Quaranta

Quaranta sogni buttati in aria come palline di un clown.

Quaranta baci, alcuni dati per dimenticare, altri per ricordare. 

Quaranta notti passate in bianco.

Quaranta storie scritte, quaranta vissute, quaranta inventate.

Quaranta persone ferite, ignorate, a cui ho voltato le spalle.

Quaranta sbagli, quaranta bugie.

Quaranta vittorie.

Quaranta volte ti amo, ti voglio bene, mi manchi, ti chiamo, ci sei, ti voglio.

Quaranta chilometri scavalcati d’un soffio e pochi centimetri mai attraversati.

Quaranta passi, quaranta corse.

Quaranta mani strette nel momento dell’orgasmo, quaranta luci spente, quaranta occhi chiusi.

Quaranta sì, son qui. 

Quaranta non più.

Quaranta ti vorrei ancora.

Quaranta mai più, mai più, mai più.

Quaranta lacrime appena sveglia, quaranta incubi, quaranta addii.

Quaranta amiche, quaranta confidenze, quaranta sorelle.

Quaranta birre bevute sui gradini.

Quaranta buttate nello scarico.

Quaranta madri che non mi han capito, che non ho capito. Quaranta padri che ho capito più io, o più loro, o chissà.

Quaranta mariti presenti nell’assenza, e io assente nella presenza.

Quaranta nuvole scambiate per draghi, e pomeriggi passati a guardarle passare.

Quaranta libri letti di notte, quaranta parole inventate, altrettante scordate.

Quaranta messaggi mai spediti, baci non dati, abbracci rimandati.

Quaranta sorrisi, sorrisi e sorrisi. Anche se fa male. Soprattutto se fa male.

Quaranta volte nello specchio a guardarmi negli occhi, quaranta sui miei tacchi, quaranta a piedi nudi.

Quaranta volte il due ottobre.

Quarant’anni.

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Lei


Lei era una ragazza più alta di me, gambe da gazzella e il fisico asciutto dei suoi diciott’anni.

Io ero la sua migliore amica, non si sa perché, forse perché gli opposti si attraggono.

Lei, la prima scelta dei maschi quando si faceva la classifica della più figa della classe.

Io, buona per copiare il compito a casa.

Ma eravamo amiche, come solo a quell’età si può vivere intensamente un sentimento.

Amiche per la vita, amiche complici e amiche fedeli.

Ma il mio era un sentimento di dipendenza, almeno fino al giorno del suo primo bacio.

Fino al giorno in cui mi disse di essersi innamorata di un amico comune. Mentre io lo ero di lei, senza rendermene conto.

Da quel giorno le cose cambiarono, diventai taciturna e imbronciata, incazzata con il mondo. Lei era felice, io morivo dentro e non me ne rendevo conto.

L’omosessualità non era un problema, semplicemente non capivo.

Pensò che io fossi gelosa, gelosa della nostra amicizia esclusiva incrinata da questo fidanzato, ed in un certo senso era così.

Poi un giorno ci fu l’invito delle amiche ad una festa, si festeggiava il compleanno di una della classe.

Pizza e discoteca in un locale della provincia.

Lei aveva già la macchina e fu naturale andare assieme, mentre io che compivo gli anni più tardi stavo ancora facendo le guide di prova.

Arrivò sotto casa con la sua Lancia Y usata, profumata di vaniglia e con i capelli ancora un po’ umidi; aveva negli occhi una certa agitazione.

–         Che hai? – le chiesi

–         Ho litigato con lo stronzo. –  Era evidente chi fosse lo stronzo del caso.

–         Ti passerà come sempre –  chiosai, forse però dal tono non riuscii a trattenere una certa soddisfazione.

Lei non disse nulla e mise un cd. La strada davanti e lo sguardo sicuro.

Com’era bella nella sua mini con le ballerine.

Mi resi conto che il pensiero lo avevo pronunciato a voce alta solo quando si girò verso di me e mi sorrise.

–         Anche te non sei male. 

–         Sì, certo…  – e pensai alle parole che mi diceva sempre mio padre da piccola: “Non sei brutta. Solo che quelle belle sono fatte in maniera differente”. Io non ero mai stata la principessa del papà. Non ero mai stata la principessa di nessuno.

Arrivammo al locale sulle note dei Green Day. Un posto con un bel giardino estivo dove prima si mangiava e poi si ballava sopra ai tavoli. Facemmo la fila per parcheggiare, era affollatissimo. “Fortuna che cè la crisi… ” fu il nostro facile commento.

Ci incontrammo con le altre e con Elena, la festeggiata. Una ragazza fin troppo zuccherosa.

Non ci sedemmo vicine ma non ce ne importava, eravamo assieme al gruppo e andava bene così. C’era qualche fidanzato o pseudotale, alcuni amici che non avevo mai visto e alcuni imbucati.

