Restlessness

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“Tu hai mai pensato alla morte?”
Federico era davanti alla finestra, la giacca con le frange anni ’70 addosso e l’aria da figlio dei fiori che sembrava aver capito tutto del mondo. Guardava fuori, con i palmi puntati sul parapetto, i gomiti in alto, pronto a saltare.
Lo guardavo, io, con gli occhi a palla increduli dal discorso proprio in quel momento, la mano sulla guancia per sostenermi il viso, stesa sul suo letto. In mente avevo solo l’urgenza di tornare a baciarlo. Chi mai può pensare alla morte quando si ha tanta vita da vivere? Quando poco prima imparavo la geografia del suo corpo? Quando si hanno sedici anni e un groviglio da sciogliere sullo stomaco?

“Sì, certo.” Detto tra gli incisivi e le labbra strette. Una bugia per fargli credere che avevo capito, per farmi credere che eravamo simili e invece condividevamo gli occhi verdi, ma non l’inquietudine di vivere.

“Volevo gettarmi dalla finestra.”
Era uno che sapeva far male con l’assenza delle parole e la curva delle labbra.

“Non avresti la certezza di rimanere secco.” Uso ancora adesso il cinismo come arma di difesa.

“No, vero.” Me lo disse duro, senza inflessione nelle parole. Si era staccato dalla finestra per venirmi vicino, mentre io cominciavo già a perdermi tra i suoi dettagli. L’iride con lampi gialli, il riflesso chiaro di alcuni ricci, il naso piccolo quasi femminile, mentre i nodi all’altezza dell’inguine chiedevano di essere sciolti, dipanati sotto le sue mani, ammorbiditi dalle labbra.

Voleva da me risposte che non avrei mai potuto dargli, o forse iniziative che non sentivo, ferma allo stop della mia timidezza. Si era avvicinato senza tuttavia incontrare il mio sguardo.
“È tardi.” Mi disse, da chilometri.

“È tardi.” Risposi piano, sicura che in fondo la mia risposta non gli interessava.

Mi alzai e presi il giubbotto.
Anche a sedici anni si capisce quando si è di troppo.

L’istante dopo

La mano affonda nell’orgasmo già avvenuto prolungandone il piacere, scivolando in andata e ritorno, dilatando sensazioni, puntellando emozioni, creando una nuova scala per far partire il tuffo da uno scoglio più alto. Per poi tornare giù nuovamente, con l’onda che affoga, poi si spande, s’infrange, si ritira lasciando la rena umida e pregna.

La bocca invece è aperta per masticare l’aria e per ritrovare il fiato perso, e non ci sono parole: sciolte tutte nell’orgasmo. La testa ha però pensieri violenti che premono, gonfiati dal piacere. È un blob inarrestabile, vischioso, denso, umido di voglia.

Sono lampi rosso violacei, oro, argento piombo e infine neri di lutto per ogni secondo insieme ormai andato. E chissà quando – chissà dove – ancora, sarebbe successo.

Ma nel futuro non siamo. Si è qui, in questa mano che trova strade affollate e colline verdi e fiumi in secca e vulcani attivi e dossi profondi nel mio corpo; e in questa bocca che – sai – non sa più che dire.

Un Massagrande vista mare

(quadro di Matteo Massagrande – fonte web)

Tutte quelle tue stanze – vuote – piene di luce che acceca. Che deve essere bello passeggiarci dentro, un passo dietro l’altro, sulle marmette di graniglia bianche e nere, saltando sulle nostre fughe, così senza ragione, un ambarabà ciccì coccò che conta per noi.

Tutte quelle tue stanze – piene – di vuoti ricordi che non mi dirai. Perché ognuno tiene del segreto per sé, per non ferire e per non essere ferito nei bianchi e neri, nel buio che arriva di sera, che ammanta e non copre.

