Art. 1 (*)

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L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

 

Nero

Vorrei essere morta.

Non sentire più nulla, non essere più. Non avere più la mente confusa in mille pensieri con l’ansia che mi prende a tradimento, lasciandomi senza fiato, all’improvviso. Che un attimo mi sembra di stare bene e poi ecco arrivare la mano invisibile che mi strozza, mi prende al collo, mi solleva di peso buttandomi addosso coriandoli di angoscia: manca l’aria. E io mi trovo a boccheggiare, un pesce rosso fuori dalla sua boccia, fermandomi di colpo, con le lacrime agli occhi e il battito accelerato. Spaesata, confusa. Smarginata.

Senza più patria né desideri.

Deve essere bello non avere più preoccupazioni, paura del futuro, obblighi e situazioni fuori dal mio controllo, come macigni su di me, pronti a schiacciarmi. Una montagna minacciosa, che giudica la mia vita guardandomi dall’alto. E mi paralizza nonostante mi sembri di correre in continuazione, senza fiato e senza forze. Una gallina senza testa, come dicono gli inglesi: like a headless chicken, corro senza direzione, senza obiettivi, pulsioni vitali.

Vorrei poter togliere la spina, magari solo per un po’. Dormire un sonno buio, nero, senza sogni, ma soprattutto senza incubi. Nessun domani e nessun passato pieno di fallimenti e di aspettative mancate.

Non sarebbe bello poter staccarsi la testa? La riponi nel comodino, con gli occhi che guardano il muro, per non darle modo di giudicarti l’essere inutile che sei.

E finalmente non pensare, non pensare, non pensare più.

A niente.

 

Grigio

Quando lavoravo la mia giornata era piena, pure troppo.

Sbuffavo per il lunedì che mi strappava di forza dall’ozio della domenica, passata tra il divano, la tivù, le sigarette, i giri al centro commerciale e le braccia di Franco.

Sbuffavo per gli orari: sveglia alle sei, metro alle sette meno cinque, timbrare il cartellino un’ora dopo, puntuale, mi raccomando. Poi la spesa, la cena, sistemare casa, stirare, pagare le bollette, andare a trovare mio padre che non si rassegnava a vivere in casa di riposo, le corse per sistemare, pulire, riordinare. La fatica dappertutto, a volte pure per scopare.

E sbuffavo per le trattenute in busta paga, per il mio stipendio inferiore al mio collega, con il mio stesso ruolo in azienda.

Mi lamentavo della collega che faceva mobbing su di me. Dei pettegolezzi, dei superiori che ci provavano, dei colleghi che non lo facevano, e dei clienti che rompevano le palle.

Giorni grigi, tutti uguali. Che si srotolavano sempre più rapidi, correvano veloci come una pallina su un piano inclinato. Impossibile fermarli. Invadevano i miei pensieri e le mie azioni come una pianta di vite americana su un muro di cinta: altamente infestante.

Ora darei un braccio per rivedere quella busta paga, per litigare per le ferie non concesse, non godute, pianificate male, gli straordinari non riconosciuti e le pause troppo brevi oppure per sentirmi messa sotto pressione dal capo, che aveva le sue tabelle di rendimento e ce le faceva rispettare.

Per sentirmi snocciolare i lavori di luglio già a gennaio, le settecento mail a cui rispondere dopo il fine settimana, la scrivania ingombra di carte e appunti.

Per venire sfruttata e sapere di esserlo.

Per lavorare.

 

Grigio scuro

Credo siano cinque giorni che non mi faccio la doccia. Non mi importa, non mi importa di niente.

Tanto sono sola, lui se n’è andato dopo i miei primi sei mesi senza stipendio. Stanco dei miei sbalzi d’umore, della mia poca voglia di fare sesso, della mia depressione, del casino in casa, dei chili di troppo, dei miei capelli unti e con fili grigio scuro, quasi piombo, di vecchiaia anticipata, del fiato acido, dello sporco, di mangiare cibo surgelato e dei costi del cibo surgelato.

Stanco di mantenermi.

Paura che restassi incinta e lo incastrassi in qualcosa che comunque non volevamo entrambi. Io perché non ci sentivo pronti, lui perché non mi sentiva pronta.

Così è partito per un week end con gli amici e in Croazia mi ha mandato un messaggio. Non torno a casa, mando Mauro a prendere la mia roba. Regalandomi l’ultima certezza: che da sola non valevo niente.

Ci vuole coraggio anche per andarsene, ma forse ce ne vuole più per restare in una situazione in cui non si vede il futuro e lui aveva scelto se stesso. Ha buttato all’aria i nostri sogni, quelli che facevamo insieme, per riprendersi la sua vita. E non riesco neppure ad odiarlo.

Ma io ora non ho la forza di alzarmi, togliermi il pigiama che porto dalla mattina prima, lavarmi via dal viso tutti gli incubi che ho avuto stanotte. Resterò qui ad aspettare mezzogiorno per poi trascinarmi davanti al frigo vuoto non sapendo bene cosa mangiare. Scalderò l’ennesimo trancio di pizza e mi berrò la Coca-cola, gonfiando ancora di più la mia pancia. Imbruttendomi ancora, che tanto me lo merito.

 

Giallo verde 

Il sole entra prepotente dalla finestra, l’alba non chiede permesso e si stende sulle mie lenzuola.

Sono gialle con righe verdi e mi sembravano così allegre quando le avevo prese all’Ikea. Saranno due mesi che non le cambio e dove mi stendo comincia a vedersi una chiazza più scura di unto. Devo reagire mi dico. Devo reagire per questo giallo e questo verde che invece di regalarmi il sole mi sbattono in faccia tutta la mia miseria.

Ho la testa pesante.

Non avrei dovuto bere ieri sera. Era la prima volta che prendevo il vino per addormentarmi e ha pure funzionato. Tre bicchieri ed ero stesa. Finalmente un sonno senza risvegli improvvisi, gli occhi sbarrati nel buio, la testa che lavora senza sosta, ma mai un pensiero coerente. Potrei provare anche stasera con il vino, perché ho solo voglia di dormire e non svegliarmi più.

Le amiche che conosco poco mi mandano messaggi whatsapp in cui mi raccontano dei figli, delle vacanze, dei loro successi. E io mando faccette gialle sorridenti, auguri, complimenti. Solo un paio sanno realmente. “Devi reagire” mi dicono quelle più strette. Mi invitano a vedere il cinema, ma non ho soldi per muovermi. Mi chiedono di poter passare a salutarmi, ma ho la casa che fa schifo e mi vergogno. Ho robaccia dappertutto e nessuna voglia di sistemare.

Aprirò un nuovo cartone di vino stasera. Magari dormirò meglio. Ci penserò domani a reagire.

 

Nero lucido

Fa freddo qui fuori. Ho lasciato la tivù accesa su il Segreto e mi sono messa a guardare giù dal terrazzo. Gli avambracci posati sul parapetto e il naso che punta in basso. Il sonoro mi raggiunge ovattato. Penso che solo due anni fa guardavo la serie e ridevo. La guardavo e sognavo con le immagini incorniciate nel nero lucido della plastica. La guardavo mentre Franco se ne stava in soggiorno a bestemmiare contro la Champions.

Ora non ho più nulla, né risate, né sogni, né tantomeno un uomo che lascia le sue mutande sulla lavatrice, perché metterle sul cesto delle cose sporche è troppo difficile.

Fa freddo e buio e io ho finito anche la sigaretta.

Fa freddo ed è passato pure il camion della spazzatura. Chissà che succederebbe se mi trovassero vicino ai bidoni lì sotto, tra la campana del vetro e le croste del formaggio. Mi immagino morta, come potrei immaginarmi un film. Scomposta, un braccio alzato come a fare una domanda, l’altro abbassato, ma piegato di lato, che sembra invitare qualcuno per un ballo.

Le gambe mimano una corsa e invece non corrono più, non dopo quel salto.

Saranno sei metri da qui.

E se restassi offesa, tanto da dover passare la vita in carrozzina? E se finalmente trovassi pace?

Fa freddo e io ho solo un vestitino estivo addosso. Tira un po’ sulla pancia e d’altronde come potrebbe essere altrimenti visto che sono all’ottavo mese. Stanotte la Belva era irrequieta. Ha scalciato come se avesse voluto correre la maratona di New York, non facendomi dormire.

A volte penso che la voglio disperatamente questa figlia. Altre che non ce la posso fare.

Non da sola, non così.

Avrei fatto bene ad abortire.

 

Rosso fuoco

Franco se n’era andato da poco e io mi sentivo sola. Avevo bisogno di riscatto. Tutto continuava a franare intorno a me. Perdevo pezzi di vita ogni giorno. Prima il lavoro, poi la linea, poi l’amore, infine la dignità.

Pensavo che sarei stata capace di vivere l’esperienza della prostituzione con maturità. Io vendevo una parte di me per ricevere denaro. In fondo non vendiamo tutti la nostra competenza, il nostro sapere, il nostro tempo?

Io vendevo la mia vagina.

