IN TANDEM

Prima una, dopo l’altra. 

Una pompa con decisione, per spingere oltre, l’altra segue, a ruota.

Su e giù, su e giù. 

I muscoli sono tesi, la mascella contratta per la fatica, le gambe si piegano evidenziando il gluteo, gli occhi chiusi inseguono il momento.

Le guardi estasiato, trovi bellezza nei loro gesti, delicati ma decisi, dritte a raggiungere la meta.

Poi arriva la salita, si accelerano i movimenti, si sente lo spasmo dello sforzo e sembra che insieme si dicano: “spingi oltre, spingi ancora.”

Si inseguono in sincrono, in un giro di sangue più forte: vai ancora veloce, rinomina Dio che ti venga a trovare in questo momento.

Poi viene il traguardo, lampo di luce, con il sudore che imperla la fronte.

Allarghi anche tu il sorriso, finalmente siete giunti, ognuno ha afferrato il proprio obiettivo, felice. 

Le due donne mollano entrambe la presa, abbandonando lo strumento al suo destino, ora vogliono solo godere della tua soddisfazione.

E tu le guardi felice, come un allenatore che ha portato la sua squadra alla vittoria.

Perché nulla è meglio di un pompino in tandem!

#microracconti

#microeros

Elogio del pompino

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Un pompino non è mai banale: né per chi lo riceve, né per chi lo fa.

Una tana calda e umida che ti accoglie, coccola, eccita, consola; la bocca aspira, pompa, lecca, bacia, sugge, lambisce, cercando di dare il massimo piacere e, nel contempo, di riceverne.

Non era la bocca la prima forma di piacere per Freud? La cosiddetta fase orale. La suzione infantile: tutto il mondo di un bimbo racchiuso nel piacere delle sue labbra, nel ricevere il cibo, la vita stessa, succhiando latte dal seno materno, ma anche tutto l’amore e la consolazione possibile, anche col pollice o col ciuccio, che proteggono dalle paure, dalle solitudini e dalle delusioni. Infine la scoperta del mondo, mettendo ogni cosa in bocca, per appropriarsene: “perché esisto solo io, ho bisogno solo io, tutto deve passare da me per capire, dare confini, fare esperienza e, tutto sommato, crescere”.

Ma senza scomodare la psicologia, un pompino, farlo e riceverlo, stimola un piacere sicuramente diverso tra chi ne è esecutore materiale e chi ne viene fatto oggetto, anche se entrambi, in questo atto, trovano la perfetta unione.

Un pompino, per chi lo fa, sopperisce all’ancestrale bisogno di auto-affermarsi, possedendo egoisticamente con il proprio organo principale, la bocca appunto, l’altro.

Perché in realtà, chi domina chi? Chi viene spompinato o chi spompina? Domina chi decide il ritmo e l’intensità del piacere, o chi lo prova? Ed è sottomesso chi è in ginocchio con in mano, pardon, in bocca, la chiave per il godimento, o chi è subordinato all’altro per riceverlo?

Bisogna riconoscere che, essere il centro delle attenzioni, captare ogni parola che la bocca dice senza parlare, solo con la pressione più o meno intensa delle labbra, è beatitudine pura.

Ed è senz’altro vero che il sesso è una forma di comunicazione, ma in quello orale, a dispetto del nome, si comunica senza parlare.

(Da Faccia di pietra- di Itacchiaspillo – ed. Attimi Infiniti, uscita n. 18) 

Friends with benefits

“Noi.”
Ho cominciato a pensare al plurale da un po’. Noi. Non più Roberto e Sara, che si “frequentano”, ora si dice così, “friends with benefits”, scopamici insomma, ma noi: una coppia.

Eravamo due persone distinte ovvio, con le nostre peculiarità, idiosincrasie, tic, manie, perversioni, qualche positività e tante seghe mentali. Ci vedevamo quasi ogni settimana nonostante la distanza, ogni tanto si dormiva insieme quando il lavoro lo permetteva, qualche vacanza, le serate con gli amici, tanto sesso, tante risate.