Dev’essere di maggio quel cielo, quello sbuffo di nuvola, le ombre sul muro, il colore del mare, il sole che entra di forza. Dev’essere di maggio, o giugno, o un altro tempo ancora per noi.

E se dev’essere, che sia la pittura che si scrosta e il pavimento un po’ sbilenco come i miei abbracci, quando ero ubriaca di pensieri, con le mani che han tremato e invece volevano essere sicure, il sorriso che ti ho appoggiato ovunque, anche lì, soprattutto lì, dove volevo restare ancora un po’, ancora cinque minuti prima di andare.

Perché deve esserci una ragione per toglierti i vestiti prima di chiederti come stai, guardarti veramente negli occhi solo dopo averti baciato, fidarsi della bocca che si apre e dell’orgasmo che arriva e si insinua sotto pelle, quando volevo dirti tutto e non ho detto nulla mentre eravamo uno dentro l’altro. Illudendomi di averlo fatto ugualmente.

Deve esserci una ragione anche se non la so, ma la immagino, la creo, la monto, la costruisco unendo i puntini da qui a lì, per poi tornare di nuovo sulla tua bocca che pareva aspettarmi davvero.

Come fossi un Massagrande vista mare, tutto per me.

——

Per saperne di più http://www.puntosullarte.it/ita/artisti_galleria/massagrande.php

Come salvagenti lanciati in mare

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Manchi sotto il peso di un abbraccio lento, con i baci che ti mappano da parte a parte. Manchi al sorriso e alla sorpresa. Allo sguardo perso sul mare, alla strada fatta nella notte. Manchi alla mano sulla tua, al bacio sulla tempia, al viso freddo che ha camminato al gelo. Manchi senza ritegno nelle notti insonni, nel telefono che non squilla, nei messaggi scritti, riletti, cancellati.

Manchi al respiro che si fa corto, agli occhi aperti nel labirinto del piacere, ai colpi che portano all’orgasmo, alla bocca che da sola non basta e vorrebbe essere mille, diecimila, centomila bocche da sfamare. Manchi all’urgenza dell’ultimo bacio dal finestrino, un secondo prima che la bolla si sfaldi.

Manchi alle carezze date per addormentare, alle chiacchiere inutili che riempiono l’aria, alle verità non dette, a quelle capite da soli, ai discorsi seri rimandati, ai chilometri da lì a qui. E ritorno.

Manchi all’acqua che scorre sul tuo petto, ai capelli appiccicati al viso, al mascara colato che non si può guardare, agli orgasmi bagnati il doppio, al vino inaspettato estratto dal cilindro come Silvan, ai week end infrasettimanali che durano un paio d’ore, tra il frutteto e la strada.

Manchi alle ore che ci fanno scivolare veloci l’uno dentro l’altro, nudi ma mai abbastanza, al pensiero che sfugge, alla mano che consola e non basta, ai dove sarai, con chi, non con me, non con te, con te sì. Anche da qui.

IL BANCHETTO (Microracconto)

Gli invitati si gremirono attorno al tavolo quando arrivò la portata principale, accogliendola con un ooohh di meraviglia e stupore.

Si erano deliziati con gli antipasti, trastullati con il vino, dilettati con le crudité di verdure, sorbito piccole zuppe calde con intinti delicati crostini, ma la fame non era stata per nulla placata.

Perciò si avventarono sul grande piatto da portata, famelici e vogliosi.

Ci fu chi cominciò a tagliare sottilmente la pelle e la carne degli stinchi, scoprendo l’osso principale.
Chi si dedicò alle cosce, addentando la carne con evidente voluttà.

Toccò al padrone di casa occuparsi del petto, aperto piano, per non rovinare le interiora. Staccò la carne dalle ossa liberando la cassa toracica.

Arrivò al cuore.

L’ultima occhiata inorridita la lanciasti al bell’uomo distinto che da qualche settimana ti corteggiava delicatamente, con messaggi garbati e ironici, mai nulla fuori dalle righe, finendo per invitarti a cena a casa sua.

