The skies are not clear for Calamity Jane

3 CJ Martha Jane Canary (1852-1903), known as Calamity Jane (4)
                                                                      16 luglio 1876, Deadwood
Jane, sei piombata nella mia vita come una iattura, degna del nome che ti
porti. Sia maledetto il giorno che ti ho incontrato.
Ti maledico per sempre.
Bill
*****
Era il marzo del 1876, lo ricordo bene e conobbi Martha Jane Cannary al bancone del Saloon n. 10 di Deadwood. Era ubriaca fradicia di whiskey e chissà cos’altro. Lì per lì la scambiai per un uomo. Vestiva come un indiano: giacca di pelle con le frange, pantaloni e mocassini. Si voltò verso di me attraversandomi con lo sguardo. Era sfatta d’alcool e puzzava. Lei doveva vedere i suoi occhi. Cristosanto, degli occhi bellissimi, di un verde pallido come lo si vede solo nelle prime foglie primaverili sugli alberi.
La dovevo salvare capisce? La dovevo salvare da sé stessa, per questo le proposi di lavorare per me.
La sua fama era enorme, divisa tra leggenda e verità. Si faceva chiamare Calamity Jane ed era veramente una calamità di donna, ti cambiava la vita incontrarla.

(estratto di un’intervista di Madame Dora Dufran per il Whashington Post – 1920)
*****
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Calamity Jane sedeva sempre con la faccia rivolta alla porta quando era al tavolo da gioco. Naturalmente per vedere chi entrava nel saloon e non essere impreparata a eventuali sorprese alle spalle. Non faceva eccezione nemmeno quel giorno. Un giorno pigro di un luglio che dava il meglio di sé sfoggiando caldo afoso e zanzare. Quindi non le sfuggì l’uomo alto che entrò nel Saloon n. 10 di Deadwood. Lo vide aprire la porta a spinta, che emise il solito cigolio stridente, e fermarsi a gambe larghe per controllare gli avventori, l’aria strafottente e i pollici nel cinturone, a cui erano appese due Colt con il manico d’avorio. Appena gli occhi dell’uomo si abituarono al fumo del locale e alla luce più fioca, incrociarono i suoi.
Lei lo conosceva bene. O meglio, conosceva la sua faccia, visto che era appesa nella bacheca del comune da sempre. Lui era Wild Bill Hickok e la locandina diceva che era la stella dello spettacolo di Buffalo Bill. Si era fermata molte volte a guardare quella foto, lo trovava decisamente affascinante, con quegli occhi chiari, i capelli lunghi e i baffi ben curati. Lo conosceva di fama come una persona amante della legge e dell’ordine, era stato perfino sceriffo, anche se non ricordava esattamente in quale città. Si chiese cosa ci facesse in paese e per istinto mise la mano destra alla pistola nella fondina. Teneva sempre le carte nella sinistra per quello, per essere libera di maneggiare l’arma all’occorrenza.

La presenza dell’uomo alla porta non sfuggì ai clienti che passavano i loro pomeriggi oziosi tra alcool e carte, spendendo i pochi dollari guadagnati spaccandosi la schiena per cercare l’oro con le ragazze del locale: oneste prostitute che li facevano sentire veri uomini.

Si fece perciò un silenzio di tomba: in molti lo avevano riconosciuto e in molti si accorsero che aveva puntato Jane.
L’uomo si avvicinò al tavolo con la tipica andatura di chi è sicuro di sé: gambe larghe e bacino proteso. Nel curioso silenzio forzato che aleggiava nella stanza, il tintinnio degli speroni e i tacchi che battevano sul tavolato bisunto del pavimento sembravano assordanti.
«Calamity, naturalmente» disse l’uomo arrivato a due passi dal tavolo.
«Naturalmente» rispose lei e gli lanciò uno sguardo interrogativo.
«Mi manda madame Dora Dufran.» Jane non riuscì a nascondere la sorpresa. Come mai la sua amica le mandava quest’uomo?
«Che vuoi?» Jane era una che badava al sodo, pochi convenevoli e dritti all’obiettivo.
«Mi manda per quel lavoro di cui ti ha accennato.»

Era vero. Dora gliene aveva parlato la notte che l’aveva conosciuta.
Seppur persa nei fumi dell’alcool se lo ricordava bene. «Ti farò avere un lavoro, così la finirai di oziare al bancone del saloon» le aveva detto quella sera. Lei aveva pensato che non era poi così male oziare tutto il giorno, ma i soldi stavano per finire, l’alcool la faceva star solo male e aveva bisogno di sentirsi meno inutile di un barbiere in una comunità di amish.

Si era affidata totalmente a quella donna che le ricordava la madre persa durante l’infanzia, nel viaggio intrapreso con la sua famiglia, alla ricerca di un posto migliore dove stare. Madame Dora Dufran era la tenutaria di un paio di bordelli della zona e pure Jane aveva pensato di fare quella vita. Ma lei non era esattamente la donna giusta per fare quella vita. Aveva un cattivo carattere, non si risparmiava nemmeno le bestemmie e gli uomini ne avevano più soggezione che desiderio.

«Aspetta qualche mese e riprenditi. Non toccare più l’alcool e vedrai che prima dell’estate troverò un lavoro per te» le aveva detto il giorno in cui si erano conosciute, nello stesso saloon dove si trovava ora. Quella sera era ubriaca fradicia. Troppi whiskey e troppi pensieri trasformati in fantasmi. L’amicizia con Dora era stata la sua fortuna: con il suo aiuto era riuscita a non bere per i mesi successivi e a riprendersi un po’ di quella dignità che aveva vomitato tante volte, dopo l’ennesima bottiglia di quello che gli indiani chiamavano acqua di fuoco.

«Bene allora, accomodati al tavolo» disse Jane a Bill. «Albert se ne stava andando» e lanciò un’occhiata alla sua destra all’uomo calvo che portava dei piccoli occhialetti da dottore. L’ometto la vide sgranare gli occhi verdi su di lui, e si alzò precipitosamente dicendo che aveva un appuntamento dal sarto. Conosceva bene il carattere di Calamity e non aveva nessuna intenzione di vederla arrabbiata. Una volta un tizio aveva osato deriderla per il suo abbigliamento maschile. Si era ritrovato una pallottola in una spalla, e mentre lei gli puntava una pistola alla tempia, l’aveva ringraziata mentre lacrimava per il dolore, per la magnanimità dimostrata nel risparmiargli la vita.

