bagno e lì ha vomitato anche l’anima, non riuscendo ad arrivare al water. Io, piano, mi sono nascosto sotto il letto, tra la polvere e gli elastici dei capelli perduti nel sonno.

Il pomeriggio intenso la trovava ancora addormentata, con i capelli appiccicati alle guance, i vestiti sporchi di vomito. Dalla strada saliva il calore denso dell’estate, pregno di silenzio e cicale, rotto solo da qualche auto che sfidava la canicola.

Si è svegliata dicendo “Mi manchi”, piano, come il miagolio di un gattino.

Per un attimo ho pensato si riferisse a me.

L’ho guardata dal mio nascondiglio e aveva il telefono sul cuscino, lo fissava come si dovrebbe fare con l’alba sul mare, con la bocca aperta, piangendo di tanta bellezza.

“Mi manchi…” ha sfiorato lo schermo, poi lo ha gettato lontano tra le coperte ritornando ad affondare la faccia sul cuscino.

“Basta” ha detto dopo alcuni minuti, come un ordine a se stessa.

Basta mi sono detto anche io. Ora esco e le dico che sono qui, che ci sono, che tesserò con lei il futuro, se vorrà, se mi vorrà.

Ma Diana ha preso il telefono con rabbia e ha battuto le dita contro lo schermo, come fa sempre, come si fa contro una finestra. C’è nessuno? Ehi? Mi rispondi? Io sono qui, mi vedi?

Poi con voce risoluta di chi ha preso una decisione importante ha parlato contro il vetro: “Ciao, sono io, senti, lo so che non dovrei chiedertelo così, ma perché non vieni qui stasera? Una pizza… e… se vuoi…”
Ha lasciato in sospeso, come non servissero altre spiegazioni.
“Sì, lo so che ti ho sempre detto che l’amore, che l’amicizia, che noi…”
Pausa.
“Oh, senti, ora fai tu il prezioso? Dopo tutte le volte che c’hai provato! Vuoi scopare o no?”
Silenzio.
“Ottimo. A stasera.”
Se n’è andata in bagno ributtando il cellulare tra le lenzuola e ha aperto la doccia.

Intanto si era fatta sera. Le ombre s’allungavano sul parquet e la luce è diventata più morbida, come se i colori fossero stati sfumati con le dita.

Diana è entrata e uscita dal bagno, ha provato vestiti, li ha lanciati sul letto, si è guardata, ha negato l’approvazione alla sua immagine riflessa, ha tolto e aggiunto. Infine si è vestita con un abito nero che metteva in risalto tutto senza far vedere niente.

Io l’ho osservata, come sempre da quando abita qui, l’ho trovata bellissima anche con questo sorriso forzato che provava allo specchio, che scopre troppo i denti, tira di più il labbro, in un’espressione forzata d’allegria.
Ha suonato il citofono e lei ha detto solo “sali” premendo il bottone del portoncino.

Ed è entrato un ragazzo che avevo già visto qualche volta. Teneva due cartoni di pizza in una mano e una scatola di birre nell’altra. L’ho visto come si comportava di solito, quando veniva qui. La guardava avido in ogni gesto, come se volesse bersi la sua essenza. Anche ora annuiva sempre quando lei parlava, appeso a tutte le parole e si asciugava le mani sudate sui jeans.

Stasera era più imbarazzato del solito. Guardava in giro come se si aspettasse qualcuno uscire dal nulla e gridare “Sorpresa!”.

Lei invece era gentile, buttava indietro la testa ridendo, scopriva la gola, inclinava lo sguardo cercando di attirarlo a sé.

Ma lui era già suo, un po’ come me.

Prigioniero del suo sorriso.

Hanno mangiato la pizza, tagliando con il coltello pezzetti triangolari e tensione, hanno bevuto la birra, si sono seduti sul divano-letto guardando la tivù. Diana si è sciolta i capelli, lui si è sciolto guardandola muovere i ricci.

Ed è stata lei a baciarlo, mentre io morivo dentro.

Quelle labbra che mi sognavo la notte, che ho guardato nel sonno, che volevo toccare, ora sono sue.

Lui incespicava con le mani, spogliandola, incredulo che stesse capitando a lui.

Lei aveva l’occhio torbido di birra e lo sguardo di chi si prenderà tutto quel che c’è da prendere.

Io morivo, ve l’ho detto.

Anche lui la farà soffrire, facendole credere di essere migliore di quello prima; invece la lascerà sola, anche lui incapace di esserci nel momento giusto.

Ma io morivo, non avevo speranze, vedete?

