Il sorriso di Diana (Omaggio a)

Anche stanotte piangeva.

Ho sentito i singhiozzi soffocati dal cuscino; tirava su con il naso, come i bambini e come loro non se lo soffiava, tossiva dalla disperazione, dando pugni sul cuscino. 
Battevano le due mentre succedeva e un’ora dopo ho sentito il suo respiro farsi quieto.
Sono uscito dal ripostiglio del monolocale, come faccio sempre quando Diana non c’è, sfidando la paura di essere visto e l’ho guardata dormire.

Era buttata di traverso, vestita, e la luce del lampione di via Roma s’infilava nella persiana mezza aperta regalandole sprazzi d’oro addosso.

Era tornata tardi, ubriaca come sempre da quando l’uomo che abitava qui se n’era andato.

Anche io vivo qui, l’avrete capito, ma vorrei viverle addosso, sulle sue gambe abbronzate, sull’ombelico infossato, sulla piega del seno, tra le scapole, sulla schiena. Sul bel sorriso che ha sempre, anzi aveva, prima che, sì, dai, avete capito, e invece me ne sto nascosto. 

Psicopatico? Dite davvero? Io direi prudente.

Sono salito piano sul letto avvicinandomi al viso. Perché sì, la prudenza, come vi ho detto, ma volevo vederla da vicino, ora che si impregnava sempre più la sua pelle di luce. Forse sognava, o forse no, non saprei dire. Le pupille si muovevano sotto le palpebre chiuse e io avrei voluto infilarmi tra le ciglia, dirle che sono qui, da sempre.

Il respiro acido m’ha invaso mentre le sfioravo i capelli, ma lei ha lanciato un grugnito, aprendo gli occhi nel sonno senza vedermi veramente. Mi sono spaventato, rimanendo immobile, sperando di essere invisibile, mentre si è tirata su di scatto scendendo dal letto, fermandosi di colpo davanti alla porta del bagno e lì ha vomitato anche l’anima, non riuscendo ad arrivare al water. Io, piano, mi sono nascosto sotto il letto, tra la polvere e gli elastici dei capelli perduti nel sonno.

Il pomeriggio intenso la trovava ancora addormentata, con i capelli appiccicati alle guance, i vestiti sporchi di vomito. Dalla strada saliva il calore denso dell’estate, pregno di silenzio e cicale, rotto solo da qualche auto che sfidava la canicola.

Si è svegliata dicendo “Mi manchi”, piano, come il miagolio di un gattino.

Per un attimo ho pensato si riferisse a me. 

L’ho guardata dal mio nascondiglio e aveva il telefono sul cuscino, lo fissava come si dovrebbe fare con l’alba sul mare, con la bocca aperta, piangendo di tanta bellezza.

“Mi manchi…” ha sfiorato lo schermo, poi lo ha gettato lontano tra le coperte ritornando ad affondare la faccia sul cuscino.

“Basta” ha detto dopo alcuni minuti, come un ordine a se stessa.

Basta mi sono detto anche io. Ora esco e le dico che sono qui, che ci sono, che tesserò con lei il futuro, se vorrà, se mi vorrà. 

Ma Diana ha preso il telefono con rabbia e ha battuto le dita contro lo schermo, come fa sempre, come si fa contro una finestra. C’è nessuno? Ehi? Mi rispondi? Io sono qui, mi vedi?

Poi con voce risoluta di chi ha preso una decisione importante ha parlato contro il vetro: “Ciao, sono io, senti, lo so che non dovrei chiedertelo così, ma perché non vieni qui stasera? Una pizza… e… se vuoi…”
Ha lasciato in sospeso, come non servissero altre spiegazioni.
“Sì, lo so che ti ho sempre detto che l’amore, che l’amicizia, che noi…”
Pausa.
“Oh, senti, ora fai tu il prezioso? Dopo tutte le volte che c’hai provato! Vuoi scopare o no?”
Silenzio.
“Ottimo. A stasera.”
Se n’è andata in bagno ributtando il cellulare tra le lenzuola e ha aperto la doccia.

