Mentre attraversi pozzanghere

A volte il pensiero di te si presenta improvviso: come il campanello che suona alle due del pomeriggio in una domenica d’estate.

Inopportuno nel farmi sentire la mancanza. Fastidioso nel ricordarmi che non ci sei.

Mescoli caffè, immerso nel brusio delle chiacchiere fatte per riempire croissant vuoti e minuti tra un impegno e l’altro, attraversi pozzanghere senza bagnarti correndo dall’altra parte della strada, accendi l’auto e ritrovi la canzone che ti piace. Sorridi mentre accade.

Sorrido anch’io mentre ti penso vivere, anche se abbiamo condiviso solo aria di bolla. E dentro c’era la tv che mandava documentari mentre ci amavamo, o tentavamo di farlo, la pizza fredda dell’autogrill, consumata per placare la fame dopo averne placata altra e tutte le parole messe in fila per addobbare a festa quelle poche ore insieme.

Lo vuoi?

“Lo vuoi?”

Le parole si fanno strada nel buio. Tentano di strapparmi al sogno che stavo facendo, riuscendoci in parte.

Mi esce un “uuuhmmmmm”. Che tradotto dal dizionario “Mugugni di prima mattina – Italiano” avrebbe voluto dire “lasciami stare”.

“Ehi, lo vuoi? Dimmi che lo vuoi.” Riesce a svegliarmi massaggiando il culo, lo impasta con una mano, mentre con l’altra immagino che se lo stia menando. Mi si butta sopra, come si fa con la preda, senza aspettare una reazione, senza stelle e cuori, sapendo che non ci sarebbe stata nessuna risposta negativa.

Come si fa a non volerlo? Duro e animale. La bocca e i denti sul collo. Mi morde mentre strofina il sesso su schiena e natiche. Mentre mi tiene bloccate le braccia e continua a lasciarmi morsi e baci, baci e morsi e pensieri a metà.

Poi si sposta di lato, dal culo trova la strada verso le grandi labbra, mentre io trovo lucidità, vedo la luce del mattino non ancora matura. Saranno le cinque, penso. Maledetto alzabandiera. Benedetto alzabandiera.

“Lo vuoi? Eh? Dimmi che lo vuoi.”

Non rispondo, non ne ho bisogno. Tutto di me dice che non voglio altro, soprattutto ora che sono completamente sveglia.

E il pompino è la risposta alla domanda. Fosse così facile pure nelle questioni di tutti i giorni.

Così il suo odore si mescola al mio sogno, alla saliva, alla luce dell’alba sulle lenzuola e ai suoi gemiti.

Che sì, lo voglio, si era capito.

Rope Space

(Foto Mefisto Zanardi)

Mentre suono al nome indicato nel biglietto sento distintamente il campanello in lontananza che risuona nell’appartamento in cui devo entrare. Mi piace immaginare come si propaghi in un luogo che non ho mai visto, arrivando prima di me, per annunciare che sono qua.
Un minuto di attesa e il rumore di sblocco del portoncino segnala l’apertura.
«Terzo piano.» – dice una voce metallica dal citofono.
Io annuisco pur sapendo che nessuno mi vede e spingo il cancelletto lasciandolo andare alle mie spalle una volta entrata, e il clang di chiusura mi prende alla sprovvista. Sembra un segnale di partenza verso questa esperienza che sento di fare, o meglio, ho bisogno di fare.

Scelgo di non prendere l’ascensore, me li voglio fare a piedi questi tre piani di scale. Mi bevo tutto, dai turni per la pulizia segnati nella bacheca condominiale, alle piante grasse negli angoli dei pianerottoli, alcune con grossi fiocchi di carta bianca, come si usa nei regali di matrimonio. E gli zerbini davanti alle porte, ognuno il suo, che dicono molto, o non dicono affatto, riguardo al padrone di casa. Un blindato ha ancora appesa una ghirlanda di natale, diventata evidentemente parte dell’arredamento e penso che anche io, in fondo, ho tolto le lucine dal terrazzo solo un mese prima. E siamo a luglio.