Ho occhi in abbondanza e gambe forti, e lei preferiva buttarsi via con il primo che capitava.

Morivo mentre loro si amavano sul cuscino sporco di lacrime e rimmel e nella notte battevano le due.

Io sono uscito e sono andato verso la morte.

Mi sono arrampicato sul copriletto, muovendo veloce il mio corpo nero. Diana mi ha visto, o era persa nell’estasi dell’orgasmo. Sorrideva finalmente. Sorrideva ed era bellissima con le guance rosse e i capelli sugli occhi, la bocca semiaperta, la lingua che spiccava avida tra i denti bianchi. Sarebbe stato  meraviglioso morire lì, tra il rosso sangue.

Mi sono avvicinato e lei finalmente ha messo a fuoco il mio corpo di ragno.

Ha gridato di terrore e ribrezzo, come potrebbe altrimenti? Non sono mai stato niente, solo l’insetto sull’angolo scuro del soffitto.

Lui ha alzato una mano, io ho fatto in tempo solo a urlare “Diana, Ti a…”

Poi il buio.

******

“Il sorriso  di  Diana” è  il titolo  di  un cortometraggio  uscito nel 2002, diretto da Luca Lucini  e sceneggiato  da  Mauro Spinelli con Anita  Caprioli e Michele Venitucci. 

T’ho chiamato amore

T’ho chiamato amore nel limbo sospeso del piacere, dopo che ci siamo stati dentro. 

Tu, dentro di me; io, nelle tue voglie.

T’ho chiamato amore senza rendermene conto, come l’ovvio, l’evidente, il certo, vedi, è naturale.

T’ho chiamato amore e non hai sentito, perché parlo sempre piano per paura di sbagliare.

E ho pensato che in fondo sia stato meglio così.

Friends with benefits

“Noi.”
Ho cominciato a pensare al plurale da un po’. Noi. Non più Roberto e Sara, che si “frequentano”, ora si dice così, “friends with benefits”, scopamici insomma, ma noi: una coppia.

Eravamo due persone distinte ovvio, con le nostre peculiarità, idiosincrasie, tic, manie, perversioni, qualche positività e tante seghe mentali. Ci vedevamo quasi ogni settimana nonostante la distanza, ogni tanto si dormiva insieme quando il lavoro lo permetteva, qualche vacanza, le serate con gli amici, tanto sesso, tante risate.

Facevamo coppia fissa insomma, poi ognuno tornava a casa sua, saluti e baci, nessun progetto per il futuro, solo la parte migliore del rapporto.

Ho pensato a quel “noi” e ho tremato.

Perché io per prima non credevo più in questo pronome che vorrebbe racchiudere in così poche lettere un mondo.

Non dopo le esperienze passate. La convivenza precedente mi aveva soffocato, tarpato le ali, deluso, tradito, abbandonato. Troppe aspettative, troppe esigenze messe in campo in nome dell’Amore. 

Sì, quello che quando lo pronunciavo lo vedevo rosso passione e la A maiuscola, cubitale, pulsante, grondante lussuria, tenerezza, comprensione, mani nelle mani e occhi negli occhi. Fanculo anche al romanticismo; avevo letto troppi Harmony rubati dalla biblioteca di mia madre durante l’adolescenza.

“Perché l’amore non esiste.” Dicevo mulinando il mio prosecco sotto il naso delle amiche con cui uscivo il giovedì sera: “Non esiste, capite?” Esiste il bisogno di colmare solitudini, di svuotare palle o di accarezzare ego che fanno la ruota, che nemmeno il pavone al parco. Ma l’amore, l’a-mo-re, capite?” Alzavo la voce di un’ottava, il vino già in circolo. “Quello che dona senza riserve, che c’è sempre e comunque, che capisce, sprona, consola, aiuta, comprende e sorprende, condivide, cresce, si prende cura” – risata isterica da conquistatore del mondo, boccata d’aria per il gran, scontato, finale – “non esiste.”

Giù il sipario. Sigla. Applausi.

Ma quel giorno passeggiavo per le vie del centro e guardavo le vetrine senza un reale bisogno di comprare qualcosa e davanti a un negozio di articoli per la casa vidi delle splendide lenzuola nere. La seta luccicava sotto le luci al neon della vetrina e prometteva evoluzioni da kamasutra nella mia testa.

 “Ci servirebbero” ho pensato.

 A noi.

Brivido.

Nemmeno vivevamo insieme.

Sarebbe bello.

Sarebbe disastroso.

Sarebbe stupendo.

Noi…

Non funzionerebbe, siamo solo scopamici, è una situazione chiara la nostra.

