The world around my fog

Sali nella tua auto e alzi i Red Hot a tutto volume.

Lasci che l’urlo di Anthony Kiedis si srotoli in mezzo alla nebbia mentre ti mangi la pianura padana ai cento, con i capannoni che scorrono ai lati, tutti uguali, grigio più, grigio meno.

Pensi che sarà una giornata più difficile delle altre, perché è mancato qualcosa, anche se non sai ben definire cosa, se identificarlo con mancata speranza o cruda realtà.

La nebbia fa da controllo qualità per il tuo malessere, mentre lasci lungo la linea di mezzeria i tuoi vent’anni, la strada che percorrevi in bici, zaino in spalla, con la stessa musica che senti ora infilata nelle orecchie, quando sognavi come sogna chi è giovane, senza ritegno alcuno. Ma tu non sei più né ventenne, né sognatrice, anche se ogni tanto guardi ancora le nuvole dalla finestra.

Ripensi a tuo padre. A quando ieri lo hai scoperto vecchio all’improvviso, mentre avanzava verso di te a testa bassa in un parcheggio, camminando un po’ come fai tu senza guardare dritto, mettendo un piede avanti l’altro, le mani infossate nella giacca, i pensieri che rimbalzano sulla punta delle scarpe.

Di tua madre invece non hai mai capito nulla, meno che mai il motivo per cui è rimasta. Ripensi a tutte le volte che le hai visto fare le valigie e altrettante disfarle, a quando hai pensato solo a correrle dietro, sperando che ti portasse con sé, che non ti lasciasse sola.

Non nascondono più la loro vecchiaia. Cercano aiuto quando fino a poco fa te lo hanno sempre offerto. Ti chiedi che farai quando sarà il momento, quel momento, a cui non vuoi pensare, ma che se la vita seguirà il suo corso naturale, ti toccherà affrontare.

Poi ti dici che non si può sapere un cazzo di nulla, e che c’è già chi è arrivato primo in una gara che non voleva vincere nessuno, e di cui stai ancora piangendo l’assenza. Ti dai della stupida per questi pensieri, perché tanto lo sai che non servono a nulla.

Il contachilometri ti grida che vai ai centodieci, alzi il piede dal pedale aspettando la decelerazione, come un amore andato a mille poi lasciato morire di stenti.

La pianura ha tante cose da dirti, ma tu non le capisci a fondo. Ti attira a sé, perché è dove sei nata, ed è dove vorresti morire, ti dici sempre, ma non sai se sia vero. Ti parla di sveglie all’alba, di lavoro, di bestemmie dette forte, di preghiere masticate piano, a metà, fuori dalla chiesa.

Non sai più dov’è casa tua, a volte rientri e ti senti estranea, quasi bisognosa di chiedere permesso; guardi le foto sulle pareti e non le riconosci, se non parte di un passato che ti è scivolato in fretta sulla pelle, di cui hai perso il gusto, il sapore.

La musica urla ancora forte. Urla per te che non lo sai più fare, non sai più piangere e arrabbiarti e bestemmiare e sbattere le porte andando via, lasciando che tutto quello che avevi buttato fuori aleggiasse sulla stanza. Speravi che tutte quelle parole sarebbero servite e invece si sono affastellate le une sulle altre per creare muri troppo alti per essere scalati. Ti dici che in fondo non lo vuoi più fare. Che tutto quello che era semplice ora non lo è più. Hai perché da portare come pezza giustificativa, ma ti interessa di più il come.

Sei quasi arrivata. Scali le marce per fermarti, per entrare nel parcheggio. Abbassi la radio per non disturbare e pensi che vivi proprio così, urlando quando non c’è nessuno che ascolta, parlando piano il resto del tempo.

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Inscopabile

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“Culona inscopabile” stile Merkel e i suoi tailleur rosa pallido.

L’aveva etichettata così Marco, tempo prima, incrociando la sua nuova vicina nell’ascensore: lui saliva, lei scendeva; mentre ora lei gli incrociava le gambe sulla schiena, portando avanti il bacino, per far aderire il suo sesso, per sentirlo più a fondo, un colpo dietro l’altro.

Inscopabile.