Lei fece subito amicizia con uno dell’ultima categoria citata. Avrà avuto sicuramente trent’anni. Sfoggiava sicurezza e dispensava battute. Lei faceva l’oca per compiacerlo. Forse solo per prendersi una rivincita dal litigio con lo stronzo.

Ordinai troppa birra, per tre volte, e la pizza non la finii, la guardavo far la scema con il tizio e già stavo male, bevevo con disperazione e rassegnazione. Quasi per consolarmi mi dicevo che in fondo non guidavo io e volevo solo divertirmi.

Lei andò a ballare. Io rimasi a guardarli in compagnia di un rhum e coca.

Ad un certo punto lui la cinse con le braccia e le mise le mani sul culo. Io non capii più nulla e barcollai verso il bagno. C’era la fila come sempre.

Mi avviai verso il giardino sperando che l’aria della sera mi svegliasse un po’.

Mi sentii toccare su una spalla. Era lei che mi aveva seguita. Mi prese per i fianchi e mi accompagnò a camminare. — Muoviti un po’ che ti passa la balla –  continuava a dirmi.

Sentivo la sua mano sul fianco che bruciava come fuoco e mai avrei voluto staccarmi.

Barcollando andammo dietro il palco del deejay. La musica si sentiva meno: le casse erano tutte orientate dall’altro lato.

Mi appoggiai a lei e cominciai a piangere, e lei con carezze mi tolse le lacrime.

–         Oh, che hai?

–         Ho bevuto troppo… lo sai che dopo piango…

–         Te sei scema. Gli altri si esaltano e te piangi.

Le afferrai le mani e gliele baciai. Mi aspettavo che le ritraesse, invece continuò a dirmi di stare tranquilla.

Le sbottonai la camicetta e le scoprii il reggiseno.

Mi lasciò fare.

Le presi un seno fra le mani e mi avvicinai per leccarglielo, la sentii gemere o forse protestare, ero troppo in confusione per capire, ma non si ritrasse e non si incazzò. Semplicemente non fece nulla per fermarmi.

La spinsi per terra, fra l’erba umida e alcuni fili dell’impianto e le fui sopra non sapendo esattamente cosa fare.

Il sesso con un uomo lo avevo sperimentato solo l’anno prima, fu più scoperta di me che vero amore, e avevo ben chiara la dinamica.

Con lei… con lei non sapevo che fare, volevo penetrarla ma ovviamente mi mancava l’attributo, pensai di leccarla e le alzai la mini sulla pancia, le abbassai le mutandine che trovai già umide e mi avvicinai al suo sesso caldo, e con le dita le trovai il clitoride e lo titillai finchè non lo sentii indurirsi.

Ancora gemiti o proteste e ancora non fece nulla per fermarmi.

Con la lingua la leccai, come se volessi possederla, mangiarla, entrare in lei… e lei mi spinse la testa come a voler dire di fare più forte.

Allora mi spostai e le infilai due dita e con decisione cominciai ad entrare e uscire e la accompagnai all’orgasmo, fermandomi dentro di lei alla fine, quasi come volessi esaltare questa sua sensazione.

Lei dopo l’orgasmo si mise ginocchioni, come me. Si avvicinò. Sentii il suo alito caldo sul viso, mi diede un bacio sulla guancia e mi lasciò lì.

Tornai a casa con altri amici e non parlammo più dell’accaduto.

Son passati anni ormai e lei domani si sposa.

Stasera addio al nubilato. Io e lei.

Profumo

Il tuo odore dalla mia mano se n’è andato in fretta, il tempo dell’autostrada mangiata viva dalle ruote e già non c’era più. 

Ho annusato le dita per tutto il viaggio di ritorno come fosse stato un bonus vinto ai dadi, il regalo che non ti aspetti, l’anello di plastica fluorescente nelle patatine. 

Lo devo aver finito a forza di buttarci sopra il naso, aspirandolo come droga.

Nonostante tutto.

Nonostante niente.

Cosa fai a Ferragosto?

Sveglia alle otto, persiane serratissime, ventilatore a palla.
Trucco d’ordinanza, vestitino micro in maglina con balconcino in vista, occhiali da sole.

Primo post della giornata: “Auguri di buon Ferragosto a tutti!” Selfie pro barzotto con focus innocente sulle tette, completo di sguardo da troia che sbircia dalle lenti scure.

Ecco arrivare i primi like, dopo cinque minuti chat con due tipi vogliosi di sesso virtuale, abbandonati al loro destino immediatamente.

Ore otto e trenta: chiamata all’odiosa cognata. “Tesoro, sì, sì, sto partendo per una giornata a Milano Marittima con Manuèl (fico focoso), saluta tutti!”

Controllo meteo su Milano Marittima: nessun problema, previsto sole, 35 gradi, temperatura percepita 37.