Wild Bill prese quindi posto alla destra di Jane.
«Che ne dici di una partita, mentre mi spieghi di che lavoro si tratta?»
«Veramente sono al verde» rispose l’ex sceriffo. «Io troverei divertente farti credito. Soprattutto pensando a quello che potresti darmi in cambio» e si stampò in faccia un sorrisetto allusivo.

Il pistolero non se lo aspettava. Le donne non erano mai esplicite con gli uomini a meno che non lavorassero in un saloon e in quel caso lo facevano ovviamente per soldi, ma lei che vestiva abiti inusuali lo incuriosiva alquanto. Aveva sentito parlare molto di Calamity e delle sue avventure, vere o presunte. In un certo senso le ricordava la moglie, proprio perché il suo esatto contrario.

Aveva lasciato Agnes a casa per andare in cerca di fortuna appena pochi mesi dopo il loro matrimonio. Gli mancavano molto la sua dolcezza e il suo corpo che aveva esplorato con passione per un periodo troppo breve. Era ormai un anno che non andava con una donna, e seppur le occasioni non gli mancassero di certo, il ricordo di lei e la voglia di rimanerle fedele erano più forti del bisogno fisico.

Ma questa donna dagli occhi verde prato l’attirava, e molto: non la si poteva definire bellissima. Aveva capelli neri raccolti, anche se da sotto quel cappellaccio da cowboy delle ciocche sparse. Le mani erano forti, callose, di chi lavora. Lo sguardo, fiero, emanava una forte personalità, confermata anche dall’atteggiamento ossequioso degli altri uomini nei suoi confronti. Il corpo era tutto da femmina, il seno generoso quasi straripava dalla giacca da cercatore d’oro, e i fianchi e il bacino riempivano i jeans in un modo inequivocabile. Era decisamente ben fatta.

«Bando ai convenevoli, Jane. Si tratta di accompagnare madame Dufran verso est per portare della merce e al ritorno accompagnare dei pionieri verso ovest, evitando gli indiani.»
«Dipende da quanto si guadagna.»
«Partiamo domani, non te ne pentirai.»

Madame Dora Dufran aveva preso la richiesta di un gruppo di pionieri come una palla al balzo e aveva deciso di sbrigare alcuni suoi affari sospesi che aveva nell’altra costa. In più partecipando al viaggio sarebbe riuscita a non lasciare da sola Jane. Non si fidava ancora del tutto di lei e non credeva che da sola riuscisse a stare lontano dall’alcool. Quindi aveva fatto stipare due carri di merce diretta a est e Calamity Jane si ritrovò seduta a cassetta di un carro; sull’altro c’era Wild Bill Hickok. Madame Dufran invece se ne stava tutto il tempo chiusa dentro a leggere.

Per Jane era come avere la madre con sé. La donna, più vecchia di lei di una decina d’anni, le impediva di bere e le ricordava di non bestemmiare. D’altronde era l’unica persona che aveva una tale influenza su di lei. Si sentiva tutta sbagliata Jane. Donna in abiti da uomo, carattere forte in un mondo di maschi, che lei sfidava e sbeffeggiava continuamente. Come un libro stampato al contrario. Eppure a saperlo leggere si apriva un mondo, fatto di solitudine, di notti passate sotto il cielo stellato, apparentemente
libera, ma soprattutto fatto di gesti buoni: aveva sempre un pensiero per i poveri del paese, Jane. Non dimenticava di essere stata povera pure lei. Il suo problema, il suo vero padrone, la sua parte cattiva, era l’alcool, quindi in fondo non era così libera come pensava.

Dora Dufran riusciva a mitigare il suo carattere ed era convinta che l’avrebbe riportata sulla retta via. Con lei accanto era da qualche mese che Jane riusciva a non bere. Una vittoria in un certo senso. Ora questo viaggio e la fiducia che la donna riponeva in lei la riempiva di orgoglio. In più c’era Bill. Esempio di onestà conclamata, integerrimo fino al midollo ma con quegli occhi chiari che si era ritrovata a fissare troppo spesso. Come pure si ritrovava a guardarlo al mattino quando si lavava al fiume, mezzo svestito, desiderandolo, ma ben consapevole che era sposato.

Wild Bill Hitkock controllava il fuoco immerso nei suoi pensieri.
Di notte lui e Jane facevano i turni mentre madame Dora dormiva. Pensava a casa e alla moglie, lasciata sola per andare in cerca di fortuna. Ora questo viaggio in compagnia di due donne così diverse: Madame Dora era una donna fondamentalmente buona, con un grande intuito sugli affari, ma anche materna e protettiva.
Per lei i bordelli non erano solo un’occasione per arricchirsi, ma anche per dare un’opportunità a delle donne che non avrebbero avuto occupazione in nessun altro posto, lì nel selvaggio west. E poi Jane, che Wild Bill non riusciva a inquadrare del tutto.

La notte precedente aveva sognato di prenderla nel sonno, nel suo momento più fragile, forse più femminile. Nel sogno le aveva abbassato i pantaloni e l’aveva penetrata, affamato e quasi violento, con l’intenzione chiara di prevaricarla. I suoi gemiti erano sembrati così reali che si era svegliato madido di sudore, duro e voglioso.

Per tutto il giorno l’aveva guardata, distogliendo lo sguardo subito e aveva sorpreso anche lei a fissarlo. Si sentiva in colpa però verso la moglie a casa. In un anno che era lontano non l’aveva mai tradita. Osservava il fuoco e la sua danza, perso in questi pensieri.

«Sono venuta a darti il cambio.» Bill sussultò, sorpreso dalla voce.
Si maledisse mentalmente per la sua distrazione. Un indiano l’avrebbe avuta vinta su di lui.
«Non è ancora ora Jane, torna a dormire.»
«Non ho più sonno.»
Si sedette accanto a lui, e si mise anche lei a guardare il fuoco.

«Oggi avrei proprio bisogno di bere» disse, rompendo il silenzio.
«Bere ti fa male, Jane, sai bene che non riesci a fermarti. Ti fai dominare. Una come te dovrebbe comandarlo e decidere quando smettere, non farsi controllare dall’alcool.»
«Una come me?»
«Sì, una donna forte come te.»
Lei non disse nulla e si alzò per prendere il pentolino del caffè per metterlo sul fuoco. Nell’abbassarsi sentì due braccia muscolose che la cingevano. Si irrigidì d’istinto. Sentì l’odore di Bill, le sue labbra sul collo. Un brivido la percorse. D’improvviso, aveva la pelle d’oca. Era una sensazione che non sentiva da tanto, troppo tempo.