Mi pitturavo le labbra di rosso fuoco facendo finta di essere quella che non ero. Ma non è facile far entrare un uomo dentro di sé.

Sentire il suo peso addosso, l’odore delle sue ascelle non lavate, la bocca che dà baci che non vuoi.

Per trenta euro a botta.

Ci ho pagato l’affitto per mesi, ma a stento, finché non mi sono accorta di essere rimasta incinta.

Nemmeno la puttana ero capace di fare. Un figlio di qualcuno di passaggio, che non ho amato e non ho voluto.

Volevo abortire e non ne ho avuto la forza. Quando senti la vita dentro di te crescere ti senti ospite, quasi in dovere di fare del tuo meglio. Io però lo ero a giorni alterni. Con la depressione che a volte mi buttava sotto e a volte mi lasciava in pace.

E allora erano quei giorni in cui riuscivo a vestirmi, mangiare qualcosa di decente, andare all’ospedale a fare le analisi. Ma i giorni neri erano molti di più.

 

Verde

Mi hanno regalato una tutina. Se ne stava su un borsina verde, di quelle che usi per l’umido e ti danno al supermercato. E’ stata la ragazza dei servizi sociali, Simona. Non era tenuta ovviamente, ma ha detto che era della sua bimba e aveva piacere l’avessi io.

Ho pianto tanto quando è andata via. Cosa riuscirò a dare a questa vita che scalcia? Sono senza lavoro, senza un compagno, senza futuro. Ho due mesi di affitto arretrato. Un padre che non mi ha lasciato niente quando è morto e due bollette del gas scadute.

E io so solo piangere su questa stoffa gialla di ciniglia, un vestitino già portato da un’altra bimba che ora va all’asilo felice, o forse fa le elementari, non ho capito bene.

Mi sembra un bel segno, una cosa bella tutta per me, che non avevo ancora comprato nulla per lei.

Mi stendo sul divano con il vestito sulla pancia, si alza e si abbassa con il mio respiro.

Un piccolo calcio, l’ennesimo di oggi, lo saluta.

Io piango ancora bagnandolo.

 

Bianco

La vodka è trasparente, ma se ne sta su una bottiglia dal vetro bianco che nasconde tutta la sua limpidezza.

Gli alcolici non mi sono mai piaciuti e non so nemmeno io perché ho preso la bottiglia dal piccolo mini market dei cinesi, stasera. Avevo il mio sacchetto di patatine nel cestino e ci avevo messo persino due mele, intenzionata a cambiare un po’ la mia dieta, che fra poco ci sarebbe stata la Belva con me e io avrei dovuto mettere la testa a posto.

Poi ho visto Franco alle casse.

Era meno bello del solito e con più pancetta, qualche capello bianco e mi sembrava persino molto più vecchio.

Lui mi ha lanciato uno sguardo e mi ha attraversato, senza riconoscermi.

Sono passati più di due anni da quando ho perso il lavoro e tutto è cambiato. Sono cambiata anche io, e non solo per la mia pancia.

Vorrei sbattergliela sotto il naso e raccontargli che ho un fidanzato che mi aspetta a casa, che non vede l’ora che torni per vedermi, dirglielo con un sorriso ostentato, gli occhi che brillano.

E invece non mi ha nemmeno riconosciuta. Devo essere invecchiata peggio di lui e d’altronde sembro una stracciona. Ho i capelli che non vedono il parrucchiere da mesi e un vestito che puzza di me, del mio sudore. Mentre prende il portafogli gli luccica l’anulare. Ha un anello sottile al dito e io mi sento morire.

Prendo svelta la bottiglia e mi accodo, sistemandola vicino alle mele.

Appena fuori lo vedo arrivare.

E’ buio e sembra il portale della chiesa a natale. Ha luci colorate che corrono tutt’intorno.

Mi dico che è quella la mia strada, che sicuramente lì troverò un po’ di calore.

Poi lo schianto con il Tir e la luce bianca invade la mia testa.

 


“Art. 1” fa parte di un’antologia edita da Les Flaneurs : Macerie scritta per raccogliere fondi per il terremoto del 24 agosto 2016 ad Amatrice.

 

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La guardiana della fortuna [favola erotica]

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Mentre uno stormo rosa attraversava il cielo, Tomoko guardava il lago e la magia di quella nuvola che si posava sull’acqua. Piano piano tutte le gru finirono le manovre di atterraggio e l’orizzonte risultò un piumaggio roseo con il sole che andava a morire tra le dolci onde.
“E’ il momento” si disse Tomoko. “E’ il momento del mio sacrificio”.
La ragazza si alzò in piedi sulla pietra a picco sullo specchio d’acqua da cui osservava la scena e fece scivolare la bianca tunica a terra. Rimase bellissima, nuda e fiera mentre il giorno salutava l’avanzare della notte. Prese il flauto che era posato vicino ai suoi piedi e cominciò a suonare un’antica dolce melodia. Le note si sparsero sul lago, invadendo
gli spazi tra le rocce e le fessure, giocando con gli alberi e le nuvole, mentre le foglie, mosse dal vento, parevano danzare a ritmo. I grandi uccelli sull’acqua stavano immobili, come in attesa.
Un ultimo raggio di sole, prima di perdersi tra i flutti, baciò il suo corpo minuto, riscaldandolo di luce.

La luna, nel suo ultimo quarto, era già in cielo e diventava via via più vivida all’aumentare del buio. Calbalacrab spiccava rossa a sud est, ultima coda della costellazione dello Scorpione mentre il pianeta Venere era comparso sul confine tra cielo e mare, e come un diamante solitario veleggiava nella costellazione dell’Acquario già da qualche giorno.

Tomoko si tuffò.
Nuotò piano verso lo stormo, abbassando il capo sotto il pelo dell’acqua per poi rialzarlo in cerca d’aria. La traversata fu breve, e come ogni volta che si svolgeva il rito, il suo cuore accelerava i battiti, mentre la mente ritornava alla prima volta che aveva sentito la leggenda delle gru e della fortuna che esse portavano.
Fu suo nonno Hiroshi a raccontargliela, guardiano della fortuna prima di lei e sua bisnonna prima ancora, in un susseguirsi di generazioni tra discendenti maschi e femmine.
Quando sarà il momento toccherà a suo figlio, ma per ora lui è solo un pensiero che ogni tanto le attraversa la mente, nulla più.
E’ ancora giovane Tomoko e ha in sé tutta la bellezza delle donne orientali: fascino, grazia, lunghi capelli neri simili a fili di seta, occhi a mandorla e lineamenti delicati. E ha in sé tutta la tenacia delle donne orientali, capaci di soffrire per amore, di annullarsi, di diventare invisibili ma indispensabili.
A lei toccava questo compito ogni 23 maggio, da quasi cinque anni ormai.
Doveva donare il suo piacere e il suo dolore alle gru del lago e in cambio loro le avrebbero dato il potere di creare e donare fortuna.
Nonostante la distanza Tomoko raggiunse l’altra sponda con facilità, bracciata dopo bracciata. Le gru che si riposavano nell’acqua bassa la fecero passare senza spaventarsi, alcune abbassarono il lungo collo, come in una riverenza, altre aprirono le loro ali a simulare un abbraccio. La sacerdotessa uscì dall’acqua quando ormai la luna era alta nel cielo, vicino, seppur in prospettiva, al Grande Carro e si diresse lentamente verso una pietra solitaria, bassa e piatta, lievemente decorata, che sembrava un altare.
Vi si distese sopra, di schiena, con il viso alle stelle e al disco bianco e cominciò il rito.
Si passò le mani sul seno stuzzicando i capezzoli ancora induriti dal contatto con l’acqua fredda, chiuse gli occhi e cominciò a chiamare con il pensiero la gru della fortuna affinché planasse sopra di lei.

Così fu.

L’animale più imponente del gruppo si staccò dagli altri e con un balzo si librò nel cielo avvicinandosi con movimenti eleganti delle ali, alla pietra dove stava sdraiata.
L’uccello cominciò ad eseguire ampi giri concentrici sopra l’ara, sempre più piccoli e veloci.
Allo stesso modo le dita della fanciulla accarezzavano il clitoride, prima in ampi cerchi, poi sempre più frenetici.
Tomoko era entrata in trance e non si rese conto del momento in cui tutte le gru spiccarono il volo verso di lei, creando una nuvola rosa che aleggiava sul suo corpo nudo. Nel momento dell’orgasmo, l’uccello della fortuna lasciò cadere due piume che si posarono sul suo petto.
Fu un viaggio di andata e ritorno, come sempre, marea che va e viene, piccola morte.