Facevamo coppia fissa insomma, poi ognuno tornava a casa sua, saluti e baci, nessun progetto per il futuro, solo la parte migliore del rapporto.

Ho pensato a quel “noi” e ho tremato.

Perché io per prima non credevo più in questo pronome che vorrebbe racchiudere in così poche lettere un mondo.

Non dopo le esperienze passate. La convivenza precedente mi aveva soffocato, tarpato le ali, deluso, tradito, abbandonato. Troppe aspettative, troppe esigenze messe in campo in nome dell’Amore. 

Sì, quello che quando lo pronunciavo lo vedevo rosso passione e la A maiuscola, cubitale, pulsante, grondante lussuria, tenerezza, comprensione, mani nelle mani e occhi negli occhi. Fanculo anche al romanticismo; avevo letto troppi Harmony rubati dalla biblioteca di mia madre durante l’adolescenza.

“Perché l’amore non esiste.” Dicevo mulinando il mio prosecco sotto il naso delle amiche con cui uscivo il giovedì sera: “Non esiste, capite?” Esiste il bisogno di colmare solitudini, di svuotare palle o di accarezzare ego che fanno la ruota, che nemmeno il pavone al parco. Ma l’amore, l’a-mo-re, capite?” Alzavo la voce di un’ottava, il vino già in circolo. “Quello che dona senza riserve, che c’è sempre e comunque, che capisce, sprona, consola, aiuta, comprende e sorprende, condivide, cresce, si prende cura” – risata isterica da conquistatore del mondo, boccata d’aria per il gran, scontato, finale – “non esiste.”

Giù il sipario. Sigla. Applausi.

Ma quel giorno passeggiavo per le vie del centro e guardavo le vetrine senza un reale bisogno di comprare qualcosa e davanti a un negozio di articoli per la casa vidi delle splendide lenzuola nere. La seta luccicava sotto le luci al neon della vetrina e prometteva evoluzioni da kamasutra nella mia testa.

 “Ci servirebbero” ho pensato.

 A noi.

Brivido.

Nemmeno vivevamo insieme.

Sarebbe bello.

Sarebbe disastroso.

Sarebbe stupendo.

Noi…

Non funzionerebbe, siamo solo scopamici, è una situazione chiara la nostra.

E d’un tratto mi vedevo di nuovo schiava di mille aspettative, quando invece dovrebbe essere tutto semplice, come Tiziano-case-libri-auto-viaggi-fogli di giornale, docet. Perché l’amore dovrebbe esserlo, semplice.

Per non parlare dei calzini da raccogliere e delle camicie da stirare… come fossero poi questi i veri problemi. Pensa che bello poter condividere i giorni, i pasti, le serate davanti alla tivù, lui in mutande e calzini sul divano, io che giro con i pigiami di pile, le mie giornate isteriche pre-ciclo mestruale, i suoi giorni da orso delle caverne. Ehm… no… forse quelle decisamente no. Finii il mio dialogo interiore sorridendo alla mia immagine riflessa sulla vetrina. Come sempre ero capace di darmi ragione, torto, contraddirmi, ribattere, dubitare e approvare nel giro di due minuti netti. Brava Sara, complimenti.

Poi entrai nel negozio e le comprai, ovvio.

“Tesoro, ci siamo fatti un regalo.”

Roberto mi guardò come quella emoji con gli occhi a palla, stupito.

“Eh?”

Non so se fosse più sorpreso del fatto che lo chiamassi tesoro, io che raramente ero sdolcinata, del plurale che indicava appunto un noi “coppia”, o che parlassi di un regalo senza che fosse Natale.

“Li ho presi per noi, per quando andremo a vivere insieme.” Dissi mostrandogli le lenzuola sistemate nel letto. Forse se gli avessi gettato in testa un secchio pieno di acqua fredda, avrei fatto meno danni.

