El brigante Stéla [racconto in dialetto veneto]

 

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El brigante Stéla el pòza sempre el só s-ciòpo vizìn al portón dea cèsa.

Tanto el sa che nissùn ghe farà niente de male.

Belo lè belo, con el so tabaro, el capelo con la falda larga, i baffi che varda alto.

On bell’omo, niente da dire.

Ma l’è catìvo, o bón a modo suo.

I dise che el ruba ai sióri par dare ai poaréti. Manco el fosse Robin Hood.

E i dise anca che l’è sàtrapo, senza cuore.

On dì Malvina passeggiava in centro. Orgogliosa la jera. La panza alta che portava el fioleto che la spetava dal marìo, Toni.

La andava in cèsa Malvina, par pregare la madona de farghe nasere un putin sano, belo, bianco e rosso come quelo che gaveva avudo so sòrea Teresa.

La portava anche on mazeto de fiori da metere sull’altare. La gavea catà le boche del leon e le margherite. E anche na rosa la jera riusia a trovare. Rossa come el sangue.

Contenta dela so panza e del putin che dentro ogni tanto ghe dava on calcetto, la caminava dritta come on fuso.

«Varda che bell’oselin che ga fato el gnaro lì dentro!» Ghe ga osà drio el paron dell’Ostaria. Quelo el stava sempre fòra dala porta a vardare chi che passava.

On òcio però vardava a destra e l’altro a sinistra. Strabico el jera. Strabico e ònto. Lo savea tuti e pochi andava a magnare volentieri da lù. Giusto on bicère de vin, che quelo miga se femo scupoli. El vin xe sempre bon, anca dentro al bicère ònto.

Fato sta che el brigante Stela el jera dentro l’ostaria a bevare con el so amico Padovan. I gavea bevù el Raboselo e anche el Cabernet, magnà pocheto a dire el vero. Na ciòpa de pàn con la sopressa.

El brigante Stela sentio la frase dell’oste el se ga alzà e l’è andà anca lu alla porta, in tempo par vedare Malvina in fondo ala strada, quasi davanti ala cèsa.

«Chi xea quea?»

«La Malvina, la fa l’infermiera in Ospedale a Noenta. La speta on putin da so’ marìo.

«E selo on màs-cio o na fémena?»

«No, lo so paron!»

«Cosa diseo, scomettemo se l’è on màs-cio?» El ghe risponde el brigante con l’òcio za impizà.

«Eh scomettemo!» Ghe risponde l’oste, verzendo i brazi e savendo che tanto miga se podeva far diverso con chel bandito.

 

Cussì i do amizi i va vanti a bere e magnare spetando che tornasse indrio la bela Malvina dalla panza alta.

On oretta dopo infatti ecola che la passa. La se jera fermà anca dalla Bruna a tore quatro pastine da magnare casa con Toni e la suocera.

La portava el pachetin te na man e te l’altra la tegneva ancora el mazeto de fiori.

El prete la gavea catà in cèsa e el ghe gavea dito che quei bei fioreti li podea metare davanti ala madona dell’ospedale. Cussì la gavaria jutà el giorno deo sgravo.

«Bongiorno siora Malvina!» El dise ossequioso l’oste Jijo

Buongiorno, la soride Malvina, ma la sente on calcetto pì forte in tea panza.

«Ghe xe qua on sior che el volaria savere na roba» el ghe dise.

«Chi xe che vole savere na roba da mi?» la domanda curiosa. E za la pensa che qualchedun el voja farse le punture e el gabia bisogno di ela.

«El Stela, qua dentro».

Malvina la se ferma. La sa che Stéla l’è on brigante e non l’è on sant’omo. Anche se la ga sentio storie bone sol so conto. A sò cugin el ghe ga fato trovare du sachi de farina davanti la casa, quando che la moglie jera morta.

«Signora buongiorno», el disse el brigante, el zercava de parlare el talìan par parere mejo.

«Noi vorrissimo savere se el putin che ea tiene in panza el xe on màs-cio o na fémena? Un bambin o na bambina insoma.»

«E mi come fazo saverlo? Fra on par de setimane partorisso e dopo ve lo fazo savere!»

E Malvina la fa par andare via. On poco spaventà dela domanda strana.

«Non cusita in fretta.» E el tira fora la spada chel portava soto al tabaro.