Ore dieci e ventitre, immersione dei piedi nella sabbietta del gatto (pulita), spruzzatina di acqua del ferro da stiro per effetto bagnato, foto con smarphone, taglio accurato dei bordi, filtro uno per dare effetto sole, filtro due per evidenziare lo smalto corallo e il tatuaggio del piede.

Ricerca di frase adeguata su internet. Scelta caduta su aforisma di tale Baricco o Barricco o Barrico, insomma, cit.: “Il mare è senza strade, il mare è senza spiegazioni”. Like immediato di Gina Lobello gran troia conclamata.

Ore dieci e venti terzo post della giornata. Birra su tavolino di rattan del terrazzo (ricoverato il giorno prima), sfondo di poster del mare a cui si nasconde la scritta “Caraibi”. Intanto ottanta like sul primo post, chat aperte cinque. Birre bevute realmente: due.

Ore undici, suonano al citofono.

Sconosciuti.

Non si apre.

Si spegne il ventilatore.

Sconosciuti che provano a scassinare casa.

Merda, merda, merda.

Idea: chiamare la vicina. Tesoro, so che sei a casa, mi faresti un favore? Ho lasciato una chiave sotto lo zerbino, me la prendi e la tieni tu? C’è troppa brutta gente in giro! Lo faresti subito? Sì? Grazie cara!

Grida dal pianerottolo, scalpiccio di piedi.

Cellulare che squilla.

Come? Dei ladri? Omioddio! No, no, non entrare non occorre, grazie tesoro, sì, sì, partita stamattina con quel tipo di cui ti raccontavo. Sì, sì, l’animale da letto – risata isterica – sì ora vado. Te lo saluto, certo. Sei un tesoro!

Mezzogiorno, ai fornelli. Linguine con vongole e bottarga, che Cracco lévate.

Tavernello bianco su calice della bormioli, 80 punti da esselunga per la coppia.

Tovaglietta in lino fotografata sul lato senza patacche, piatto di ikea grande quanto una piastrella, crostini.

Foto condivisa pure su instagram che il cibo acchiappa un casino.

Hashstag: #adorable  #beautiful #bepopular #bestpicture #boyfriend #couple #followme #forever  #instabeauty #instacool #instafood

Ore quindici: stendere telo mare a forma di ciambella sul disimpegno con vicino un salvagente rosa fenicottero che quest’anno va di moda un casino.

Amazon prime sedici euro e cinquantacinque.

Posa da son fica son bella son fotomodella.

Paletto da selfie.

Cinque, pancia in dentro, quattro, sguardo porco, tre, bocca a culo di gallina, due, profilo migliore, uno, petto in fuori, cheese!

Filtri per scurire la carnagione, sbiancare i denti, evidenziare il trucco, pompare le tette. Tagli ad hoc per non far vedere le piastrelle.

Postare!

“Meraviglioso Ferragosto assieme al mio amore!” Tag al finto profilo del finto fidanzato Manuèl – fico focoso.

Chat aperte dopo il selfie tettifero: sei.

Ore diciotto: aperitivo su sdraio comprata all’esselunga il mese prima.

Ricerca del miglior bagno di Milano Marittina per geolocalizzare il post, patatine Amica Chips su ciotolina, tovagliolino in tinta con la sdraio, anello da tre euro con pietrozza da spacciare per regalo di Manuèl – fico focoso – in primo piano.

Post minimale di una, significativa, parola: “Felice”.

Ore ventuno e otto, tramonto. Foto riciclata dal sito http://www.milanomarittima.it. Tagliata, tre filtri: hdr, contrasto tonale, sfumato i bordi. Post romantico e nostalgico.

Like immediato di Gina Lobello che non ha un cazzo da fare.

Ore ventidue, chat di gruppo con le amiche su quanto Manuèl – figo focoso – sia buonogentilegenerosodolcecomprensivo e, ovviamente, figo focoso.

Ore ventitre e trenta. Registrazione alla discoteca Papeete di Milano Marittima (RA). Foto con sfondo neutro, di tre quarti, vestitino inguinale con profonda scollatura sulla schiena, trucco che Clio makeup non è nessuno, tacco quindici. Sorriso durbans.

“E ora si ballaaaaaaa!!!!!”

Ore quattro e diciasette, sveglia dall’I-phone per foto di bocca rosa carminio che sta per addentare croissant Bauli con zucchero a velo spruzzato sopra. E fa subito pasticceria. Foto condivisa su instagram. “Piccolo peccato di gola”

Ore otto del 16 agosto. Condivisione della nota pagina il Milanese Imbruttito. “E anche questo ferragosto ce lo siamo tolto dai coglioni!”

Il sorriso di Diana (Omaggio a)

Anche stanotte piangeva.