Al terzo piano dovrei cercare l’interno M, ma la porta è già socchiusa ed entro chiedendo permesso, come mi ha insegnato la mamma: ringrazia sempre, chiedi permesso, dì scusa se hai sbagliato.
Un “Arrivo” mi giunge dalla parte della casa in cui immagino ci siano le stanze da letto, e io mi bevo pure il soggiorno con la voglia di dissetarmi con qualsiasi dettaglio di quest’oggi, fosse anche l’angioletto Thun con la candelina un po’ storta che mi spia dalla libreria.

La stanza è grande, illuminata da due porte finestre che fanno entrare la luce viva del giorno. Un tappeto nero e bianco è ai piedi di due grandi divani di pelle chiara, sistemati ad angolo. Poche fotografie artistiche in bianco e nero alle pareti completano il quadro.
E arriva lei: con corti capelli rosso Aperol sparati in alto e rossetto in tinta. Indossa un semplice abito estivo a piccoli fiori e mi porge la mano che stringo con forza, dimostrandole tutta la mia gratitudine per aver accettato la mia richiesta, sorridendo a mia volta in risposta al suo sorriso tutto denti bianchi e occhi verdi.
In fondo non ci conosciamo, anche se abbiamo qualche amico in comune in rete e scambiato qualche battuta sotto post altrui.

«Benvenuta, accomodati.» Mi dice indicando il divano. «Io prendo le corde.»

Le corde.
Sono qui per questo. Per provare la sensazione di essere legata.

Spiegarlo non è facile e nemmeno ci provo, semplicemente nella vita ad un certo punto compaiono dei bisogni o delle curiosità che senti di avere e di dover soddisfare.
«Tu mettiti comoda.» E se fossimo state in una chat questa frase sarebbe stata seguita da una faccina gialla con l’occhiolino, mentre lei me lo fa per davvero.

“Non sei nel virtuale Jo. Sei qui veramente e hai preso la metro B e due fermate di autobus, attraversando tutta Roma per venire.” penso mentre mi tolgo le Converse e mi siedo sul divano aspettandola.

Arriva con un vassoio e due bicchieri con un po’ di acqua e menta. Era una vita che non vedevo lo sciroppo di menta mescolato all’acqua, me lo preparava sempre mia mamma nelle calde e umide giornate estive quando ancora abitavamo in Veneto. Quelle in cui lei era ancora una bella donna dalle labbra carnose, il carattere deciso, gli occhi pieni di vita. Mentre ora è l’ombra di se stessa, mangiata dal dolore che la vita le ha messo davanti, senza tanti sconti. Erano giornate piene di sole, di lavori casalinghi e nel negozio, di piccoli gesti felici dedicati ai suoi figli. Di acqua e menta mescolata veloce con il cucchiaino nei bicchieri della Nutella, a creare un vortice da guardare ipnotizzati.
E’ come un segnale positivo: quelle cose che accadono di contorno mentre stai facendo altro e che sembra ti dicano che è la cosa giusta da fare.

«Allora Giovanna, in chat mi dicevi che non hai mai avuto esperienze di legatura.»
«No, mai. Beh… se escludiamo le mani dietro la schiena per giocare un po’ prima del sesso.»
«Già qualcosa. Che sensazione ti hanno dato?»
«Panico.»
«E allora perché vuoi provare?»

Taccio, e faccio spallucce; non la so la verità. So solo che vorrei provare, mentre mesi fa lo trovavo ridicolo, come se ora fosse cambiato qualcosa in me. Finisco la mia bibita mentre lei si alza, chiude le imposte creando penombra e accende una piccola abat–jour di carta di riso, con impresse fiori e foglie. Mi dico che anche se non so bene il motivo per cui sono qui, se tutto va per il verso giusto lo scoprirò presto. La stanza alla luce della lampada sembra più piccola, e la donna che si fa chiamare Stella D’Oro sul web, accende lo stereo, inserendo un cd. Una musica di ispirazione giapponese si propaga. Io guardo le corde che ha portato: sono di diversi colori, gialle, rosse, blu e verde. “Sarai come un’opera d’arte” mi aveva detto un’amica che lo aveva provato, ma io non ero sicura che fosse questo il motivo per cui ero lì.