“Eh?”

“Eh, me lo hai già detto… una battuta migliore non ce l’hai?”

“Non ho capito questa cosa del vivere insieme”.

Nemmeno io in effetti. Che cazzo mi era preso, non ero io quella che non voleva ufficializzare nulla perché “stiamo bene così”?

“Beh… ci frequentiamo da un po’… tu non vuoi una cosa seria?”

“Eh?”

“Ma sai dire solo questo? Non trovi che sarebbe bello vivere insieme, condividere i giorni, fare dei progetti…”

“Eh?”

E niente, dopo quattro “Eh?” si vince un “No”. No, non voleva una cosa seria con me. Voleva restare eterni scopamici, che si vedono ogni tanto, che ogni tanto appunto scopano, ma che poi ognuno ha la sua vita, niente di impegnativo insomma.

Non fece in tempo a dirmi l’ultimo “Eh?” che mi ritrovai fra le mani un paio di forbici abbandonate sul comò. Fu un attimo.

Vi assicuro che le macchie di sangue sul lenzuolo nero non si vedono affatto, perché l’amore, lo sapete anche voi, non esiste.

Sì, Chef. [Micronoir]

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Ti sgozzai. Ricordo solo questo. Presi il coltello, quello lungo che affilavo con amore per la gastronomia, e ti tagliai la gola.

Taglio netto, la lama Kyocera non perdona cipolle e porri, imparai che funziona anche con la carotide.

Mi stupì il fiotto di sangue: dopotutto non me lo aspettavo. Abituata alla carne più tenera per i miei piatti trovai fastidioso tutto quell’imbrattamento.

Cadesti a terra con sguardo assente, la vita ti aveva già abbandonato e ora il tuo corpo ingombrava la mia cucina di Chef.

Misi l’acqua a bollire e presi gli aromi.

In fondo di domenica è sempre stata tradizione fare il brodo.

Il triangolo no, non lo avevo considerato (cit.) – [Racconto erotico]

Come nel più classico filmetto di serie B quel giorno rientravo a casa prima dal pomeriggio con le amiche.
A Beba era scoppiato un gran mal di testa per una serie di notti insonni passate ad allattare e Lucia aveva perso completamente  la voglia di restare da quando suo marito le aveva scritto che la piccolina non aveva mangiato la frutta a merenda, facendo i capricci.

Da quando erano diventate madri il tempo che dedicavano a loro stesse era drasticamente diminuito e chi le era intorno, consapevole o no, faceva di tutto per farglielo pesare.

Fu così che mi ritrovai a girare la chiave di casa con ben due ore di anticipo.

Se con me ci fosse stata una telecamera avrebbe ripreso prima la mia faccia bloccata in un fermo immagine di incredulità e poi la scia di vestiti che dalla porta di ingresso si dipanava verso la camera da letto. Una gonna, un fagotto azzurro che identificai con una prima occhiata in un maglioncino, e la giacca di mio marito.

Non sono scema, sapevo già cosa avrei potuto trovare sul mio letto. Eppure quella giacca a terra mi fece montare una rabbia più della cruda realtà di sapere lo scontato copione che prevedeva mio marito a letto con un’altra.
Quell’indumento abbandonato in fretta rappresentava tutta la passione che avevamo perduto, da quanto tempo non ci saltavano addosso buttando i vestiti ovunque?

Tuttavia mi diressi verso la camera raccogliendolo, l’istinto di non lasciarlo sgualcito sul pavimento aveva avuto il sopravvento su tutto, persino sulla gelosia; e se fossi stata più lucida, avrei capito che anche questa era una risposta alla mia domanda.

Ma quando mi affacciai alla porta il sangue fece il giro ancora più forte.