Ho sentito i singhiozzi soffocati dal cuscino; tirava su con il naso, come i bambini e come loro non se lo soffiava, tossiva dalla disperazione, dando pugni sul cuscino.
Battevano le due mentre succedeva e un’ora dopo ho sentito il suo respiro farsi quieto.
Sono uscito dal ripostiglio del monolocale, come faccio sempre quando Diana non c’è, sfidando la paura di essere visto e l’ho guardata dormire.

Era buttata di traverso, vestita, e la luce del lampione di via Roma s’infilava nella persiana mezza aperta regalandole sprazzi d’oro addosso.

Era tornata tardi, ubriaca come sempre da quando l’uomo che abitava qui se n’era andato.

Anche io vivo qui, l’avrete capito, ma vorrei viverle addosso, sulle sue gambe abbronzate, sull’ombelico infossato, sulla piega del seno, tra le scapole, sulla schiena. Sul bel sorriso che ha sempre, anzi aveva, prima che, sì, dai, avete capito, e invece me ne sto nascosto.

Psicopatico? Dite davvero? Io direi prudente.

Sono salito piano sul letto avvicinandomi al viso. Perché sì, la prudenza, come vi ho detto, ma volevo vederla da vicino, ora che si impregnava sempre più la sua pelle di luce. Forse sognava, o forse no, non saprei dire. Le pupille si muovevano sotto le palpebre chiuse e io avrei voluto infilarmi tra le ciglia, dirle che sono qui, da sempre.

Il respiro acido m’ha invaso mentre le sfioravo i capelli, ma lei ha lanciato un grugnito, aprendo gli occhi nel sonno senza vedermi veramente. Mi sono spaventato, rimanendo immobile, sperando di essere invisibile, mentre si è tirata su di scatto scendendo dal letto, fermandosi di colpo davanti alla porta del bagno e lì ha vomitato anche l’anima, non riuscendo ad arrivare al water. Io, piano, mi sono nascosto sotto il letto, tra la polvere e gli elastici dei capelli perduti nel sonno.

Il pomeriggio intenso la trovava ancora addormentata, con i capelli appiccicati alle guance, i vestiti sporchi di vomito. Dalla strada saliva il calore denso dell’estate, pregno di silenzio e cicale, rotto solo da qualche auto che sfidava la canicola.

Si è svegliata dicendo “Mi manchi”, piano, come il miagolio di un gattino.

Per un attimo ho pensato si riferisse a me.

L’ho guardata dal mio nascondiglio e aveva il telefono sul cuscino, lo fissava come si dovrebbe fare con l’alba sul mare, con la bocca aperta, piangendo di tanta bellezza.

“Mi manchi…” ha sfiorato lo schermo, poi lo ha gettato lontano tra le coperte ritornando ad affondare la faccia sul cuscino.

“Basta” ha detto dopo alcuni minuti, come un ordine a se stessa.

Basta mi sono detto anche io. Ora esco e le dico che sono qui, che ci sono, che tesserò con lei il futuro, se vorrà, se mi vorrà.

Ma Diana ha preso il telefono con rabbia e ha battuto le dita contro lo schermo, come fa sempre, come si fa contro una finestra. C’è nessuno? Ehi? Mi rispondi? Io sono qui, mi vedi?

Poi con voce risoluta di chi ha preso una decisione importante ha parlato contro il vetro: “Ciao, sono io, senti, lo so che non dovrei chiedertelo così, ma perché non vieni qui stasera? Una pizza… e… se vuoi…”
Ha lasciato in sospeso, come non servissero altre spiegazioni.
“Sì, lo so che ti ho sempre detto che l’amore, che l’amicizia, che noi…”
Pausa.
“Oh, senti, ora fai tu il prezioso? Dopo tutte le volte che c’hai provato! Vuoi scopare o no?”
Silenzio.
“Ottimo. A stasera.”
Se n’è andata in bagno ributtando il cellulare tra le lenzuola e ha aperto la doccia.

Intanto si era fatta sera. Le ombre s’allungavano sul parquet e la luce è diventata più morbida, come se i colori fossero stati sfumati con le dita.

Diana è entrata e uscita dal bagno, ha provato vestiti, li ha lanciati sul letto, si è guardata, ha negato l’approvazione alla sua immagine riflessa, ha tolto e aggiunto. Infine si è vestita con un abito nero che metteva in risalto tutto senza far vedere niente.

Io l’ho osservata, come sempre da quando abita qui, l’ho trovata bellissima anche con questo sorriso forzato che provava allo specchio, che scopre troppo i denti, tira di più il labbro, in un’espressione forzata d’allegria.
Ha suonato il citofono e lei ha detto solo “sali” premendo il bottone del portoncino.

Ed è entrato un ragazzo che avevo già visto qualche volta. Teneva due cartoni di pizza in una mano e una scatola di birre nell’altra. L’ho visto come si comportava di solito, quando veniva qui. La guardava avido in ogni gesto, come se volesse bersi la sua essenza. Anche ora annuiva sempre quando lei parlava, appeso a tutte le parole e si asciugava le mani sudate sui jeans.