Una settimana dopo averla incontrata nei due metri quadri dell’ascensore l’aveva rivista nell’androne, la maglietta pezzata sotto le ascelle dal troppo caldo aderiva al seno generoso, e lei sbuffava dall’afa e dal peso delle sporte della spesa. Uno sguardo appena, ricambiato di sfuggita; il sudore nel collo e nell’attaccatura dei capelli, i piccoli riccioli bagnati, completavano il quadro.

«Posso aiutarla?» Si ritrovò a dire Marco.

«Magari. Abbiamo pure l’ascensore guasto.» Le aveva detto lei. Con una voce dolce e uno sguardo aperto, che non si aspettava.

Lui prese le buste e le diede il passo sulle scale dove le guardò meglio il culo e il fisico tracagnotto e pensò che si era sbagliato, forse la Merkel era più magra.

E ora la stava fottendo con la rabbia di chi è stato catturato in una rete e ha bisogno di uscirne al più presto. Entrava e usciva da un cliché che vuole le donne taglia 42, il seno una terza, il vitino di vespa, e nessuna misura di personalità.

Lei l’aveva invitato dentro l’appartamento, e lui lo trovò più luminoso del suo per via della mancanza dei tendaggi e profumato di pittura fresca, con qualche scatolone ancora ben chiuso nell’ingresso, segnale inequivocabile del recente trasloco.

«Grazie, non ce l’avrei fatta ad affrontare anche le scale. Ti offro qualcosa, vuoi?» Gli disse asciugandosi la fronte con il palmo e dandogli del tu. «Fa caldissimo oggi.»

«Se hai dell’acqua e limone va benissimo.» Le rispose abbandonando anche lui le formalità. E guardò il suo sorriso incorniciato in due belle labbra alla Sophia Loren. E ci fece un primo pensiero. Mentre lei armeggiava in cucina quasi danzando tra uno sportellino e l’altro, non potè non notare la nuca scoperta dalla pettinatura raccolta in alto e i capelli sottili che lì nascevano. E ci fece un secondo pensiero.
Parlarono molto, davanti alla bibita e agli stuzzichini che lei aveva fatto apparire, simsalabim, da non si sa dove.

Parlarono del tempo, del condominio, di viaggi, di studi e di letture. Scoprì una persona nuova, ben diversa da come si era immaginato.
Una testa pensante, ironica e due occhi vispi che lanciavano lampi di malizia, ora che si era anche rinfrescata e il colore paonazzo aveva abbandonato le sue guance, lasciando invece una pelle chiara, rosata di salute.

Finchè non si ritrovarono semisvestiti, non si sa come. Le parole avevano fatto volare via tabù e convenzioni. Mani ovunque su quel mappamondo che era il suo seno e ansimi, dita che frugano, lingua in bocca per assaggiarsi a vicenda.

E ora era dentro e fuori di lei, il cazzo duro, il fiato corto, la bocca che cercava aria di fronte ai suoi occhi chiusi che rincorrevano il piacere, e che lei apriva d’un tratto piantadoglieli addosso ma senza vederlo veramente persa nel suo orgasmo, una volta in più, ancora.

L’aveva girata a pancia sotto tutta quella carne. E ce l’aveva davanti quel culo bianco latte, fatto per lasciare morsi e segni rossi e affondare, una volta in più. La inculò stringendo le natiche, con forza, piantando le unghie e il cazzo.

Lei accusò il colpo , tra dolore e piacere.Finché fu solo il secondo, per entrambi.Si accasciò sulla sua schiena, vinto.

Culona inscopabile.

Anche no.

Venerdì 17

Libero era un ragazzotto alto, dallo spiccato accento toscano, sui trentacinquebarraquaranta.

Né bello, né brutto, aveva dalla sua una parlantina da venditore, quale in effetti era, e due occhi azzurrissimi che ricordavano le prime giornate di primavera impermeate di luce accecante.

C’eravamo conosciuti qualche mese fa, quando l’avevo aiutato a prendere in affitto una mansardina in pieno centro storico.

Una ristrutturazione azzardata di una villa fine ottocento, in cui avevano ricavato appartamenti giocando a Tetris con le stanze e complice l’aura raffinata del luogo e le finiture di alto livello, era fuoriuscita quella che, con un po’ di fantasia scaduta da agente immobiliare, avevo definito una bomboniera.