«Bill…» provò a protestare Jane, con poca convinzione.
«Ho avuto voglia di te dal primo momento, non parlare…»
Bill appoggiò le mani sui fianchi della pistolera e il solo rendersi conto che sotto quei vestiti da uomo c’era un corpo di donna lo eccitò. Fece aderire la sua erezione al corpo di Jane. Lei si sciolse dall’abbraccio e si girò, guardandolo diritto negli occhi: brillavano, riflettendo i bagliori del fuoco. “Vaffanculo” pensò e si attaccò alla bocca dell’uomo come affamata di lui e lo spinse verso il carro.

Bill si ritrovò con la schiena appoggiata alla stoffa che ricopriva il pianale di legno ruvido, con la bocca appesa a quella di lei.
Fu come mangiare i funghi ipnotici degli indiani, un bacio allucinogeno nel quale Wild Bill Hitckok perse letteralmente la testa.
Le lingue si cercavano muovendosi sinuosamente in una danza conosciuta da sempre. Le labbra erano lì a succhiarsi, sfiorarsi, mordersi, prima piano, poi forte, per poi ritornare a ribaciarsi dolcemente e a cercarsi con la lingua.

Poi Jane si abbassò, slacciò i calzoni dell’ex sceriffo e gli estrasse il membro turgido. Lo portò alla bocca come le avevano insegnato le prostitute di Madame Dufran. Giocò con la lingua e stuzzicò l’asta nella sua lunghezza, per poi riprenderlo e cominciare a succhiarlo.
Bill cominciò ad ansimare: evidentemente Jane aveva imparato bene dalle saloon-girls. Al momento del piacere lui le prese i capelli facendola affondare con la gola più verso i peli pubici e lei sentì il liquido caldo invaderla.

Jane trattenne lo schifo e il senso di vomito. Lo sperma nella bocca era l’unica cosa che non riusciva a sopportare di questa pratica, ma aveva imparato a dissimulare ben sapendo che era una cosa che faceva impazzire gli uomini e quando lui uscì, vinto dal piacere, sputò a terra il liquido pulendosi con la manica la bocca.

Lui la guardò: sorpreso dal proprio orgasmo e nel contempo ben consapevole di quel che era successo.
Il prenderlo in bocca era una cosa che la moglie non aveva mai voluto fare. Lei la considerava una pratica da prostitute e si rifiutava categoricamente, pur non disdegnando affatto i piaceri della carne, e lui dopo un paio di richieste, aveva rinunciato. Non era sicuramente la prima volta che Wild Bill provava la sensazione di piacere che davano due labbra sotto il cinturone, ma Jane era sicuramente
la prima che glielo prendeva con fame di sesso e voglia.

E la prima che non avrebbe chiesto soldi dopo.
Jane era ancora ai suoi piedi e lui si ritrovò ancora voglioso e pulsante. Si chiese che sapore avesse una donna così libera eppure così fragile. Era questo che lo attirava: questa mescolanza di bene e male che sembrava muoversi in lei. Come due cavalli che tiravano uno a nord-est e l’altro a nord-ovest ma che, proprio per questo, facevano avanzare il carro.
Lei si alzò e si sbatté la stoffa dei pantaloni per far andar via la polvere rossa dalle ginocchia.
«Jane…» disse Bill.
«Cosa c’è?»
«Vieni qui.»
«Lascia stare Bill, sei sposato, consideralo un regalo.»

Ma Bill non rispose. Con una presa alle spalle e un gioco di gambe la fece cadere a terra e le fu sopra con tutto il suo peso. Cominciò a baciarla ricambiando la voracità che lei aveva dimostrato prima, mentre armeggiava con i bottoni della camicia da cow boy.
Riuscì ad aprirla con facilità e a scoprirle i seni generosi, accarezzandoli delicatamente e sentendo i capezzoli che si inturgidivano.
Armeggiò poi con i pantaloni, glieli abbassò sino alle caviglie e affondò la bocca nella peluria che nascondeva le sue labbra bagnate.
Nessun uomo aveva mai osato baciarla tra le gambe. Lì per lì Jane si sentì perduta, ma poi si abbandonò al piacere che nessuno le aveva mai dato mugolando come la più squallida delle donnette.

«Scopami, Bill…» rantolò Jane.
E lui affondò in lei scopandola come lei voleva, e liberando finalmente mesi di frustrazione tra le sue pieghe.
Madame Dora li scoprì abbracciati all’alba. Non si scompose, in fondo erano un uomo e una donna, ma osò far pensieri felici per la sua protetta.

La vita, però, fa sempre quel che vuole.
Nonostante la grande attrazione che c’era tra i due, Bill era troppo legato alla moglie. Il pensiero di Jane tuttavia lo aveva stregato e non riusciva a non pensare alla loro notte insieme. Eppure cominciò a comportarsi come se la detestasse. Non faceva altro che rispondere con dei grugniti a quello che lei diceva e raramente lui cominciava un discorso. Lei invece non perdeva occasione per toccarlo ancora in qualche modo: prendendogli le redini teneva la mano più del necessario su quelle di lui, oppure scacciava una mosca dalla sua guancia dandogli quasi una carezza. Bill sembrava
profondamente infastidito.

La notte dormivano ancora a turni, ma lei non tornò più a fargli compagnia durante la sua veglia. Lo sguardo sfuggente di Bill aveva fatto capire a Jane che per lui era stato un errore. Lo odiava per questo: in fondo aveva fatto tutto da solo, o quasi. “Se lui non avesse provocato, io non avrei continuato…“ cercava di giustificarsi tra sé.

Evidentemente Bill cercava di tenere lontana Calamity per non perdere nuovamente la testa.
Un mattino Jane non trovò più Bill: aveva pensato di tornarsene a casa, senza dir niente a nessuno. In condizioni normali sarebbe stato uno scherzo per lei tornare a Deadwood, anche con due vetture da guidare, ma la fuga di Bill e il ritrovamento di un suo bigliettino nella bisaccia la fece precipitare verso la cassa di whiskey che era nel carro di Dora. Erano parecchi mesi che non beveva ma quel mattino le scivolarono in gola tutti i suoi sforzi in meno di un’ora.