Stasera era più imbarazzato del solito. Guardava in giro come se si aspettasse qualcuno uscire dal nulla e gridare “Sorpresa!”.

Lei invece era gentile, buttava indietro la testa ridendo, scopriva la gola, inclinava lo sguardo cercando di attirarlo a sé.

Ma lui era già suo, un po’ come me.

Prigioniero del suo sorriso.

Hanno mangiato la pizza, tagliando con il coltello pezzetti triangolari e tensione, hanno bevuto la birra, si sono seduti sul divano-letto guardando la tivù. Diana si è sciolta i capelli, lui si è sciolto guardandola muovere i ricci.

Ed è stata lei a baciarlo, mentre io morivo dentro.

Quelle labbra che mi sognavo la notte, che ho guardato nel sonno, che volevo toccare, ora sono sue.

Lui incespicava con le mani, spogliandola, incredulo che stesse capitando a lui.

Lei aveva l’occhio torbido di birra e lo sguardo di chi si prenderà tutto quel che c’è da prendere.

Io morivo, ve l’ho detto.

Anche lui la farà soffrire, facendole credere di essere migliore di quello prima; invece la lascerà sola, anche lui incapace di esserci nel momento giusto.

Ma io morivo, non avevo speranze, vedete?

Ho occhi in abbondanza e gambe forti, e lei preferiva buttarsi via con il primo che capitava.

Morivo mentre loro si amavano sul cuscino sporco di lacrime e rimmel e nella notte battevano le due.

Io sono uscito e sono andato verso la morte.

Mi sono arrampicato sul copriletto, muovendo veloce il mio corpo nero. Diana mi ha visto, o era persa nell’estasi dell’orgasmo. Sorrideva finalmente. Sorrideva ed era bellissima con le guance rosse e i capelli sugli occhi, la bocca semiaperta, la lingua che spiccava avida tra i denti bianchi. Sarebbe stato  meraviglioso morire lì, tra il rosso sangue.

Mi sono avvicinato e lei finalmente ha messo a fuoco il mio corpo di ragno.

Ha gridato di terrore e ribrezzo, come potrebbe altrimenti? Non sono mai stato niente, solo l’insetto sull’angolo scuro del soffitto.

Lui ha alzato una mano, io ho fatto in tempo solo a urlare “Diana, Ti a…”

Poi il buio.

******

“Il sorriso  di  Diana” è  il titolo  di  un cortometraggio  uscito nel 2002, diretto da Luca Lucini  e sceneggiato  da  Mauro Spinelli con Anita  Caprioli e Michele Venitucci. 

T’ho chiamato amore

T’ho chiamato amore nel limbo sospeso del piacere, dopo che ci siamo stati dentro. 

Tu, dentro di me; io, nelle tue voglie.

T’ho chiamato amore senza rendermene conto, come l’ovvio, l’evidente, il certo, vedi, è naturale.

T’ho chiamato amore e non hai sentito, perché parlo sempre piano per paura di sbagliare.

E ho pensato che in fondo sia stato meglio così.

Zero

 

– Trenta.

 

Una macchia sul muro, una merdosa macchia di umidità sul muro.

Ecco cosa ho pensato quando te ne sei andata.

La porta sbatteva e ti portavi via il mio amore e io ho pensato all’alone più scuro nell’angolo del soffitto.

Dovrò parlare con Bailo, quello stronzo del padrone di casa.

Con tutti i soldi di affitto che pago, c’è pure il tetto che perde.

Questo pensiero stupido mi gira in testa, mentre le tue belle gambe entrano nel taxi che hai chiamato, tra i singhiozzi, mezz’ora fa.

Ti sei portata via una valigia e il mio amore.

Ma tornerai, sei già tornata da me in passato.

Avevi detto che mi avresti amato per sempre. Per sempre.

 

– Ventinove.

 

“Allora, signor Massimo, come va la sua signora?” mi chiede la portinaia. Quella vecchia puttana non si fa mai gli affari suoi.

“Benissimo, è andata via qualche giorno.”

Mi guarda sospettosa, mentre io le fisso il naso e penso di non aver mai visto nulla di più brutto.

“L’ho vista agitata ieri, mentre usciva.”

Prendo la mia posta, mi fermo a rigirarla tra le mani. “La madre è molto malata.”

Chiudo la conversazione ed esco.

Vorrei che tu fossi lì, sotto casa, a dirmi che hai sbagliato e che vuoi che torniamo insieme.

Non mi hai chiamato ieri sera e nemmeno io ho provato a farlo.

Ma oggi, oggi sono già ventiquattro ore che stiamo lontani.

Sarai sicuramente alla macchina ad aspettarmi.

Cammino un po’ più veloce, allungo il passo.

Non ci sei. Non sei lì.