Tornata in sé, scese dalla pietra, prese le due piume rosate e come fossero uno stiletto se le conficcò, prima una e dopo l’altra, nelle scapole. Il dolore non fu inaspettato come la prima volta. Era pronta a quella lesione, meno a quello che sarebbe successo dopo. Sentì infatti scorticarsi la pelle all’altezza delle spalle e le ossa espandersi in un crescendo di sofferenza e spasmi. Non era mai veramente pronta a questo, e il dolore pungente le fece rimpiangere il suo destino. Le piume piantate nella pelle candida cominciarono a crescere e a moltiplicarsi, fino a divenire due grandi ali. Vinta dal dolore, si accasciò a terra.
Durò pochi minuti. Il desiderio di compiere a pieno il rito era ormai impellente. Si rialzò e fece sbattere le nuove appendici in un movimento dapprima delicato e poi sempre più intenso.
Staccò da terra i piccoli piedi e cominciò a volteggiare. La grande gru si avvicinò al suo volo, seguendone la scia, in una comunione di azioni e direzioni.
Infine Tomoko scese e ripiegò sulla schiena le piumate estremità.
L’indomani si sarebbe svegliata con la capacità di donare buona sorte, delicato angelo protettore; quella notte però era solo una donna felice di avere le ali.

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Da secoli l’origami della gru è simbolo di immortalità e portafortuna.
Secondo la leggenda chiunque pieghi mille gru vedrà i desideri del proprio cuore esauditi. Realizzare per sé o regalare i tradizionali “grappoli” di mille gru (折鶴 oridzuru) è quindi considerata una pratica simile agli ex voto della cultura cattolica: l’aneddoto più noto legato a questa tradizione è quello di Sadako Sasaki una bambina esposta alle radiazioni della bomba atomica di Hiroshima, sul proprio letto di morte a causa della leucemia. La bambina iniziò a piegare le mille gru, ma morì prima di riuscire a portare a compimento la propria opera: le venne eretta una statua nel Parco della Pace di Hiroshima, una ragazza in piedi con le mani aperte ed una gru che spicca il volo dalla punta delle sue dita, ogni anno questo monumento è adornato con migliaia di corone di mille gru.

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Un po’ come si aspetta il caffè uscire dalla moka la mattina

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Il cazzo apparve in primo piano sullo schermo. Poi si spostò seduto su un divano rosso, attaccato al suo proprietario.

Debora lo osservava come avrebbe potuto osservare un lemure nel suo ambiente naturale, con curiosità naturalista.

L’uomo al di là del vetro, nella solitudine di un soggiorno di cui intravedeva alcuni mobili tristemente Ikea sullo sfondo, faceva andare la mano su e giù, accarezzandosi piano, scoprendo la punta rossa. Con l’altra batteva su una tastiera che non entrava nell’inquadratura, ma che lei intuiva.

Sulla finestrella in basso a destra le apparve una scritta.

– Ti piace?

“No”, avrebbe voluto rispondere.

Ma sapeva che il gioco sarebbe finito subito.

Perciò scrisse sì.

Guardava quelle due lettere solitarie, con il cursore che batteva il tempo a lato e si disse che non potevano bastare, e in effetti nemmeno a lei sarebbero state sufficienti.

Batté lentamente: “Mi piace il tuo cazzo…”

Poi aggiunse un “grosso”, anche se non era l’aggettivo giusto. Era un cazzo come un altro, né grande, né piccolo, di un uomo senza volto, che non conosceva e mai avrebbe voluto farlo.

Era stata adescata su una chat di incontri in cui si era iscritta in un pomeriggio più noioso che piovoso. Il tipo era stato diretto, al limite del brutale. “Vuoi vedere finché mi masturbo?”

Lei aveva risposto di sì, senza aggiungere altro.

Ed era cominciata così. Senza ciao, senza “da dv dgt”, senza come ti chiami. Con la sola fondata, ma non provata certezza dell’uomo che il suo nick “debbie1977” indicasse un essere femminile.

O forse pure quello era ininfluente. Probabilmente voleva solo farsi vedere, avere l’interesse di qualcuno, uomo, donna, che importava?

– Mi piacerebbe sentire le tue labbra sul cazzo. – lesse sul Pc.

Niente. Il tipo voleva una conversazione, degli stimoli, un motivo per masturbarsi davanti allo schermo. Non lo avrebbe fatto gratis e per amoris Dei come sperava. In fondo non lo cerchiamo tutti un motivo? Anche solo sapere di fare piacere, o di piacere, o l’illusione di essere in qualche modo speciali per qualcuno.

– Piacerebbe anche a me. – Scrisse. – Mi piacerebbe sentire la pelle dura sotto la lingua, giocare con la corona leccandola intorno, stuzzicare il frenulo, viaggiare andata e ritorno sull’asta.

Ecco, aveva fatto l’anatomia del pene, buttando lì frasi da raccontino erotico di serie B.

– Sei proprio troia. – rispose il cazzo ormai totalmente in primo piano sullo schermo.

Per un attimo se lo immaginò con gli occhi e la bocca che le parlava… No, no, non ci siamo. Ci mancava solo che si mettesse a ridere e questo non sarebbe venuto più.

– Sì, troia. Le donne sono tutte troie, non lo sapevi? Quando trovano cazzi come il tuo, lo diventiamo tutte.

Esagerata certo. Ma sincera in fondo. Non era esattamente il cazzo che trasformava una donna in troia, ma l’umano a esso attaccato, l’incontro, lo scontro e il combaciare di vari fattori. Purtroppo non era questo il momento di fare filosofia. Ne conveniva pure il Cazzo sullo schermo, ora vero protagonista del video, quasi un’entità a sé. La mano andava su e giù frenetica. Si era poi fermata un attimo e appoggiata con l’altra sulla tastiera.

– Ti stai toccando, vero?

– No, ti sto guardando. Dai vieni, voglio vederti venire. Vedere la tua sborra uscire, colare. Dai, fammi vedere.

Era stata assolutamente schietta. Voleva proprio quello, fin dal primo momento. Non lo sapeva spiegare, le piaceva vedere gli uomini venire, masturbarsi davanti a lei, osservare i movimenti della mano, gli occhi chiusi, la bocca semiaperta buttata indietro.

Guardava avida la punta aspettandosi di vedere il liquido panna da un momento all’altro. Un po’ come si aspetta il caffè uscire dalla moka la mattina. Insomma, più o meno.

Il tizio si protese ancora di più verso la telecamera, poteva vedere chiaramente la lunetta delle unghie bianche e l’anulare racchiuso nella fede brillava alla luce dello schermo. Non si era resa conto che l’uomo fosse mancino. La mano ormai si muoveva veloce, per poi rallentare come gli ultimi giri di giostra.

Il liquido lattiginoso colò sulla mano fino a spandersi sulla lunghezza del cazzo.

Debora si ritenne soddisfatta, premette la X per togliere il collegamento e si alzò per chiudere la sua di telecamera puntata sul pc.

Il giorno dopo avrebbe contattato il tipo dal divano rosso e l’anulare lucente proponendogli uno scambio economico per lei interessante, per lui forse un po’ meno.

 

Un’altra birra

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Una lattina di Moretti vuota, una più grande piena a metà, una Ceres, perché il primo amore non si scorda mai, e un cartone di Tavernello, bianco.

Era tutto nascosto per bene, oh sì. Tutto nascosto talmente bene che era sicuro che le bottiglie non sarebbero state viste. Le aveva messe nell’angolo tra il divano e il muro, un piccolo nido di coraggio, la sua personale scorta di vita per un po’ di ore.

Eppure i suoi occhi vacui e l’espressione persa già alle otto del mattino parlavano per lui.

Ubriaco, senza se e senza ma.

Li vedeva gli occhi preoccupati di suo padre, li vedeva ma non gli restavano appiccicati sulla pelle.

Li sorpassava: un salto con l’asta e via non ci pensiamo più. Esisto solo io, amo solo io, soffro solo io. E invece prendeva con sé tutta la sofferenza del mondo. Come facevano a non capire? Come facevano a pensare che tutto fosse facile per lui?

La vedeva la preoccupazione della madre. Tutta nelle rughe sotto gli occhi e in quel modo veloce di muovere le mani nell’aria, mentre diceva: «Simone, Simone, mi farai morire.»

Ma che importava quel che diceva. Beveva anche per lei, per tutta la delusione che gli aveva appiccicato addosso negli anni. Farai, sarai, dirai, e invece cosa aveva fatto? Era pieno di malessere che non riusciva a eliminare, lo allattava con il pessimo vino che si trova nei cartoni, lo cullava con qualche birra e credendo di anestetizzarlo lo faceva invece crescere.

O forse beveva perché gli piaceva e basta. Un sorso e indossi un caldo cappotto per un po’. Un cappotto fatto di indifferenza, di che cazzo me ne frega, di che muoiano tutti, di tanto sono forte solo io. Ti scalda il fegato e forse pure il cuore. Perché tutti i mali del mondo vanno giù con un sorso. Che cazzo ne sapete voi che vivete di perfezione? Si beve e si va avanti. Si beve e si è altrove. Si beve e non ci sei. Non ci sei. Non ci sei, finalmente.

Sedeva con la testa ciondoloni nel divano di casa sua. Oggi non sarebbe andato al lavoro per nulla al mondo. Sua madre invece scuoteva la sua di testa a destra e sinistra come cercasse di aggrapparsi con lo sguardo a qualcosa che non trovava. Alla rassegnazione forse.

Lei gli parlava, ma tutto quel che capiva era la delusione di vederlo ancora ubriaco. Una volta in più. «Eppure ci vai al Sert! Hai litigato ancora con la Sonia? E’ il lavoro che non va? Cosa ti manca?»