Poi il tuo cuore pulsò caldo nella sua mano, mentre versava il sale per insaporirlo un po’.

#microracconti

Densità Natalizia

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Quando vide passare il vicino di casa con in mano borse e pacchetti natalizi, si staccò dalla finestra prima che lui la vedesse, o così sperò che fosse.

Eccola lì la verità: aveva mentito, non avevano parlato, ma anzi, a giudicare da tutti quei regali non lo avrebbero fatto. Un altro natale passato ad aspettare che la situazione si sbloccasse. Un altro natale da sola ad aspettare il futuro.

Era stanca.

Gli anni passavano – ormai ben tre – e lei rimaneva sola mentre le vite degli altri si arricchivano di figli, cani, mutui, macchine nuove e progetti declinati al plurale.

Il cellulare prese vita un attimo, come un cuore che tentava di battere nuovamente, per poi spegnersi.

Il messaggio arrivato, in fondo, se lo aspettava, ma non sapeva cosa rispondere.

Quel “Ci vediamo stasera?” dopo giorni di silenzio, la infastidì, anche se la voglia era sempre tanta tra loro. Questione di chimica, si dice così, no? Eppure ultimamente per lei non c’era più solo l’urgenza del sesso, ma il bisogno di contatto, di profumi, di sguardi, di abbracci, di dolcezza. Si era innamorata? Aveva letto che quando si arrivava a chiederselo la risposta fosse no, ma lei non ne era sicura. Semplicemente sentiva che stavano bene insieme e di non avere bisogno di altro.

Eppure i discorsi sul futuro non li aveva cominciati lei, non si sentiva in colpa per questo, mai e poi mai si sarebbe accollata l’etichetta della “rovina famiglie”, che poi… Quando si guarda altrove è già tutto rovinato, è così semplice il concetto. O ci sei o non ci sei.

“E allora?” un altro messaggio, chiaramente con un tono seccato questa volta. Aveva visualizzato senza rispondere, non erano da lei questi giochetti, semplicemente non sapeva che dire.

Avrebbe voluto spegnere il cellulare, come fosse stata una porta da chiudere, per non avere più nessun contatto, ma ormai tra facebook, instagram, whatsapp si era sempre in contatto, ma in fondo sempre più soli, ognuno a casa sua, a guardare dal buco di una serratura vite di altri, intrappolati in situazioni che non si volevano più, da cui non si sapeva come uscire.

“Ho voglia di sentire la tua lingua” il nodo che aveva alla gola finì dritto dritto nello stomaco, e poi giù dove si sciolse tra le gambe. Era incredibile come quelle parole, anche un po’ volgari, le facessero visualizzare flash di incontri di loro due come un qualcosa di perfetto; probabilmente edulcorati dalla mancanza e dal tempo, si disse, senza crederci davvero.

Avrebbe voluto rispondere “Anche io” e poi correre di là, in quella casa con l’albero scintillante in soggiorno, il presepe nel mobile alto a prova di cane, e quei regali che aveva visto prima, nascosti da qualche parte per preservare la favola ai bambini, e dire la verità davanti a tutti. Ma non era questa la strada giusta. Lo sapeva bene.

“Vieni tu?” Rispose senza rendersene conto. Avrebbe dovuto cancellare, ma il sistema avrebbe lasciato la colpevole notifica che il messaggio era stato eliminato. Dall’altra parte non ci fu esitazione: “Dammi mezz’ora”. Non rispose. Andò in bagno, si spogliò, si buttò sotto la doccia e chiuse gli occhi.

Il campanello la riscosse dai suoi pensieri sotto l’acqua. Guardò l’orologio, aveva anticipato un po’, ma erano passati lo stesso venti minuti. Aprì la porta in accappatoio, prese la sua mano tirandola a sé, racchiudendo tutti i suoi dubbi in quell’abbraccio, per poi gettarsi insieme a terra senza arrivare al letto, in disperati tentativi di toccarsi di più, di essere ancora insieme, nonostante tutto.