Apro la portiera, e mi infilo nel traffico.

“Sei solo una puttana” sibilo tra i denti. “Sei solo una puttana”

 

– Ventotto.

 

Ti ho chiamato stamattina.

Volevo solo sapere come stavi e non mi hai risposto.

Mi sto preoccupando. La lite era di livello “solito”.

Solita routine: ti volevi mettere quel vestito speciale, il mio vestito, per andare a lavorare.

“Dove te ne vai vestita così”?

Mi hai guardato interrogativa. “Al lavoro!” E l’hai detto come fosse la cosa più ovvia del mondo. Sembravi esasperata.

“Non sei troppo elegante?” Ho cercato di affrontare l’argomento alla lontana.

“Arriva un dirigente”

“Ah” E allora? Arriva un dirigente e ti metti in ghingheri? Ma sono riuscito a tenere per me quest’ultima considerazione.

“Sei troppo provocante.”

“Senti Massimo, smettila con questa storia! Sono solo una donna in minigonna. Siamo nel ventunesimo secolo, ricordi? Le donne possono vestirsi come vogliono!”

“Certo, anche come delle puttane e non meravigliarsi se poi gli uomini ci provano con loro!”

Poi il resto.

Il resto delle offese.

Il resto degli schiaffi.

Lo strapparti il vestito.

Il provare a fare sesso.

Hai chiamato il taxi tra le lacrime.

Ti ho mandata via come l’ultima delle troie.

Ma eri te che te ne andavi, non io che ti mandavo via.

Non era la prima volta che succedeva.

Non era la prima volta.

 

– Ventisette.

 

Ti ho mandato dei fiori in ufficio.

Dodici rose rosse a gambo lungo.

Centoeuro.

Ti ho aspettata all’uscita, in pausa pranzo.

“Che vuoi?” Mi hai apostrofato.

“Vengo in pace”. Mani alzate e palmi in fuori.

“Vai via, non voglio parlarti.”

“Non hai ricevuto i miei fiori? Erano per te.”

“Va via!”

Allunghi il passo e raggiungi una tua collega che si era accorta che eri rimasta indietro e ti stava aspettando.

“Elena! Voglio solo parlare!”

“Troppo tardi, Massimo. Non ho niente da dirti!”

Ti attacchi al braccio della tua collega e insieme ve ne andate verso il ristorante all’angolo. Lei ride, ti starà chiedendo di me.

Mi accorgo solo ora che hai dei tacchi altissimi.

Per me, solo per me li portavi. Solo per me.

 

– Ventisei.

 

Non rispondi ai miei sms.

Te ne ho mandati un po’ quest’oggi.

 

“Buongiorno, amore”

Il silenzio più assoluto.

 

“Ti auguro una buona giornata”

Ancora nulla.

 

“Cosa stai facendo? Io penso a te!”

Niente.

 

“Mi manchi.”

Il nulla.

 

“Ho bisogno di parlarti”

E’ evidente che ti diverti a non rispondermi.

 

“Devo dirti alcune cose importanti”

Non hai cuore per me?

 

“Rispondi x favore”

Ancora silenzio.

 

“Stai bene?”

Il vuoto.

 

“Chiamami.”

Silenzio da parte tua.

 

“Stronza rispondi”

Niente.

 

“Sei solo una povera demente”

“Puttana”

“Con quanti hai trombato stanotte?”

“Hai goduto a prenderlo in culo?”

“Sei solo una troia”

Niente.

 

“Amore, mi manchi”

“Amore, scusami, mi manchi, mi manchi, mi manchi”

Nessuna risposta. Nessuna risposta.

 

– Venticinque.

 

Sono stato sotto casa tua.

Ho aspettato tutta la notte sotto la pensilina del tram.

Si è fermato pure uno a chiedermi una sigaretta. Ci mancava solo che lo prendessi a calci. Che ci faceva sotto casa tua? Era uscito dal tuo condominio.

Era venuto a scoparti?

Lo so che tu non ne hai mai abbastanza.

Ho aspettato e camminato su e giù.

E fumato. Dio quanto ho fumato.

 

– Ventiquattro.

 

E’ una settimana che non mi faccio la barba e non mi vesto decentemente.

E’ per questo che non mi vuoi parlare.

Tu odi quando ti pungo con la barba.

Mi sveglio presto e passo un’ ora in bagno a sistemarmi: barba, doccia, mani, deodorante, crema viso.

Mi metto il mio vestito più elegante, quello con cui dicevi assomigliassi a James Bond.

Passo al bar a prendere due cornetti per fare colazione insieme. Come piace a te.

Ti aspetto sotto casa, e appena mi vedi rallenti. Hai cambiato pettinatura.

“Sei bellissima!”

“Massimo, la devi smettere.”

“Ti ho portato i cornetti”

“Grazie.”

Li prendi e te ne vai.

