La forma della sensualità

La sensualità ha molte forme.

Lo ripeteva spesso, Marta, ai visitatori della Gypsotheca Canoviana.
Indicava il muscolo teso di Ercole, la curva della schiena di Maria Maddalena, il piedino piegato delle Tre Grazie, le dita di Venere appoggiate sul viso di Adone e cercava di trasmettere con le parole quello che già la statua gridava da sé.
La sensualità passava forte dal gelido marmo che seppur inerte, immobile, solido nella materia, trasudava passione e vita dalle forme plastiche.

A prima vista, invece, nessuno avrebbe pensato di lei che fosse sensuale, non in modo convenzionale almeno. I capelli crespi legati di fretta, al mattino prima di uscire, gli occhiali pesanti sul viso stanco, qualche chilo in più, regalo della menopausa, erano ciò che mostrava al mondo. Invece dentro di sé si sentiva veicolo di passione, corda di violino pronta a suonare, spugna pregna di acqua calda e sapone, da strizzare lungo la schiena, dopo una giornata di lavoro.

Alla sera si attardava tra le sale, lasciando i colleghi tornare chi alla famiglia, chi a fare notte nei locali, felici che ci fosse qualcuno che si occupasse al posto loro delle incombenze della chiusura del museo.

Dapprima le piaceva semplicemente passeggiare tra i gessi illuminati dagli intarsi di vetro dell’architetto Scarpa, famoso per l’uso della luce naturale come arredo scenico alle opere dello scultore. Aspettava il buio, guardando i contorni farsi sempre meno chiari, fondersi nella notte. Poi la luce veniva da sé. Gli occhi si abituavano all’oscurità ed era come se la luna avesse imbibito i gessi bianchi, facendoli risplendere.

In un secondo momento aveva sentito l’esigenza di essere come gran parte delle statue: nuda. Si spogliava perciò lentamente, quasi protagonista di un rituale. Come fosse stata davanti ad un amante goloso di ogni gesto, affamato di lei e del suo desiderio di mostrarsi. Toglieva vestiti, pensieri, emozioni. Rimaneva di lei l’involucro, un vuoto a rendere da riempire.

Vagolava tra le statue, le salutava come vecchi amici sorridendo loro, sfiorandole sempre più da vicino, in un gioco di seduzione e sguardi che portava avanti piano piano. Un’innamorata paziente, che creava occasioni dal nulla.

Quando decise di seguire definitivamente l’istinto abbracciò le Tre Grazie, entrando nel circolo di carezze date e ricevute. Sapeva benissimo che non avrebbe dovuto, che toccarle era un sacrilegio. Non poteva farne a meno. La passione è così, ti chiama a sé, ed è inutile farvi resistenza. È corrente di fiume che scava, modella, rompe argini e ti invade prepotente.
Si appoggiava a una delle tre statue, facendovi aderire il corpo, con la stessa delicatezza di un cappotto sulle spalle, ricevendo calore invece di darlo. Tentando una fusione che non le era mai riuscita con gli uomini, ma che sentiva quasi completa in quel momento, denso di bellezza.

Poi toccò a Napoleone. Imponente nella misura e nell’austerità. Con il corpo ne avvolgeva la gamba, rendendosi simile a un serpente amazzonico su un tronco. Identica nel movimento sinuoso, nello strofinarsi sulla superficie, sembrava raccogliere centimetro dopo centimetro l’essenza stessa della figura. Tornava a casa sfinita, arresa alla sua Waterloo, arresa alla natura che chiedeva solo di essere soddisfatta. Rimaneva poi nel buio di casa sua, con gli occhi chiusi, assaporando le mille sensazioni, come dopo una notte di sesso selvaggio, dove non importava più il chi e il dove, ma era solo Marta che dava e prendeva. Nella mente svolgeva il film dei momenti nella Gypsotheca, rivivendoli toccandosi ovunque, venendo violentemente, sentendo il piacere attraversarle la spina dorsale e insinuarsi nel cervello, lasciandola sfinita.

Infine fu la volta della statua della Naiade giacente. L’aveva corteggiata a lungo, e lei sembrava ricambiare con sorrisi d’invito. Innocente e sensuale, la Ninfa le mostrava la schiena in segno di resa, passeggiando sul filo teso tra candore e malizia, abile equlibrista. Vi si stese sopra baciandola dal collo ai reni, sognando di possederla. E pur consapevole della propria femminilità, nel suo delirio sensuale le apriva le natiche e la violava nell’intimo. La sentiva gemere e gridare di piacere. Le pareva di essere uomo e donna, animalescamente insieme, di possedere non solo la statua della divinità, ma ogni minimo gesto che aveva portato lo scultore a renderla tale. Finché la sentì chiaramente muoversi sotto di lei, assecondando il piacere, agevolandole i movimenti per lasciarla entrare ancora più a fondo.

Ma rovinò a terra.
La trovarono nuda il mattino dopo, svenuta dopo aver battuto la testa, con il bacino incrinato, il femore rotto e ancora il braccio della Naiade in mano, staccato dalla statua, nell’impeto della passione. 