On tajo, xe bastà on tajo netto in tea panza. Malvina lo ga vardà come se varda on babau, spaventà, fissa nel so ultimo pensiero de vita.

La casca, zenoci in tèra, la man in tea ferita el sangue che sgorga.

In tera el vassoietto dele pastine, e i fiori par la madona.

«Dai Padovan, date da fare. To popà e gavaria volesto te diventassi dotore, cava el putin da chea panza, vardemo se l’è on màs-cio o na fémena.»

L’oste Jijo non gà fato in tempo a dire bao, sangue ovunque e la certeza de aver visto la follia in tei òci del brigante.

«La jera na putina, na fémena.» Dise el Padovan con le man lorde de sangue.

«El ga vinto oste.»

E el buta do schèi sora la tola.

Malvina morente la fissa i so fiori, la rosa la xe ancora pì rossa, sporca del so sangue.

*********

Storie di famiglia riportano tra i miei antenati il brigante Stella, una specie di Robin Hood della bassa padovana, che non aveva paura di lasciare il proprio fucile sul portone della chiesa. Questa è la trasposizione romanzata, in dialetto veneto, di una storiella che mi raccontava sempre mia madre: in cui il brigante scommette con un compare sul sesso di un nascituro e per scoprirlo sventra una donna. (Poi una si chiede perché cresce turbata in effetti).

Il mio è solo il tentativo di dare omaggio alla bimba che ero, che si incantava davanti alle storie di mamma.

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Point Nemo (*)

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Si schianterà lì, tutto quello che ho da dirti.

Nel nulla più assoluto.

Più vicino alle stelle che al cuore, il mio Point Nemo.

Più vicino alla notte ormai.

Tra l’Antartide delle cose non dette, il sogno di Rapa Nui e la Terra di Mare, c’è il deserto.

Io sarò lì, a Point Nemo. Ad aspettare Nessuno, a far naufragare le parole, e a guardare le stelle.

De-sideri.

(Sempre).


(*) Point Nemo è il nome del “polo pacifico dell’inaccessibilità”, ovvero il punto nell’Oceano Pacifico più lontano da qualsiasi essere umano. Viene usato come coordinata di rientro per le stazioni spaziali destinate alla distruzione (fonte: wikipedia)

 

Chiodo scaccia chiodo

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Evidentemente ci stavo bene solo io con lui, visto il modo in cui era finita. E se ero consapevole del fatto che nulla dura in eterno, tanto meno questo tipo di relazioni a distanza, rendermene conto era stato un colpo non indifferente.

Perché più di tutto aveva fatto male il modo, lo scoprire che in fondo anche lui era un uomo come gli altri, anzi forse peggio, che chiude con le donne con un messaggio. “Ho altro per la testa.”

Nessuna telefonata e nessun incontro chiarificatore, non ero stata degna nemmeno di quello. E a me era toccato il ruolo di quella che capisce, che sì mica posso dire nulla, ognuno è libero di fare le proprie scelte.

Invece non capivo proprio nulla.

Non capivo dove dovevo mettere tutto l’affetto che provavo, tutto a un tratto diventata invisibile, non necessaria, quasi un peso da sopportare.

Non capivo quando era successo e perché non dirmelo prima, facendo finta che tutto andasse bene.

Mi fece talmente male che non riuscivo più né a dormire, né a mangiare, con l’aria che mancava all’improvviso durante la giornata, a tradimento, perché gli ultimi tempi mi sembrarono una farsa, un tirare avanti qualcosa che non sentiva più.

Continuavo a mettere insieme puzzle di noi, segnali passati e presenti, in cerca di risposte e non ne trovavo abbastanza.

Razionalmente tutto mi era chiaro: si è stancato di te, non gli piaci più.

Invece continuavo a ripensare ai nostri baci, e a come innescavano l’eccitazione tra di noi.

Per me era passione pura, condivisa, reciproca, reale e tangibile. La sentivo aleggiare su di noi durante i nostri amplessi e mi chiedevo come poteva lui rinunciare a questo. La risposta, semplice, mi faceva venire le lacrime agli occhi, storcendomi lo stomaco in un pugno. Un’altra.

Ripensavo a come mi fossi sentita accolta tra le sue braccia, e ci pensavo con vergogna come di un qualcosa che probabilmente avevo sentito solo io.