Intanto si era fatta sera. Le ombre s’allungavano sul parquet e la luce è diventata più morbida, come se i colori fossero stati sfumati con le dita.

Diana è entrata e uscita dal bagno, ha provato vestiti, li ha lanciati sul letto, si è guardata, ha negato l’approvazione alla sua immagine riflessa, ha tolto e aggiunto. Infine si è vestita con un abito nero che metteva in risalto tutto senza far vedere niente.

Io l’ho osservata, come sempre da quando abita qui, l’ho trovata bellissima anche con questo sorriso forzato che provava allo specchio, che scopre troppo i denti, tira di più il labbro, in un’espressione forzata d’allegria.
Ha suonato il citofono e lei ha detto solo “sali” premendo il bottone del portoncino.

Ed è entrato un ragazzo che avevo già visto qualche volta. Teneva due cartoni di pizza in una mano e una scatola di birre nell’altra. L’ho visto come si comportava di solito, quando veniva qui. La guardava avido in ogni gesto, come se volesse bersi la sua essenza. Anche ora annuiva sempre quando lei parlava, appeso a tutte le parole e si asciugava le mani sudate sui jeans.

Stasera era più imbarazzato del solito. Guardava in giro come se si aspettasse qualcuno uscire dal nulla e gridare “Sorpresa!”.

Lei invece era gentile, buttava indietro la testa ridendo, scopriva la gola, inclinava lo sguardo cercando di attirarlo a sé.

Ma lui era già suo, un po’ come me.

Prigioniero del suo sorriso.

Hanno mangiato la pizza, tagliando con il coltello pezzetti triangolari e tensione, hanno bevuto la birra, si sono seduti sul divano-letto guardando la tivù. Diana si è sciolta i capelli, lui si è sciolto guardandola muovere i ricci.

Ed è stata lei a baciarlo, mentre io morivo dentro.

Quelle labbra che mi sognavo la notte, che ho guardato nel sonno, che volevo toccare, ora sono sue.

Lui incespicava con le mani, spogliandola, incredulo che stesse capitando a lui.

Lei aveva l’occhio torbido di birra e lo sguardo di chi si prenderà tutto quel che c’è da prendere.

Io morivo, ve l’ho detto.

Anche lui la farà soffrire, facendole credere di essere migliore di quello prima; invece la lascerà sola, anche lui incapace di esserci nel momento giusto.

Ma io morivo, non avevo speranze, vedete?

Ho occhi in abbondanza e gambe forti, e lei preferiva buttarsi via con il primo che capitava. 

Morivo mentre loro si amavano sul cuscino sporco di lacrime e rimmel e nella notte battevano le due.

Io sono uscito e sono andato verso la morte.

Mi sono arrampicato sul copriletto, muovendo veloce il mio corpo nero. Diana mi vede, o è persa nell’estasi dell’orgasmo. Sorrideva finalmente. Sorrideva ed era bellissima con le guance rosse e i capelli sugli occhi, la bocca semiaperta, la lingua che spiccava avida tra i denti bianchi. Sarebbe stato  meraviglioso morire lì, tra il rosso sangue.

Mi sono avvicinato e lei finalmente ha messo a fuoco il mio corpo di ragno.

Ha gridato di terrore e ribrezzo, come potrebbe altrimenti? Non sono mai stato niente, solo l’insetto sull’angolo scuro del soffitto.

Lui ha alzato una mano, io ho fatto in tempo solo a urlare “Diana, Ti a…”

Poi il buio.

******

“Il sorriso  di  Diana” è  il titolo  di  un cortometraggio  uscito nel 2002, diretto da Luca Lucini  e sceneggiato  da  Mauro Spinelli con Anita  Caprioli e Michele Venitucci. 

T’ho chiamato amore

T’ho chiamato amore nel limbo sospeso del piacere, dopo che ci siamo stati dentro. 

Tu, dentro di me; io, nelle tue voglie.

T’ho chiamato amore senza rendermene conto, come l’ovvio, l’evidente, il certo, vedi, è naturale.

T’ho chiamato amore e non hai sentito, perché parlo sempre piano per paura di sbagliare.