Domande, domande, domande. Una serie inutile di fottute domande dette con l’enfasi della tragedia greca. Se ne doveva stare zitta, quella puttana. Se ne doveva stare zitta e muta e lasciarlo in pace.

E si sentiva sempre più come una pentola a pressione. Aveva bisogno di bere ancora, per non soffocare, per non rispondere, per non scoppiare, per fuggire via da quella situazione. Si sentiva intrappolato. Bere, cazzo, doveva bere.

Simone si alza, ci prova, barcolla, ricade sul divano.

Ride e tossisce. E lo sguardo preoccupato della madre lo soccorre una volta in più, mentre suo padre decide che no, non la vuole rivedere quella scena vista e rivista un milione di volte e prende la porta, uscendo.

«Antonio dove vai?» Gli urla la moglie.

«Vado a fare un giro tanto qui non servo a niente.»

«Mi lasci qui, così?» Piange lei, mentre lo rincorre già sulla porta di casa, e dal passo incerto dimostra molto più dei suoi sessant’anni.

Lui si gira, la guarda. Ci sta tutta la frustrazione del mondo in quello sguardo. «Che posso fare qui?»

E si guadagna la porta verso un po’ d’aria, una situazione migliore, un sole che nonostante il freddo di gennaio scalda ancora.

E Simone intanto si è alzato. Fa piccoli passetti nella sua rigidità da ubriaco. Sembra quel robot insulso di Star Wars, C-3PO, solo che quello è dorato, mentre lui è livido, la pelle già olivastra di suo resa ancora più scura da tutto l’alcol che ha in corpo.

«Simone, dove vai?» La madre gli si para davanti.

«A bere.»

E prende anche lui la porta di casa. Suo padre è già partito, ma lui nemmeno se ne era accorto fosse uscito.

La madre invece si affaccia alla porta, cerca di coprirsi con la vestaglia che indossa ancora, mentre urla: «Resta a casa Simone!»

Ma lui è già oltre, cammina piano, è vero, ma con la testa sta già al bar. La sua scorta personale la berrà al pomeriggio, ora ha solo bisogno di andare via e non sentire più il gracchiare di quella donna rimbombargli in testa.

Capiva benissimo quando sentiva al tiggì che uno stronzo qualunque aveva fatto fuori tutta la sua famiglia. Ma lui voleva solo fuggire, andare chissà dove, per restare sempre in trappola in fondo, chè da te stesso non ci scappi mai.

Aveva una fidanzata troppo bella e troppo oca per capirlo veramente e un lavoro che non aveva scelto.

E tutti a dirgli che almeno aveva qualcuno, che almeno aveva un lavoro! Si fottessero tutti. Tutti.

Prese il corso principale di quell’insulso paesino in cui viveva: un cinema, un supermercato, tre bar, seimila anime.

Barcollava un po’, e camminava biascicando una continua litania di insulti a tutti. Poi la vide e sembrò che fosse l’unico. La gente era troppo impegnata a guardare quegli inutili telefoni, chi aveva lo sguardo affondato dentro e un sorriso scemo in faccia, chi invece li aveva all’orecchio e parlava in continuazione.

Lei era lì, piccola e indifesa. Una bimba in lacrime che avrà avuto sì e no quattro anni. Era all’altezza del supermercato, vicino al parcheggio, forse era uscita eludendo il controllo dei genitori. Si incrociarono con lo sguardo e per un attimo si rivide bambino, quel giorno in spiaggia in cui aveva sbirciato dentro la cabina e vi aveva intravisto sua madre armeggiare con il cazzo di uno sconosciuto. Era troppo piccolo per capire, se non il fatto che fosse andato a cercarla perché non la vedeva più e voleva un gelato. Si era sentito solo, abbandonato. Corse via sorpassando ombrelloni e sdraio, verso il mare, con gli occhi lucidi e i piedini che bruciavano dalla sabbia cotta dal sole: aveva perduto le ciabattine fuggendo.

Lo avevano ritrovato dopo un paio d’ore sperduto e impaurito, sporco di sabbia e pieno di fame, ma della madre vista con quell’uomo che non era suo padre non aveva mai parlato; aveva rimosso il dolore, facendo posto invece a una grande inquietudine.

Rivide la stessa paura di essere rimasta sola negli occhi di quella bimba, lo stesso terrore di essere stato dimenticato che aveva avuto quel giorno.

Fece due passi per andare incontro alla bambina, poi ci ripensò un attimo, girò su se stesso e si diresse verso il solito bar.

 

 

 

 

 

 

 

Il diavolo e l’acqua santa [Racconto lungo]

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«Scappiamo?»

Lo sussurro piano a mio padre, che è visibilmente emozionato mentre mi prende sottobraccio e percorriamo la navata principale sulle note della marcia nuziale di Mendelssohn.

Dalla sua espressione so già che ha fatto mente locale su dove ha parcheggiato l’auto, nel caso non stessi scherzando, nonostante il mio sorriso e l’occhiolino. Mi auguro mentalmente di avergli fatto sparire un po’ la tensione che l’ha accompagnato tutta la mattina e chissà se ci sono riuscita veramente: portare la propria figlia all’altare non è mica cosa di tutti i giorni.

L’organo dà il meglio di sé, si sente la musica vibrare nelle canne, partire dal coro e raggiungere le absidiole e le absidi, far tremare le vetrate colorate di giallo aureola e azzurro vergine, accarezzare ogni statua di santo, madonna, angelo con le ali aperte e occhi al cielo e arrivare su di noi, che lenti, (cammina piano mi raccomando), ci avviamo verso l’altare.

Io mi sento radiosa, come non lo sono mai stata, e sicura di me. Sicura di fare la cosa giusta, per tutto il resto della mia vita. La notte passata insonne a pensare è già lontana, sfumata tra l’entusiasmo dei parenti e gli stuzzichini offerti al piccolo rinfresco fatto a casa.

E tutto è così come lo avevo immaginato, i fiori lungo il percorso, gli occhi lucidi delle zie “che mica ti sposi davvero” e le amiche, quelle di sempre, a farmi da testimoni, tacco alto e vestito sobrio: siamo in chiesa dopotutto.

Lui è lì, davanti all’altare, gli occhi che dicono “ti aspettavo”. Ha le fedi in tasca, come mi ha scritto su WhatsApp questa mattina: “Fedi nel taschino, ce la possiamo fare!” Mentre io, che tasche non ne ho, vestita come sono di bianco tulle, i miei dubbi li ho lasciati sugli scalini della chiesa e, ancorata al mio bouquet, mi avvio verso chi sarà il mio compagno finché morte non ci separi.

Don Andrea mi accoglie con il sorriso, lo stesso che aveva il giorno prima, quando ci siamo incontrati in sagrestia per definire gli ultimi dettagli della cerimonia; lo stesso che aveva quando l’ho baciato per l’ultima volta. Abbiamo convenuto una volta in più che in fondo fosse giusto così; lui non se la sentiva di rischiare tutto per me, per una cosa che avrebbe irrimediabilmente cambiato la nostra vita, e io, a essere sinceri, nemmeno.

«Sono contento per te, Gianni è un bravo ragazzo, sarai felice.»

Me lo ha detto guardando il grande crocefisso che torreggiava sulla stanza. Io ho taciuto, trovando particolarmente interessante la palladiana ancora perfettamente conservata in quel vecchio palazzo ottocentesco che sorgeva vicino alla chiesa e che da sempre era usato come alloggio per i sacerdoti.

Aveva ragione: Gianni era un BOT trentennale, testa sulle spalle, lavoro sicuro, casa di proprietà, famiglia benestante, astemio e salutista.

Semplicemente, stavamo bene insieme: mai una vera lite, mai uno screzio, il sesso era un piacevole accessorio tra noi, ma non indispensabile. Potevamo stare anche un mese senza sfiorarci, senza che questo ci preoccupasse particolarmente. Il nostro rapporto era basato su altro. Su valori ben più importanti, mi dicevo. Lui curava le mie inquietudini facendo il muro di gomma, ovvero: aspettando che mi passassero; io dal canto mio gli davo la sicurezza di avere trovato una ragazza con il futuro già delineato.

La vera passione l’avevo scoperta mio malgrado due anni dopo il nostro primo bacio. Ma non con lui.

Ho sempre fatto volontariato e all’epoca gestivo il Grest estivo facendo divertire i bambini dai sei ai dodici anni. Insegnavo loro a piegare gli origami e a dipingere lavoretti con le tempere e, grazie a quell’esperienza, imparai molte più cose che non alle scuole magistrali.

Da quando la ginecologa mi aveva detto che non sarei mai potuta rimanere incinta visto il grave malfunzionamento delle mie ovaie avevo deciso di seguire veramente il mio “che farai da grande” diventando maestra. Pur lavorando nell’asilo privato del mio paese, riversavo tutto il mio tempo libero nel volontariato con i bambini: mi rendevano felice. Fu per questo che cominciai a frequentare la parrocchia, anche se la fede era semplicemente troppo per me.

