Trovandosi a tratti

Si sveglierà e si stupirà di avere in testa un nome nuovo.
Poi richiuderà gli occhi pensando che avrebbe dovuto dormire ancora.

Uscirà incontrando gente con il sorriso incerto, con lo sguardo basso. Altri avranno strette forti e parole rassegnate.

Guarderà interni di vite, foto appese di speranze, ricordi inutili.

Dovrà farseli scivolare addosso cercando di non pensarci.

Sentirà aliti di caffè vicini in confidenza; dopo le sirene della sera odoreranno di vino su occhi liquidi.

Vedrà carte che indicano esistenze, che vantano diritti. La rosa dei venti le farà fare un sorriso, incontrare ricordi.

Ripenserà a quel nome, si chiederà se si è sbagliata, se sia sbagliata.

Si risponderà di sì con rassegnazione alla seconda domanda.

Tornerà a casa troppo tardi, e comunque troppo presto per sognare.

Guarderà i figli sentendosi in colpa di non esserci stata, di volere solo che vadano a dormire.

Sentirà l’angoscia di un giorno andato cercando di mettere insieme la cena.

Cercherà se stessa sotto le coperte, tra le lenzuola.

Trovandosi a tratti.
 

Annunci

Numb

«Non è che possiamo farli venire tutti qua. Capisci? Non c’è mica lavoro per tutti!»

Marta guardava fuori dal finestrino, con la musica infilata nelle orecchie, ma le parole dei passeggeri seduti dietro passavano lo stesso, nonostante cercasse di tenere il volume alto, di staccarsi da tutto. Dicevano le solite cose, quelle che si dicono quando si ha la pancia piena e un tetto, ed erano in qualche modo condivisibili, bastava annuire, fare sì-sì con la testa, che in fondo lei un tetto sotto cui dormire ce l’aveva.

Con la fronte stava appoggiata al vetro bollente del bus. Ogni tanto sentiva qualche scossone, ma ci era abituata. Chiuse gli occhi e si fece trasportare dalla musica. Da quando aveva saputo che era morto Chester dei Linkin Park non faceva altro che riascoltare Numb. Se ne era dimenticata di quel pezzo, ma dopo aver appreso la notizia dai social lo aveva ritrovato tra i file dell’mp3. Lo aveva ascoltato tanto in passato, facendoselo scorrere nelle vene, come fosse stato scritto proprio per lei, come tutto ciò che è arte, specchio per noi, nel bene e nel male.

Le prime volte lo aveva risentito con la pelle d’oca, come una brutta notizia data all’improvviso, come una partecipazione a un funerale; poi basta, perché ci si abitua a tutto, anche alle mancanze, anche alle parole che ti scavano dentro. Ora lo faceva andare solamente, lasciando che tutto scorresse come pioggia su un ombrello, come su una superficie impermeabile.

I’m tired of being what you want me to be

Feeling so faithless, lost under the surface

Sulla strada, le case si susseguivano una dietro l’altra. Conosceva l’ordine a memoria. Prima quella con il giardino fiorito, poi quella con i balconi sempre chiusi, a seguire quella dalla siepe alta e poi mille altre, che dicevano sono qui io, tu pure, vedi? Sei qui e fai la stessa strada ogni giorno, noi ti aspettiamo. Un copione sempre uguale della sua vita.

Era quasi arrivata alla fermata. I tizi dietro avevano continuato il loro comizio, gli stranieri che rubano, che delinquono, che violentano le loro donne. “Loro”, possessivo. Ci tenevano a rimarcarlo, ci tenevano a dire che gli stranieri erano qui a invadere. Lei in verità conosceva solo la sua vicina di casa, albanese. Con cui ogni tanto scambiava qualche parola nell’androne. Frasi che si dicono con tutti, nella normalità più assoluta. Una volta l’aveva sorpresa a litigare nella lingua madre al telefono. Continuava a fare su e giù per le scale, nervosa, urlando e piangendo contro l’apparecchio. Era una telefonata d’addio, non ci voleva tanto a capirlo. E si sorprese a pensare a una cosa stupida e ovvia: di come in fondo i sentimenti siano universali, e che sentirsi dire un addio in albanese o in italiano, alla fine conta poco, sempre male fa.