Era possibile questo? Era possibile che non avessi capito che per lui invece non era così?

Cos’era il nostro cercarci, lo scivolarci dentro, le mani strette nell’orgasmo, il bisogno di sentirci appiccicati in ogni centimentro, abbracciati?

Solo espressione di lussuria, nessun vero sentimento.

Avevo sbagliato ad affezionarmi troppo, a pensare di essere per lui importante.

Un messaggio, un solo messaggio per far finire quasi tre anni di relazione.

Cercavo di raccattare i segnali di distacco, mettendoli insieme, giustificandoli con la lontananza, il normale andamento di qualsiasi relazione: l’iniziale entusiasmo, cercarsi in continuazione, voler condividere ogni cosa, per poi lasciarsi semplicemente vivere, senza nessun nuovo slancio, senza nessuna spinta e futuro. Forse perché all’inizio sono andata cauta, troppo cauta. Non riuscivo e soprattutto non volevo fidarmi. D’altronde che altro avrei potuto fare? Perché io ero stata solo il treno sbagliato in attesa di prendere quello giusto.

E probabilmente se non avessi fatto storie sentendo la sua progressiva lontananza mi sarebbe toccata una scopata mensile, e i suoi soliti messaggi di buongiorno e buonanotte. Nulla più.

Però non avevo mai compreso la differenza tra la realtà che vivevo con lui, in cui ritrovavo ogni volta una dimensione di me e di noi, sempre molto attento, dolce, premuroso, appassionato e la solitudine in cui mi lasciava gli altri giorni. Qualche messaggio, quasi a timbrare il cartellino di presenza. Buongiorno, buonasera, buonanotte. Ci avevo provato a rendere le cose diverse, ma non ne ero stata capace.

Eppure quando ci vedevamo la realtà mi riportava un’immagine migliore. Un trovarsi ancora, nonostante tutto, il suo odore e il mio così buoni insieme, le risate, le battute, i baci, i morsi, le carezze, gli orgasmi donati e ricevuti.

Il fatto che non ci fosse stato nessun chiarimento mi lasciava l’onere di trovarmele da sola le motivazioni e dopo il primo smarrimento iniziale davanti al mondo cercavo di far vedere una me matura che accetta le cose della vita senza colpo ferire, mentre letteralmente morivo dentro, il sorriso spento e la lacrima facile.

Non potevo andare avanti così. Mi mancava tutto, mi sentivo smarginata, come una macchia di inchiostro che si espande sulla carta assorbente. Niente più confini di me e sfocata nel mio stesso essere.

Fu così che su pressione anche delle mie amiche, accettai di vedere Manuel. Vedrai, il “chiodo scaccia chiodo” aiuta! Non so a cosa dovesse servirmi in realtà, ma già il fatto di prepararmi per uscire fu terapeutico quel giorno. Scelsi con cura l’abito, un tubino blu non troppo volgare, e ci abbinai dei tacchi alti. Forzai me stessa a non mandargli un messaggio di disdetta tempestando invece la mia migliore amica con continui whatsapp in cui le dicevo che non volevo assolutamente andare.

Ma lei praticamente mi obbligò: ti farà bene, vedrai.

Con lui non ero mai andata oltre il caffè, ma gli proposi una cena che accettò con entusiasmo.

Ci trovammo nel parcheggio della pizzeria che scelse, ma con il mio solito candore gli dissi:

– Che ne dici se prima di mangiare andiamo a scopare?

Niente paroline dolci, niente complimenti.

Mi guardò sorpreso. Poi disse: – Lo sapevo che eri una troia.

Già una troia, pensai.

– Alla fine non avresti voluto scopare?

– Beh, sì.

– E la troia sarei io…

Lasciai in sospeso, non mi importava di quello che pensava. Alla fine non mi importava più di niente e di nessuno, tantomeno del suo giudizio.

Conoscevo un motel nella periferia di Vicenza, e gli proposi di andare lì, sarebbe stato più semplice e impersonale che invitarlo a casa.

Nessuno parlò in macchina, e la radio sputava fuori canzoni d’amore del tutto fuori luogo.

Non c’era nessuna magia, solo due persone che se ne andavano insieme a scopare in una stanza.

Ma esisteva poi questa magia? Cos’avevo provato in questi anni? Cosa mi aveva spinto a correre da una parte all’altra dell’Italia per stare insieme solo poche ore? Per poter restare ancora tra le sue braccia, addormentarsi dopo l’amore, con il suo viso sul mio collo.