Lui lasciava figlio e convivente per mettersi in fretta e furia con colei che sicuramente sarà stata “l’altra” per un po’. Cambiava città e lavoro, un salto che avevo trovato coraggioso.

Lei, molto più giovane di lui, l’avevo vista raggiante al suo fianco, mai a meno di trenta centimetri di distanza – sia mai le scappasse l’uomo da sotto gli occhi – misurava a passi la matrimoniale, magari immaginandosi protagonista del Kamasutra, mentre io me la vedevo già felice di inamidare camicie e piegare mutande, ignara che probabilmente il meglio per loro era passato.

Ero cinica? Forse sì. E sicuramente pure invidiosa del loro momento magico, che, diciamolo, è inusuale quanto una donna che ammette di avere torto, una cometa di Halley che dura ancor meno del suo passaggio.

Fatto sta che è lui che mi telefona stamattina, quando non ho nemmeno posato la borsa e tolto il cappotto. 
«Ciao Elisabetta, ti ricordi?»

«Sì, Libero, giusto? Ricordo!» Riconosco immediatamente la voce, l’accento toscano mi ha sempre fatto impazzire.

«Senti, lo so che sembra strano che ti chiami, ma ho un problema.» “Tesoro, qui chiamano tutti per i problemi… uno più, uno meno, che vuoi che sia.”

«Ma no, tranquillo, che succede?»

E sì ammetto di aver pensato che l’idillio con la tipa nuova fosse già finito e mi chiamasse per la disdetta da dare al proprietario.

«Sono rimasto a piedi con l’auto e sono lontano dal distributore.»

Io sposto la testa e inquadro la serigrafia sulla porta dell’ufficio, e sì, c’è ancora scritto “Agenzia Immobiliare” e non “Soccorso Stradale”.

«Veramente io…»

«Ti prego, non conoscono praticamente nessuno qui.»

Ah, che culo che ho. 

E oltre ad avere culo ho pure il cuore debole. 

«Guarda, spiegami dove sei che devo andare comunque fuori.»

Santa Elisabetta è oggi, non me ne sono dimenticata. Facciamo sto sforzo, va. 
Perciò raccatto le carte che avrei dovuto portare all’agenzia delle Entrate ed esco salutando la collega.

Trovo Libero e la sua Golf qualche chilometro inoltrato nella campagna con le quattrofrecce e il triangolo che mi aspetta come si aspettava il Messia intorno all’anno zero. 

«Mi hai salvato grazie!» mi dice buttandomi in faccia il suo sorriso aperto ed entrando nell’auto.

«Figurati, sarei comunque dovuta passare dalla tangenziale, ho solo allungato un po’, e, a proposito, buon venerdì diciassette! Rimanere senza benzina è sfiga nera, ma farlo oggi è scontato, dai!»

Lui sorride sollevato mentre viaggiamo nella Cinquecento verso il distributore, con Innuendo come sottofondo, e le chiacchiere del più e del meno che sfoderiamo prima una, poi l’altro, tanto per dire qualcosa. 

«Allora come va nell’appartamento nuovo?»

«Insomma…»

Ecco, fregata. Lo sapevo, è sempre sbagliato chiedere come va che poi ti prendono per la salvatrice della patria e ti raccontano tutte le rogne che hanno trovato. 

«Problemi?»

«Sì, ma non nell’appartamento, Angelica se n’è andata.»

«Ah, mi spiace…» e di più non so dire.

Che poi io sono l’agente immobiliare, mica la sua amica del cuore.

Eppure avevo pensato che l’avrebbe lasciata lui, magari per un’altra ancora più giovane, in una costante e serrata ricerca della felicità a cui sembriamo tutti votati, che non ci fermiamo per un amore che funziona, ma ne aspettiamo sempre uno nuovo, capace di emozionarci di più, regalarci più calore, farci battere il cuore o semplicemente resuscitare dalla morte, amen. 

Intanto arriviamo al distributore, lui scende, si fa mettere della benzina in una tanica e dare un imbuto.