E d’un tratto mi vedevo di nuovo schiava di mille aspettative, quando invece dovrebbe essere tutto semplice, come Tiziano-case-libri-auto-viaggi-fogli di giornale, docet. Perché l’amore dovrebbe esserlo, semplice.

Per non parlare dei calzini da raccogliere e delle camicie da stirare… come fossero poi questi i veri problemi. Pensa che bello poter condividere i giorni, i pasti, le serate davanti alla tivù, lui in mutande e calzini sul divano, io che giro con i pigiami di pile, le mie giornate isteriche pre-ciclo mestruale, i suoi giorni da orso delle caverne. Ehm… no… forse quelle decisamente no. Finii il mio dialogo interiore sorridendo alla mia immagine riflessa sulla vetrina. Come sempre ero capace di darmi ragione, torto, contraddirmi, ribattere, dubitare e approvare nel giro di due minuti netti. Brava Sara, complimenti.

Poi entrai nel negozio e le comprai, ovvio.

“Tesoro, ci siamo fatti un regalo.”

Roberto mi guardò come quella emoji con gli occhi a palla, stupito.

“Eh?”

Non so se fosse più sorpreso del fatto che lo chiamassi tesoro, io che raramente ero sdolcinata, del plurale che indicava appunto un noi “coppia”, o che parlassi di un regalo senza che fosse Natale.

“Li ho presi per noi, per quando andremo a vivere insieme.” Dissi mostrandogli le lenzuola sistemate nel letto. Forse se gli avessi gettato in testa un secchio pieno di acqua fredda, avrei fatto meno danni.

“Eh?”

“Eh, me lo hai già detto… una battuta migliore non ce l’hai?”

“Non ho capito questa cosa del vivere insieme”.

Nemmeno io in effetti. Che cazzo mi era preso, non ero io quella che non voleva ufficializzare nulla perché “stiamo bene così”?

“Beh… ci frequentiamo da un po’… tu non vuoi una cosa seria?”

“Eh?”

“Ma sai dire solo questo? Non trovi che sarebbe bello vivere insieme, condividere i giorni, fare dei progetti…”

“Eh?”

E niente, dopo quattro “Eh?” si vince un “No”. No, non voleva una cosa seria con me. Voleva restare eterni scopamici, che si vedono ogni tanto, che ogni tanto appunto scopano, ma che poi ognuno ha la sua vita, niente di impegnativo insomma.

Non fece in tempo a dirmi l’ultimo “Eh?” che mi ritrovai fra le mani un paio di forbici abbandonate sul comò. Fu un attimo.

Vi assicuro che le macchie di sangue sul lenzuolo nero non si vedono affatto, perché l’amore, lo sapete anche voi, non esiste.

Un posto per ogni cosa, ogni cosa al suo posto.

Nessuna come lei, mai. Questo lo sapeva già.
Nessuna avrebbe più preso il posto stesa lungo il suo fianco. Non come se fosse nata lì, se respirasse solo vicino a lui. Viva solo in quel momento.

Nessuna. Nemmeno questa donna che si ostinava a volerlo vedere. Parlavano poco: hai fatto buon viaggio? Hai cenato? Vuoi andare prima al motel?

Poi scopavano sotto la debole luce della stanza, pensando ognuno a qualcun’altro. Lei a un uomo che non amava più ma che non riusciva ad abbandonare; lui a quella donna che aveva un posto nel suo cervello, uno nel suo cuore e un altro nel suo sesso, senza essere capace tuttavia di riunirla in un unico luogo con la convinzione, in fondo, che se lo avesse fatto avrebbe rotto la magia.

Una volta finito stavano in silenzio a guardare gli angoli scuri del soffitto, pensando piano, pensando a niente.

Erano entrambi in un luogo ben preciso, ma in fondo fuori posto.

Inevitabilmente – [Racconto erotico]

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Il sesso con l’amore non c’entra un cazzo.

A dispetto di tutti gli Harmony che invadevano la biblioteca di mia madre, e di Maupassant, Puškin, l’ottocento russo, Fabio Volo e Cento Vetrine. Il sesso era una cosa a parte, di questo ne ero convinta.

Come nasce l’attrazione? Avrei tante risposte, ma la più veritiera credo sia: culo.

 

Lo imparai quel giorno, non diverso dagli altri: la sveglia alle sette, la nebbia fitta di novembre, il bus alle sette e venti, il libro aperto durante il tragitto, la colazione al bar vicino all’azienda prima di entrare.

Un giorno uguale a tanti altri, con un protagonista in più, e chissà forse era lì vicino a me anche il giorno prima, o la settimana prima, ma di lui nei miei ricordi, nemmeno l’ombra.