Erano abbracciati l’uno all’altra come molte volte lo eravamo stati noi dopo aver goduto. Silvia stava con gli occhi chiusi assaporando il momento; lui, come un ometto qualunque, controllava il cellulare.

Cosa avrei dovuto fare? Farmi vedere e urlare tutta la mia rabbia o buttare la giacca a terra e andarmene?

In quel momento mi arrivò una notifica sull’I-Phone. Il suono fece balzare a sedere mio marito incredulo, mentre la mia amica Silvia aprì gli occhi.
“Ti ho appena scritto” riuscì a dirmi lui, con una frase assolutamente fuori luogo, come se avesse pensato che il messaggio mi avesse materializzata lì, all’istante.

Forse, da brava veneta, avrei dovuto sgranare tutti i santi del calendario da santa Maria madre a san Silvestro. O forse avrei dovuto picchiarli.
Non feci nessuna delle due cose, ma appoggiai la giacca sulla sedia che mi stava a fianco e che Gianni usava per mettere i suoi vestiti alla sera e togliermi le Converse senza abbassarmi, schiacciandone il tallone come fossi un’adolescente stanca. Poi fu la volta dei jeans, della felpa e del reggiseno.
Restai in mutande e fantasmini a guardarli.

Dire che mio marito era incredulo è usare un eufemismo. E se possibile, Silvia lo era ancora di più.

Poi mi avvicinai al lato del letto dove stava Gianni e mi sedetti lì vicino. Senza dire nulla cominciai ad accarezzargli il pene come facevo quando io avevo voglia e lui no, prendendoglielo ancora morbido in bocca e giocando con la lingua.

Mi piace sentirlo crescere, rendermi conto con la lingua della consistenza che via via si fa più soda per merito mio, dei baci, della labbra che sùggono, della lingua che si insinua tra la corona e il prepuzio.

Questa volta lo feci guardandolo dritto negli occhi come per volergli chiedere: “chi ti fa godere di più, io o lei?”.

E quando non mancò la sua reazione, lo scavalcai inginocchiandomi sul letto dando volutamente le spalle a Silvia, come per escluderla, in un gesto carico di gelosia. Perchè lui era mio marito, e lei, per me, in quel momento non esisteva.

Ma lei si mise alle mie spalle, mi tolse l’intimo e mi penetrò con due dita, forse tre, creando una catena di piacere che lo ammetto, non aveva mai trovato posto nella mia fantasia.

Fino ad allora.

Fu naturale quello che successe dopo e fu come se il piacere rimettesse tutto al suo posto. Tre persone che davano e ricevevano, eravamo solo questo. Nessuna “altra”, “marito” o “moglie”. Solo Silvia, Gianni ed Elena.

Quando tutto fu finito, tra sospiri, spinte, mani, sudore, capelli negli occhi, orgasmi, ritornammo sì noi, ma investiti di una nuova esperienza che in qualche modo ci univa.

E quando accompagnai alla porta Silvia, salutandola con un bacio sulla guancia le sussurrai all’orecchio: “Tesoro mio, ci vediamo domani, al solito motel”.

Una notte come un’altra.

Era stata la loro ultima notte insieme, ma non lo sapevano ancora. Poi ognuno sarebbe andato per la sua strada, fatta di aspirazioni diverse e di diversi destini, ma che era stato bello intrecciare. Un po’ come quando intrecciavano le dita tenendosi per mano sorridendo per tutto e per nulla, e lo stesso gesto lo ripetevano nel momento dell’orgasmo, come a voler essere ancora più uniti, ancora più vicini.
Lui avrebbe riso ancora di gusto durante il sesso, guardando altri occhi, assaggiando altri sapori.

Lei gli occhi li avrebbe chiusi baciando qualcun altro; a volte sentendosi persa, altre volte no.

Eppure quella notte c’era la luna piena e nessuna nuvola. Nessun segnale divino, nessun presagio del cielo, con le stelle tutte appiccicate al solito posto, che qua mica è Hollywood, baby.