«Spogliati restando con il body come avevamo concordato.» Obbedisco.
«Inginocchiati. La schiena dritta, gli occhi chiusi.» Io eseguo e resto in attesa.

Stella si mette dietro di me, sento le sue ginocchia sulla mia schiena, mi prende i capelli e me li chiude in una coda, alta sulla testa. Si inginocchia anche lei e mi cinge le spalle con le braccia nude. Sento la sua pelle liscia sulla mia. Non ho mai avuto contatti così ravvicinati con una donna che non fosse mia madre, nemmeno con le amiche più intime. Mi ricorda un abbraccio materno, mentre sento il suo respiro leggero sul mio collo e mi si alza la pelle d’oca sulle gambe in un riflesso incondizionato. Ora che è così vicina sento il suo calore e il suo profumo, Opium, inconfondibile. Sto ancora con gli occhi chiusi, la mente che tenta di seguire la musica, di farsi rapire da essa.

Si stacca un attimo da me. E io mi sento già orfana. Forse sta prendendo una corda. Infatti mi stringe gli avambracci, mentre mi cinge ancora. Mi tira indietro, mentre annoda, le corde che costringono, la mia mente che cerca di evadere, rincorrere la musica, non pensare a nulla. Mentre sono già inebriata da quel profumo, e d’un tratto ricordo la prima volta che l’ho annusato, mille anni prima.
Tutte le nonne sanno di violetta, la mia sapeva di Opium di Yves Saint Laurent. Lo custodiva all’interno del suo armadio, dove io lo scoprii un giorno, per caso, mentre giocavo nella sua camera ad aprire le ante dell’armadio per creare un gioco con gli specchi interni, mille mondi che si riflettevano uno dentro l’altro all’infinito. E in un angolo tra la cipria e il borotalco nel classico barattolo di plastica verde scuro, ecco la boccetta ambrata. Non posso pensare che anche questo sia un caso.

Stella mi passa una fune leggera sulle spalle, facendomela scorrere anche sotto il mento, provocandomi un brivido, avvicinando il suo viso al mio, appoggiando la sua guancia alla mia. Non mi aspettavo un contatto così intimo, in realtà non so nemmeno cosa dovevo aspettarmi: avevo solo visto le foto di donne legate con questa tecnica antica chiamata shibari, ma non avevo mai assistito agli spettacoli che sapevo si tenevano in feste esclusive.

Non posso più muovere le braccia, ora legate dietro la schiena, parallele e il petto è in fuori evidenziato dal passaggio delle corde, sopra e sotto il seno.
E io risento l’abbraccio a morsa in cui mi stringeva Gianni i primi anni che vivevamo assieme, perché di veri gesti d’affetto non era capace e se ti dava un abbraccio era solo così, un po’ brusco, accompagnato dalle parole: “E ora non scappi più”.
Ma tanto lo sapeva che non volevo andarmene da nessuna parte. E me lo guardavo in attesa di un bacio, che arrivava a stampo perché i baci veri, quelli fatti di lingua e saliva, non erano per noi, semplicemente.
Feci le valigie per fuggire veramente solo molti anni dopo, stanca di manifestazioni di affetto rare e insipide, incapace io stessa di dare slancio al rapporto, adagiandomi nei miei errori. E lasciai la casa che ci aveva visti insieme, pure felici, ma più volte soli, dapprima con la mente e poi buttando dentro la valigia le prime cose che trovai nell’armadio, andandomene sbattendo la porta, gridando vaffanculo, piangendo, più impaurita che delusa.

«Alzati.» Il suono della sua voce mi riporta nel soggiorno.
Piego una gamba in avanti e mi alzo, apro gli occhi e incontro i suoi ad altezza dei miei.
Hanno lo stesso colore degli occhi di mio fratello, ed eravamo esattamente nella stessa posizione la sera prima, solo che le mie braccia cingevano il suo corpo barcollante mentre i suoi occhi mi attraversavano con lo sguardo. Non mi vedeva nemmeno, offuscato com’era dai fumi dell’alcol, come tutti i giorni, da settimane ormai.
E mi riprende l’ansia, l’urgenza, il panico.
Perché dovrei essere accanto a lui a convincerlo ad entrare in casa di cura, una volta in più, ma non ne ho più la forza, non ho più speranze, non ne ha più nessuno per lui, che non riesce a liberarsi dai suoi fantasmi, creandone di nuovi per tutti quelli che gravitano intorno a lui.