E ho pensato che in fondo sia stato meglio così.

Zero

 

– Trenta.

 

Una macchia sul muro, una merdosa macchia di umidità sul muro.

Ecco cosa ho pensato quando te ne sei andata.

La porta sbatteva e ti portavi via il mio amore e io ho pensato all’alone più scuro nell’angolo del soffitto.

Dovrò parlare con Bailo, quello stronzo del padrone di casa.

Con tutti i soldi di affitto che pago, c’è pure il tetto che perde.

Questo pensiero stupido mi gira in testa, mentre le tue belle gambe entrano nel taxi che hai chiamato, tra i singhiozzi, mezz’ora fa.

Ti sei portata via una valigia e il mio amore.

Ma tornerai, sei già tornata da me in passato.

Avevi detto che mi avresti amato per sempre. Per sempre.

 

– Ventinove.

 

“Allora, signor Massimo, come va la sua signora?” mi chiede la portinaia. Quella vecchia puttana non si fa mai gli affari suoi.

“Benissimo, è andata via qualche giorno.”

Mi guarda sospettosa, mentre io le fisso il naso e penso di non aver mai visto nulla di più brutto.

“L’ho vista agitata ieri, mentre usciva.”

Prendo la mia posta, mi fermo a rigirarla tra le mani. “La madre è molto malata.”

Chiudo la conversazione ed esco.

Vorrei che tu fossi lì, sotto casa, a dirmi che hai sbagliato e che vuoi che torniamo insieme.

Non mi hai chiamato ieri sera e nemmeno io ho provato a farlo.

Ma oggi, oggi sono già ventiquattro ore che stiamo lontani.

Sarai sicuramente alla macchina ad aspettarmi.

Cammino un po’ più veloce, allungo il passo.

Non ci sei. Non sei lì.

Apro la portiera, e mi infilo nel traffico.

“Sei solo una puttana” sibilo tra i denti. “Sei solo una puttana”

 

– Ventotto.

 

Ti ho chiamato stamattina.

Volevo solo sapere come stavi e non mi hai risposto.

Mi sto preoccupando. La lite era di livello “solito”.

Solita routine: ti volevi mettere quel vestito speciale, il mio vestito, per andare a lavorare.

“Dove te ne vai vestita così”?

Mi hai guardato interrogativa. “Al lavoro!” E l’hai detto come fosse la cosa più ovvia del mondo. Sembravi esasperata.

“Non sei troppo elegante?” Ho cercato di affrontare l’argomento alla lontana.

“Arriva un dirigente”

“Ah” E allora? Arriva un dirigente e ti metti in ghingheri? Ma sono riuscito a tenere per me quest’ultima considerazione.

“Sei troppo provocante.”

“Senti Massimo, smettila con questa storia! Sono solo una donna in minigonna. Siamo nel ventunesimo secolo, ricordi? Le donne possono vestirsi come vogliono!”

“Certo, anche come delle puttane e non meravigliarsi se poi gli uomini ci provano con loro!”

Poi il resto.

Il resto delle offese.

Il resto degli schiaffi.

Lo strapparti il vestito.

Il provare a fare sesso.

Hai chiamato il taxi tra le lacrime.

Ti ho mandata via come l’ultima delle troie.

Ma eri te che te ne andavi, non io che ti mandavo via.

Non era la prima volta che succedeva.

Non era la prima volta.

 

– Ventisette.

 

Ti ho mandato dei fiori in ufficio.

Dodici rose rosse a gambo lungo.

Centoeuro.

Ti ho aspettata all’uscita, in pausa pranzo.

“Che vuoi?” Mi hai apostrofato.

“Vengo in pace”. Mani alzate e palmi in fuori.

“Vai via, non voglio parlarti.”

“Non hai ricevuto i miei fiori? Erano per te.”

“Va via!”

Allunghi il passo e raggiungi una tua collega che si era accorta che eri rimasta indietro e ti stava aspettando.

“Elena! Voglio solo parlare!”

“Troppo tardi, Massimo. Non ho niente da dirti!”

Ti attacchi al braccio della tua collega e insieme ve ne andate verso il ristorante all’angolo. Lei ride, ti starà chiedendo di me.