Arrivammo al parcheggio del motel e quando fu il momento di dare i documenti dissi che li avevo dimenticati. Avevo lasciato a casa tutto, carta d’identità e patente. Dove ho la testa, che sciocca.

– Sarà per un’altra volta, riportami alla macchina.

Bang bang

Il biondino se ne sta con il braccio teso a mezz’aria, l’indice in resta e il pollice che punta in alto.

Fermo e serio, girato di tre quarti, con una gamba avanti e una indietro. Mi ricorda una S.S.; il pensiero mi disturba, poi si scioglie all’arrivo del piccoletto, di corsa, che si blocca quando lo vede.
L’altro spara, in un bang bang veloce, contraendo leggermente il braccio, come un vero rinculo del fucile, piegando il grillettopollice una, due, tre volte.

Il piccoletto cade morto, rispettando le regole che prevedono le mani al petto e un urlo straziante.
Il biondo si avvicina per dargli il colpo finale, prima di andarsene voltandogli le spalle, soffiando sull’unghia fumante. L’altro diventa un Gesù Cristo in croce, la testa di lato, gli occhi chiusi.
Riccioli biondi appare, scappata da chissà quale film Disney. Si butta al capezzale dell’amico, lo scuote per le spalle, si dispera.

Il biondo torna, si fa risata, si fa gridallegre, si fa salti di vittoria, il braccio non spara più. Risorge Piccoletto, non sbatte nemmeno i vestiti dalla polvere, tanto sa che tornerà a terra ancora, e la biondina non ha più lacrime, evaporate sotto il sole che tramonta.

Vociano, si spintonano ridendo, si rincorrono nuovamente nel parcheggio.

Io mi rintano in macchina, e non posso fare a meno di pensare che sarebbero proprio belle le guerre, così.

AL BUIO

Lei era la donna che gli aveva sorriso nel tram, prima di scendere.

Quella che non aveva mai voluto parlare con lui, quella a cui mandava la buonanotte “sperando che”.

Vestita di buio era la ex compagna di banco di cui era innamorato da sempre, quella troia che la dava a tutti tranne che a lui, la cugina più grande con la quinta di seno. Annegata nel buio era la vicina di casa Svedese, la velina di Striscia, la pornostar al minuto tre e quaranta del video di YouPorn.

Era tutte le donne che gliel’avevano fatto venire duro passandogli accanto, muovendo il culo, zompettando sui tacchi. Era il buco caldo in cui sborrare, fatto di sospiri tenuti insieme da gemiti, due labbra vogliose,  pelle anonima con mille volti.

Nel buio benedetto dal suo orgasmo lei era tutte, ed era nessuna.

Micione

– Leccami le palle. –

Odio quando me lo dice. Lo odio perché vuole dire stare tra i suoi coglioni almeno un’ora, con lui che il più del tempo se ne sta in silenzio e io accucciata come una cagna ad andare su e giù con la lingua, ed è proprio il caso di dire: che due palle.

Ripenso al laptop rosa della Apple che ho appena scartato, togliendo il fiocco fucsia e rompendo la carta marchiata Harrods: la faccia stupita, che ben mascherava la frustrazione. Mando giù il mio orgoglio con un altro sorso di champagne, poi mi metto in posizione: lui in piedi di fianco al letto, io inginocchiata ai suoi piedi. Con le labbra cerco di dargli piacere. Ma è da subito evidente che non gli basta.

– Più forte.-  “Più forte cosa? Vuoi che te li stacchi a morsi?”

Non lo dico, ovviamente. Provo solo a metterci più impegno, e gli prendo un testicolo completamente in bocca manco fosse una palla di profiterole, glielo succhio, mentre lui emette un grugnito che dovrebbe essere di piacere.

“Finirà presto, non ci pensare.” È il mio mantra finché cerco di darmi da fare per quest’uomo, per cui sono solo una delle tante, forse quella con il culo più sodo, forse quella che gli dà meno problemi, forse quella che corre sempre appena chiama.

E se è vero che avrà speso duemila euro per me, è pur vero che per lui una cifra del genere è una bazzecola.

Mi chiedo ancora come ci sono finita così. Una come me, che tutti dicevano che sarebbe dovuta andare in tivù, con quel culo che hai, con quel bel viso che hai, con il corpo che ti ritrovi.