Una battuta fatta al cameriere, e mi giro a guardarlo con il caffè a metà strada tra il bancone e le mie labbra. Forse l’ho fatto per il suo tono di voce, o forse per la risata che ne era seguita, o per la sicurezza che emanava come di chi era sempre stato lì, a casa sua. Lo guardo e sorrido anche io, anche se non ho capito la questione, lo faccio per empatia con la sua sciarpa a scacchi grigia e nera, e la coppola di fustagno un po’ calata. Lo faccio per il suo orecchino da pirata e per la mano sinistra che teneva il giornale arrotolato, mentre l’altra poggiava la tazzina vuota.

Anche lui si gira verso di me, un sorriso accennato, io ricambio e tutto finisce lì.

Lui se ne va e me ne vado anche io dopo aver pagato il mio “caffè macchiato con latte caldo in tazza grande con spolverata di cacao, zucchero di canna” e occhi al cielo del barista come fa ogni volta dopo che ha sentito la mia ordinazione.

Poi tutto viene archiviato in un angolo del mio cervello mentre varco il cancello dell’azienda, arriva il cliente rompicoglioni, la bolletta dell’Enel sbagliata, le telefonate e gli appuntamenti da fissare e infine il momento di uscire, tornare verso casa, riprendere l’autobus, il mio libro, il breve tragitto dalla stazione verso casa, con la nebbia che torna, mica ci lascia orfani; e i lampioni che illuminano male, la via.

 

Così il giorno dopo eccomi al bar. Lui che arriva, saluta tutti, ordina il suo caffè mentre io sto già bevendo il mio. La verità è che in fondo lo aspettavo. O ci speravo, o non so cosa, insomma, è solo bello che sia qui. Una battuta al barista, uno sguardo a me, un sorriso in più, poi ognuno per la sua strada. Poi ancora lavoro, le telefonate, le rogne, le mail, il caffè alla macchinetta con le colleghe.

Infine si torna a casa con solo la tv accesa a farmi compagnia nell’appartamento vuoto. Masterchef su Sky, i whatsapp con le amiche, qualche bacio virtuale al collega che mi fa il filo ma a cui mai la darò, nemmeno fosse l’ultimo uomo sulla terra. Io che mi addormento sul divano con il plaid e la tv che trasmette televendite, fino a quando mi trascino tipo zombie a letto alle tre di notte aspettando infine la solita sveglia.

 

Il giorno dopo si riprende, e al bar, il proprietario, quando mi vede già prende la tazza più grande, prima di sentire l’ordinazione. Mando giù la mia colazione guardando la tv attaccata alla parete che passa un video dei Red Hot Chilli Peppers mentre la radio fa sentire tutt’altro, come spesso accade, chissà perché.

E mentre sto lì a fantasticare su Anthony Kiedis e a quanto sia figo con i suoi tatuaggi e pure i capelli unti, ecco il Pirata, come l’ho chiamato io, con l’orecchino con il brillante, il capello un po’ lungo, quasi fuori tempo massimo, vista l’età, sui trentacinque.

«Buongiorno, un caffè.»

Ordina e squaderna il giornale sul bancone mentre Max pressa la polvere sul gruppo di erogazione della macchina.

«Sai Max che hanno aperto un piccolo ristobar qui vicino? Ti farò le corna oggi a pranzo.»

«Tanto è mio cugino. Resta tutto in famiglia.» Ribatte il barista facendogli l’occhiolino.

«Dove?» mi intrometto nella conversazione, interessata perché di mangiare da sola in ufficio il mio yogurt e i crackers, oggi non ne ho voglia.

«Dopo il tabaccaio, qui sulla destra.»

«Vengo anche io!» butto lì scherzando, mica tanto dopotutto.

«Ma volentieri, ti offro il pranzo, dai» fa il Pirata e mi dà appuntamento per le dodici e un quarto proprio davanti al locale e se ne va.

Pago anche io, lasciando Max a pulire il bancone, con il mio appuntamento in tasca e un pensiero diverso in mente, aspettando l’ora di pranzo.

 

É un pensiero che mi accompagna tutta la mattina, presente ma discreto, quasi in disparte. E mica so se sono più felice di questo diversivo dalla solita routine, con quest’uomo che conosco appena, ma che mi ha fatto simpatia da subito, o se sia la prospettiva di mangiare qualcosa di diverso dal solito a farmi arrivare a mezzogiorno in fretta, prendere la mia borsa, salutare tutti e avviarmi al mio appuntamento.

 

Sul marciapiede si affianca il Pirata. «Ehi, siamo arrivati insieme.» dice come saluto.