E invece sono qui, in questo quartiere romano che non avevo mai visitato, a farmi legare come un arrosto, non si sa bene per cosa, non si sa bene perché.

«Va tutto bene? Vuoi che andiamo avanti?»
Stella è proprio brava come mi avevano detto. Ha capito che c’è qualcosa che non andava,
«Sì, tutto bene. Andiamo avanti.»

Si abbassa per prendere un’altra corda e la srotola piano davanti a me, mantenendo il contatto visivo: è rossa, mentre quella che mi ha legato attorno al dorso, gialla.
«Sarai bella come una scultura quando avremo finito.» Mi sussurra in un orecchio, ripetendo lo stesso pensiero della mia amica.
Io non mi sento affatto così, ma non voglio deluderla.

Per un attimo mi vedo da fuori, una donna né bella né brutta, quasi quarantenne, legata in un appartamento di cui conosce solo il soggiorno, le sue scarpe e i suoi vestiti in un angolo, la cellulite, la pancetta, i piedi nudi, il seno piccolo evidenziato dalle corde e un’assurda musica giapponese a far da colonna sonora. E una domanda in testa: “Cosa ci faccio qui?” lo penso e lo dico poi, a voce alta:
«Stella, cosa ci faccio qui?»

Lei mi guarda, mi sorride e dice l’ovvio, che forse tanto ovvio non è: «Sei qui per farti legare, chiudi gli occhi se vuoi.»

Ma io non li chiudo e la guardo ai miei piedi mentre mi passa la corda fra le gambe, per legarmi le cosce. Fa nodi che segnano il mio intimo, il clitoride, le grandi labbra e dentro le piccole, che, seppur al riparo dalla stoffa del body, cominciano a bagnarsi.
E chissà se le corde si impregnano dei miei umori, del mio intimo profumo.

Sento che mi stringono, mentre Stella mi fa ristendere a terra e io mi sento al sicuro, non posso fare nulla, indifesa, abbandonata, con lei che mi scosta i capelli dal viso e mi accarezza dicendomi che sono brava, che sono bellissima, che il mio corpo è magnifico attraversato da queste linee colorate. Avvicina la bocca alla mia senza baciarmi, facendomi sentire la sua presenza, un contatto che vuole dire protezione, e io sono nelle sue mani: non esiste più nulla, né il lavoro il giorno dopo, né le bollette da pagare, né la casa vuota e il letto freddo, mia madre, mio fratello, Gianni, gli uomini che ti vogliono ma non ti cercano, le ferite che ho fatto e quelle che ho ricevuto.
Sono sospesa.
E non voglio più andar via.

Piano.
Slegami piano.

Non voglio abbandonare queste corde. Fanno male e bene insieme.
Ero indifesa, ma ero protetta.
Ero nuda, ma vestita.
Ero Jo e Giovanna. Ero io e non lo ero più.

Stella non dice più nulla ma comincia a slegare le corde. Le fa scivolare piano sulla mia pelle e vorrei dirle di lasciarmi così, con la mia malinconia, il volto rivolto al soffitto e le palpebre chiuse, a pensare a nulla, a stare ferma quando tutto intorno a me corre.

Slegami piano.
Ti prego, piano.

Tremo e ho gli occhi chiusi.
E mi libera gambe e spalle, lentamente, sciogliendo i nodi, facendo scivolare la corda sul mio corpo, baciando e accarezzando la pelle dove l’ha fatta scorrere, dov’è rimasto il segno. Mentre quella che passa tra le cosce la lascia ancora lì.
Accarezza con un dito tra esse, mentre io sento la sua mano tra la stoffa del body e le funi.
Preme, gioca con le corde, le sfiora casualmente prima loro e poi me.
E non è più una donna che tocca un’altra donna, ma una persona che tocca una persona, che mi ha portato oltre e ora sembra voglia ancora di più.