Li prendi e mi lasci lì.

Li prendi e mi abbandoni sul marciapiede, saltando in macchina e inoltrandoti nel traffico.

Sei andata ancora via. Ancora via.

 

– Ventitre.

 

La prossima volta non andrai più via sgommando con la tua Mini.

La tua cara macchinina ha avuto un piccolo disguido.

Le ruote, accidentalmente, sono finite contro il mio coltello da cucina da 20 cm.

Un piccolo incidente, amore. Un piccolo incidente.

 

– Ventidue.

 

Sono stato chiamato in caserma.

Mi hai denunciato. Brutta troia, mi hai denunciato.

Il caramba continuava a farmi domande.

“E’ vero che ha mandato messaggi sconvenienti alla sig.ra Elena Vettorello?

“E’ vero che l’ha aspettata sotto casa con fare minaccioso?”

“E’ vero che l’ha tormentata al lavoro?”

“E’ vero che le ha tagliato le ruote della macchina?”

Ennò cazzo. Con chi pensano di avere a che fare?

Con un deficiente?

Sempre tacere. Mai ammettere. Devo chiamare un avvocato. “Pronto Avvocato?”

 

– Ventuno.

 

La storia dell’avvocato mi costa mille euro.

E’ tutta colpa tua Elena.

Perché lo hai fatto? Io ti amavo. Non volevo farti del male. Mai ti avrei fatto del male. Devi solo fare quello che ti dico io. Solo quello che ti dico io.

 

– Venti.

 

Ho trovato la tua foto su meetic.

Ragazza 27 anni cerca ragazzo sensibile e gentile. Anche solo per parlare. Ti fai chiamare piccola stella.

Anche solo per parlare? Si dice così adesso?

Ti posso rovinare Elena.

Lo posso fare. Ho quel video in cui ti trombo in tutte le posizioni.

Lo metto su Youporn.

Ti rovino Elena. Ti rovino.

 

– Diciannove.

 

Non l’ho fatto. Il mio avvocato ha detto di non mettere nulla su internet. Quello stronzo mi legge nel pensiero.

Non l’ho fatto per ora. Per ora.

 

– Diciotto.

 

Sono venuto alla ciclabile dove corri la mattina.

Mi hai visto e sei sbiancata.

Ho goduto quando ti ho vista indecisa se continuare per la tua strada e passarmi vicino o cambiare direzione evitandomi.

Hai scelto di evitarmi.

Sei solo una stronza.

Non puoi evitarmi per sempre. Non puoi.

 

– Diciassette.

 

Ho creato un finto profilo meetic per parlare con te.

Ti ho chiesto l’amicizia. Ti ho mandato un colpo di fulmine.

Mi hai mandato la mail. E che veloce sei stata. Hai proprio bisogno di un cazzo per trombare eh? Per ora cercherò di guadagnare la tua fiducia. Voglio un appuntamento con te. Voglio che tu ti fidi di me. Di me.

 

– Sedici.

 

From Piccolastella27@gmail.com

To Dolcecucciolo72@yahoo.it

 

Ciao, dolce cucciolo! Quando mi dirai il tuo nome? (Son curiosa! :-P)

Anche io vivo a Torino, nel quartiere vicino al Valentino.

Conosci?

Mi hai chiesto se ho qualcuno… no… esco da una storia tormentata… non ne voglio parlare…

Prenderei volentieri un ape con te.

Ma prima mi dici il tuo nome! Dai… su… solo il nome!! 🙂

 

– Quindici.

 

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To Piccolastella27@gmail.com

 

Ciao Elena,

certo che conosco il parco del Valentino… moooolto romantico! Che ne dici, ci troviamo nei pressi per l’ape?

Io avrò un libro con la copertina rossa in mano (rosso passione, modestamente)

Dai, non vuoi parlare del tuo ex… Ma gli volevi bene? Gliene vuoi ancora?

Facciamo per domani sera?

Il nome? Vuoi sapere il nome? Cos’è un nome? La rosa senza il suo nome non avrebbe il suo profumo? Cos’è un nome?

 

– Quattordici.

 

Hai fatto una scenata.

Quando mi hai visto al parco del Valentino con il libro rosso in mano, hai fatto una scenata.

Vuol dire che ti interesso ancora. Altrimenti non avresti dato di matto.

Dio se hai dato di matto.

 

– Tredici.

 

Lo stronzo dell’avvocato ha detto che hai fatto richiesta perché ti stia lontano almeno 500 metri.

E che se non rispetterò la sentenza del giudice mi chiederai pure i danni morali.

Ho già caricato la chiavetta sul portatile.

Ti faccio vedere io. Ti faccio vedere io.

 

– Dodici.

 

Wow. 1500 visualizzazioni in una notte. Sei forte tesoro!