«Mi sei mancata», le disse, e furono parole capaci di far spostare nebbia e dubbi.

Nel frattempo, l’uomo di là, il vicino con i pacchetti, si chiedeva come mai sua moglie finisse così spesso lo zucchero pur non sfornando torte da tempo.

Sei tornato prima!

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Le giornate erano sempre più fredde: ormai l’inverno era definitivamente cominciato. Il solstizio avvenuto il giorno prima, aveva segnato l’inizio della stagione che odiavo con tutto il cuore, sia per le temperature per me difficili da sopportare e le giornate buie, che per tutte le scadenze che inevitabilmente c’erano. Inanellavo giornate pesanti una dopo l’altra sotto le feste di Natale. Se lavori nel commercio il periodo natalizio è il momento peggiore: non hai orari, non hai permessi, non hai nemmeno la facoltà di ammalarti senza rischiare di venire linciato dai colleghi o dal capo. Per non parlare delle mille cose da organizzare in famiglia. Non avevo avuto nemmeno il tempo e soprattutto la voglia di addobbare casa con l’albero, lasciandolo ben impacchettato in soffitta tra tutte le cose che si usavano raramente. E poi i regali: quelli per i nipoti, qualche pensierino per le amiche, un pensiero più importante per il compagno. E la suocera! Mica la puoi dimenticare. Ah, e mamma ovviamente. E zia Betta che innaffia sempre le piante sul balcone, il portinaio, la signora delle pulizie, la cugina che sicuramente verrà a salutare da Milano – se ne stesse a casa sua – accidenti! Poi, per non farci mancare nulla, ecco i parenti che si autoinvitavano per il cenone che “tanto hai la sala da pranzo bella grande e cucini bene e, mi raccomando, quest’anno stupiscici tu che guardi sempre Masterchef”.

Se mi sparavo facevo prima.

Era il 22 dicembre e la gente sembrava impazzita. Vedevo persone scegliere il più improbabile dei vestiti pur di fare un regalo. Alcuni di questi sarebbero stati in vendita su eBay già la sera di Natale, controllare per credere. Poi c’erano quelli che si compravano il vestito per le feste. Quello rosso con le paillettes che gridava “Natale! Natale! Natale!” Solo a guardarlo. Impazziti e maleducati. Non sapevo più quante volte al giorno entravo e uscivo dal magazzino per controllare se la merce fosse ancora disponibile, facevo pacchetti, tiravo nastri con la forbice per fare i fiocchi e litigavo con quelli che volevano da me lo sconto, il modello simile ma diverso, il colore più chiaro, più scuro, più “tendente al blu notte con pallido riflesso argenteo sullo sfondo”, se ne andassero a fanculo! Il delirio insomma. Arrivavo a sera arrancando, barcamenandomi tra le mille altre incombenze da fare: la bolletta, la spesa, la cena, un minimo di riordino tanto per essere sicuri che la famosa serie televisiva “Sepolti in casa” non scegliesse proprio me come testimonial italiano e in più erano quindici giorni che vedevo il mio compagno giusto dieci minuti: io me ne andavo a letto distrutta trascinandomi come uno zombie mentre lui rientrava tardi per via degli straordinari che l’azienda imponeva per chiudere tutte le commesse prima delle ferie. Di solito ci scambiavamo qualche informazione di servizio in quei momenti: la bolletta pagata, la nuova fantasiosa lamentela della Galvanin, la tizia del piano di sotto che se ne inventava ogni settimana una di diversa, il problema risolto o meno, al lavoro. Cose così insomma, che ci aiutavano ad andare avanti. Poi dopo un “ciao, notte” io mi avviavo verso il letto pronta a entrare in coma e lui mangiava guardandosi la tivù; cercando quel po’ di relax che quattordici ore fuori casa richiedevano.