L’amica la trovò ubriaca fradicia, come non lo era mai stata. Jane si era scolata cinque bottiglie, con la fredda determinazione dettata dalla disperazione: si sentiva avvilita, vinta e probabilmente, per la prima volta, innamorata.

Nel suo delirio da whiskey Jane continuava a ripetere alla donna di essere la quinta carta in una mano con una doppia coppia. “Chissà che vuole dire” si chiedeva
Dora, ma aspettò paziente che la sbronza passasse. Superato il brutto momento, Calamity non ricordava assolutamente di aver pronunciato quella frase sconnessa. Con fatica riuscirono a tornare a Deadwood. Jane ancora una volta era sconfitta: aveva perso la nuovamente la dignità, i soldi, un lavoro e il sogno di un amore.

Alcune settimane dopo, mentre Bill Hitckock scivolava lentamente dalla sedia di un saloon verso la morte, che stava arrivando alle sue spalle, gettò il suo ultimo sguardo alle carte che aveva in mano: una doppia coppia, due assi e due otto, neri. Stava per scoprire la quinta carta della mano, rimasta coperta fino a quel momento, quando la pallottola lo attraversò. Fece appena in tempo a vedere che era una donna di quadri.

Bill l’associò a Calamity Jane e a quello che sarebbe potuto essere e non era stato.

Fu il suo ultimo pensiero accasciandosi sul pavimento.


Questo racconto fa parte dell’antologia “Arcani maggiori vietati ai minori” – autori vari – edizioni Damster. 

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Il volume delle tue bugie (cit.)

(E continui a dire al mondo che può starsene lontano, che hai già tutto quel che serve e che hai sempre la tua mano).

Il mare era immobile sotto la luce della luna, perché rifletteva, lui sì, prima di mostrare la sua parte più fragile. Io invece non sempre ci riuscivo e ogni tanto cadevo nell’errore, risultando ridicola prima ai miei occhi, poi a quelli degli altri. 

«Quello che vedi di me è quello che è» continuavo a dire. Non ho filtri, io, né maschere. Ma la verità era che i miei vicoli nascosti non li avrei fatti certo vedere al primo che passava, ché sono freddi, umidi e abitati da quei sorci verdi che vagano nei miei incubi. 

Ma d’altronde chi veramente avrebbe voluto vederli? Non è meglio il sorriso, quello a trentadue denti, e diecimilioni di lire dati dai miei al dentista vent’anni fa per correggere la mia masticazione inversa?

Io lo sentivo il calore della luna, quella notte. C’è chi sente quello del sole, che invade e schiaccia con la schiena a terra, mentre io sento quello della luna, astro che accarezza, amante indecente, soffiando piano sui pensieri, facendoli volare tra le stelle, tra Capitan Harlock e la Regina dei Mille Anni. 

L’aria calda di luglio ci sfiorava la pelle e accompagnava il nostro passo. D’un tratto una folata di vento più fredda alzò la mia gonna leggera e io cercai istintivamente di stringermi a quell’uomo che avevo a fianco e che mi aveva offerto la cena. Roberto, mio collega di università. Forse ora si aspettava un dopocena divertente da me, ma la verità era che non avevo deciso nulla. Mi aveva fatto ridere ed era stato brillante,  più di quanto meritassero i miei occhi verdi e le mie unghie laccate di rosa acceso, ma non c’era stata nessuna scintilla e ora camminavamo vicini sul lungomare, tra lampioni e panchine vuote, in silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri e in fondo già distanti. 

D’un tratto pensai che la passeggiata romantica sotto la luna fosse, forse, troppo. 

«Sediamoci su una panchina, ti va?» Gli chiesi.

Lui si fermò davanti a quella che stavamo quasi sorpassando.

«Qui?»

Io mi sedetti in risposta alla sua domanda e lui altrettanto, vicino, ma non troppo, che non si sa mai. 

Guardavamo il buio davanti a noi, e la spiaggia deserta, gli ombrelloni chiusi e i lettini ben accatastati vicino al magazzino del bagnino che si intravedevano appena. Le risate dei bambini, le loro corse sulla spiaggia, gli amori nati sugli asciugamani e sugli stessi già finiti, le chiacchiere e i gossip, la tintarella a tutti i costi, le mogli con i figli al mare e i mariti in città, i nonni in vacanza e i gruppi di adolescenti, che arrivavano alle undici con le occhiaie coperte dalle lenti scure, erano un ricordo volato via con la notte. Sarebbero tornati uguali, ma diversi, il giorno dopo, con il primo uomo mattiniero che avrebbe solcato la rena bagnata, magari a spasso con il suo cane, seguito via via da ogni personaggio che avrebbe popolato la vita del mare. Fino al bagnino, che avrebbe riposto l’ultimo secchiello dimenticato, e poi via la vita notturna altrove. 

Ma ora c’erano solo le onde che si infrangevano piano, sulla spiaggia.
Nessuno disse nulla, ma io sono brava nel gioco del silenzio. In fondo non so mai veramente che dire; ho pudore dei miei pensieri, mai abbastanza intelligenti per essere condivisi. 

Lui invece era uno di quelli che devono riempire l’aria, anche del loro ego, ed era in evidente imbarazzo. 

«Che mi racconti?» Usò la frase come un coltello per tagliare l’attesa. 

Aveva le mani appoggiate alle ginocchia e io misi la mia sinistra sulla sua destra, di fatto prendendola con me e portandola sul grembo. 

«Non ho nulla da raccontare» dissi a mia volta. E aprendo le gambe mi permisi di insinuare le sue dita nello spazio caldo tra di esse, scostando l’ampia gonna. 

Se rimase sorpreso dal mio gesto non lo diede a vedere. 

Rimase fermo, forse assaporando il calore proveniente dalle mie mutandine, ma non fece nulla, se non spostare lo sguardo verso l’orizzonte e la luna, che si stava piano piano alzando nel cielo, pronta a fare il suo consueto viaggio tra est e ovest. 
Poi tolse la mano, abbandonando la mia presa. 

Guardò l’orologio e sbottò in un «è tardi, ci vediamo domani in facoltà.»

Si alzò lasciandomi lì, un po’ spiazzata dalla sua fuga, e riuscii solo a dire un «ciao» strascicato dalla sorpresa. 