Mi accorgo solo ora che hai dei tacchi altissimi.

Per me, solo per me li portavi. Solo per me.

 

– Ventisei.

 

Non rispondi ai miei sms.

Te ne ho mandati un po’ quest’oggi.

 

“Buongiorno, amore”

Il silenzio più assoluto.

 

“Ti auguro una buona giornata”

Ancora nulla.

 

“Cosa stai facendo? Io penso a te!”

Niente.

 

“Mi manchi.”

Il nulla.

 

“Ho bisogno di parlarti”

E’ evidente che ti diverti a non rispondermi.

 

“Devo dirti alcune cose importanti”

Non hai cuore per me?

 

“Rispondi x favore”

Ancora silenzio.

 

“Stai bene?”

Il vuoto.

 

“Chiamami.”

Silenzio da parte tua.

 

“Stronza rispondi”

Niente.

 

“Sei solo una povera demente”

“Puttana”

“Con quanti hai trombato stanotte?”

“Hai goduto a prenderlo in culo?”

“Sei solo una troia”

Niente.

 

“Amore, mi manchi”

“Amore, scusami, mi manchi, mi manchi, mi manchi”

Nessuna risposta. Nessuna risposta.

 

– Venticinque.

 

Sono stato sotto casa tua.

Ho aspettato tutta la notte sotto la pensilina del tram.

Si è fermato pure uno a chiedermi una sigaretta. Ci mancava solo che lo prendessi a calci. Che ci faceva sotto casa tua? Era uscito dal tuo condominio.

Era venuto a scoparti?

Lo so che tu non ne hai mai abbastanza.

Ho aspettato e camminato su e giù.

E fumato. Dio quanto ho fumato.

 

– Ventiquattro.

 

E’ una settimana che non mi faccio la barba e non mi vesto decentemente.

E’ per questo che non mi vuoi parlare.

Tu odi quando ti pungo con la barba.

Mi sveglio presto e passo un’ ora in bagno a sistemarmi: barba, doccia, mani, deodorante, crema viso.

Mi metto il mio vestito più elegante, quello con cui dicevi assomigliassi a James Bond.

Passo al bar a prendere due cornetti per fare colazione insieme. Come piace a te.

Ti aspetto sotto casa, e appena mi vedi rallenti. Hai cambiato pettinatura.

“Sei bellissima!”

“Massimo, la devi smettere.”

“Ti ho portato i cornetti”

“Grazie.”

Li prendi e te ne vai.

Li prendi e mi lasci lì.

Li prendi e mi abbandoni sul marciapiede, saltando in macchina e inoltrandoti nel traffico.

Sei andata ancora via. Ancora via.

 

– Ventitre.

 

La prossima volta non andrai più via sgommando con la tua Mini.

La tua cara macchinina ha avuto un piccolo disguido.

Le ruote, accidentalmente, sono finite contro il mio coltello da cucina da 20 cm.

Un piccolo incidente, amore. Un piccolo incidente.

 

– Ventidue.

 

Sono stato chiamato in caserma.

Mi hai denunciato. Brutta troia, mi hai denunciato.

Il caramba continuava a farmi domande.

“E’ vero che ha mandato messaggi sconvenienti alla sig.ra Elena Vettorello?

“E’ vero che l’ha aspettata sotto casa con fare minaccioso?”

“E’ vero che l’ha tormentata al lavoro?”

“E’ vero che le ha tagliato le ruote della macchina?”

Ennò cazzo. Con chi pensano di avere a che fare?

Con un deficiente?

Sempre tacere. Mai ammettere. Devo chiamare un avvocato. “Pronto Avvocato?”

 

– Ventuno.

 

La storia dell’avvocato mi costa mille euro.

E’ tutta colpa tua Elena.

Perché lo hai fatto? Io ti amavo. Non volevo farti del male. Mai ti avrei fatto del male. Devi solo fare quello che ti dico io. Solo quello che ti dico io.

 

– Venti.

 

Ho trovato la tua foto su meetic.