E questa era stata la giornata pesante per eccellenza ed ero più stanca del solito. Ci mancava solo la lite con la commessa del reparto attiguo al mio, sfociata poi in lavata di capo per entrambe dal responsabile del personale: avevo solo bisogno di dormire. Perciò dopo una doccia veloce con cui cercai di lavare via la fatica mi catapultai a letto senza nemmeno togliermi l’accappatoio, né mangiare. “Ancora due giorni e poi sarà Natale, poi il tour de force del pranzo in famiglia con i parenti, infine il via ai saldi.” Mi dissi e pensai seriamente di cercare un volo verso le Bahamas e di piantare tutto. Il mio ultimo pensiero coerente fu invece che avrei dovuto scongelare la carne per preparare il ragù in tempo per metterlo nelle lasagne.

 

Le coperte che si muovevano nel letto mi fecero registrare che Alessandro era ormai tornato. Sentii il materasso cedere dalla sua parte e lui che si stendeva; la camera era immersa nel buio più totale: evidentemente aveva spento la piccola abat-jour che tenevo sempre accesa quando lui non c’era, fosse stata anche tutta la notte perché in trasferta per lavoro. Se dormivo sola trovare un po’ di luce nei miei frequenti risvegli notturni mi dava calma e sicurezza.

«Mmmhh ciao, hai già mangiato?…» riuscii a dire, al limite tra il conscio e l’inconscio, non riuscendo nemmeno a girare il viso dal cuscino tanto ero stanca.

Lui si avvicinò senza rispondere e cominciò a baciarmi piano il collo, in quei dieci centimetri quadrati tra il lobo e la spalla. Mi scappò un “oh” di stupore. Negli ultimi mesi l’intimità tra noi era scarseggiata, e gli impegni reciproci e queste feste imminenti non aiutavano. Il nostro rapporto aveva raggiunto una certa stabilità emotiva e se la routine di vivere ormai assieme ci permetteva di condurre una vita relativamente tranquilla, la quotidianità si era mangiata tutta la nostra passionalità, fagocitando i buoni propositi che ci eravamo fatti l’un l’altro, prima di compiere il grande passo della convivenza.

Fui sorpresa e stupita dell’approccio. Erano mesi che non venivo baciata sul collo e questa era una gran bella novità. La sua bocca vagava senza fretta, prima succhiava il lobo, poi piano lo mordicchiava, facendomi fare piccoli gridolini divertiti e provocandomi la pelle d’oca ovunque. Erano leggeri come petali i suoi baci, eppure sentivo la mia pelle bruciare. Poi cominciò ad accarezzarmi. Passava le dita dal collo alla clavicola, scostando sempre più l’accappatoio e trovando la mia pelle nuda. E poi ancora i suoi baci, che, come minuscoli timbri, marchiavano ovunque. Ero confusa, sembrava che fossero piccoli salvagenti a cui ancorarmi per emergere dal mio torpore. E io non volevo altro che essere salvata in effetti.

«Hai deciso di svegliarmi, eh?» dissi ormai eccitata.

Mise la mano sotto la spugna dell’accappatoio e trovò il mio seno sinistro che chiuse fra le dita. Cominciò poi a stimolare il capezzolo con la bocca, che si indurì sotto la sua lingua.

Nel buio cercai di districarmi dalle lenzuola e dalla spugna che avevo addosso. Ma Alessandro non ci pensava minimamente a lasciarmi spazio di manovra, scese infatti fra le mie gambe.

Cominciò a leccare scopandomi con la lingua e le labbra, facendomi fremere dal piacere, mordicchiava il clitoride mentre lanciavo piccoli gridolini di piacere. “Ho come l’impressione che la Galvanin domani mattina si lamenterà ancora se continuiamo così” pensai, immersa nel mio languido piacere. Le braccia abbandonate sopra la testa in segno di resa e la testa che cominciava a girare, seppur ferma, seppure immersa nel buio.