Non vi fu nessuna vera scintilla, in fondo, nemmeno per lui. Non ci eravamo capiti, questo è quanto, e chi lo sa? Forse fu meglio così.

Lo vidi incamminarsi sotto quella luna così piena da scoppiare, sapendo di aver perso un’altra occasione per costruire qualcosa con qualcuno, qualsiasi cosa volesse dire. 

Ma ognuno di noi è il frutto delle esperienze passate e, se sposti un sassolino vicino al burrone, per qualcuno diventa l’appoggio per arrampicarsi, per altri frana ingestibile.

Quando lui divenne un piccolo puntino in fondo alla via, mi rassegnai ad aver sbagliato e mi convinsi del fatto che sicuramente avevo offeso il suo amor proprio. 

Forse qualsiasi altro uomo non avrebbe perso l’occasione che gli stavo offrendo, ma Roberto era diverso e io non l’avevo capito.

Ero stata sola troppe volte, mentre troppe volte c’era stata troppa gente nella mia vita. 

E nella fattispecie tanti uomini che cercavano solo emozioni gestibili. Nessuna complicazione, qualche letto sfatto e rare telefonate, più per non precludersi un’eventuale nuovo giro di lenzuola  che per sapere realmente come stavo, a cosa stavo pensando, come mai piangevo la notte.

E ho avuto giornate vuote passate a casa, da sola, a guardare il soffitto con la tivù accesa solo per farmi compagnia, con nessuna voglia di uscire e soprattutto nessuno con cui farlo.
Ben mi sta, pensai, così imparo a voler fare la donna disinibita al primo appuntamento con un collega.

Mi ripromisi di parlargli il giorno dopo, all’università, sperando almeno di chiarire, di salvare quella che definivo una bella amicizia. 

Lui mi piaceva e sapevo di piacergli anche io, ma era evidente che tra noi non c’era stata la sintonia necessaria per andare oltre: in fondo non era necessario farlo. Il sesso non è la risposta a tutto e io avevo sbagliato.
Si alzò ancora il venticello freddo che fece correre le nuvole veloci nel cielo; le vedevo attraversare il cerchio giallo pallido per poi sparire alla mia vista: troppa luce dai lampioni per osservare veramente le stelle. 

C’eravamo seduti in un angolo leggermente scostato dalla strada, ma in ogni caso non c’era praticamente nessuno in giro. Sentivo delle voci provenire dalla carreggiata, probabilmente delle amiche che passeggiavano verso i negozi illuminati del centro. Le sentivo sghignazzare e parlare tra loro, ma sempre più piano, come se si stessero allontanando e sicuramente fu così. 

Poi venne il silenzio inframezzato da qualche rara macchina che passava lontano e andava chissà dove, forse verso casa, forse verso qualche discoteca della Riviera. 
Ripensai alla mano che avevo tenuto stretta, pochi minuti prima. Sentirla tra le gambe non mi era spiaciuto. Misi le dita sotto la gonna, alzando la stoffa e insinuandole tra il pizzo del perizoma e le mie pieghe. 

Non mi trovai bagnata come mi aspettavo, ma la voglia aveva bisogno di crescere ed essere appagata. Misi quindi l’indice in bocca per bagnarlo di saliva, per tornare poi al clitoride. 

Scivolai sulla mia pelle e pensai alle mani delle decine di uomini che avevo avuto. A come non bastasse mai una mano in mezzo alle gambe per far partire il desiderio, a come questo sia in fondo una magia data da vari ingredienti e che raramente si trova l’amalgama perfetta, il giusto sapore. 

Chiusi gli occhi, isolandomi dal mondo esterno, anche se toccarmi così all’aria aperta, seppur in una zona defilata, mi aveva fatto accelerare il battito del cuore e tendere l’orecchio agli eventuali rumori che avrebbero annunciato l’arrivo di qualcuno. 
Chiusi gli occhi e inspirai con la bocca aperta, immettendo aria fredda nei polmoni.

Non erano più le mie dita che titillavano il clitoride, ma quelle di uno, due, cinque, dieci uomini che avevo frequentato negli ultimi tempi. Di alcuni ricordavo il sorriso, di altri sapevo tutto, di altri ancora conoscevo appena il nick name che usavano nelle chat. Nessuno mi aveva veramente stregato, con tutti avevo goduto e tutti avevo cercato di far godere. 

Ma dopo un primo appuntamento, raramente ne accettavo un secondo: mica avevo bisogno di qualcuno, io. Dei pochi amanti stabili, sopportavo la tenacia di cercarmi nonostante tutto e in fondo si scopava senza tanti pensieri. Grattacapi non ne davo, le mie frustrazioni me le facevo passare da sola, scrivendo di notte, piangendo la mia solitudine sul cuscino, godendo con le dita come fossero amanti generosi, come in quel momento.

E infilai l’indice e il medio dentro, trovandomi finalmente bagnata e cominciai a darmi consolazione come solo io sapevo fare: nessun altro mi appagava così tanto. In fondo avevo già in me tutto quel che serviva per stare bene. Avevo me stessa, le mie passioni, il lavoro, la mia vita e le mie dita che spostai verso il centro del piacere, per farlo crescere, ancora. Trattenni il fiato e immagini confuse di braccia e labbra mi si affollarono nella mente. Poi ripensai a Roberto e all’abbraccio deciso che mi aveva dato quando c’eravamo ritrovati nel parcheggio, pronti per andare a cena. 

Fu con il pensiero delle sue labbra carnose che venni buttando fuori l’aria dal naso e dalla bocca, di colpo, come un drago che sputava fuoco; io espellevo la mia tensione in quel gesto, mentre con le dita facevo piccoli cerchi concentrici dove le piccole labbra si univano, con decisione però, come volessi spalmare il mio piacere ovunque. Poi i muscoli contratti si distesero e riaprii gli occhi ancora immersa nel piacere. 
Il mare era ancora immobile e la luna vi si specchiava vanitosa… chissà se era l’orgasmo a farmela vedere così bella.

Poi sentii una presenza alle mie spalle. 

Persi dieci anni di vita dallo spavento che presi. 

Roberto. 

Era tornato indietro per scusarsi e mi aveva visto con le mani sotto la gonna, anche se non sapeva che il punto più alto del piacere lo avevo raggiunto pensando a lui. 