Poi torniamo verso l’auto in panne, imboccando la stradina di campagna che avevamo già percorso all’andata.
«Grazie infinite, ti porterò un regalo in agenzia! Mi devo sdebitare!» mi dice tra le note di Bohemian Rhapsody. La chiavetta con le canzoni va in finta ricerca casuale, è la terza dei Queen di seguito.

Libero mi mette una mano sulla gamba, battendola come si farebbe con un amicone, scandendo le parole: ma-che-fortuna-che-sei-arrivata!

Io lo guardo abbandonando il focus sulla strada, il gesto mi ha spiazzato, soprattutto perché non ha più ritirato la mano.

La fa scorrere deciso sulle calze nere e poi sotto la gonna.

Io guardo la mano, poi lui, poi la strada, poi di nuovo lui aspettando che dica qualcosa.

E invece non dice niente, mentre le sue dita conquistano centimetri di pelle, dirette inequivocabilmente verso le mutandine.

Per un attimo ho la visione di me che masturbavo il mio fidanzato mentre guidava in autostrada ai centotrenta. Un gioco pericoloso ma eccitante avvenuto una vita fa, quando ancora il sesso tra noi significava qualcosa.

Io vado molto più piano su un lembo d’asfalto scalcagnato, mentre la sua mano va veloce e si insinua tra le gambe, accarezza il nylon e me sotto. 

Io non so che fare, la strada corre e il mio respiro con lei. 

Sposto il bacino in avanti cercando di fare più spazio, e Libero si avvicina srotolandomi nell’orecchio un “mi devo sdebitare”, soffiato caldo, sul padiglione. 

Strofina le dita sulla stoffa che piano si bagna. I chilometri finiscono e arriviamo all’auto parcheggiata di sghembo sulla strada. Sosto anche io, giro la chiave e la radio si spegne. 

La mano di Libero invece continua a toccarmi, e lui sorride come uno che abbia vinto al lotto.

Accarezza e spinge in profondità, sempre più veloce, sempre attraverso i vestiti. Raggiungo un orgasmo sbiadito che avrebbe avuto bisogno di molto altro per espandersi. Butto fuori l’aria chiudendo gli occhi e Libero ritira la mano. Se la porta al naso, la annusa guardandomi, non dice niente, scende dall’auto per prendere la tanica e l’imbuto dal portabagagli, mi strizza l’occhio e se ne va a trafficare vicino alla sua Golf.

Io faccio ciao con la mano, metto in moto e vado via.

Angela

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Angela con un occhio ti guardava in faccia e con l’altro l’orizzonte, in un misto di consapevolezza e malinconia.

Di uomini che avevano scavalcato il suo strabismo ne aveva avuti alcuni: chi le aveva squadrato il culo, che non era male; chi il portafoglio, discretamente fornito; chi aveva semplicemente spento la luce.

Non è facile trovare chi ti legga il cuore in questo mondo allattato a veline e facce di Barbie.

Camminava avvitata nel cappotto, con i pugni affondati nelle tasche profonde, buone per scontrini e centesimi di resto, ma non abbastanza per scaldare le mani senza guanti.

C’era un freddo pungente quella sera di dicembre e le vetrine provavano a colpi di lucette e lustrini a convincere che questo Natale sarebbe stato diverso: sentirete il calore, ci crederete veramente, comprate da noi! Comprate da noi, coraggio!

Ma la poca gente girava soffiando fumo come draghi mancati, quasi dei Grisù con sogni troppo grandi per loro, schiacciati dalla routine, spaventati dal volo.

Ci mise un minuto di più per arrivare alla fermata del 15 barrato e quello se n’era già andato via, eccolo che svoltava per via Panfilio, là in fondo. Un po’ come capita nella vita, quando perdi il treno delle occasioni quello mica torna indietro; al limite aspetti il prossimo, se ti va bene.

Decise quindi di proseguire a piedi, che ci vuole, dicono che bisogna fare movimento, e poi di stare ferma con questo freddo, non ne aveva la minima voglia.

Poi una vetrina più calda delle altre la chiamò, come Circe in mezzo al mare. E tanto ormai sarebbe arrivata tardi per prepararsi qualcosa di decente da mangiare, tanto valeva cenare fuori.