Marta guardò il cellulare, rispose a un messaggio delle amiche con la faccetta sorridente, anche se non c’era un cazzo da ridere, poi chiuse gli occhi.

I’ve become so numb, I can’t feel you there

Become so tired, so much more aware

By becoming this all I want to do

Is be more like me and be less like you

Si sentiva anche lei intrappolata in qualcosa che non sentiva più. Una mosca che continuava a sbattere sullo stesso vetro. C’era il sole fuori, come mai non riusciva a raggiungerlo? Tutto sembrava possibile con un clic, bastava aprire un qualsiasi social per entrare in comunicazione con chiunque, eppure si sentiva lo stesso sola e molto spesso inadeguata a quello che chiedeva il mondo. Lontana dalla perfezione di Instagram, dalla leggerezza di Facebook, dalla falsa profondità di Tumblr. Voleva semplicemente sentirsi Marta, che non sapeva cucinare, che odiava truccarsi al mattino e che aveva il senso dell’umorismo scaduto.

I’ve become so numb, I can’t feel you there

I’m tired of being what you want me to be

Il bus fece una schinca, andando a parcheggiare vicino alla tettoia.

Ad aspettare ci stavano le facce che vedeva ogni mattina, a cui dava il cambio. Lei scendeva e loro salivano, magari diretti in qualche via più in là, al lavoro o a casa. Per un attimo prese la borsa, per scendere.

Avrebbe salutato di corsa il conducente, buttando il ciao verso i gradini e poi si sarebbe diretta verso il lavoro, come ogni mattina.

Poi ci ripensò. Numb era ancora in loop sull’mp3. Chiuse gli occhi e fece finta di dormire. Il bus riprese la strada.

IN TANDEM

Prima una, dopo l’altra. 

Una pompa con decisione, per spingere oltre, l’altra segue, a ruota.

Su e giù, su e giù. 

I muscoli sono tesi, la mascella contratta per la fatica, le gambe si piegano evidenziando il gluteo, gli occhi chiusi inseguono il momento.

Le guardi estasiato, trovi bellezza nei loro gesti, delicati ma decisi, dritte a raggiungere la meta.

Poi arriva la salita, si accelerano i movimenti, si sente lo spasmo dello sforzo e sembra che insieme si dicano: “spingi oltre, spingi ancora.”

Si inseguono in sincrono, in un giro di sangue più forte: vai ancora veloce, rinomina Dio che ti venga a trovare in questo momento.

Poi viene il traguardo, lampo di luce, con il sudore che imperla la fronte.

Allarghi anche tu il sorriso, finalmente siete giunti, ognuno ha afferrato il proprio obiettivo, felice. 

Le due donne mollano entrambe la presa, abbandonando lo strumento al suo destino, ora vogliono solo godere della tua soddisfazione.

E tu le guardi felice, come un allenatore che ha portato la sua squadra alla vittoria.

Perché nulla è meglio di un pompino in tandem!

#microracconti

#microeros

Elogio del pompino

pompini-704622

Un pompino non è mai banale: né per chi lo riceve, né per chi lo fa.

Una tana calda e umida che ti accoglie, coccola, eccita, consola; la bocca aspira, pompa, lecca, bacia, sugge, lambisce, cercando di dare il massimo piacere e, nel contempo, di riceverne.

Non era la bocca la prima forma di piacere per Freud? La cosiddetta fase orale. La suzione infantile: tutto il mondo di un bimbo racchiuso nel piacere delle sue labbra, nel ricevere il cibo, la vita stessa, succhiando latte dal seno materno, ma anche tutto l’amore e la consolazione possibile, anche col pollice o col ciuccio, che proteggono dalle paure, dalle solitudini e dalle delusioni. Infine la scoperta del mondo, mettendo ogni cosa in bocca, per appropriarsene: “perché esisto solo io, ho bisogno solo io, tutto deve passare da me per capire, dare confini, fare esperienza e, tutto sommato, crescere”.