Divenni rossa, anzi no, fucsia, porpora, magenta e infine bianca cadaverica. Passai la scala Celsius da più quaranta a meno dieci in cinque secondi netti. 
«R-Roberto…» riuscii a dire, confusa. 

Lui si avvicinò di più e mi baciò il collo. Poi passò al lobo dell’orecchio scostandomi i capelli, facendomi venire la pelle d’oca. Infine raggiunse il viso e assalì la guancia, riempiendola di piccoli baci, dati piano, sussurrando il mio nome. Quando mi baciò sulla bocca, quasi timido, mi parve un bacio che chiedeva il permesso di entrare tra le labbra e io le aprii, protendendo la lingua, cercando la sua, invitandolo in me. 
Fu un bacio dolcissimo, ed erano troppi anni che non ne ricevevo e non ne donavo così.

Mi prese lo stomaco; se mai avevo avuto farfalle lì dentro erano volate via da moltissimo tempo. Ritornarono in volo da me in un attimo o forse resuscitarono invase dall’energia che mi aveva trasmesso. Mi ritrovai a provare dentro di me un turbinio di emozioni degno di una quindicenne impacciata alle prese con la scoperta della propria sessualità. 

Fu un bacio diverso dai tanti che avevo ricevuto e non saprei spiegare bene il perché, ma fu intenso, eccitante, e nello stesso tempo come un tassello di un puzzle che si incastrava. 
Erano sempre troppe le bugie che mi raccontavo. Le cose erano chiare per me: chi spera nell’amore si fa male e non lo so se era amore quel bacio. Avevo troppo rispetto per quella parola per usarla a caso. Ma qualsiasi cosa fosse fece crollare una a una tutte le bugie che mi raccontavo e che dicevo io stessa per tenere distanti le persone, per non soffrire, perché sapete come si dice, no? Niente amore, nessun dolore. 
Bugie su bugie. 

Che caddero sotto la sua lingua che accarezzava la mia, la cercava, la inseguiva; se ne era impossessato e io sentivo crescere il nostro desiderio. 

Lo guardai poi negli occhi, azzurri come il mare che avevo davanti. E io navigai a vista nel piacere che mi dava, non pensando più a niente. Né al passato, né al domani. 

Solo le nostre labbra come focus, così perfette nella loro unione da non poterle immaginare lontane tra loro. 

Chissà se avevo veramente mai baciato nella mia vita, visto che mi sembrava di farlo ora per la prima volta. 

Infine ci staccammo, Roberto ancora alle mie spalle, io con il busto e la testa girata verso di lui. 

«Sono felice che tua sia tornato indietro» gli sussurai «temevo di averti spaventato».

«Un po’ sì, ma non per la mano tra le gambe, ma perché mi sembrava una nota stonata in quel momento, come una forzatura.»
Poi si rimise vicino, per guardare l’orizzonte davanti a noi, il mare come un’immensa pozza di petrolio, con la notte attorno e i nostri pensieri persi chissà dove, forse a far baldoria con le farfalle nel mio stomaco. 

Nessuno disse nulla, perché in fondo non c’era proprio nulla da dire. Avevamo trovato un punto di incontro e io, che vivevo alla giornata nei rapporti con gli uomini, me lo sarei fatto bastare, fosse anche che tra noi ci sarebbe stato solo quell’unico bacio. 
«Voglio portarti in posto, domani» mi disse prendendomi la mano. 

E quel domani mi parve la parola più bella del mondo, perché significava che ci saremmo rivisti, che dava una possibilità al bacio che c’eravamo dati. 
«E dove vorresti andare?»

«Non lo so, intanto rivediamoci.»

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Questo racconto fa parte dell’antologia di autori vari Sabbia Bollente edito da Damster.

L’uomo con la valigia in mano

L’uomo con la valigia in mano è sbucato tra la nebbia e il buio, mentre inseguivo pensieri troppo banali ferma ad uno stop.

Ha attraversato la strada, quasi claudicante dal peso, rompendo il filo dei miei ragionamenti, passandomi davanti come sul set di un film.

Ero in una strada al limite della periferia, lontana dalla stazione degli autobus e dal centro storico; poteva essere solo una persona pronta a partire vista la direzione.

O forse era appena arrivato e stava tornando a casa e le mie idee su dove stesse andando erano tutte sbagliate. Del resto da una che viaggia con il navigatore per non perdersi tra via tiepolo e via caravaggio, capite anche voi che non si può pretendere oltre. 

Portava la valigia con la destra, pendendo inevitabilmente dall’altra parte. Una valigia troppo grande, senza ruote, di quelle che così, ormai, non se ne vedono più. Credo sia stato questo il particolare che mi ha fatto fermare a guardarlo. 

Fuori tempo, fuori luogo.

L’ho seguito con lo sguardo mentre si faceva mangiare vivo dalla nebbia, e ho pensato che in fondo, almeno lui, sembrava sapere bene dove andare.

Quaranta

Quaranta sogni buttati in aria come palline di un clown.

Quaranta baci, alcuni dati per dimenticare, altri per ricordare. 

Quaranta notti passate in bianco.

Quaranta storie scritte, quaranta vissute, quaranta inventate.

Quaranta persone ferite, ignorate, a cui ho voltato le spalle.

Quaranta sbagli, quaranta bugie.

Quaranta vittorie.

Quaranta volte ti amo, ti voglio bene, mi manchi, ti chiamo, ci sei, ti voglio.

Quaranta chilometri scavalcati d’un soffio e pochi centimetri mai attraversati.

Quaranta passi, quaranta corse.

Quaranta mani strette nel momento dell’orgasmo, quaranta luci spente, quaranta occhi chiusi.

Quaranta sì, son qui. 

Quaranta non più.

Quaranta ti vorrei ancora.

Quaranta mai più, mai più, mai più.

Quaranta lacrime appena sveglia, quaranta incubi, quaranta addii.

Quaranta amiche, quaranta confidenze, quaranta sorelle.

Quaranta birre bevute sui gradini.

Quaranta buttate nello scarico.

Quaranta madri che non mi han capito, che non ho capito. Quaranta padri che ho capito più io, o più loro, o chissà.

Quaranta mariti presenti nell’assenza, e io assente nella presenza.

Quaranta nuvole scambiate per draghi, e pomeriggi passati a guardarle passare.

Quaranta libri letti di notte, quaranta parole inventate, altrettante scordate.