Mi sento un po’ buttata via in fondo. Non mi ha neppure baciato; subito al sodo, in fondo siamo qui per scopare.

Come dargli torto.

Non sono nemmeno registrata all’albergo, non sia mai che la moglie controlli lui come controlla il settanta per cento della sua azienda, pur non lavorando, mica scema lei. E come al solito mi ha fatto entrare in un secondo momento, perché già una volta lei aveva ingaggiato un investigatore. Mica scema e mica stupida. Cornuta sì, ma questo non è affar mio. Non più da quando lui mi ha detto chiaro e tondo, proprio dieci minuti fa, che con me vuole solo scopare, facendo crollare ogni mio tentativo di guardare con gli occhiali rosa questo nostro rapporto.

Io sono volata a Londra con il mio tacco tredici Jimmy Choo e il biglietto pagato Milano Linate – Londra Heathrow. Lui è stato gentile ed è pure venuto a prendermi in aeroporto. Di solito mi manda un taxi.

– Cosa vuoi di più? Ci divertiamo, non paghi nulla, giri pure il mondo.- Già, cosa voglio di più?

– Andato bene il viaggio? – mi aveva chiesto appena ero entrata nella sua macchina, una lussuosa Bentley nera, e mentre provavo a raccontargli del ritardo dovuto ad un allarme terroristico poi risolto con l’arresto del solito mitomane, si è attaccato al telefono per affari e non l’ha più spento per tutto il tragitto fino all’albergo.  

E chiamarlo albergo è riduttivo: almeno non bada a spese quando deve pernottare. Questa volta è uno splendido hotel cinque stelle di fronte a Hyde Park. Qui non mi aveva mai portato: ci sono camere da seimila euro a notte, cesto di frutta nel piccolo salottino, Dom Pérignon nel cestello del ghiaccio e più cuscini nel letto che frange nel tappeto. In fondo io sono l’oggetto meno costoso qui dentro.

– Tieni.-  e mi ha dato il pacchetto finché armeggiava con la bottiglia. – Il tuo regalo di Natale.- L’ultima volta, un mese fa, era un I-Phone 6 per il mio compleanno, pagati, come mi ha fatto sapere, con una carta di credito internazionale, anonima, legata ad un conto estero di cui la moglie non conosce l’esistenza e in cui vanno a finire gran parte dei soldi in nero che sottrae all’azienda. Il post coito rende molti uomini loquaci e molte volte lui si è divertito a raccontarmi come fa fessa la consorte. E, vero, posso dire tante cose di lui, ma non che non sia generoso con me, né che si dimentichi la mia data di nascita,  che, ovvio, c’è sempre facebook che si preoccupa di farglielo sapere, ma l’illusione c’è.

Scartando il pacco ho fatto ciò che richiedeva il copione: sorpresa, giubilo, urletti, saltelli, abbraccio, bacio sulla guancia e gridato graziegraziegrazie. Io per lui ho portato il mio culo taglia 38 fasciato in una culotte di pizzo nero, altro suo regalo, di cui disporrà come vorrà, ovviamente.

– Più forte, lecca di più, mettici più lingua, dai.- Oggi proprio non gli va bene come lo faccio, di solito non si lamenta così, anzi, ogni volta che finivo mi diceva: – Brava, succhi meglio di quella da Torino.-  Una frase che prendevo come battuta, e che liquidavo con un: – Ma quanto sei scemo.- Ma che ora prende una luce diversa. Perché ho avuto per un po’ l’illusione di essere importante per lui, e invece ai miei ultimi tentativi di regolarizzare la nostra situazione mi ha fatto chiaramente capire che non ci potrà mai essere nulla di più, prendere o lasciare. Perché mica posso legarmi a te, capisci vero?

Capisco, certo.

Poi all’improvviso mi mette una mano sulla testa e mi afferra i capelli, tirandoli e facendomi male. Vuole darmi il ritmo, scoparmi lui la bocca. <<Dai succhiami l’uccello.>> Era da una vita che non sentivo un uomo chiamarsi il cazzo, uccello. Da ridergli in faccia praticamente.