Ma senza scomodare la psicologia, un pompino, farlo e riceverlo, stimola un piacere sicuramente diverso tra chi ne è esecutore materiale e chi ne viene fatto oggetto, anche se entrambi, in questo atto, trovano la perfetta unione.

Un pompino, per chi lo fa, sopperisce all’ancestrale bisogno di auto-affermarsi, possedendo egoisticamente con il proprio organo principale, la bocca appunto, l’altro.

Perché in realtà, chi domina chi? Chi viene spompinato o chi spompina? Domina chi decide il ritmo e l’intensità del piacere, o chi lo prova? Ed è sottomesso chi è in ginocchio con in mano, pardon, in bocca, la chiave per il godimento, o chi è subordinato all’altro per riceverlo?

Bisogna riconoscere che, essere il centro delle attenzioni, captare ogni parola che la bocca dice senza parlare, solo con la pressione più o meno intensa delle labbra, è beatitudine pura.

Ed è senz’altro vero che il sesso è una forma di comunicazione, ma in quello orale, a dispetto del nome, si comunica senza parlare.

(Da Faccia di pietra- di Itacchiaspillo – ed. Attimi Infiniti, uscita n. 18) 

Friends with benefits

“Noi.”
Ho cominciato a pensare al plurale da un po’. Noi. Non più Roberto e Sara, che si “frequentano”, ora si dice così, “friends with benefits”, scopamici insomma, ma noi: una coppia.

Eravamo due persone distinte ovvio, con le nostre peculiarità, idiosincrasie, tic, manie, perversioni, qualche positività e tante seghe mentali. Ci vedevamo quasi ogni settimana nonostante la distanza, ogni tanto si dormiva insieme quando il lavoro lo permetteva, qualche vacanza, le serate con gli amici, tanto sesso, tante risate.

Facevamo coppia fissa insomma, poi ognuno tornava a casa sua, saluti e baci, nessun progetto per il futuro, solo la parte migliore del rapporto.

Ho pensato a quel “noi” e ho tremato.

Perché io per prima non credevo più in questo pronome che vorrebbe racchiudere in così poche lettere un mondo.

Non dopo le esperienze passate. La convivenza precedente mi aveva soffocato, tarpato le ali, deluso, tradito, abbandonato. Troppe aspettative, troppe esigenze messe in campo in nome dell’Amore. 

Sì, quello che quando lo pronunciavo lo vedevo rosso passione e la A maiuscola, cubitale, pulsante, grondante lussuria, tenerezza, comprensione, mani nelle mani e occhi negli occhi. Fanculo anche al romanticismo; avevo letto troppi Harmony rubati dalla biblioteca di mia madre durante l’adolescenza.

“Perché l’amore non esiste.” Dicevo mulinando il mio prosecco sotto il naso delle amiche con cui uscivo il giovedì sera: “Non esiste, capite?” Esiste il bisogno di colmare solitudini, di svuotare palle o di accarezzare ego che fanno la ruota, che nemmeno il pavone al parco. Ma l’amore, l’a-mo-re, capite?” Alzavo la voce di un’ottava, il vino già in circolo. “Quello che dona senza riserve, che c’è sempre e comunque, che capisce, sprona, consola, aiuta, comprende e sorprende, condivide, cresce, si prende cura” – risata isterica da conquistatore del mondo, boccata d’aria per il gran, scontato, finale – “non esiste.”

Giù il sipario. Sigla. Applausi.

Ma quel giorno passeggiavo per le vie del centro e guardavo le vetrine senza un reale bisogno di comprare qualcosa e davanti a un negozio di articoli per la casa vidi delle splendide lenzuola nere. La seta luccicava sotto le luci al neon della vetrina e prometteva evoluzioni da kamasutra nella mia testa.

 “Ci servirebbero” ho pensato.

 A noi.

Brivido.

Nemmeno vivevamo insieme.

Sarebbe bello.

Sarebbe disastroso.

Sarebbe stupendo.

Noi…

Non funzionerebbe, siamo solo scopamici, è una situazione chiara la nostra.

E d’un tratto mi vedevo di nuovo schiava di mille aspettative, quando invece dovrebbe essere tutto semplice, come Tiziano-case-libri-auto-viaggi-fogli di giornale, docet. Perché l’amore dovrebbe esserlo, semplice.