Si insinua, sposta il body, raggiunge il mio intimo e guardandomi negli occhi infila due dita bruscamente, toccando la mia voglia liquida. Mi sfugge un gemito fatto di sorpresa e piacere, perché non pensavo di essere così eccitata.

Stella entra ed esce più forte, è finito il momento di fare piano, della delicatezza. E mentre ansimo e chiudo gli occhi, e cerco di chiudere le gambe per sentirla ancora di più, lei sposta le dita sulle pareti della vagina, raggiungendo punti che non pensavo di avere, accompagnandomi verso un orgasmo violento come pochi, dandomi ancora qualcosa in più, come se non fosse bastato fin’ora. Il mio corpo risponde, senza vergogna, prendendo quel che c’è da prendere a grandi bocconi mandati giù senza masticare. Torno a fatica in me, e la sento stendersi vicino e abbracciarmi da dietro, richiudendomi tra le sue braccia, e prima di sprofondare nel sonno riesco a pensare che il suo abbraccio sostituisce le corde, ed è in fondo più vero e umano: illude meno, ma protegge e contiene le mie emozioni.

Me ne vado dopo un’ora con un’esperienza nuova in tasca, una nuova conoscenza, la pelle segnata, un orgasmo che ricorderò, la consapevolezza che il mio corpo mi ha detto di cercare le mie radici e il mio vissuto.
Per un nuovo punto di partenza.

Ripubblico questo racconto che è stato inserito nell’antologia Inferno e Paradiso edito da ErosCultura.

El brigante Stéla [racconto in dialetto veneto]

 

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El brigante Stéla el pòza sempre el só s-ciòpo vizìn al portón dea cèsa.

Tanto el sa che nissùn ghe farà niente de male.

Belo lè belo, con el so tabaro, el capelo con la falda larga, i baffi che varda alto.

On bell’omo, niente da dire.

Ma l’è catìvo, o bón a modo suo.

I dise che el ruba ai sióri par dare ai poaréti. Manco el fosse Robin Hood.

E i dise anca che l’è sàtrapo, senza cuore.

On dì Malvina passeggiava in centro. Orgogliosa la jera. La panza alta che portava el fioleto che la spetava dal marìo, Toni.

La andava in cèsa Malvina, par pregare la madona de farghe nasere un putin sano, belo, bianco e rosso come quelo che gaveva avudo so sòrea Teresa.

La portava anche on mazeto de fiori da metere sull’altare. La gavea catà le boche del leon e le margherite. E anche na rosa la jera riusia a trovare. Rossa come el sangue.

Contenta dela so panza e del putin che dentro ogni tanto ghe dava on calcetto, la caminava dritta come on fuso.

«Varda che bell’oselin che ga fato el gnaro lì dentro!» Ghe ga osà drio el paron dell’Ostaria. Quelo el stava sempre fòra dala porta a vardare chi che passava.

On òcio però vardava a destra e l’altro a sinistra. Strabico el jera. Strabico e ònto. Lo savea tuti e pochi andava a magnare volentieri da lù. Giusto on bicère de vin, che quelo miga se femo scupoli. El vin xe sempre bon, anca dentro al bicère ònto.

Fato sta che el brigante Stela el jera dentro l’ostaria a bevare con el so amico Padovan. I gavea bevù el Raboselo e anche el Cabernet, magnà pocheto a dire el vero. Na ciòpa de pàn con la sopressa.

El brigante Stela sentio la frase dell’oste el se ga alzà e l’è andà anca lu alla porta, in tempo par vedare Malvina in fondo ala strada, quasi davanti ala cèsa.

«Chi xea quea?»

«La Malvina, la fa l’infermiera in Ospedale a Noenta. La speta on putin da so’ marìo.

«E selo on màs-cio o na fémena?»

«No, lo so paron!»

«Cosa diseo, scomettemo se l’è on màs-cio?» El ghe risponde el brigante con l’òcio za impizà.

«Eh scomettemo!» Ghe risponde l’oste, verzendo i brazi e savendo che tanto miga se podeva far diverso con chel bandito.