Una notte come un’altra in cui il panettiere del paese si sarebbe alzato alla solita ora, qualcuno sarebbe tornato dal turno di notte preoccupato per il lavoro, qualcun altro si sarebbe svegliato più volte per i peperoni della cena. 

Qualcosa sarebbe cambiato, certo, ma da domani.

 

 

 

I compiti delle vacanze natalizie – [Racconto erotico]

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«Professore?»

Busso piano alla porta socchiusa dell’ufficio, cercando di non dare l’aria di chi vuole imporsi troppo con gesti scortesi, ma nemmeno di passare per la sbarbatella timida che ha soggezione delle autorità.

Lui alza lo sguardo dal “Sole” squadernato davanti e mi fissa infastidito tra lo spiraglio della porta, in fondo lo sto disturbando nella sua ora di pausa.

«Ferreri, mi dica.»

Io entro guadagnando la stanza, i libri raccolti sottobraccio, la borsa con il resto a tracolla.

«Senta, le vorrei parlare dell’ultima ricerca che mi ha dato da fare per gennaio.»

Toglie gli occhiali da lettura e si stropiccia la faccia stirando i lineamenti, in un gesto carico di stanchezza.

«E cosa mi deve dire?» Guarienti è uno vecchio stampo; nonostante l’età, nemmeno quarant’anni, si rivolge a noi studenti dell’ultimo anno sempre con il “lei”, vista la maggiore età ci dice. Porta maglioni di lana fatti a mano, e basette troppo lunghe su un viso curato, con una corta barba in ordine, lontana dalla moda hipster del momento che vuole più peli in faccia che sul corpo, che chissà “c’avrà i toporagni nascosti dentro, quello lì”.

«I tempi Prof. Non ce la faccio a consegnare la ricerca di cinquanta pagine in due settimane.» dico d’un fiato. Ma appena smetto di parlare sbatte con forza la mano sulla scrivania, facendo oscillare pericolosamente l’acqua nel bicchiere accanto.

«Ferreri, lei non è nuova a queste richieste. Non le sembra di esagerare? Pure la volta scorsa mi ha chiesto una proroga!»

Poi abbassa lo sguardo forse pentito dell’irruenza, sposta gli occhiali richiudendoli, prende il giornale e lo piega con cura.

Io che me ne sto seduta a pizzo sulla sedia ho la tentazione di alzarmi e andarmene, lasciare perdere e dire “Mi scusi, mi scusi, vedrò di fare del mio meglio”. E invece me ne resto a fissare il giornale. Non posso veramente fare tutto quel lavoro in così poco tempo, devo fare qualcosa, convincerlo.

E se fosse vero quel che si dice? Qui in istituto le chiacchiere sono la linfa vitale, c’è sempre chi sa tutto di tutti e si diverte a ricamare storie e malignità.

Su Guarienti si dicono tante cose, che sia fissato con l’ordine, che l’otto lo dia con il lanternino, e che abbia una sua piccola debolezza.

Ed è a questa che mi aggrappo.

«E se mi scontasse delle pagine in cambio di…»

«Di cosa Ferreri?» Mi guarda di traverso, quasi in allarme.

«Suvvia, Prof., me lo dica lei cosa potrei fare.» Ormai sono lanciata, ma con la rete.

Mi alzo appoggiando i libri sulla scrivania e i gomiti lì vicino assumendo una posizione che gli amici non avrebbero remore a definire a novanta gradi, andandogli di conseguenza ad una trentina di centimetri dal viso.

Gli allargo un sorriso e con gli occhi indico il “Sole”.

«Perché non usa questo per farlo, eh?»

Abbassa anche lui lo sguardo e forse medita se scoprirsi o meno. Sottintendo senza dire, aspetto le sue mosse. Ma ha un’espressione indecifrabile, non saprei se sia sorpreso o meno. E tutto potrebbe finire qui, potrei dire che intendevo che userò il giornale economico come spunto per le mie ricerche e seppure in lontananza si sentano le unghie sugli specchi potrei ancora andarmene, quasi senza vergogna.