Strano però, non ricordava quel locale, che risultava intimo e caldo con i soffitti di legno e le luci soffuse. Notò subito l’uomo seduto al bancone. Probabilmente perché aveva un’aria navigata, impastata con un bel profilo e un cappello a tesa larga.

L’intesa ci fu subito, quasi che entrambi avessero fiutato la preda. Si ritrovarono così a parlare della vita, delle sue ingiustizie con i sogni troppo belli e di come invece fosse puttana con tutto il resto. Toglieva più che dare. E dopo un aperitivo, uno stuzzichino, un “Ne prendi un altro?”, “ Te lo offro io”, seguirono “Che bel sorriso hai” e “Quanto sei bella” detti dritti guardando l’occhio buono.

E cos’è l’amore se non trovare qualcuno che ti accetti per come sei? Che trovi deliziosi i tuoi occhi, anche quando uno guarda a destra e l’altro dritto. Una persona a cui piaccia la tua pancetta, non noti la cellulite, o si accomodi tra le rughe intorno agli occhi per starti più vicino.

Ecco. Forse è questo.

E non dirò che quello poi se ne fuggì con la borsetta e il cellulare, siamo a Natale dopotutto.

Trovandosi a tratti

Si sveglierà e si stupirà di avere in testa un nome nuovo.
Poi richiuderà gli occhi pensando che avrebbe dovuto dormire ancora.

Uscirà incontrando gente con il sorriso incerto, con lo sguardo basso. Altri avranno strette forti e parole rassegnate.

Guarderà interni di vite, foto appese di speranze, ricordi inutili.

Dovrà farseli scivolare addosso cercando di non pensarci.

Sentirà aliti di caffè vicini in confidenza; dopo le sirene della sera odoreranno di vino su occhi liquidi.

Vedrà carte che indicano esistenze, che vantano diritti. La rosa dei venti le farà fare un sorriso, incontrare ricordi.

Ripenserà a quel nome, si chiederà se si è sbagliata, se sia sbagliata.

Si risponderà di sì con rassegnazione alla seconda domanda.

Tornerà a casa troppo tardi, e comunque troppo presto per sognare.

Guarderà i figli sentendosi in colpa di non esserci stata, di volere solo che vadano a dormire.

Sentirà l’angoscia di un giorno andato cercando di mettere insieme la cena.

Cercherà se stessa sotto le coperte, tra le lenzuola.

Trovandosi a tratti.
 

Numb

«Non è che possiamo farli venire tutti qua. Capisci? Non c’è mica lavoro per tutti!»

Marta guardava fuori dal finestrino, con la musica infilata nelle orecchie, ma le parole dei passeggeri seduti dietro passavano lo stesso, nonostante cercasse di tenere il volume alto, di staccarsi da tutto. Dicevano le solite cose, quelle che si dicono quando si ha la pancia piena e un tetto, ed erano in qualche modo condivisibili, bastava annuire, fare sì-sì con la testa, che in fondo lei un tetto sotto cui dormire ce l’aveva.

Con la fronte stava appoggiata al vetro bollente del bus. Ogni tanto sentiva qualche scossone, ma ci era abituata. Chiuse gli occhi e si fece trasportare dalla musica. Da quando aveva saputo che era morto Chester dei Linkin Park non faceva altro che riascoltare Numb. Se ne era dimenticata di quel pezzo, ma dopo aver appreso la notizia dai social lo aveva ritrovato tra i file dell’mp3. Lo aveva ascoltato tanto in passato, facendoselo scorrere nelle vene, come fosse stato scritto proprio per lei, come tutto ciò che è arte, specchio per noi, nel bene e nel male.

Le prime volte lo aveva risentito con la pelle d’oca, come una brutta notizia data all’improvviso, come una partecipazione a un funerale; poi basta, perché ci si abitua a tutto, anche alle mancanze, anche alle parole che ti scavano dentro. Ora lo faceva andare solamente, lasciando che tutto scorresse come pioggia su un ombrello, come su una superficie impermeabile.