Ragazza 27 anni cerca ragazzo sensibile e gentile. Anche solo per parlare. Ti fai chiamare piccola stella.

Anche solo per parlare? Si dice così adesso?

Ti posso rovinare Elena.

Lo posso fare. Ho quel video in cui ti trombo in tutte le posizioni.

Lo metto su Youporn.

Ti rovino Elena. Ti rovino.

 

– Diciannove.

 

Non l’ho fatto. Il mio avvocato ha detto di non mettere nulla su internet. Quello stronzo mi legge nel pensiero.

Non l’ho fatto per ora. Per ora.

 

– Diciotto.

 

Sono venuto alla ciclabile dove corri la mattina.

Mi hai visto e sei sbiancata.

Ho goduto quando ti ho vista indecisa se continuare per la tua strada e passarmi vicino o cambiare direzione evitandomi.

Hai scelto di evitarmi.

Sei solo una stronza.

Non puoi evitarmi per sempre. Non puoi.

 

– Diciassette.

 

Ho creato un finto profilo meetic per parlare con te.

Ti ho chiesto l’amicizia. Ti ho mandato un colpo di fulmine.

Mi hai mandato la mail. E che veloce sei stata. Hai proprio bisogno di un cazzo per trombare eh? Per ora cercherò di guadagnare la tua fiducia. Voglio un appuntamento con te. Voglio che tu ti fidi di me. Di me.

 

– Sedici.

 

From Piccolastella27@gmail.com

To Dolcecucciolo72@yahoo.it

 

Ciao, dolce cucciolo! Quando mi dirai il tuo nome? (Son curiosa! :-P)

Anche io vivo a Torino, nel quartiere vicino al Valentino.

Conosci?

Mi hai chiesto se ho qualcuno… no… esco da una storia tormentata… non ne voglio parlare…

Prenderei volentieri un ape con te.

Ma prima mi dici il tuo nome! Dai… su… solo il nome!! 🙂

 

– Quindici.

 

From Dolcecucciolo72@yahoo.it

To Piccolastella27@gmail.com

 

Ciao Elena,

certo che conosco il parco del Valentino… moooolto romantico! Che ne dici, ci troviamo nei pressi per l’ape?

Io avrò un libro con la copertina rossa in mano (rosso passione, modestamente)

Dai, non vuoi parlare del tuo ex… Ma gli volevi bene? Gliene vuoi ancora?

Facciamo per domani sera?

Il nome? Vuoi sapere il nome? Cos’è un nome? La rosa senza il suo nome non avrebbe il suo profumo? Cos’è un nome?

 

– Quattordici.

 

Hai fatto una scenata.

Quando mi hai visto al parco del Valentino con il libro rosso in mano, hai fatto una scenata.

Vuol dire che ti interesso ancora. Altrimenti non avresti dato di matto.

Dio se hai dato di matto.

 

– Tredici.

 

Lo stronzo dell’avvocato ha detto che hai fatto richiesta perché ti stia lontano almeno 500 metri.

E che se non rispetterò la sentenza del giudice mi chiederai pure i danni morali.

Ho già caricato la chiavetta sul portatile.

Ti faccio vedere io. Ti faccio vedere io.

 

– Dodici.

 

Wow. 1500 visualizzazioni in una notte. Sei forte tesoro!

Nel video ti si vede chiaramente. Forse si vede di più il culo, e il vibra che ti infilo finché godi. La faccia si vede meno, ma dai, non mi lamento! Ho fatto delle ottime riprese quella volta.

1500 visualizzazioni. Però! Sei proprio forte! Proprio forte!

 

– Undici.

 

Sono sbronzo. Ho scolato otto Ceres. E un mojito.

La tipa del cubo mi agita il culo davanti alla faccia.

La musica mi rimbomba nel cervello.

Il culo della tipa non mi fa né caldo né freddo.

Ripenso al tuo.

Ho un’erezione.

Vado nel bagno di questo cesso di discoteca.

Me lo meno pensando a te. Ma non vengo. Troppo sbronzo. Vomito nel cesso. La testa nel cesso.

 

– Dieci.

 

Sono quindici giorni che mi do’ malato al lavoro.