Ma lui si alza deciso e aggira la scrivania andando verso la porta, chiudendola con una mandata.

«Bene Giulia. Cosa dici, facciamo dieci sculacciate una pagina?»

Mi scappa una risata, di quelle che aprono i polmoni perché sento di avere la situazione in pugno.

«No, ma che scherza? Almeno un colpo cinque pagine!»

E mentre sono ancora a novanta gradi, con un grande sorriso sulla faccia che dice ho vinto, perché qualsiasi cosa è meglio che sgobbare sui libri sotto le feste di Natale, mi dice: «Ti dovrai mettere sulle mie ginocchia, però. Senza jeans ovviamente.»

Quando hai deciso di giocare lo si deve fare senza esitazioni, o avrai perso in partenza.

«Ovviamente, replico anche io.»

“Ovviamente un cazzo, ma d’altronde cosa mi aspettavo, un buffetto sul culo e via?”

Lui si rilassa, noto che abbassa le spalle, ora abbiamo il nostro patto, anche se non abbiamo concordato le regole fino in fondo.

Si risiede sulla sedia presidenziale a gambe larghe, in attesa.

«Dunque Giulia, dieci sculacciate una pagina in meno da scrivere, ma lo farò con le mani, il giornale non lo voglio spiegazzare. Tu sai perché alcune docenti mi chiamano “le Professeur?”»

«No», ammetto, anche se ho sentito la Donizzetti chiamarlo così ridacchiando con la Valente.

«Perché fa rima con “Fesseur”.»

Mi prende in castagna, il francese non lo conosco molto bene, avrò quattro in pagella questo quadrimestre, spero.

«E cosa significa?»

«Chi sculaccia, ovviamente.» E mi rigira davanti alla faccia le mani, ora mostrandomi i palmi, ora il dorso coperto dal reticolo delle vene, e mi rendo conto che le ha molto belle, ma anche molto grandi, e questo fa vacillare un po’ la mia decisione.

«E ti assicuro che lo faccio bene.»

Non ho dubbi vorrei rispondergli, ma tengo la battuta per me. E’ un gioco, anzi no, un’opportunità.

Queste cinquanta pagine sono troppe e io ho già la settimana bianca prenotata con i miei amici, col cazzo che passerò le mie vacanze a scrivere cose noiose.

«Bene, appoggiati pure Giulia.»

È già la seconda volta che mi chiama per nome, e se la prima volta mi era sembrata una confidenza, questa volta mi fa sentire nuda.

“Che cazzo dai! Saranno solo un po’ di manate sulle chiappe, che vuoi che sia? “

Come me le racconto io le cose, nessuno mai. Non ho mai provato ad essere sculacciata, escludendo quando avevo cinque anni e rispondevo male a mia madre un giorno sì e l’altro pure. Certo, ho ricevuto qualche schiaffo da Matteo durante il sesso, ma questa è un’altra cosa. Decisamente.

“Insomma Giulia, basta smenartela si va in scena.”

Slaccio le Converse ma tengo i calzini di spugna e sfilo i jeans, faticando un po’ a toglierli visto che sono aderenti. Resto in mutande a guardarlo.

«Non toglierle quelle, le abbasso io. Vieni qui.»

«Prima voglio definire gli accordi, non mi vanno bene dieci sculacciate una pagina. Facciamo cinque?»

«Sembra che le regole, qui, le detti io.»

«Si sbaglia, è lei che muore dalla voglia di farlo, lo vedo sa? Io semplicemente non voglio studiare sotto Natale.»

«Sei pure maleducata. Vieni qui subito.»