I’m tired of being what you want me to be

Feeling so faithless, lost under the surface

Sulla strada, le case si susseguivano una dietro l’altra. Conosceva l’ordine a memoria. Prima quella con il giardino fiorito, poi quella con i balconi sempre chiusi, a seguire quella dalla siepe alta e poi mille altre, che dicevano sono qui io, tu pure, vedi? Sei qui e fai la stessa strada ogni giorno, noi ti aspettiamo. Un copione sempre uguale della sua vita.

Era quasi arrivata alla fermata. I tizi dietro avevano continuato il loro comizio, gli stranieri che rubano, che delinquono, che violentano le loro donne. “Loro”, possessivo. Ci tenevano a rimarcarlo, ci tenevano a dire che gli stranieri erano qui a invadere. Lei in verità conosceva solo la sua vicina di casa, albanese. Con cui ogni tanto scambiava qualche parola nell’androne. Frasi che si dicono con tutti, nella normalità più assoluta. Una volta l’aveva sorpresa a litigare nella lingua madre al telefono. Continuava a fare su e giù per le scale, nervosa, urlando e piangendo contro l’apparecchio. Era una telefonata d’addio, non ci voleva tanto a capirlo. E si sorprese a pensare a una cosa stupida e ovvia: di come in fondo i sentimenti siano universali, e che sentirsi dire un addio in albanese o in italiano, alla fine conta poco, sempre male fa.

Marta guardò il cellulare, rispose a un messaggio delle amiche con la faccetta sorridente, anche se non c’era un cazzo da ridere, poi chiuse gli occhi.

I’ve become so numb, I can’t feel you there

Become so tired, so much more aware

By becoming this all I want to do

Is be more like me and be less like you

Si sentiva anche lei intrappolata in qualcosa che non sentiva più. Una mosca che continuava a sbattere sullo stesso vetro. C’era il sole fuori, come mai non riusciva a raggiungerlo? Tutto sembrava possibile con un clic, bastava aprire un qualsiasi social per entrare in comunicazione con chiunque, eppure si sentiva lo stesso sola e molto spesso inadeguata a quello che chiedeva il mondo. Lontana dalla perfezione di Instagram, dalla leggerezza di Facebook, dalla falsa profondità di Tumblr. Voleva semplicemente sentirsi Marta, che non sapeva cucinare, che odiava truccarsi al mattino e che aveva il senso dell’umorismo scaduto.

I’ve become so numb, I can’t feel you there

I’m tired of being what you want me to be

Il bus fece una schinca, andando a parcheggiare vicino alla tettoia.

Ad aspettare ci stavano le facce che vedeva ogni mattina, a cui dava il cambio. Lei scendeva e loro salivano, magari diretti in qualche via più in là, al lavoro o a casa. Per un attimo prese la borsa, per scendere.

Avrebbe salutato di corsa il conducente, buttando il ciao verso i gradini e poi si sarebbe diretta verso il lavoro, come ogni mattina.

Poi ci ripensò. Numb era ancora in loop sull’mp3. Chiuse gli occhi e fece finta di dormire. Il bus riprese la strada.

IN TANDEM

Prima una, dopo l’altra. 

Una pompa con decisione, per spingere oltre, l’altra segue, a ruota.

Su e giù, su e giù. 

I muscoli sono tesi, la mascella contratta per la fatica, le gambe si piegano evidenziando il gluteo, gli occhi chiusi inseguono il momento.

Le guardi estasiato, trovi bellezza nei loro gesti, delicati ma decisi, dritte a raggiungere la meta.

Poi arriva la salita, si accelerano i movimenti, si sente lo spasmo dello sforzo e sembra che insieme si dicano: “spingi oltre, spingi ancora.”

Si inseguono in sincrono, in un giro di sangue più forte: vai ancora veloce, rinomina Dio che ti venga a trovare in questo momento.

Poi viene il traguardo, lampo di luce, con il sudore che imperla la fronte.

Allarghi anche tu il sorriso, finalmente siete giunti, ognuno ha afferrato il proprio obiettivo, felice. 

Le due donne mollano entrambe la presa, abbandonando lo strumento al suo destino, ora vogliono solo godere della tua soddisfazione.

E tu le guardi felice, come un allenatore che ha portato la sua squadra alla vittoria.

Perché nulla è meglio di un pompino in tandem!

#microracconti

#microeros