 

Cussì i do amizi i va vanti a bere e magnare spetando che tornasse indrio la bela Malvina dalla panza alta.

On oretta dopo infatti ecola che la passa. La se jera fermà anca dalla Bruna a tore quatro pastine da magnare casa con Toni e la suocera.

La portava el pachetin te na man e te l’altra la tegneva ancora el mazeto de fiori.

El prete la gavea catà in cèsa e el ghe gavea dito che quei bei fioreti li podea metare davanti ala madona dell’ospedale. Cussì la gavaria jutà el giorno deo sgravo.

«Bongiorno siora Malvina!» El dise ossequioso l’oste Jijo

Buongiorno, la soride Malvina, ma la sente on calcetto pì forte in tea panza.

«Ghe xe qua on sior che el volaria savere na roba» el ghe dise.

«Chi xe che vole savere na roba da mi?» la domanda curiosa. E za la pensa che qualchedun el voja farse le punture e el gabia bisogno di ela.

«El Stela, qua dentro».

Malvina la se ferma. La sa che Stéla l’è on brigante e non l’è on sant’omo. Anche se la ga sentio storie bone sol so conto. A sò cugin el ghe ga fato trovare du sachi de farina davanti la casa, quando che la moglie jera morta.

«Signora buongiorno», el disse el brigante, el zercava de parlare el talìan par parere mejo.

«Noi vorrissimo savere se el putin che ea tiene in panza el xe on màs-cio o na fémena? Un bambin o na bambina insoma.»

«E mi come fazo saverlo? Fra on par de setimane partorisso e dopo ve lo fazo savere!»

E Malvina la fa par andare via. On poco spaventà dela domanda strana.

«Non cusita in fretta.» E el tira fora la spada chel portava soto al tabaro.

On tajo, xe bastà on tajo netto in tea panza. Malvina lo ga vardà come se varda on babau, spaventà, fissa nel so ultimo pensiero de vita.

La casca, zenoci in tèra, la man in tea ferita el sangue che sgorga.

In tera el vassoietto dele pastine, e i fiori par la madona.

«Dai Padovan, date da fare. To popà e gavaria volesto te diventassi dotore, cava el putin da chea panza, vardemo se l’è on màs-cio o na fémena.»

L’oste Jijo non gà fato in tempo a dire bao, sangue ovunque e la certeza de aver visto la follia in tei òci del brigante.

«La jera na putina, na fémena.» Dise el Padovan con le man lorde de sangue.

«El ga vinto oste.»

E el buta do schèi sora la tola.

Malvina morente la fissa i so fiori, la rosa la xe ancora pì rossa, sporca del so sangue.

*********

Storie di famiglia riportano tra i miei antenati il brigante Stella, una specie di Robin Hood della bassa padovana, che non aveva paura di lasciare il proprio fucile sul portone della chiesa. Questa è la trasposizione romanzata, in dialetto veneto, di una storiella che mi raccontava sempre mia madre: in cui il brigante scommette con un compare sul sesso di un nascituro e per scoprirlo sventra una donna. (Poi una si chiede perché cresce turbata in effetti).

Il mio è solo il tentativo di dare omaggio alla bimba che ero, che si incantava davanti alle storie di mamma.

Point Nemo (*)

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Si schianterà lì, tutto quello che ho da dirti.

Nel nulla più assoluto.

Più vicino alle stelle che al cuore, il mio Point Nemo.

Più vicino alla notte ormai.

Tra l’Antartide delle cose non dette, il sogno di Rapa Nui e la Terra di Mare, c’è il deserto.

Io sarò lì, a Point Nemo. Ad aspettare Nessuno, a far naufragare le parole, e a guardare le stelle.

De-sideri.

(Sempre).


(*) Point Nemo è il nome del “polo pacifico dell’inaccessibilità”, ovvero il punto nell’Oceano Pacifico più lontano da qualsiasi essere umano. Viene usato come coordinata di rientro per le stazioni spaziali destinate alla distruzione (fonte: wikipedia)

 

Chiodo scaccia chiodo

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Evidentemente ci stavo bene solo io con lui, visto il modo in cui era finita. E se ero consapevole del fatto che nulla dura in eterno, tanto meno questo tipo di relazioni a distanza, rendermene conto era stato un colpo non indifferente.