Dov’è finito il mio amor proprio? E’ vero che ho fatto una scelta consapevole, ma cosa cerco da questa relazione? Se di relazione si può parlare, visto che lui chiama ogni tanto o manda un messaggio: “Sono a Milano, ti mando a prendere.” Nemmeno il punto interrogativo mette più. Tanto lo sa già che gli dico di sì. Lo sa che la bella vita che mi fa fare quando siamo insieme è tutto ciò che desideravo per me. Mi porta a cena, mi sfoggia alle feste come un cagnolino addestrato, ogni tanto un regalino e poi il sesso, a volte nel bagno del ristorante, a volte in lussuosi hotel, come ora. E io che mi illudevo di essere importante, che gli mandavo le mie poesie che mai leggeva, che avevo ripreso a studiare diritto per poterlo stupire con qualche termine adatto.

– Dai, fammi sentire la lingua. Che hai oggi? Sei moscia.-

Mi stacco bruscamente rischiando una ciocca di capelli e lo guardo da sotto, accucciata. Ha la pancia prominente, il fisico non proprio tonico, la pelle con il sole delle Maldive addosso che evidenzia le rughe dei suoi sessant’anni, il capello lungo e grigio che fa tanto latin lover de’ noaltri, legato con un codino basso; cosa mai avrò visto in lui.  

– Scusa, sarà la stanchezza del viaggio – dico, e mi alzo barcollando nei tacchi per riprendere il mio bicchiere, butto giù un altro po’ di vino e cerco il coraggio nell’etichetta scudata.

– Facciamo un gioco Micione? – Provo a cambiare registro, e se io non chiamerei Micione nemmeno il mio gatto, lui sembra che si diverta parecchio quando glielo dico.

– Cosa Gattina? – “Gattina… Il vomito.” E mi lancia la stessa occhiata che ho io davanti alla vetrina di Tiffany.

– Vieni, andiamo nella vasca che ho visto di là, ti farò impazzire, vedrai. – E mi giro in quella direzione, facendo ondeggiare la mia biancheria La Perla come mi ha insegnato Sophia Loren nei film anni sessanta che amo tanto guardare.

La suite ha una sala da bagno enorme, con una vasca idromassaggio in cui potrebbero trovare posto sei giocatori da rugby e starci ancora larghi. Mosaici Bisazza sui toni del bronzo e oro fanno da sfondo al resto dei sanitari e a una doccia grande quanto tutto il bagno del mio misero appartamento da settanta metri quadri dell’hinterland Milanese, cinquecento euro di rata del mutuo al mese, tasso variabile con Cap e firmi qui che un’occasione così non le ricapiterà mai più.

Lui mi segue e io apro il rubinetto dorato e faccio scorrere l’acqua calda, mi abbasso come richiede il film porno che in fondo vuole vedere: gambe dritte, leggermente aperte, spingo le natiche in fuori e inarco un po’ la schiena. Non manco di far oscillare i miei lunghi capelli biondi.

E, infatti, lui si attacca al culo, me lo stringe con le mani, mi abbassa il pizzo da settanta euro la culotte, centoventi il reggiseno, e mi penetra bruscamente.

Nemmeno si preoccupa se sono pronta. Una volta mi ha detto che ne ho presi talmente tanti dietro che ormai non mi fa più male. E “stronzo” è l’unico pensiero coerente che ho in questo momento.  E se è una cosa che in fondo è vera, mi da’ fastidio ripensarci ora. “Manchi di senso dell’umorismo” provo ad ammonirmi, ma decisamente “stronzo” mi piace di più come frase da far girare nella mente.

Mi appoggio al muretto che fa da contorno alla Jacuzzi e fisso decisa una tessera maiolicata dorata, per resistere al suo assalto. Sento i suoi coglioni sbattere contro il mio culo, e la cosa incredibilmente mi eccita. Come una monta. E come un’animale vorrei essere scopata, ché abbiamo detto che sono qui per questo. Vorrei sentirlo forte, la presa salda ai miei fianchi, le dita che lasciano un’impronta più chiara sulla pelle da quanto stringono.

Dura poco e viene dentro dopo pochi colpi, lasciandomi insoddisfatta.

– Hai sempre un gran culo. – mi dice staccandosi e sento delle gocce di sperma bagnarmi i polpacci, – peccato che con la bocca hai lasciato a desiderare, oggi. –

Io mi rialzo, con addosso ancora la frustrazione di non aver goduto, mi tolgo il completino che metto solo per lui e mi tuffo nell’acqua dell’idromassaggio cercando di placare la voglia e di farmi passare il bisogno di piacere che non si è preoccupato di darmi.