Cazzo vogliono. Io sono senza di te. Non ragiono, non ce la faccio a sedermi in un posto e prendere il telefono e far finta che vada tutto bene. E signora che ne dice, facciamo dieci lavatrici? Dieci lavastoviglie? Massì le faccio un pagamento dilazionato!

Non ce la posso fare. Senza te. Senza te.

 

– Nove.

 

Sono forte! Posso stare senza di te!

Non ti vedo da giorni, da quando ti ho dato appuntamento al Valentino.

E ti eri messa carina.

Ma non per me.

Pensavi che fossi un altro, il tuo dolce cucciolo… solo un frocio può avere un nick del genere.

E come sai io non sono frocio. Sono forte. Sono forte.

 

– Otto.

 

Ho affittato una pagina di giornale per te.

Sulla Stampa. Millecinquecentoeuro.

Tesoro ritorna da me!

E la nostra foto insieme.

Quella foto dove sorridi.

Quella foto dove eravamo felici. Felici.

 

-Sette.

 

Mi aspettavo una tua mail, un tuo sms, una tua telefonata.

Ho fatto un gesto plateale per te.

Mi sono reso ridicolo per te.

Ho speso millecinquecento euro per te.

E nemmeno un cenno. Nemmeno un cenno.

 

– Sei.

 

Hai cambiato numero di telefono.

L’utente chiamato è inesistente.

Porca troia.

Hai cambiato appartamento.

Non torni più alla sera in via Sacchi.

Sei proprio stronza.

Credi di liberarti di me? Non puoi liberarti di me.

 

– Cinque.

 

Dormo tre ore a notte. Ho gli incubi e sudo freddo. Ho preso il Tavor.

Non riesco a dormire lo stesso.

Più ti neghi e più ti penso.

Ti odio, Elena. Ti odio. E più ti odio e più ti amo. Più ti amo.

 

– Quattro.

 

Mi è arrivata una lettera di licenziamento per giusta causa.

Dicono che non ero in casa al momento della visita fiscale.

Che vadano a fanculo. Che tutto il mondo vada a fanculo.

 

– Tre.

 

Ho scoperto dove stai. Sei tornata dai tuoi eh?

Ho chiamato il fisso e hai risposto. Ho taciuto.

“Pronto?” silenzio.

“Pronto?” silenzio.

“Massimo sei tu?” silenzio.

Lo stesso silenzio che mi hai dato in questi giorni.

 

– Due.

 

Ti ho tormentato ancora tre quattro volte con il telefono. Alla fine l’hai staccato. Quando ho cominciato ad ansimare l’hai staccato. Sapevo che eri dall’altra parte del telefono e mi era venuto duro. Mi hai staccato il telefono. Troia! Sei solo una troia! Non lo senti quanto ti amo? Non lo senti?

 

– Uno.

 

Lo devo fare, per te e per noi. Per te e per noi.

 

Zero.

 

Tu sei lì, a terra, gli occhi fissi nel vuoto, spaventati, la mano allo stomaco, sporca di sangue.

Io ti guardo, esaltazione e dolore. Incredulità e piacere. Ora, finalmente, tu non sei più di nessuno. Non sei più mia, certo, da un po’,ma ora non saresti stata mai più di nessuno. Mai più di nessuno.

 

Sirene, in lontananza.

La porta che viene sfondata.

La pistola puntata al petto.

La sorpresa dei poliziotti.

Lo sgomento dei poliziotti, quando ti hanno visto.

“Non vedete il mio amore?”

“Non vedete la mia passione?”

“Amore diglielo che l’ho fatto per te, per noi!”

“Diglielo, cazzo, diglielo!”

Mi inchiodano al muro, mi mettono le mani sulla testa.

Mi trascinano per le scale, per quelle stesse scale in cui ti ho rincorso, per spiegarti il mio amore, per dirti che non saresti più stata di nessuno.

Mai più di nessuno.
Zero fa parte dell’omonima antologia edita da Damster – Eroxè, in cui troverete altri racconti di molti altri autori (e un altro mio) sulle dipendenze.