Il mattino in cui Don Mario, il mio vecchio parroco, entrò nel piccolo bagno di servizio del Patronato e mi disse che si sarebbe ritirato in pensione, io ero intenta a organizzare la festa finale del centro estivo. Ci sarebbe stata come sempre la guerra con i gavettoni e stavo riempiendo palloncini, come non ci fosse un domani, per riporli poi in grosse bacinelle bianco latte, pronte a essere svuotate dai ragazzini. Il mio “Via!” avrebbe annunciato l’inizio della battaglia con l’acqua, sotto un cocente sole di luglio che scaldava come una sauna l’umida campagna Trevigiana.

Degnai appena di un commento il vecchio Don, buttando lì solo un: “Peccato!” per poi tornare al mio rubinetto aperto cercando di fare più in fretta possibile. Il tempo stava passando inesorabile e da lì a meno di un’ora, sarebbe cominciato il delirio.

Capii in ritardo che aveva anche aggiunto: «E questo è Don Andrea, che mi sostituirà.» Quando alzai gli occhi da un palloncino verde mela appena riempito, incrociandone un paio di un verde più scuro, mi sentii avvampare. Non l’avevo sentito avvicinarsi, e mi ritrovai a pensare “Dio, com’è figo” vergognandomi un po’. Perché se io avevo da poco compiuto venticinque anni, e lui non era certo tanto più vecchio di me, era comunque il mio nuovo parroco.

Mi superava di appena dieci centimetri e portava una semplice maglia bianca e jeans slavati, come usavano fare i nuovi preti: non più giacca e collarino, o peggio la tonaca nera che usava Don Mario, ma vestiti alla moda. Per essere gente come noi, in mezzo a noi. O così mi avevano spiegato.

«Piacere» mi disse il sacerdote, aggiungendo un «Ti aiuto» mentre prendeva dalle mie mani la bomba d’acqua e la chiudeva velocemente con un piccolo nodo. Stabilimmo in quel minuscolo bagno del Patronato le basi della nostra amicizia.

Fu un feeling immediato, tangibile. Nell’ora che seguì, mentre ridevamo come i due ragazzi che in fondo eravamo, mi ritrovai più volte a sfiorare la sua mano bagnata mentre gli passavo i palloncini pieni d’acqua. Mi diedi dell’imbecille perché mi sembrava che quando avveniva, il contatto durasse più del necessario. Non finivamo più di ridere, giocare e parlare, schizzandoci di acqua l’un l’altro.

«Tamara, sei pronta?»

Si affacciò alla porta Giulia, una mia giovane collega, informandomi che i ragazzini stavano arrivando, eccitatissimi, armati fino ai denti di pistole ad acqua di tutte le misure e pronti a far man bassa di gavettoni.

In effetti si cominciava a sentire il vociare provenire dal cortile e le grida di festa.

Don Andrea mi lasciò agli ultimi preparativi per occuparsi dell’accoglienza e per tenere un piccolo discorso di presentazione di sé e della festa finale.

Era veramente un comunicatore. Riuscii a sentire solo le sue ultime parole, visto che nel frattempo continuavo a portare l’occorrente per la battaglia di gavettoni nel campo sportivo della parrocchia, ma vidi già tutti conquistati da quell’uragano di buonumore. Sentii addirittura due o tre ragazzine più grandi commentare tra loro con un “finalmente un prete bono”. Ero d’accordo pure io, e mi limitai ad abbozzare un sorriso, ma quando lui mi vide tra la folla e mi fece l’occhiolino, o così mi sembrò, diventai nuovamente rossa.

Me lo ritrovai vicino nel campo sportivo, tra le grida e l’entusiasmo dei bambini. Avevo già diviso quei piccoli trafficanti di armi ad acqua in squadre: la gialla, la rossa e la verde.

Euforici li vidi scalpitare all’idea di avere una giornata costellata da cinquecento palloncini a disposizione, la staffetta e il colpirsi a vicenda.

Quando sbandierai il fazzoletto rosso per dare il via, fui subito bersaglio dei ragazzini, naturalmente. Non vedevano l’ora di avere la rivincita sulla direttrice che per trenta giorni li aveva comandati a bacchetta; in poco tempo ero già fradicia, con la maglietta rossa appiccicata al corpo. Così nella confusione generale, a pochi passi da Don Andrea, mi divertii a sfidarlo gettandogli un’occhiata maliziosa e, impugnando un gavettone, gridai: «Don, è la tua fine!»

Mi rispose con un mezzo sorriso e un: «Non ci provare.»

Ma lanciai ugualmente, prendendolo in pieno petto, e scappai verso la porta da calcio opposta, che Carl Lewis mi faceva un baffo. Lui mi corse dietro, la maglietta bianca bagnatissima aderente come fosse una seconda pelle, e gridò: «Piccola impertinente, me la pagherai!»

Fummo il pezzo forte della giornata, i ragazzi cominciarono a fare il tifo, chi per me, la direttrice che conoscevano da sempre, chi per il nuovo e affascinante Don. Sentivo le loro grida di incitamento mentre correvo e ridevo; mi sembrava di essere tornata bambina, quando nello stesso prato partecipavo a quella festa e guardavo i ragazzi più grandi con ammirazione.

Poi lui mi raggiunse e caddi rovinosamente a terra, trascinandomelo dietro.

«Ti ho preso» mi sussurrò all’orecchio, mentre sentivo tutto il suo peso sulla mia schiena. Non mi dispiaceva affatto sentirmelo addosso, avvertire il contatto dei nostri vestiti bagnati e il suo fiato corto sul collo.

Fummo raggiunti presto da un gruppo di bambini urlanti e festosi e lui si alzò ridendo e commentando a voce alta: «Tamara è una schiappa!»

Mi alzai pure io, le ginocchia piene di terriccio e fili d’erba, le Converse piene di terriccio e  bagnate, la maglietta macchiata di verde e marrone. Ansimavo, con il ricordo ancora presente del suo respiro vicino al mio lobo. Lo cercai con gli occhi, ma lui per nulla turbato se ne andò osannato dai bambini che gli saltavano al collo felici. Cercai di ricompormi, pulendo i vestiti da terra ed erba, mentre era il pensiero di lui quello che avrei veramente voluto scacciare dalla testa.

Ci ritrovammo nuovamente vicini alla cena, quella sera stessa. Il parroco per ringraziare i volontari organizzava sempre una festa nella vicina pizzeria “da Gino” e offriva il gelato. Di più ovviamente non poteva fare.

La serata fu solo la conferma che tra noi c’era una grande intesa.

Parlammo e ridemmo durante tutta la cena, scambiandoci battute su libri, film, e persino religione. Lo assalii per tutta la sera con le mie obiezioni razionali verso un qualcosa che di razionale non aveva nulla. Continuava a dirmi: «Tamara è inutile mettere in discussione tutto. La fede è come l’amore tra due persone: o c’è o non c’è.» Mi ritrovai a pensare a Gianni, a casa a guardare la partita, e mi chiesi se era amore il nostro o piacevole abitudine.

Finito di mangiare e dopo aver salutato tutti, lo aiutai a portare nella vicina sagrestia il microfono e le casse usate durante la cena. Va bene, lo ammetto, avevo bevuto più del necessario e forse pure lui, e camminavamo nel giardino all’italiana della vecchia villa dove alloggiavano i sacerdoti, ridendo e punzecchiandoci, illuminati solo dalla luna e, a tratti, pure dal lampione in strada, quando si ricordava di accendersi naturalmente, per poi spegnersi appena facevamo due passi. Fu per questo, e per il vino di cui avevo abusato, che non vidi la testa di una statua che ingombrava il vialetto. Inciampai, ruzzolando rovinosamente tra il ghiaino. Fortunatamente salvai le casse tenendole saldamente in mano, ma mi sbucciai le ginocchia, che avevo scoperte visto il mio corto abito estivo, e il gomito destro. Lanciai un urlo più di sorpresa che di dolore e mi vergognai che fosse già la seconda volta che cadevo quel giorno e sempre in sua presenza.

Andrea mi aiutò ad alzarmi e proprio mentre si mise a controllare dove mi ero fatta male, l’impianto di irrigazione del giardino si mise in funzione, comandato dal computer inserito chissà dove. Ci sorprese una pioggia fredda e inaspettata e, superato lo sbigottimento iniziale, corremmo verso la vecchia villa.

Entrammo di corsa, ridendo e in affanno, tenendo in mano l’attrezzatura e cercando di fare in fretta per infradiciarci il meno possibile.

«Oggi è giornata bagnata» mi disse quando fummo dentro il grande ingresso.

«Giornata fortunata» chiosai io, togliendomi goccioline dal viso, con il fiato corto, mentre poggiavo le casse acustiche lungo la parete del salone d’ingresso. «Infatti sono caduta solo due volte…»

Don Andrea mi prese la mano e con un «Vieni con me, guardiamo le tue ginocchia» mi trascinò letteralmente verso la cucina che a quell’ora tarda era vuota: il vecchio parroco era già a letto e la signora che andava ogni giorno a preparare loro il pranzo e la cena era già uscita.