Perché più di tutto aveva fatto male il modo, lo scoprire che in fondo anche lui era un uomo come gli altri, anzi forse peggio, che chiude con le donne con un messaggio. “Ho altro per la testa.”

Nessuna telefonata e nessun incontro chiarificatore, non ero stata degna nemmeno di quello. E a me era toccato il ruolo di quella che capisce, che sì mica posso dire nulla, ognuno è libero di fare le proprie scelte.

Invece non capivo proprio nulla.

Non capivo dove dovevo mettere tutto l’affetto che provavo, tutto a un tratto diventata invisibile, non necessaria, quasi un peso da sopportare.

Non capivo quando era successo e perché non dirmelo prima, facendo finta che tutto andasse bene.

Mi fece talmente male che non riuscivo più né a dormire, né a mangiare, con l’aria che mancava all’improvviso durante la giornata, a tradimento, perché gli ultimi tempi mi sembrarono una farsa, un tirare avanti qualcosa che non sentiva più.

Continuavo a mettere insieme puzzle di noi, segnali passati e presenti, in cerca di risposte e non ne trovavo abbastanza.

Razionalmente tutto mi era chiaro: si è stancato di te, non gli piaci più.

Invece continuavo a ripensare ai nostri baci, e a come innescavano l’eccitazione tra di noi.

Per me era passione pura, condivisa, reciproca, reale e tangibile. La sentivo aleggiare su di noi durante i nostri amplessi e mi chiedevo come poteva lui rinunciare a questo. La risposta, semplice, mi faceva venire le lacrime agli occhi, storcendomi lo stomaco in un pugno. Un’altra.

Ripensavo a come mi fossi sentita accolta tra le sue braccia, e ci pensavo con vergogna come di un qualcosa che probabilmente avevo sentito solo io.

Era possibile questo? Era possibile che non avessi capito che per lui invece non era così?

Cos’era il nostro cercarci, lo scivolarci dentro, le mani strette nell’orgasmo, il bisogno di sentirci appiccicati in ogni centimentro, abbracciati?

Solo espressione di lussuria, nessun vero sentimento.

Avevo sbagliato ad affezionarmi troppo, a pensare di essere per lui importante.

Un messaggio, un solo messaggio per far finire quasi tre anni di relazione.

Cercavo di raccattare i segnali di distacco, mettendoli insieme, giustificandoli con la lontananza, il normale andamento di qualsiasi relazione: l’iniziale entusiasmo, cercarsi in continuazione, voler condividere ogni cosa, per poi lasciarsi semplicemente vivere, senza nessun nuovo slancio, senza nessuna spinta e futuro. Forse perché all’inizio sono andata cauta, troppo cauta. Non riuscivo e soprattutto non volevo fidarmi. D’altronde che altro avrei potuto fare? Perché io ero stata solo il treno sbagliato in attesa di prendere quello giusto.

E probabilmente se non avessi fatto storie sentendo la sua progressiva lontananza mi sarebbe toccata una scopata mensile, e i suoi soliti messaggi di buongiorno e buonanotte. Nulla più.

Però non avevo mai compreso la differenza tra la realtà che vivevo con lui, in cui ritrovavo ogni volta una dimensione di me e di noi, sempre molto attento, dolce, premuroso, appassionato e la solitudine in cui mi lasciava gli altri giorni. Qualche messaggio, quasi a timbrare il cartellino di presenza. Buongiorno, buonasera, buonanotte. Ci avevo provato a rendere le cose diverse, ma non ne ero stata capace.

Eppure quando ci vedevamo la realtà mi riportava un’immagine migliore. Un trovarsi ancora, nonostante tutto, il suo odore e il mio così buoni insieme, le risate, le battute, i baci, i morsi, le carezze, gli orgasmi donati e ricevuti.