Per non parlare dei calzini da raccogliere e delle camicie da stirare… come fossero poi questi i veri problemi. Pensa che bello poter condividere i giorni, i pasti, le serate davanti alla tivù, lui in mutande e calzini sul divano, io che giro con i pigiami di pile, le mie giornate isteriche pre-ciclo mestruale, i suoi giorni da orso delle caverne. Ehm… no… forse quelle decisamente no. Finii il mio dialogo interiore sorridendo alla mia immagine riflessa sulla vetrina. Come sempre ero capace di darmi ragione, torto, contraddirmi, ribattere, dubitare e approvare nel giro di due minuti netti. Brava Sara, complimenti.

Poi entrai nel negozio e le comprai, ovvio.

“Tesoro, ci siamo fatti un regalo.”

Roberto mi guardò come quella emoji con gli occhi a palla, stupito.

“Eh?”

Non so se fosse più sorpreso del fatto che lo chiamassi tesoro, io che raramente ero sdolcinata, del plurale che indicava appunto un noi “coppia”, o che parlassi di un regalo senza che fosse Natale.

“Li ho presi per noi, per quando andremo a vivere insieme.” Dissi mostrandogli le lenzuola sistemate nel letto. Forse se gli avessi gettato in testa un secchio pieno di acqua fredda, avrei fatto meno danni.

“Eh?”

“Eh, me lo hai già detto… una battuta migliore non ce l’hai?”

“Non ho capito questa cosa del vivere insieme”.

Nemmeno io in effetti. Che cazzo mi era preso, non ero io quella che non voleva ufficializzare nulla perché “stiamo bene così”?

“Beh… ci frequentiamo da un po’… tu non vuoi una cosa seria?”

“Eh?”

“Ma sai dire solo questo? Non trovi che sarebbe bello vivere insieme, condividere i giorni, fare dei progetti…”

“Eh?”

E niente, dopo quattro “Eh?” si vince un “No”. No, non voleva una cosa seria con me. Voleva restare eterni scopamici, che si vedono ogni tanto, che ogni tanto appunto scopano, ma che poi ognuno ha la sua vita, niente di impegnativo insomma.

Non fece in tempo a dirmi l’ultimo “Eh?” che mi ritrovai fra le mani un paio di forbici abbandonate sul comò. Fu un attimo.

Vi assicuro che le macchie di sangue sul lenzuolo nero non si vedono affatto, perché l’amore, lo sapete anche voi, non esiste.

Sì, Chef. [Micronoir]

coltello-sangue-887291

Ti sgozzai. Ricordo solo questo. Presi il coltello, quello lungo che affilavo con amore per la gastronomia, e ti tagliai la gola.

Taglio netto, la lama Kyocera non perdona cipolle e porri, imparai che funziona anche con la carotide.

Mi stupì il fiotto di sangue: dopotutto non me lo aspettavo. Abituata alla carne più tenera per i miei piatti trovai fastidioso tutto quell’imbrattamento.

Cadesti a terra con sguardo assente, la vita ti aveva già abbandonato e ora il tuo corpo ingombrava la mia cucina di Chef.

Misi l’acqua a bollire e presi gli aromi.

In fondo di domenica è sempre stata tradizione fare il brodo.

Il triangolo no, non lo avevo considerato (cit.) – [Racconto erotico]

Come nel più classico filmetto di serie B quel giorno rientravo a casa prima dal pomeriggio con le amiche.
A Beba era scoppiato un gran mal di testa per una serie di notti insonni passate ad allattare e Lucia aveva perso completamente  la voglia di restare da quando suo marito le aveva scritto che la piccolina non aveva mangiato la frutta a merenda, facendo i capricci.

Da quando erano diventate madri il tempo che dedicavano a loro stesse era drasticamente diminuito e chi le era intorno, consapevole o no, faceva di tutto per farglielo pesare.

Fu così che mi ritrovai a girare la chiave di casa con ben due ore di anticipo.