Cominciò ad armeggiare dentro un armadietto in cerca di qualcosa, mentre mi aveva fatto sedere sopra il tavolo della cucina. «Mettiti qui che sei più in alto e posso o-pe-rar-ti!» disse scandendo le ultime sillabe con un tono solenne che non ammetteva repliche per poi ridere divertito. Mi si avvicinò con il cotone in una mano e l’alcol nell’altra.

«Non vorrai usare quello» dissi indicando il flacone. «Brucia!»

«Non fare la bambina» mi ammonì «ci soffieremo sopra. Dobbiamo disinfettare, guarda come ti sei conciata le ginocchia.»

Aveva ragione, la pelle era sbucciata in più punti e i sassolini più piccoli si erano attaccati alla carne ed erano impiastricciati di sangue, terra e acqua.

Cominciò a strofinare il cotone sulle ferite, abbassato sulle mie gambe, mentre io sentivo dolore e bruciore.

«Brucia sul serio» mi lamentai.

«Bacino sulla bua» mi disse e stampò le labbra vicino al ginocchio. Io lo guardai incredula.

Restammo sospesi e ci fissammo imbarazzati e poi anche io dissi piano: «Bacino sulla bua» e mi chinai sulla sua bella bocca.

Rispose al bacio aprendo le labbra e toccandomi la lingua con la sua: riversammo tutta la nostra intesa in quel contatto. Per me fu scarica elettrica, energia che attraversa il corpo per insinuarsi tra le gambe. Alla ricerca della mia intimità all’erta, sveglia, pronta, desiderosa di avere di più.

Si alzò del tutto e mi cinse la schiena.

Il fatto che io ero fidanzatissima e lui era il mio “Don” non mi sfiorò minimamente.

Io ero Tamara con la pelle abbronzata e un tatuaggio a forma di farfalla sul piede destro. Una ragazza che ama l’architettura, l’arte e insegnare ai bambini.

Lui era Andrea e aveva gli occhi chiari e le spalle larghe. Un ragazzo gentile e allegro che ama i film comici e adora Verdone.

Un ragazzo e una ragazza. Un uomo e una donna.

Solo questo: sentivo che eravamo solo questo.

E sentivo il bisogno di avere con lui un contatto più intimo, di affondare le mie mani nei suoi capelli e di toccargli il viso, perfettamente liscio, e di baciare ancora e ancora le sue labbra.

Poi ci prese la frenesia. Gli tolsi con foga la maglietta: volevo sentire l’odore della sua pelle e toccarla, palpeggiarla. Feci scorrere le mie mani sul suo corpo mentre alzava il mio vestito estivo ancora umido dalla doccia inaspettata di pochi minuti prima. Mi scoprì il ventre e prese a baciarmi la pancia indugiando sull’ombelico. Uno spasmo partì da lì verso il lago che avevo già tra le gambe. Sentivo le mie mutandine bianche bagnatissime e le immaginavo ormai trasparenti a mostrare il corto pelo nero celato alla vista. Non pensavo certo di mostrarle a qualcuno quella sera e avevo abbandonato i pizzi neri che usavo per stuzzicare il mio fidanzato per una comoda culotte senza cuciture e un reggiseno sportivo, anch’esso in tinta.

Lui armeggiò con la cintura e io allargai le gambe facendolo entrare nello spazio tra esse, per averlo più vicino. Scostò la stoffa bianca che tradiva tutta la mia eccitazione e entrò in me con le dita, facilmente. Cominciai ad ansimare, a smaniare per avere di più, per sentirlo dentro, possederlo, e volevo che lui possedesse me. Perciò cercai di abbassargli i boxer. Con l’altra mano però mi fermò, mi guardò negli occhi per un lungo momento quasi volesse ripensarci, poi si rituffò sulle mie labbra, dandomi l’impressione di essere un assetato bisognoso di bere da chissà quanto tempo.

E scopammo così sul tavolo della sagrestia, mescolando i nostri umori sotto lo sguardo vigile di nostro Signore in croce e di alcuni santi avvinghiati alle pareti.

Con foga, a volerci mangiare vivi, ci strappammo morsi, ansimi e mezzi sospiri, sentendo montare il desiderio, a volte con gli occhi chiusi, a coccolarcelo ognuno per sé, a volte con gli occhi aperti, per passarcelo con lo sguardo.

E mentre entrava e usciva da me, ero fradicia, bagnata di desiderio, incapace di pensare in maniera lucida. Assalita dai suoi colpi, e infine affondata. Incrociai le mie gambe dietro alla sua schiena, affondai le unghie nelle scapole e i denti nella spalla quando lo sentii venire. Volevo lasciargli traccia di me, come lui stava lasciando traccia di sé tra le mie gambe.

Ritornai in me, dopo il viaggio dell’orgasmo, e staccai le braccia dal suo corpo. Lui teneva gli occhi bassi, cercando di ricomporsi,

«Tamara…» cominciò.

Io lo fermai. Non c’era nulla da dire, nulla da giustificare. Non potevo nemmeno affermare che fosse successo per caso. In fondo non lo avevo desiderato appena lo avevo visto? Non era forse stato così anche per lui? Non avevo riso trovandolo affascinante e sperando, in fondo, che anche lui trovasse attraente me?

Mi guardò con orrore e confusione. «No, io non volevo. È stato tutto uno sbaglio.»

Fui delusa da quelle parole. Non pensavo certo a chissà che futuro tra noi, ma almeno avrei voluto sentirmi dire che sì, c’era attrazione, e che era stata forte.

«Se è stato uno sbaglio, vorrei sbagliare così più spesso.»

Scesi dal tavolo e senza dire niente altro me ne andai.

Non ci rivedemmo più per circa sei mesi. Lui non mi cercò e io feci altrettanto; d’altronde non andavo a messa regolarmente e neanche sotto tortura sarei andata apposta per vederlo. Mi aveva fatto capire che per lui era stato un errore. Per me era stata una scelta consapevole, non ha mai senso rinnegare le cose che in fondo si è fatto di tutto per fare avvenire.

Fino a quando arrivò Natale.

Il paese era addobbato a festa, con mille luci colorate poste a ponte tra i palazzi del centro in maniera tale che formassero una piacevole galleria luminosa. Musica d’atmosfera natalizia in ogni negozio, vetrine a tema con palline, stelle, agrifoglio e perfino un babbo natale con tanto di campanella, stile Fifth Avenue di New York, che stazionava sulla porta di un elegante negozio d’abbigliamento del corso, per aprire le porte alle signore impellicciate e augurare loro “buon anno, buone feste, grazie di essere venute a trovarci.”

Fu proprio in quel negozio che mia madre mi disse che avrebbe avuto bisogno del mio aiuto il mercoledì successivo. Il nuovo parroco, Don Andrea, passava personalmente a far visita a tutte le famiglie della parrocchia per benedire la casa e farsi conoscere, perché non poteva certo aspettare Pasqua e lasciar passare una festa così importante senza aver conosciuto gran parte della gente del paese. Io sentendo il suo nome, mi irrigidii. Avevo pensato spesso a lui in quei sei mesi: sentivo una evidente differenza tra il sesso che avevo fatto con lui e quello che facevo sporadicamente con Gianni. “È stata la novità” mi ammonivo “sarebbe stato così con chiunque, la semplice novità e pure il brivido della trasgressione”. Però nei momenti in cui pensavo al mio fidanzato come al mio compagno per la vita, mi dicevo che tra noi non ci sarebbero mai dovuti essere segreti e che, se ci fossimo sposati, sarebbe stato un peso troppo grande e che avrei dovuto dirglielo. Forse lo avrei anche fatto se Gianni si fosse mostrato più attento a me e ai rapporti fisici. Ma continuava a dirmi che il “sesso è una cosa talmente personale, da non dover essere contestata”. Certo. Solo che io e lui ne facevamo poco, in fretta, con rare effusioni e rari preliminari, con poca foga, come a dover solo timbrare il cartellino: questo mese è stato fatto, click, segnato. E quindi non mi sembrava così grave. Era stata una scopata, intensa e particolarmente appagante, ma solo quello. Nulla di più. E come tale non andava confessata: perché mettere a repentaglio un rapporto solido come il nostro solo per sgravarmi la coscienza?

E così mentre investivo ben cento euro in un vestitino pieno di paillettes per capodanno, mia madre mi diceva che avrei dovuto ricevere io Don Andrea, perché non voleva spostare l’appuntamento proprio al parroco “ma no, non si fa, lui ormai si è organizzato e arriviamo noi a rompergli le scatole?” ché lei doveva andare assolutamente da zia Antonia “dai, te l’ho detto ieri che è caduta dalle scale, la devo aiutare”. Va bene mamma… va bene, lo riceverò io.

Il mercoledì successivo ero decisamente agitata. Cercai di vestirmi in maniera sobria, con jeans scuri, scarpe basse, e un maglioncino nero. Anonima. Poi per un attimo mi vidi come nei cartoni animati con l’angioletto sulla spalla destra e il diavoletto sulla sinistra. Una piccola Tamara con l’aureola diceva: “ora lo accogli, gli offri il tè e fai la signora, fai finta di nulla.” L’altra piccola Tamara con le corna e la codina invece ribatteva: “vai a cambiarti e mettiti quel bel vestitino luccicante che hai appena comprato, il tacco alto, truccati da diva e stendilo!”