Nel video ti si vede chiaramente. Forse si vede di più il culo, e il vibra che ti infilo finché godi. La faccia si vede meno, ma dai, non mi lamento! Ho fatto delle ottime riprese quella volta.

1500 visualizzazioni. Però! Sei proprio forte! Proprio forte!

 

– Undici.

 

Sono sbronzo. Ho scolato otto Ceres. E un mojito.

La tipa del cubo mi agita il culo davanti alla faccia.

La musica mi rimbomba nel cervello.

Il culo della tipa non mi fa né caldo né freddo.

Ripenso al tuo.

Ho un’erezione.

Vado nel bagno di questo cesso di discoteca.

Me lo meno pensando a te. Ma non vengo. Troppo sbronzo. Vomito nel cesso. La testa nel cesso.

 

– Dieci.

 

Sono quindici giorni che mi do’ malato al lavoro.

Cazzo vogliono. Io sono senza di te. Non ragiono, non ce la faccio a sedermi in un posto e prendere il telefono e far finta che vada tutto bene. E signora che ne dice, facciamo dieci lavatrici? Dieci lavastoviglie? Massì le faccio un pagamento dilazionato!

Non ce la posso fare. Senza te. Senza te.

 

– Nove.

 

Sono forte! Posso stare senza di te!

Non ti vedo da giorni, da quando ti ho dato appuntamento al Valentino.

E ti eri messa carina.

Ma non per me.

Pensavi che fossi un altro, il tuo dolce cucciolo… solo un frocio può avere un nick del genere.

E come sai io non sono frocio. Sono forte. Sono forte.

 

– Otto.

 

Ho affittato una pagina di giornale per te.

Sulla Stampa. Millecinquecentoeuro.

Tesoro ritorna da me!

E la nostra foto insieme.

Quella foto dove sorridi.

Quella foto dove eravamo felici. Felici.

 

-Sette.

 

Mi aspettavo una tua mail, un tuo sms, una tua telefonata.

Ho fatto un gesto plateale per te.

Mi sono reso ridicolo per te.

Ho speso millecinquecento euro per te.

E nemmeno un cenno. Nemmeno un cenno.

 

– Sei.

 

Hai cambiato numero di telefono.

L’utente chiamato è inesistente.

Porca troia.

Hai cambiato appartamento.

Non torni più alla sera in via Sacchi.

Sei proprio stronza.

Credi di liberarti di me? Non puoi liberarti di me.

 

– Cinque.

 

Dormo tre ore a notte. Ho gli incubi e sudo freddo. Ho preso il Tavor.

Non riesco a dormire lo stesso.

Più ti neghi e più ti penso.

Ti odio, Elena. Ti odio. E più ti odio e più ti amo. Più ti amo.

 

– Quattro.

 

Mi è arrivata una lettera di licenziamento per giusta causa.

Dicono che non ero in casa al momento della visita fiscale.

Che vadano a fanculo. Che tutto il mondo vada a fanculo.

 

– Tre.

 

Ho scoperto dove stai. Sei tornata dai tuoi eh?

Ho chiamato il fisso e hai risposto. Ho taciuto.

“Pronto?” silenzio.

“Pronto?” silenzio.

“Massimo sei tu?” silenzio.

Lo stesso silenzio che mi hai dato in questi giorni.

 

– Due.

 

Ti ho tormentato ancora tre quattro volte con il telefono. Alla fine l’hai staccato. Quando ho cominciato ad ansimare l’hai staccato. Sapevo che eri dall’altra parte del telefono e mi era venuto duro. Mi hai staccato il telefono. Troia! Sei solo una troia! Non lo senti quanto ti amo? Non lo senti?

 

– Uno.

 

Lo devo fare, per te e per noi. Per te e per noi.

 

Zero.

 

Tu sei lì, a terra, gli occhi fissi nel vuoto, spaventati, la mano allo stomaco, sporca di sangue.

Io ti guardo, esaltazione e dolore. Incredulità e piacere. Ora, finalmente, tu non sei più di nessuno. Non sei più mia, certo, da un po’,ma ora non saresti stata mai più di nessuno. Mai più di nessuno.

 

Sirene, in lontananza.

La porta che viene sfondata.

La pistola puntata al petto.

La sorpresa dei poliziotti.

Lo sgomento dei poliziotti, quando ti hanno visto.

“Non vedete il mio amore?”

“Non vedete la mia passione?”

“Amore diglielo che l’ho fatto per te, per noi!”

“Diglielo, cazzo, diglielo!”

Mi inchiodano al muro, mi mettono le mani sulla testa.

Mi trascinano per le scale, per quelle stesse scale in cui ti ho rincorso, per spiegarti il mio amore, per dirti che non saresti più stata di nessuno.

Mai più di nessuno.
Zero fa parte dell’omonima antologia edita da Damster – Eroxè, in cui troverete altri racconti di molti altri autori (e un altro mio) sulle dipendenze.