Quaranta messaggi mai spediti, baci non dati, abbracci rimandati.

Quaranta sorrisi, sorrisi e sorrisi. Anche se fa male. Soprattutto se fa male.

Quaranta volte nello specchio a guardarmi negli occhi, quaranta sui miei tacchi, quaranta a piedi nudi.

Quaranta volte il due ottobre.

Quarant’anni.

Lei


Lei era una ragazza più alta di me, gambe da gazzella e il fisico asciutto dei suoi diciott’anni.

Io ero la sua migliore amica, non si sa perché, forse perché gli opposti si attraggono.

Lei, la prima scelta dei maschi quando si faceva la classifica della più figa della classe.

Io, buona per copiare il compito a casa.

Ma eravamo amiche, come solo a quell’età si può vivere intensamente un sentimento.

Amiche per la vita, amiche complici e amiche fedeli.

Ma il mio era un sentimento di dipendenza, almeno fino al giorno del suo primo bacio.

Fino al giorno in cui mi disse di essersi innamorata di un amico comune. Mentre io lo ero di lei, senza rendermene conto.

Da quel giorno le cose cambiarono, diventai taciturna e imbronciata, incazzata con il mondo. Lei era felice, io morivo dentro e non me ne rendevo conto.

L’omosessualità non era un problema, semplicemente non capivo.

Pensò che io fossi gelosa, gelosa della nostra amicizia esclusiva incrinata da questo fidanzato, ed in un certo senso era così.

Poi un giorno ci fu l’invito delle amiche ad una festa, si festeggiava il compleanno di una della classe.

Pizza e discoteca in un locale della provincia.

Lei aveva già la macchina e fu naturale andare assieme, mentre io che compivo gli anni più tardi stavo ancora facendo le guide di prova.

Arrivò sotto casa con la sua Lancia Y usata, profumata di vaniglia e con i capelli ancora un po’ umidi; aveva negli occhi una certa agitazione.

–         Che hai? – le chiesi

–         Ho litigato con lo stronzo. –  Era evidente chi fosse lo stronzo del caso.

–         Ti passerà come sempre –  chiosai, forse però dal tono non riuscii a trattenere una certa soddisfazione.

Lei non disse nulla e mise un cd. La strada davanti e lo sguardo sicuro.

Com’era bella nella sua mini con le ballerine.

Mi resi conto che il pensiero lo avevo pronunciato a voce alta solo quando si girò verso di me e mi sorrise.

–         Anche te non sei male. 

–         Sì, certo…  – e pensai alle parole che mi diceva sempre mio padre da piccola: “Non sei brutta. Solo che quelle belle sono fatte in maniera differente”. Io non ero mai stata la principessa del papà. Non ero mai stata la principessa di nessuno.

Arrivammo al locale sulle note dei Green Day. Un posto con un bel giardino estivo dove prima si mangiava e poi si ballava sopra ai tavoli. Facemmo la fila per parcheggiare, era affollatissimo. “Fortuna che cè la crisi… ” fu il nostro facile commento.

Ci incontrammo con le altre e con Elena, la festeggiata. Una ragazza fin troppo zuccherosa.

Non ci sedemmo vicine ma non ce ne importava, eravamo assieme al gruppo e andava bene così. C’era qualche fidanzato o pseudotale, alcuni amici che non avevo mai visto e alcuni imbucati.

Lei fece subito amicizia con uno dell’ultima categoria citata. Avrà avuto sicuramente trent’anni. Sfoggiava sicurezza e dispensava battute. Lei faceva l’oca per compiacerlo. Forse solo per prendersi una rivincita dal litigio con lo stronzo.

Ordinai troppa birra, per tre volte, e la pizza non la finii, la guardavo far la scema con il tizio e già stavo male, bevevo con disperazione e rassegnazione. Quasi per consolarmi mi dicevo che in fondo non guidavo io e volevo solo divertirmi.

Lei andò a ballare. Io rimasi a guardarli in compagnia di un rhum e coca.

Ad un certo punto lui la cinse con le braccia e le mise le mani sul culo. Io non capii più nulla e barcollai verso il bagno. C’era la fila come sempre.

Mi avviai verso il giardino sperando che l’aria della sera mi svegliasse un po’.

Mi sentii toccare su una spalla. Era lei che mi aveva seguita. Mi prese per i fianchi e mi accompagnò a camminare. — Muoviti un po’ che ti passa la balla –  continuava a dirmi.

Sentivo la sua mano sul fianco che bruciava come fuoco e mai avrei voluto staccarmi.

Barcollando andammo dietro il palco del deejay. La musica si sentiva meno: le casse erano tutte orientate dall’altro lato.

Mi appoggiai a lei e cominciai a piangere, e lei con carezze mi tolse le lacrime.

–         Oh, che hai?

–         Ho bevuto troppo… lo sai che dopo piango…

–         Te sei scema. Gli altri si esaltano e te piangi.

Le afferrai le mani e gliele baciai. Mi aspettavo che le ritraesse, invece continuò a dirmi di stare tranquilla.

Le sbottonai la camicetta e le scoprii il reggiseno.

Mi lasciò fare.

Le presi un seno fra le mani e mi avvicinai per leccarglielo, la sentii gemere o forse protestare, ero troppo in confusione per capire, ma non si ritrasse e non si incazzò. Semplicemente non fece nulla per fermarmi.

La spinsi per terra, fra l’erba umida e alcuni fili dell’impianto e le fui sopra non sapendo esattamente cosa fare.

Il sesso con un uomo lo avevo sperimentato solo l’anno prima, fu più scoperta di me che vero amore, e avevo ben chiara la dinamica.

Con lei… con lei non sapevo che fare, volevo penetrarla ma ovviamente mi mancava l’attributo, pensai di leccarla e le alzai la mini sulla pancia, le abbassai le mutandine che trovai già umide e mi avvicinai al suo sesso caldo, e con le dita le trovai il clitoride e lo titillai finchè non lo sentii indurirsi.

Ancora gemiti o proteste e ancora non fece nulla per fermarmi.

Con la lingua la leccai, come se volessi possederla, mangiarla, entrare in lei… e lei mi spinse la testa come a voler dire di fare più forte.

Allora mi spostai e le infilai due dita e con decisione cominciai ad entrare e uscire e la accompagnai all’orgasmo, fermandomi dentro di lei alla fine, quasi come volessi esaltare questa sua sensazione.