Seguii i consigli del mio angioletto, scacciando il diavoletto dalla spalla, e finii di sistemarmi. Mi truccai appena, mettendo solo il rimmel e la matita nera nella rima inferiore dell’occhio.

Suonò il campanello e mi precipitai alla porta. Il tremore alle mani tradiva la mia agitazione.

Misi la mia maschera allegra e probabilmente anche una faccia di tolla, aprii e, sorriso a trentadue denti inserito di default, dissi: «Ciao, benvenuto!»

Andrea mi guardò sorpreso, poi guardò nuovamente il nome sul campanello per accertarsi di non essersi sbagliato. Gli tolsi io ogni dubbio: «Mia madre usa il cognome da nubile, è stata insegnante per tutta la vita presso la scuola elementare qui in paese, tutti la conoscono così.»

«Capisco, certo, non lo sapevo. Sono solo rimasto sorpreso.»

Mi chiesi se sarebbe venuto a benedire anche il mio miniappartamento da single o se avrebbe mandato qualche collega, pur di non incontrarmi.

Facemmo quello che era previsto dal copione. Due chiacchiere, tutto bene, il lavoro, la salute, le mezze stagioni che non ci sono più, la neve che ha paralizzato il centro, la crisi economica, ti offro il tè, due biscotti, il latte nel tè. Come il latte nel tè? E quando non riuscii a rimanere seria per la sua richiesta di latte da versare nell’acqua calda e cominciammo a ridere entrambi, la tensione era già alle nostre spalle, abbandonata, sciolta, come la neve caduta due giorni prima e poi diventata pappetta sotto il sole.

Ci ritrovammo ancora complici, e volò via un’ora senza che ce ne accorgessimo. Fu solo perché gli arrivò un messaggio, che controllando il cellulare, si accorse di quanto fosse tardi.

«Devo scappare, sul serio» mi disse a malincuore.

«Capisco, figurati» ma non riuscii a tradire la mia delusione.

E prima che raccogliesse la sua borsa ci dicemmo insieme: «La benedizione!»

Scoppiammo a ridere nuovamente. Avevamo parlato tanto che ci eravamo dimenticati il vero motivo per cui eravamo lì.

Lui prese così un piccolo aspersorio e cominciò a ripetere le frasi di rito: «Benedici Signore questa casa e chi vi abita, nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito Santo.»

Mosse l’aspersorio verso di me tracciando una croce nell’aria e alcune gocce mi investirono in pieno viso, come lacrime.

Andrea se ne accorse e si avvicinò, quindi con la mano mi diede una carezza per togliermi quelle piccole gocce. «Hai nuovamente le guance bagnate, come il luglio scorso» mi disse.

Ci guardammo come sospesi e poi lui avvicinò il suo volto al mio, e nuovamente sentii il suo sapore tra le labbra. Un sapore che non avevo mai dimenticato e cercato invano nella labbra del mio fidanzato.

«Cosa stai facendo?» chiesi piano, confusa.

«Non lo so, ma se è uno sbaglio lo voglio rifare ancora.»

E così ci baciammo nuovamente, mescolando dolcezza e passione.

Mi spinse sul divano, ma questa volta lo bloccai io: «Sei sicuro?» Non avrei sopportato sentirlo rinnegare nuovamente la nostra attrazione.

Mi guardò intensamente e non mi rispose. I suoi occhi erano bellissimi, verdi con alcune venature di giallo. Aspettai interminabili secondi, perdendomi nel suo sguardo. «Sì, sono sicuro» mi disse alla fine. Così ci perdemmo entrambi.

Mi lasciai cadere sul divano e lo lasciai armeggiare con i miei jeans che tolse con non poche difficoltà, devo ammetterlo. Fu anche questo un motivo di ilarità tra noi. In verità qualsiasi scusa era un motivo di risata, come se ci conoscessimo da sempre.

Mi tolse anche le mutandine e infine infilò la testa tra le mie gambe, inginocchiato ai miei piedi.

«Non lo faccio da tempo, perdonami se non sarò perfetto.»

E cominciò a leccarmi con intensità e passione, muovendo la sua lingua tra le mie pieghe, nella mia fessura più intima, spingendo e coccolando poi il clitoride.

«Fortuna che non eri bravo…» riuscii a dire travolta.

Lui si fermò un attimo. Chissà, forse sorrise tra sé, poi riprese, facendomi montare ancora il piacere, dandomi colpi delicati e poi più forti, scopandomi con la lingua fino all’estasi.

Quando si staccò da me, volevo anche io assaggiarlo. Glielo presi che non era perfettamente duro e con la lingua andai a stuzzicarlo, fino a sentirlo crescere dentro la mia bocca. Poche cose mi davano soddisfazione come questa. Sentire di avere un gran potere e di poter dare un grande piacere.

E quando lo sentii esplodere dentro di me, leccai ancora per ripulirlo per bene e ingoiare il suo sperma.

Rimanemmo abbracciati un po’ sul divano, sfiniti, a darci piccoli baci e a parlare piano, per non disturbare la nostra eccitazione che ancora aleggiava nella stanza.

Si era fatto decisamente tardi e quando si rivestì trovò due chiamate perse da parte delle due famiglie che avrebbe dovuto visitare dopo la mia.

«Devo scappare» mi disse dandomi un nuovo bacio. «Ma la prossima volta parliamo.»

Lo guardai fintamente delusa, ma sapevo che era necessario parlarsi. Soprattutto per non farsi male, ed eravamo messi tutti e due in una situazione parecchio scomoda.

Non passarono nemmeno sei ore che ricevetti un suo messaggio. Ero già a letto e ripensavo alla giornata appena trascorsa. “Sei il mio diavolo, come farò?”

Non sapevo cosa rispondergli, perché in fondo era anche lui un diavolo tentatore per me. Solo perché non ero credente non voleva dire che non dovessi essere anche fedele al mio fidanzato. “Sapessi tu…” gli risposi.

E chiusi il cellulare e gli occhi, sprofondando in un sonno senza sogni.

Sono passati due anni da allora. Due anni di incontri clandestini nel mio piccolo appartamento da single. Due lunghi anni fatti di momenti di sconforto per questa storia così assurda eppure così appagante per entrambi. Due anni di crisi esistenziale di Andrea, che voleva lasciare l’abito talare mentre io lo sconsigliavo. Non riuscivo a spingerlo a cambiare totalmente la sua vita, e probabilmente avevo paura che poi lui volesse cambiare la mia. Non ero pronta. La sicurezza che mi dava Gianni, le nostre routine, le serate passate davanti alla tivù, le cene con i nostri genitori alla domenica. Erano tutte cose a cui in fondo non potevo fare a meno. Come non potevo fare a meno di lui, che era entrato nella mia vita, che mi aveva fatto scoprire la vera passione.

Poi Gianni mi chiese di sposarlo. E questo era il limite che mi ero messa. Decidemmo di troncare la nostra relazione, di non vederci più, perché sapevo che averlo per amante avrebbe fatto andare a rotoli il mio matrimonio. Non potevo buttare all’aria i cinque anni di relazione con Gianni, e i progetti che avevamo insieme, non ultimo quello di adibire una parte della sua abitazione ad asilo privato per me. Perciò comunicai ad Andrea la notizia e gli chiesi di officiare alla cerimonia.

«Siamo qui riuniti per festeggiare Tamara e Gianni che hanno scelto di unirsi in matrimonio.»

È il momento. Io tengo gli occhi bassi a guardarmi l’orlo della gonna. La voce di Andrea che pronuncia il mio nome seguito da quello di Gianni mi fa venire il senso di vomito.

Mi viene in mente quando mi diceva: «Tamara, mi fai impazzire così.» Ecco, era così che le sue labbra avevano sempre pronunciato il mio nome, legato al piacere… Cosa stavo facendo?

Andrea continuò: «Alla presenza di Dio e davanti alla chiesa qui riunita, datevi la mano destra ed esprimete il vostro consenso.»

Alzo gli occhi e incrocio il suo sguardo, lo vedo tranquillo, per lui va tutto bene, sto facendo la cosa giusta per entrambi. Io mi giro verso il mio futuro marito.

Ho paura.

Lui mi prende la mano e scandisce con voce chiara: «Io Gianni, accolgo te, Tamara, come mia Sposa. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e di onorarti tutti i giorni della mia vita.»

Non ha mai staccato gli occhi dal foglietto che aveva davanti. Forse troppo emozionato per ripetere a memoria. Mi infila l’anello, che luccica sotto la luce delle candele, senza nemmeno guardarmi in volto.

Io ho un colpo al cuore.

Mi vuole.

Chi vuole? Cosa vuole?

Fedele sempre.

Amarti e onorarti.

Tutti i giorni della mia vita.

Boccheggio ancorata al mio bouquet.

 

Andrea mi incita con lo sguardo, forse ha capito il mio turbamento.