Se con me ci fosse stata una telecamera avrebbe ripreso prima la mia faccia bloccata in un fermo immagine di incredulità e poi la scia di vestiti che dalla porta di ingresso si dipanava verso la camera da letto. Una gonna, un fagotto azzurro che identificai con una prima occhiata in un maglioncino, e la giacca di mio marito.

Non sono scema, sapevo già cosa avrei potuto trovare sul mio letto. Eppure quella giacca a terra mi fece montare una rabbia più della cruda realtà di sapere lo scontato copione che prevedeva mio marito a letto con un’altra.
Quell’indumento abbandonato in fretta rappresentava tutta la passione che avevamo perduto, da quanto tempo non ci saltavano addosso buttando i vestiti ovunque?

Tuttavia mi diressi verso la camera raccogliendolo, l’istinto di non lasciarlo sgualcito sul pavimento aveva avuto il sopravvento su tutto, persino sulla gelosia; e se fossi stata più lucida, avrei capito che anche questa era una risposta alla mia domanda.

Ma quando mi affacciai alla porta il sangue fece il giro ancora più forte.

Erano abbracciati l’uno all’altra come molte volte lo eravamo stati noi dopo aver goduto. Silvia stava con gli occhi chiusi assaporando il momento; lui, come un ometto qualunque, controllava il cellulare.

Cosa avrei dovuto fare? Farmi vedere e urlare tutta la mia rabbia o buttare la giacca a terra e andarmene?

In quel momento mi arrivò una notifica sull’I-Phone. Il suono fece balzare a sedere mio marito incredulo, mentre la mia amica Silvia aprì gli occhi.
“Ti ho appena scritto” riuscì a dirmi lui, con una frase assolutamente fuori luogo, come se avesse pensato che il messaggio mi avesse materializzata lì, all’istante.

Forse, da brava veneta, avrei dovuto sgranare tutti i santi del calendario da santa Maria madre a san Silvestro. O forse avrei dovuto picchiarli.
Non feci nessuna delle due cose, ma appoggiai la giacca sulla sedia che mi stava a fianco e che Gianni usava per mettere i suoi vestiti alla sera e togliermi le Converse senza abbassarmi, schiacciandone il tallone come fossi un’adolescente stanca. Poi fu la volta dei jeans, della felpa e del reggiseno.
Restai in mutande e fantasmini a guardarli.

Dire che mio marito era incredulo è usare un eufemismo. E se possibile, Silvia lo era ancora di più.

Poi mi avvicinai al lato del letto dove stava Gianni e mi sedetti lì vicino. Senza dire nulla cominciai ad accarezzargli il pene come facevo quando io avevo voglia e lui no, prendendoglielo ancora morbido in bocca e giocando con la lingua.

Mi piace sentirlo crescere, rendermi conto con la lingua della consistenza che via via si fa più soda per merito mio, dei baci, della labbra che sùggono, della lingua che si insinua tra la corona e il prepuzio.

Questa volta lo feci guardandolo dritto negli occhi come per volergli chiedere: “chi ti fa godere di più, io o lei?”.

E quando non mancò la sua reazione, lo scavalcai inginocchiandomi sul letto dando volutamente le spalle a Silvia, come per escluderla, in un gesto carico di gelosia. Perchè lui era mio marito, e lei, per me, in quel momento non esisteva.

Ma lei si mise alle mie spalle, mi tolse l’intimo e mi penetrò con due dita, forse tre, creando una catena di piacere che lo ammetto, non aveva mai trovato posto nella mia fantasia.

Fino ad allora.

Fu naturale quello che successe dopo e fu come se il piacere rimettesse tutto al suo posto. Tre persone che davano e ricevevano, eravamo solo questo. Nessuna “altra”, “marito” o “moglie”. Solo Silvia, Gianni ed Elena.

Quando tutto fu finito, tra sospiri, spinte, mani, sudore, capelli negli occhi, orgasmi, ritornammo sì noi, ma investiti di una nuova esperienza che in qualche modo ci univa.

E quando accompagnai alla porta Silvia, salutandola con un bacio sulla guancia le sussurrai all’orecchio: “Tesoro mio, ci vediamo domani, al solito motel”.