«Allora è vero che il peperoncino fa bene» mi venne da sorridere mentre glielo dicevo, con la voce più alta di un’ottava, quasi in affanno. Avevo aggiunto del peperoncino piccante ai fagioli della cena, ma mai avrei pensato di suscitare questi risultati, dovevo farlo più spesso!

Lui si fermò, forse mi lanciò uno sguardo nel buio, ma ancora non disse nulla. Poi riprese con più foga di prima. Mise le sue mani sotto le mie natiche per sollevarmi e arrivare così più a fondo con la lingua. Si stava sfamando di me in modo animale con ardore e passione e non sembrava intenzionato a smettere tanto velocemente quanto piuttosto a portarmi dritta all’orgasmo, cibandosi dei miei umori. Arrivò trovandomi impreparata. Un orgasmo fatto di miele caldo che si spandeva sul mio sesso. Sentivo chiaramente la pelle bagnata, umida della sua saliva e del mio piacere. «Oddio, tu vuoi farmi morire». Ero letteralmente sopraffatta dal piacere, come mai prima d’allora. Che ne era stato del mio compagno che amava più il calcio che il sesso? Possibile che la fame di noi si fosse riaccesa dalla cena? Erano domande stupide, e nemmeno volevo la risposta. “La vita va presa come viene”, mi diceva sempre mio padre e immersa nel mio bagno di piacere non potevo che dargli ragione.

 

Ma lui non era intenzionato a far finire la cosa lì evidentemente, e in effetti nemmeno io lo volevo. Nel sesso l’orgasmo dell’altro è fondamentale, ed è come mettere la polvere di cioccolato sopra il tiramisù. Senza il dolce è buono uguale, ma se è presente dà senso al tutto. Mi prese nuovamente sotto le natiche e mi girò, e io mi misi carponi. Viaggiavo ancora nella marea di sensazioni del dopo orgasmo e sentivo bisogno di riprendermi, ma lui aveva tutt’altra idea. Sentii nuovamente la sua lingua che mi esplorava, oltre che tra le gambe, pure tra le natiche. Il desiderio riprese nuovamente vigore e avevo assoluto bisogno di sentirlo tra le mie gambe e lui mi penetrò con foga tenendomi le mani sui fianchi. La passione era palpabile, aleggiava su di noi come nebbia d’autunno e io sentivo il mio orgasmo nuovamente vicino. Ora volevo anche il suo e ci muovevamo a ritmo sempre più crescente. Successe però qualcosa di inaspettato. Si fermò e si sfilò, facendomi rimpiangere la sua scelta: volevo solo venire e sentirlo venire su di me. Poi un colpo mi gelò. Sentii uno schiaffo ben assestato sul gluteo destro che mi fece sobbalzare di stupore. Non mi aveva mai colpito e non riuscii nemmeno a capire se era una cosa che mi fosse piaciuta o meno perché non feci in tempo a chiedermelo: me ne arrivò un altro, sulla natica sinistra. Ma il mio corpo rispose prima della ragione. Emisi un gemito che era più di piacere che vero dolore e sentivo la pelle che chiedeva ancora le sue mani aperte. Alessandro sembrava avesse capito, mi penetrò con due dita facendomi inarcare la schiena e colpì ancora, ripetutamente. Sentivo le gambe molli e non riuscii a tenere la posizione a carponi. Franai perciò sulle lenzuola con il corpo pervaso da questa nuova sensazione. Ero come un’equilibrista sul filo tra il piacere e il dolore. Volevo che durasse per sempre e nello stesso tempo ero smaniosa di sentire il mio orgasmo e il suo.