Si immerge anche lui, creando una piccola onda con la sua mole che mi lambisce i capezzoli rimasti ad affrontarlo ritti, vogliosi.

Me lo guardo per bene alla luce dei led che sbucano dal controsoffitto, che, come una piccola volta celeste, incorniciano la zona della vasca. Non ci vedo più nulla di buono in lui, né fuori, né dentro. E io sono niente ai suoi occhi. Un buco in cui fottere, una da pagare con un regalino tanto per darsi l’illusione di non essere andato con una puttana. Perché la verità è solo questa, che sono una puttana.

Mi immergo completamente e lascio che i miei capelli fluttuino tra le bolle. Trattengo il respiro, conto fino a cinque e poi riemergo ed esco, abbandonando il dolce massaggio dell’acqua, lasciando l’impronta dei miei piedi tra le piccole tessere del rivestimento.

Mi avvolgo con l’asciugamano tinta crema con ricamata in rosso pompeiano una B con grandi volute, dal nome dell’hotel: Baglioni, e prendo il phon dall’armadietto, attaccandolo alla presa.

– Gattina, non rompere le palle con quel rumore, ho voglia di riposare. – Mi dice con gli occhi chiusi e la nuca appoggiata al bordo arrotondato della vasca. Il suo codino grigio galleggia tra la schiuma, sembra la coda di un ronzino. Sento lo schifo che mi fa quest’uomo, ma anche quello che in fondo devo fare io a lui. Poi ho un pensiero: e io, come mi sento?

– Hai ragione, scusa – dico accendendo il phon e lanciandolo nell’acqua.

E’ solo un attimo. Mi guarda con gli occhi sbarrati, sorpreso dal rumore che non pensava di sentire, mentre il mio sguardo è inespressivo, ho riversato tutte le mie emozioni nel vedere il volo di quel piccolo elettrodomestico acceso, come si lancia una moneta: testa o croce, o la va o la spacca, vita o morte.

E ora è immobile, gli occhi fissi a guardare il vapore uscire dall’acqua, la bocca semiaperta che non dirà più nulla.

– Ora riposa Micione. – sussurro piano al suo orecchio.

Raccatto la mia roba ed esco dall’albergo, sospesa nel mio tacco tredici, il laptop rosa sottobraccio e le unghie laccate rosso borgogna che fanno il numero del pronto taxi nel display dell’I-Phone. Ho un pensiero in meno nella testa, una carta di credito anonima nel portafoglio Louis Vuitton e un piccolo sorriso stampato in faccia: ora sì, mi sento meglio. 

Il lavoro nobilita l’uomo (e pure la donna)

Alessandra fissa il foglio sulla scrivania da cinque minuti buoni, immobile, nemmeno avesse visto una Gorgone, chissà, forse Medusa delle tre.

Lo fissa senza sentire il telefono che squilla reclamando attenzione e senza sentire la porta del suo ufficio aprirsi, i passi calmi del collega delle vendite farsi avanti.

«Ale?» le dice accompagnandolo ad un piccolo colpo di tosse, finto come una banconota da trecento euro.

Solo allora la ragazza alza gli occhi, vacui in realtà, su di lui.

«Si-ii»

«Ti senti bene? Hai il telefono che suona da un po’.»

«Ah, oddio…» 

Alessandra rialza le spalle, quasi in affanno e prende il telefono.

Ascolta un attimo, strascica un “ti richiamo io”; poi ha un sussulto. 

«Sicura, tutto bene?»
Lei chiude gli occhi e butta fuori l’aria, come rassegnata.

«Sì. Tutto. Bene.» Scandito parola per parola, quasi una rinuncia cadenzata.

«Bene allora ti lascio qui la pratica Molveni»

Paolo esce pensando che ormai la collega sia esaurita. In fondo lavora troppo, si intrattiene sempre oltre l’orario di chiusura. Povera, povera, ragazza.

Alessandra guarda la porta chiudersi alle spalle di quel baciapile del ragioniere, spinge indietro la sedia a rotelle, si abbassa e guardando l’uomo accucciato sotto la scrivania gli lancia un bacio. 

«La tua lingua è sempre magnifica, tesoro».