«Ciao, eh sì.» E me lo guardo, e penso che è proprio bello. Di quella bellezza diversa dai giornali patinati, più vera nonostante non sia perfetto, ma ha quell’armonia che alla fine ho sempre apprezzato negli uomini. Un misto di sicurezza e ironia, e belle mani.

E d’un tratto mi butta dentro un portone e si incolla a me. Non sono nemmeno riuscita a urlare, tanto sono stupita, eppure non lo so se lo voglio fare, dopotutto. Ha gli occhi fissi sui miei, mentre io abbasso i miei a guardare la sua bocca.

 

Come nasce l’attrazione? Forse da questo profumo che sento.

O dai suoi occhi castani.

O dal sorriso beffardo.

O dal suo corpo appiccicato al mio.

 

Forse dovrei essere spaventata, eppure non lo sono, in fondo con una ginocchiata ben assestata e una piccola corsa potrei tornare sulla via principale, ma sono più che altro incuriosita da cosa voglia fare.

«Non hai nemmeno urlato.» Prova a scherzare lui.

«Dovevo?» gli rispondo guardandolo interrogativa, e un sorriso che vorrebbe dimostrare sicurezza.

«Solo se non ti fa piacere essere qui.» e allenta un po’ la pressione al mio corpo, e a me un po’ spiace, perché sentirmelo addosso era una bella sensazione.

E per tutta risposta taccio. No, non mi spiace essere qui, mi piace il peso che sento all’altezza del bacino, e sentire che non gli sono indifferente dentro i pantaloni.

«Chi tace acconsente.» e mi bacia, mentre io apro le labbra facendogli capire che sì, acconsento decisamente.

Ed è un bacio pieno di chimica. Difficile spiegarlo, ma non è solo un bacio: l’incontro della sua lingua con la mia e del suo sapore con il mio mi fa perdere la testa, e non capisco più chi sono, dove sono, perché. E ho solo voglia di baciarlo ancora, di assaggiarlo, di infilare la mia lingua ancora sulla sua bocca, di baciargli le labbra carnose, succhiarle, leccarle, e poi ritornare con la lingua sulla sua. E non è vero che non so praticamente nulla di lui. Ora so che le nostre lingue stanno tanto bene insieme.

Poi sposta la mano e la insinua sotto la gonna, trova le mutandine e ci infila un dito dentro.

«Vai subito al sodo.» dico staccandomi dal bacio, già affannata, ma cercando di agevolare i suoi movimenti allargando le gambe.

E poi si sposta lasciandomi libera, mi prende le spalle e mi fa girare, e ho la fronte verso il muro un po’ scrostato di quest’androne che ci fa da rifugio improvvisato, mi prende le braccia e le porta sopra la mia testa, tenendomi ferma con una mano mentre con l’altra cerca di slacciarsi i pantaloni e riportando poi il suo peso sul mio corpo.

 

Mi alza la gonna scoprendo le natiche, abbassa le mutande e mi penetra, così, senza protezioni e senza pensarci un attimo, trovandomi già pronta, bagnata per lui.

Il pensiero di “che cazzo sto facendo, manco so come si chiama” mi attraversa appena un secondo, per poi abbandonarmi subito annientata dai colpi, che abbattono le mie resistenze, deboli in effetti, come un piccone un muro.

E vengo in fretta, senza nessun preliminare, parola dolce, sguardo languido, come l’animale che in fondo sono, siamo. Eccitazione e basta, che mi ha preso alla testa e tra le gambe, come una droga.

Inevitabile.

E quando sente che ho avuto il mio orgasmo e che il mio respiro si fa più lento si stacca e si mena veloce, sborrando sul pavé dell’androne.

Poi ci guardiamo, quasi a scusarci per quella situazione, ma io gli sorrido chiedendomi se penserà che in fondo non sia solo una troia senza pudore.

Ma alla fine non ha importanza.

Così mi ricompongo, aspetto che anche lui si pulisca con un fazzolettino, raccolgo la mia borsa che era finita a terra, e dico: «Allora, andiamo a mangiare?»

Se d’alba

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Se l’alba ci scoprì nudi, più ancora di come eravamo, fu solo perché è una luce maestra, capace di far vedere ciò che prima non c’era.

E se eravamo stati fino ad allora solo occhi, lingue, mani e labbra, poi siamo stati di più, ma non è facile dire esattamente cosa.

Così alla mia clavicola che incastrata sotto la tua resterà il tuo peso in memoria per tutta la giornata proverò a spiegarglielo.

Domani, nella mia alba solitaria, vedrò sa saprà rispondermi.