Il fatto che non ci fosse stato nessun chiarimento mi lasciava l’onere di trovarmele da sola le motivazioni e dopo il primo smarrimento iniziale davanti al mondo cercavo di far vedere una me matura che accetta le cose della vita senza colpo ferire, mentre letteralmente morivo dentro, il sorriso spento e la lacrima facile.

Non potevo andare avanti così. Mi mancava tutto, mi sentivo smarginata, come una macchia di inchiostro che si espande sulla carta assorbente. Niente più confini di me e sfocata nel mio stesso essere.

Fu così che su pressione anche delle mie amiche, accettai di vedere Manuel. Vedrai, il “chiodo scaccia chiodo” aiuta! Non so a cosa dovesse servirmi in realtà, ma già il fatto di prepararmi per uscire fu terapeutico quel giorno. Scelsi con cura l’abito, un tubino blu non troppo volgare, e ci abbinai dei tacchi alti. Forzai me stessa a non mandargli un messaggio di disdetta tempestando invece la mia migliore amica con continui whatsapp in cui le dicevo che non volevo assolutamente andare.

Ma lei praticamente mi obbligò: ti farà bene, vedrai.

Con lui non ero mai andata oltre il caffè, ma gli proposi una cena che accettò con entusiasmo.

Ci trovammo nel parcheggio della pizzeria che scelse, ma con il mio solito candore gli dissi:

– Che ne dici se prima di mangiare andiamo a scopare?

Niente paroline dolci, niente complimenti.

Mi guardò sorpreso. Poi disse: – Lo sapevo che eri una troia.

Già una troia, pensai.

– Alla fine non avresti voluto scopare?

– Beh, sì.

– E la troia sarei io…

Lasciai in sospeso, non mi importava di quello che pensava. Alla fine non mi importava più di niente e di nessuno, tantomeno del suo giudizio.

Conoscevo un motel nella periferia di Vicenza, e gli proposi di andare lì, sarebbe stato più semplice e impersonale che invitarlo a casa.

Nessuno parlò in macchina, e la radio sputava fuori canzoni d’amore del tutto fuori luogo.

Non c’era nessuna magia, solo due persone che se ne andavano insieme a scopare in una stanza.

Ma esisteva poi questa magia? Cos’avevo provato in questi anni? Cosa mi aveva spinto a correre da una parte all’altra dell’Italia per stare insieme solo poche ore? Per poter restare ancora tra le sue braccia, addormentarsi dopo l’amore, con il suo viso sul mio collo.

Arrivammo al parcheggio del motel e quando fu il momento di dare i documenti dissi che li avevo dimenticati. Avevo lasciato a casa tutto, carta d’identità e patente. Dove ho la testa, che sciocca.

– Sarà per un’altra volta, riportami alla macchina.

Bang bang

Il biondino se ne sta con il braccio teso a mezz’aria, l’indice in resta e il pollice che punta in alto.

Fermo e serio, girato di tre quarti, con una gamba avanti e una indietro. Mi ricorda una S.S.; il pensiero mi disturba, poi si scioglie all’arrivo del piccoletto, di corsa, che si blocca quando lo vede.
L’altro spara, in un bang bang veloce, contraendo leggermente il braccio, come un vero rinculo del fucile, piegando il grillettopollice una, due, tre volte.

Il piccoletto cade morto, rispettando le regole che prevedono le mani al petto e un urlo straziante.
Il biondo si avvicina per dargli il colpo finale, prima di andarsene voltandogli le spalle, soffiando sull’unghia fumante. L’altro diventa un Gesù Cristo in croce, la testa di lato, gli occhi chiusi.
Riccioli biondi appare, scappata da chissà quale film Disney. Si butta al capezzale dell’amico, lo scuote per le spalle, si dispera.

Il biondo torna, si fa risata, si fa gridallegre, si fa salti di vittoria, il braccio non spara più. Risorge Piccoletto, non sbatte nemmeno i vestiti dalla polvere, tanto sa che tornerà a terra ancora, e la biondina non ha più lacrime, evaporate sotto il sole che tramonta.

Vociano, si spintonano ridendo, si rincorrono nuovamente nel parcheggio.

Io mi rintano in macchina, e non posso fare a meno di pensare che sarebbero proprio belle le guerre, così.