Io, che non avevo baciato mai

C’era la sagra di luglio, i fuochi la notte, il caldo d’estate e tu.

Io, che non avevo baciato mai.

Che quando mi hai urlato “ti bacerei” ho risposto no, tirando la “o” lunga come un elastico, ridendo di te, di noi, della musica intorno, per poi riprenderti il braccio, il sorriso e te, ché non volevo nient’altro.

Ho avuto sedici anni, la tua mano nella mia, il vento che sollevava la gonna e un bacio sotto le luci della festa.

Per me, che non avevo baciato mai.

Polentoni

I cartelli “vendesi” si susseguono uno dietro l’altro.
Stanno aggrappati alle finestre dei capannoni ormai vuoti, o alle cancellate di recinzione in parte scrostate dall’abbandono, come fossero alla ricerca del posto migliore per farsi notare, in un mondo che non è più metà da vendere e metà da comprare, ma ormai costantemente in saldo.

Il reticolo delle strade della zona artigianale è desolato, il vuoto sembra trasudare dall’asfalto, la crisi ha risparmiato ben pochi e il luogo che prima ospitava un andirivieni di camion, auto, T.I.R., sembra ormai arrendersi alla campagna, pronta a prendersi ciò che le hanno tolto, attaccando le pareti di confine con edere e rampicanti.

Guido, claudicante nella sua imponente mole da ormai cinque bestemmiati anni, snocciola nuovi santi del paradiso dal laboratorio del suo capannone agli uffici del personale.

Fa caldo. No, il termine non rende l’idea. È come se all’inferno avessero deciso di mangiarsi umani a cena: probabilmente laggiù avevano acceso il fuoco e messo il vino in frigo, d’accompagnamento.

Fa caldo e il fatto che sia domenica e non abbia acceso l’impianto d’aerazione non aiuta, ma cazzo se costa tenere il culo fresco alle sue due zitelle di impiegate e l’aria respirabile a quei quattro marocchini di merda che si ritrovava come operai.

Che poi non siano veramente tutti del marocco, erano dettagli. Sempre stranieri insomma, sempre a piangersi addosso, la moglie con la pancia alta, incinta un anno sì, l’altro pure, più figli che sedie in casa.

Aspetta un camion dall’estero e nessuno si era offerto di fare lo straordinario, ma certo, doveva fare tutto lui, mandare avanti la baracca, ecchecazzo, gli altri a farsi i cazzi loro in spiaggia, e poi al lunedì sarebbero tornati a lamentarsi dello stipendio, sti figli di puttana,

Nemmeno il suo di figlio aveva detto “papà, hai bisogno?”, no, lui aveva preso la sua Maserati senza chiedere ed era andato al mare. Che buono a nulla, tutto sua madre, che stava a casa dalla mattina alla sera a pulire e diceva che era sempre stanca, cazzo faceva tutto il giorno, eh? E lui, mica sarebbe morto se avesse sacrificato una festa!

Il clacson sulla strada lo riporta all’umida realtà, è arrivato il trasportatore. Almeno è stato puntuale.
Il carico di ferro che aspetta e che poi avrebbe fatto piegare a quei quattro imbecilli proviene dalla Grecia, ma arriva da più lontano: un lungo giro di import – export di cui non gliene fregava proprio niente, ma di cui sa che tra agevolazioni e iva sul plafond risparmia un bel po’ e con quella che poi avrebbe evaso in altro modo riesce a difendersi dallo Stato, da Roma ladrona che si inventava una tassa nuova ogni giorno, e dal suo commercialista, un avvoltoio come pochi. D’altronde era terrone, ma almeno, quelli come lui, abituati alla mafia e a succhiare dallo Stato in ogni momento, ogni tanto una dritta per risparmiare gliela davano.

Preme il pulsante per far aprire il cancello automatico, prende l’ordine che gli aveva lasciato sulla scrivania Maria, e sempre con il suo movimento da Ercolino sempre in piedi, ritorna verso il retro per aprire il portone e far entrare il camion.

Il dottore gli consigliava riposo, ma se avesse mollato, l’azienda sarebbe andata a puttane; guarda qua, toccava fare tutto a lui, porca miseria, pure la domenica.