Lei dopo l’orgasmo si mise ginocchioni, come me. Si avvicinò. Sentii il suo alito caldo sul viso, mi diede un bacio sulla guancia e mi lasciò lì.

Tornai a casa con altri amici e non parlammo più dell’accaduto.

Son passati anni ormai e lei domani si sposa.

Stasera addio al nubilato. Io e lei.

Profumo

Il tuo odore dalla mia mano se n’è andato in fretta, il tempo dell’autostrada mangiata viva dalle ruote e già non c’era più. 

Ho annusato le dita per tutto il viaggio di ritorno come fosse stato un bonus vinto ai dadi, il regalo che non ti aspetti, l’anello di plastica fluorescente nelle patatine. 

Lo devo aver finito a forza di buttarci sopra il naso, aspirandolo come droga.

Nonostante tutto.

Nonostante niente.

Cosa fai a Ferragosto?

Sveglia alle otto, persiane serratissime, ventilatore a palla.
Trucco d’ordinanza, vestitino micro in maglina con balconcino in vista, occhiali da sole.

Primo post della giornata: “Auguri di buon Ferragosto a tutti!” Selfie pro barzotto con focus innocente sulle tette, completo di sguardo da troia che sbircia dalle lenti scure.

Ecco arrivare i primi like, dopo cinque minuti chat con due tipi vogliosi di sesso virtuale, abbandonati al loro destino immediatamente.

Ore otto e trenta: chiamata all’odiosa cognata. “Tesoro, sì, sì, sto partendo per una giornata a Milano Marittima con Manuèl (fico focoso), saluta tutti!”

Controllo meteo su Milano Marittima: nessun problema, previsto sole, 35 gradi, temperatura percepita 37.

Ore dieci e ventitre, immersione dei piedi nella sabbietta del gatto (pulita), spruzzatina di acqua del ferro da stiro per effetto bagnato, foto con smarphone, taglio accurato dei bordi, filtro uno per dare effetto sole, filtro due per evidenziare lo smalto corallo e il tatuaggio del piede.

Ricerca di frase adeguata su internet. Scelta caduta su aforisma di tale Baricco o Barricco o Barrico, insomma, cit.: “Il mare è senza strade, il mare è senza spiegazioni”. Like immediato di Gina Lobello gran troia conclamata.

Ore dieci e venti terzo post della giornata. Birra su tavolino di rattan del terrazzo (ricoverato il giorno prima), sfondo di poster del mare a cui si nasconde la scritta “Caraibi”. Intanto ottanta like sul primo post, chat aperte cinque. Birre bevute realmente: due.

Ore undici, suonano al citofono.

Sconosciuti.

Non si apre.

Si spegne il ventilatore.

Sconosciuti che provano a scassinare casa.

Merda, merda, merda.

Idea: chiamare la vicina. Tesoro, so che sei a casa, mi faresti un favore? Ho lasciato una chiave sotto lo zerbino, me la prendi e la tieni tu? C’è troppa brutta gente in giro! Lo faresti subito? Sì? Grazie cara!

Grida dal pianerottolo, scalpiccio di piedi.

Cellulare che squilla.

Come? Dei ladri? Omioddio! No, no, non entrare non occorre, grazie tesoro, sì, sì, partita stamattina con quel tipo di cui ti raccontavo. Sì, sì, l’animale da letto – risata isterica – sì ora vado. Te lo saluto, certo. Sei un tesoro!

Mezzogiorno, ai fornelli. Linguine con vongole e bottarga, che Cracco lévate.

Tavernello bianco su calice della bormioli, 80 punti da esselunga per la coppia.

Tovaglietta in lino fotografata sul lato senza patacche, piatto di ikea grande quanto una piastrella, crostini.

Foto condivisa pure su instagram che il cibo acchiappa un casino.

Hashstag: #adorable  #beautiful #bepopular #bestpicture #boyfriend #couple #followme #forever  #instabeauty #instacool #instafood

Ore quindici: stendere telo mare a forma di ciambella sul disimpegno con vicino un salvagente rosa fenicottero che quest’anno va di moda un casino.

Amazon prime sedici euro e cinquantacinque.

Posa da son fica son bella son fotomodella.

Paletto da selfie.

Cinque, pancia in dentro, quattro, sguardo porco, tre, bocca a culo di gallina, due, profilo migliore, uno, petto in fuori, cheese!

Filtri per scurire la carnagione, sbiancare i denti, evidenziare il trucco, pompare le tette. Tagli ad hoc per non far vedere le piastrelle.

Postare!

“Meraviglioso Ferragosto assieme al mio amore!” Tag al finto profilo del finto fidanzato Manuèl – fico focoso.

Chat aperte dopo il selfie tettifero: sei.

Ore diciotto: aperitivo su sdraio comprata all’esselunga il mese prima.

Ricerca del miglior bagno di Milano Marittina per geolocalizzare il post, patatine Amica Chips su ciotolina, tovagliolino in tinta con la sdraio, anello da tre euro con pietrozza da spacciare per regalo di Manuèl – fico focoso – in primo piano.

Post minimale di una, significativa, parola: “Felice”.

Ore ventuno e otto, tramonto. Foto riciclata dal sito http://www.milanomarittima.it. Tagliata, tre filtri: hdr, contrasto tonale, sfumato i bordi. Post romantico e nostalgico.

Like immediato di Gina Lobello che non ha un cazzo da fare.

Ore ventidue, chat di gruppo con le amiche su quanto Manuèl – figo focoso – sia buonogentilegenerosodolcecomprensivo e, ovviamente, figo focoso.

Ore ventitre e trenta. Registrazione alla discoteca Papeete di Milano Marittima (RA). Foto con sfondo neutro, di tre quarti, vestitino inguinale con profonda scollatura sulla schiena, trucco che Clio makeup non è nessuno, tacco quindici. Sorriso durbans.

“E ora si ballaaaaaaa!!!!!”

Ore quattro e diciasette, sveglia dall’I-phone per foto di bocca rosa carminio che sta per addentare croissant Bauli con zucchero a velo spruzzato sopra. E fa subito pasticceria. Foto condivisa su instagram. “Piccolo peccato di gola”

Ore otto del 16 agosto. Condivisione della nota pagina il Milanese Imbruttito. “E anche questo ferragosto ce lo siamo tolto dai coglioni!”