Tutto è meglio che studiare, quindi mi abbasso appoggiandomi sulle sue ginocchia, sento il suo profumo più vicino, e il suo maglione sa di tabacco e di antitarme. La stoffa dei jeans sulle cosce risulta ruvida, ma familiare.

La situazione è veramente strana, ma chi non risica non rosica.

Guarienti sembra che si stia prendendo del tempo per guardarmi. Poi mi prende per la vita e mi sposta ribilanciando il mio peso sulle sue gambe, e io so già che non potrò più scappare, la presa è energica.

Massaggia deciso come per spalmarmi della crema, e a me ricorda un dottore che prepara la parte da operare. Poi la sculacciata.

Forte, come non me l’aspettavo.

Sussulto e lo sento dire: – Meno uno, Ferreri, tenga il conto. E’ ripassato al lei, al distacco, mentre sento bruciare la natica.

Poi parte la raffica di colpi, e io mi dimeno, dimenticando l’unica cosa che avrei dovuto veramente fare: contare. Il dolore mi invade, vivo, quasi rosso acceso sotto le palpebre chiuse a ogni colpo e intanto sento un peso che cresce tra le gambe.

Rimassaggia dandomi il resoconto, siamo a meno dieci. Così pochi colpi finora? Eppure, sì, il dolore che al primo schiaffo era vivido ora si è come anestetizzato, forte sì, ma un attimo appena e poi si espande trovando la pelle già marchiata più sensibile che acutizza le sensazioni.

Poi abbassa le mutande e io istintivamente mi divincolo.

E riparte con i colpi, alterna i glutei, non batte sempre sullo stesso punto, a volte più in alto vicino alla cintura a volte a poca distanza dall’attaccatura della gamba.

«È di un bel rosso amaranto» e mentre me lo dice sento infiammarsi pure le guance. «Meno trenta, Ferreri. Si goda questo momento.»

Massaggia ancora proprio nel momento in cui sono al limite. E lo sembra sapere esattamente, quando urlerei “Basta basta, vaffanculo tu e la tua ricerca!

Poi sferra un ultimo colpo e mi mette una mano tra le gambe.

«Ehi!»

Ed è invasione che mi scopre bagnata, come non avrei immaginato d’essere.

Sembra che io non aspettassi altro che questa incursione dentro di me. La cosa mi stupisce, non avevo mai assocciato il fatto di sculacciare qualcuno come innesco per il sesso.

Il piacere liquido si espande, regalandomi sensazioni nuove, e se lui tocca me fisicamente, i miei sensi vengono come scoperti e rivoltati, rinnovati per un orgasmo intenso che nasce da un posto nuovo del mio essere. Non saprei dire se migliore o peggiore, messo a fuoco, ecco, un cambio di lenti che mi regala un’esperienza nuova.

Scivola fra le mie pieghe, mentre cerco con il bacino di sentirlo più in fondo, poi esce e ritorna con due dita, forse tre, in cerca di nuovi punti da toccare. Io mi abbandono e lascio che il piacere fluisca, come fossi uno strumento che ha trovato una musica nuova da suonare.

Quando la marea dell’orgasmo è passata, esce e mi appoggia una mano sul culo. Fa male dove ha colpito. Ma è un dolore dolce che non so veramente spiegare.

«Domani voglio vedere i lividi.» Mi dice abbandonando la presa attorno alla vita «Presentati qui alla stessa ora.»

Io cerco di rimettermi in piedi e le gambe un po’ cedono.

Riesco solo a dire «Va bene, prof.»

Si alza anche lui e noto il rigonfiamento nei pantaloni. È indiscutibilmente eccitato.

«Rivestiti, direi che la ricerca è andata bene, ci penserò io ai tuoi crediti, ma aspettati interrogazione a gennaio.»

E mentre mi allaccio le scarpe con il culo che brucia sotto lo sfregamento dei jeans dico: «Oh beh,  al limite ci rivediamo dopo la Befana e ne riparliamo!»