A luglio ci sarebbe stato il blocco totale degli autoarticolati, pure di sabato, poi gli ordini chi li avrebbe evasi, stavano sempre a pensare a fare festa tutti quanti, ma dove cazzo se ne andavano a sudare sotto il sole?

Cazzo se fa caldo. Sente le gocce di sudore scendergli dalle tempie e bagnargli il collo. Fa scorrere il portone per permettere al mezzo di entrare e viene investito da un’ondata di calore proveniente dall’esterno. Il camion entra in retromarcia mentre lui dà indicazioni e contemporaneamente fa partire il carroponte.

«Ciao Capo!» dice l’autista sfoderando un sacco di denti bianchi che contrastano con la pelle nera. Che cazzo c’avranno da ridere sempre.
«Ciao, ciao, dai facciamo presto.»
«Sì, Capo, dai. Tu fa presto, io vado bagno. Tu ha bagno?»
«Ma sì, ma sì, va là in fondo. Dove c’è quella porta gialla, la vedi?»
“Tocca fare tutto a me, anche questo qua, ma per chi mi ha preso, per un bar in cui si va a pisciare?”

Guido, arrancando, sale sul camion. Ormai non ha più l’età in cui si alzava alle cinque, trombava la moglie, andava al lavoro, trombava in bagno quel cesso di Gianna – chissà che fine aveva fatto – correva come un pazzo per le consegne e magari ci scappava pure un pompino in tangenziale. Che bei tempi. Un leone. Lui sì che ce l’aveva sempre duro, come Bossi.

Attacca i ganci al primo carico, e lo vede.
O meglio, vede un ammasso di vestiti muoversi.
«Ehi, chi cazz…»
L’uomo si gira spaventato, ha gli occhi fuori dalle orbite e il viso trasfigurato dal caldo: una maschera di sudore.
Lo guarda con la bocca aperta senza sapere che dire. Poi spiccica qualcosa che sembra inglese, o forse francese. Lui le lingue non le sa, se compra all’estero era merito di suo figlio, almeno fa quello di buono.

Non è stupido, Guido, ha sentito parlare di quelli che si nascondono nei camion per poi entrare illegalmente in Italia. Tutti ladri, delinquenti.
Lo guarda ancora, poi impreca. Rotola giù dal camion, e con la sua andatura incerta si dirige verso l’ufficio.

“Ma che cazzo, ma stare a casa sua, no? Tutti qua devono venire, tutti qua a rubare a stuprare a portare via il lavoro. Ma una pistolettata in testa a quei quattro politici di sinistra che abbiamo. Ma di tutto entra, di tutto.”

Questo si dice durante il tragitto di andata e ritorno.
Si ributta sul camion, sempre più con il fiato corto.
«Eh, tu.» dice cercando il profugo.
Si era spostato, ma non nascosto bene.
«Prendi.»
Gli mette due bottiglie d’acqua in mano.
«Da bere.» E fa il gesto con il pollice verso la bocca, come se l’altro non avesse mai visto una bottiglia in vita sua.

«Ma mettiti meglio, porca troia, ti ho visto subito!». Poi cerca di spiegargli il concetto a gesti, come con i bambini. «Tu» dito contro, «no, qui» oscillazione dell’indice che poi punta a terra. «Ti vedono». Sgrana gli occhi, si porta le mani vicino al viso.
«Mettiti là dietro». E con il gesto di chi si manda affanculo lo fa spostare.

«Ma guarda che mi tocca fare».
Si ferma, estrae cinquanta euro dal portafoglio, glieli mette in mano.
«Non farti beccare, ok?»
Poi, imprecando, si dedica alle operazioni di scarico.

Ama


Ama, lo sai fare bene.

Non chiudere gli occhi con lei, piantali nell’iride scura, nel bagliore dorato, nell’attimo fragile dell’imbarazzo.

Bacia e ridi, ridi forte.

Tocca la vena che pulsa nel collo, vi gira la vita più forte, soccorri il piacere.

Sussurra il suo nome, intreccia le mani.

(Org)a(s)mala.