Poi fece ancora qualcosa di inatteso. Il fatto che ci conoscevamo ormai da tanti anni aveva reso il sesso tra noi, non dico prevedibile, ma sicuramente legato a quello che ci piaceva di più e raramente uscivamo da quei binari. Ma non questa volta.

Tolse ancora le dita, lasciandomi nuovamente orfana della sua presenza dentro di me, e desiderosa di avere il mio orgasmo. Si avvicinò al culo con le dita umide dei miei umori e cominciò ad allargare la mia intima fessura.

Il sesso anale non era tra le cose che preferivo fare, seppure tra noi avessimo sdoganato pure quello. Eppure ero talmente eccitata che desideravo sentirlo ovunque. Mi penetrò. Fu un dolore acuto che mi fece irrigidire, ma poi sentii il bisogno di accoglierlo, averlo dentro, sentirlo ancora e ancora. E il dolore prese il posto alla smania di sentirlo sempre più. Lui spingeva con forza aggrappandosi a me. Finchè non ebbi un orgasmo così intenso da lasciarmi non solo senza fiato ma anche senza punti di riferimento. Un viaggio di andata verso la piccola morte, in cui fluttuavo nel piacere, navigando a vista tra le onde dell’orgasmo. Poi vi fu il ritorno, lento e lascivo, alla realtà. Alessandro si accasciò su di me vinto anch’egli dal piacere.

«Wow.» Solo questo riuscii a dire mentre buttavo fuori l’aria e altra ne chiedevo per tornare a respirare.

Rimanemmo abbracciati poi per un tempo che mi parve indefinito. Lui lasciava piccoli e teneri baci su di me, mentre io, se avessi potuto, avrei fatto le fusa come una gatta. Non era mai stato tanto dolce nei miei confronti e pensai che forse volesse farsi perdonare qualcosa, come quegli uomini che arrivano con il mazzo di rose rosse dopo il tradimento. Ma non avevo voglia di farmi mille domande, mi beavo del piacere ricevuto e tanto mi bastava.

«Cazzo il ragù!» dissi d’un tratto sciogliendomi dall’abbraccio e scendendo dal letto come se mi avesse morso una tarantola. «Devo togliere dal congelatore la carne altrimenti non riesco a prepararlo per domani, e addio lasagne!»

Mi avviai perciò verso la cucina, nuda com’ero, e sentivo le gambe cedermi, ero un po’ provata per la battaglia appena avvenuta sul nostro letto.

Arrivai in cucina e prima di aprire il frigo controllai il cellulare. C’era un messaggio di Alessandro che mi avvisava che avrebbe fatto tardi, controllai l’ora ed erano le 10.30; probabilmente era poi riuscito a liberarsi dagli impegni.

Misi da parte il cellulare e aprii il vano del congelatore in cui c’era il pacchetto con la carne da usare e lo presi.

«Ti sei data al nudismo?»

Feci un salto gridando dallo spavento e mi girai. Il mio compagno era sulla soglia, vestito di tutto punto con la borsa del lavoro in mano.

Lo guardai sconcertata. «Ma tu che ci fai vestito così?»

«Sono appena tornato, non hai visto il messaggio?»

Ero inebetita. «Certo che l’ho visto…»

Mi guardai meglio attorno, in effetti la tavola era ancora apparecchiata come se nessuno vi avesse cenato.

Poi la folgorazione.

Corsi verso la camera in tutta fretta e accesi la luce.

Il letto era vuoto, le lenzuola, uniche testimoni dell’amplesso appena avvenuto, giacevano scomposte sul letto e la finestra era aperta.

Alessandro mi seguì in camera: «Che succede? Con il freddo che c’è la finestra è aperta.»

Andai verso di essa e la richiusi. Guardai fuori, ma la strada era vuota. «Nulla, non succede nulla.» Raccolsi poi il mio accappatoio caduto dal letto e indossandolo dissi: «Fa proprio freddo stasera.»

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Questo racconto fa parte dell’antologia “Noi” – edita da Damster