Io guardo Gianni e poi riguardo Andrea.

Infine mi fermo su Gianni.

«Non posso.»

Gli lascio la mano, metto il bouquet sulla sedia, mi tolgo l’anello e lo poso sul velluto rosso e lo mollo lì, sull’altare. Mi lancio nel corridoio centrale tra il mormorio generale e le grida di mia madre e mi precipito fuori.

 

Piove.

“Sposa bagnata…” mi dico mentre mi scende una lacrima nera di rimmel.

Trovo alcuni amici seduti sugli scalini della chiesa che si erano defilati per fumarsi la sigaretta di rito. Sono armati di ombrello e sono sorpresi di vedermi uscire da sola, prima del tempo, sconvolta.

«Tamara, che succede?»

«Non mi sposo, più» riesco a dire, mentre la pioggia bagna il mio viso. E mentre le mie lacrime si mescolano all’acqua piovana, mi sento però improvvisamente libera e felice.

 

I miei amici mi guardano increduli e mi investono di mille domande a cui non rispondo, a cui non so rispondere in realtà. Sento un clacson familiare provenire dalla strada. Mio padre. Ha preso l’auto ed è venuto da me. Gli corro incontro, felice come una bambina. Felice di aver fatto la cosa giusta, felice di aver scelto me stessa.

Lui abbassa il finestrino e mi fa: «Scappiamo?»

 

Il diavolo e l’acqua Santa fa parte dell’antologia “Bagnami” edito da Damster. 

 

The world around my fog

Sali nella tua auto e alzi i Red Hot a tutto volume.

Lasci che l’urlo di Anthony Kiedis si srotoli in mezzo alla nebbia mentre ti mangi la pianura padana ai cento, con i capannoni che scorrono ai lati, tutti uguali, grigio più, grigio meno.

Pensi che sarà una giornata più difficile delle altre, perché è mancato qualcosa, anche se non sai ben definire cosa, se identificarlo con mancata speranza o cruda realtà.

La nebbia fa da controllo qualità per il tuo malessere, mentre lasci lungo la linea di mezzeria i tuoi vent’anni, la strada che percorrevi in bici, zaino in spalla, con la stessa musica che senti ora infilata nelle orecchie, quando sognavi come sogna chi è giovane, senza ritegno alcuno. Ma tu non sei più né ventenne, né sognatrice, anche se ogni tanto guardi ancora le nuvole dalla finestra.

Ripensi a tuo padre. A quando ieri lo hai scoperto vecchio all’improvviso, mentre avanzava verso di te a testa bassa in un parcheggio, camminando un po’ come fai tu senza guardare dritto, mettendo un piede avanti l’altro, le mani infossate nella giacca, i pensieri che rimbalzano sulla punta delle scarpe.

Di tua madre invece non hai mai capito nulla, meno che mai il motivo per cui è rimasta. Ripensi a tutte le volte che le hai visto fare le valigie e altrettante disfarle, a quando hai pensato solo a correrle dietro, sperando che ti portasse con sé, che non ti lasciasse sola.

Non nascondono più la loro vecchiaia. Cercano aiuto quando fino a poco fa te lo hanno sempre offerto. Ti chiedi che farai quando sarà il momento, quel momento, a cui non vuoi pensare, ma che se la vita seguirà il suo corso naturale, ti toccherà affrontare.

Poi ti dici che non si può sapere un cazzo di nulla, e che c’è già chi è arrivato primo in una gara che non voleva vincere nessuno, e di cui stai ancora piangendo l’assenza. Ti dai della stupida per questi pensieri, perché tanto lo sai che non servono a nulla.

Il contachilometri ti grida che vai ai centodieci, alzi il piede dal pedale aspettando la decelerazione, come un amore andato a mille poi lasciato morire di stenti.

La pianura ha tante cose da dirti, ma tu non le capisci a fondo. Ti attira a sé, perché è dove sei nata, ed è dove vorresti morire, ti dici sempre, ma non sai se sia vero. Ti parla di sveglie all’alba, di lavoro, di bestemmie dette forte, di preghiere masticate piano, a metà, fuori dalla chiesa.

Non sai più dov’è casa tua, a volte rientri e ti senti estranea, quasi bisognosa di chiedere permesso; guardi le foto sulle pareti e non le riconosci, se non parte di un passato che ti è scivolato in fretta sulla pelle, di cui hai perso il gusto, il sapore.

La musica urla ancora forte. Urla per te che non lo sai più fare, non sai più piangere e arrabbiarti e bestemmiare e sbattere le porte andando via, lasciando che tutto quello che avevi buttato fuori aleggiasse sulla stanza. Speravi che tutte quelle parole sarebbero servite e invece si sono affastellate le une sulle altre per creare muri troppo alti per essere scalati. Ti dici che in fondo non lo vuoi più fare. Che tutto quello che era semplice ora non lo è più. Hai perché da portare come pezza giustificativa, ma ti interessa di più il come.

Sei quasi arrivata. Scali le marce per fermarti, per entrare nel parcheggio. Abbassi la radio per non disturbare e pensi che vivi proprio così, urlando quando non c’è nessuno che ascolta, parlando piano il resto del tempo.

Inscopabile

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“Culona inscopabile” stile Merkel e i suoi tailleur rosa pallido.

L’aveva etichettata così Marco, tempo prima, incrociando la sua nuova vicina nell’ascensore: lui saliva, lei scendeva; mentre ora lei gli incrociava le gambe sulla schiena, portando avanti il bacino, per far aderire il suo sesso, per sentirlo più a fondo, un colpo dietro l’altro.

Inscopabile.

Una settimana dopo averla incontrata nei due metri quadri dell’ascensore l’aveva rivista nell’androne, la maglietta pezzata sotto le ascelle dal troppo caldo aderiva al seno generoso, e lei sbuffava dall’afa e dal peso delle sporte della spesa. Uno sguardo appena, ricambiato di sfuggita; il sudore nel collo e nell’attaccatura dei capelli, i piccoli riccioli bagnati, completavano il quadro.

«Posso aiutarla?» Si ritrovò a dire Marco.

«Magari. Abbiamo pure l’ascensore guasto.» Le aveva detto lei. Con una voce dolce e uno sguardo aperto, che non si aspettava.

Lui prese le buste e le diede il passo sulle scale dove le guardò meglio il culo e il fisico tracagnotto e pensò che si era sbagliato, forse la Merkel era più magra.

E ora la stava fottendo con la rabbia di chi è stato catturato in una rete e ha bisogno di uscirne al più presto. Entrava e usciva da un cliché che vuole le donne taglia 42, il seno una terza, il vitino di vespa, e nessuna misura di personalità.

Lei l’aveva invitato dentro l’appartamento, e lui lo trovò più luminoso del suo per via della mancanza dei tendaggi e profumato di pittura fresca, con qualche scatolone ancora ben chiuso nell’ingresso, segnale inequivocabile del recente trasloco.

«Grazie, non ce l’avrei fatta ad affrontare anche le scale. Ti offro qualcosa, vuoi?» Gli disse asciugandosi la fronte con il palmo e dandogli del tu. «Fa caldissimo oggi.»

«Se hai dell’acqua e limone va benissimo.» Le rispose abbandonando anche lui le formalità. E guardò il suo sorriso incorniciato in due belle labbra alla Sophia Loren. E ci fece un primo pensiero. Mentre lei armeggiava in cucina quasi danzando tra uno sportellino e l’altro, non potè non notare la nuca scoperta dalla pettinatura raccolta in alto e i capelli sottili che lì nascevano. E ci fece un secondo pensiero.
Parlarono molto, davanti alla bibita e agli stuzzichini che lei aveva fatto apparire, simsalabim, da non si sa dove.

Parlarono del tempo, del condominio, di viaggi, di studi e di letture. Scoprì una persona nuova, ben diversa da come si era immaginato.
Una testa pensante, ironica e due occhi vispi che lanciavano lampi di malizia, ora che si era anche rinfrescata e il colore paonazzo aveva abbandonato le sue guance, lasciando invece una pelle chiara, rosata di salute.

Finchè non si ritrovarono semisvestiti, non si sa come. Le parole avevano fatto volare via tabù e convenzioni. Mani ovunque su quel mappamondo che era il suo seno e ansimi, dita che frugano, lingua in bocca per assaggiarsi a vicenda.

E ora era dentro e fuori di lei, il cazzo duro, il fiato corto, la bocca che cercava aria di fronte ai suoi occhi chiusi che rincorrevano il piacere, e che lei apriva d’un tratto piantadoglieli addosso ma senza vederlo veramente persa nel suo orgasmo, una volta in più, ancora.

L’aveva girata a pancia sotto tutta quella carne. E ce l’aveva davanti quel culo bianco latte, fatto per lasciare morsi e segni rossi e affondare, una volta in più. La inculò stringendo le natiche, con forza, piantando le unghie e il cazzo.

Lei accusò il colpo , tra dolore e piacere.Finché fu solo il secondo, per entrambi.Si accasciò sulla sua schiena, vinto.

Culona inscopabile.

Anche no.