Si alzò, nuda, confusa, bagnata, lo sguardo basso, e andò via.

Si alzò, nuda, confusa, bagnata, lo sguardo basso, un mezzo sorriso, e andò via.

Igor era morto. Finalmente.

Quando arrivò alla casetta di legno sul fiume il sole era ormai alto. Aveva camminato tra il canneto e il bosco, spersa, credendosi senza meta, ma arrivando invece al punto di partenza di quella lunga notte.

Igor era morto.
Annegato, scivolato sui sassi dopo la colluttazione battendo la testa.
Un attimo. L’acqua del ruscello se lo era portato via veloce. La vita ci mette veramente poco ad abbandonarti. Un po’ come la felicità.

Mi merito di meglio. Glielo aveva urlato in faccia due volte, disperata, tra le lacrime, con l’alba che era pronta a partire, il silenzio della valle intorno, con sua moglie a casa che lo aspettava, le unghie protese in avanti come artigli e la spinta definitiva che gli aveva fatto perdere l’equilibrio, tra i sassi del fiume.

Si meritava di meglio. Continuava a dirglielo Vlad quando si ritrovavano per il turno della sera. Lei gli passava piatti risciacquati e confidenze e lui li infilava entrambi in una delle tre lavastoviglie della grande mensa aziendale. Sonya, meriti di meglio. Un uomo che ti voglia, uno che ci sia quando hai bisogno, uno che ti ami. Dimentichi che sono già sposata…
Ogni sera glielo diceva, il rituale delle conversazioni abituali prevede che si arrivi sempre allo stesso punto, passando per argomenti simili che vengono di volta in volta sviscerati. In cui però non ci sono soluzioni. Si aprono come coperte d’inverno, ci si infila in mezzo e ci si guarda i piedi che si sa già che rimarranno fuori, al freddo.
Che c’entra? Proprio perché non sei felice meriti di meglio.
Sonya non ne era sicura. Non dopo il test di gravidanza risultato positivo.
Non il suo, ma quello di Natasha.
Bellissima, questo di lei aveva sempre pensato.
La classica donna russa, dai lineamenti un po’ spigolosi, le clavicole pronte ad uscire sottopelle, le mani lunghe e nervose.
Era felice quella mattina, di quella felicità che non puoi nascondere a lungo.
Che hai oggi Nati? Continui a canticchiare motivetti tra un servizio e l’altro.
Aspettiamo un bambino.
Un pugno in pieno petto.
Tu e Igor?
Che domanda insulsa le era uscita.
Ovvio, le aveva risposto. Sorriso, occhiolino, sospiro.
Ovvio. Da come glielo aveva detto non aspettava altro.
Sospettava di loro due, Igor glielo aveva detto il mese prima.
Ma le aveva anche detto che il loro era un matrimonio finito, due fratelli, senza complicità, senza sesso, senza felicità. Insieme per convenienza.

Ci meritiamo di più noi due. Glielo diceva baciandole il collo, facendole scivolare le mani sudate sotto la divisa, cercando quel di più che arrivava a spezzare il respiro a entrambi, nella cucina semibuia del fine turno.

Si meritavano di più. Di più di quelle mezz’ore rubate al turno di notte, del sesso tra i banconi d’acciaio della grande cucina, dell’unica passeggiata che avevano fatto sotto la luna, mano nella mano, fino al capanno della guardia forestale, per poi scoprire la chiave sopra lo stipite e cercare quel di più che non bastava mai tra le assi del pavimento e far diventare quella scatola di legno il posto dove fuggivano, o dove pensavano di farlo, rimanendo ancora di più invischiati nella realtà.

Dobbiamo parlare.
Igor la guardò con gli occhi a palla, da sotto il berrettino con la visiera e il logo del catering. Sembrava si fosse appena svegliato da un sogno. O da un incubo.
Sonya…
Sonya un cazzo. Dobbiamo parlare.
Ci troviamo alla casetta di legno, ho invertito il mio turno con quello di Vlad, mio marito non mi aspetta stanotte, vedi di trovare una buona scusa anche tu.
Se ne andò girandogli le spalle, sperando che dicesse qualcosa già in quel momento, ma lui fece quello che prevedeva il copione: nulla.

La porta del capanno era aperta. Entrò sfinita nell’ombra dei due metri per tre.
Dov’è lui?
Natasha… lo disse stanca, come se il colpo di scena fosse in qualche modo già scritto e prevedibile.
Dov’è?
Io… non lo so…
Sei mezza nuda! Dov’è?
Venne percorsa da un brivido, come se la verità detta in faccia le avesse fatto scoprire solo in quel momento di essere nuda, fradicia e infreddolita.
Non lo so, non l’ho visto stanotte.
Sei puttana e bugiarda.
Sì, probabilmente aveva ragione. Era bugiarda, ma non si sentiva affatto una puttana, non esistono quelle che rubano i mariti, ma matrimoni già finiti. Certo si era fatta incantare da due parole dolci, che si amplificavano nel vuoto che sentiva ovunque, che avvallavano il suo bisogno di prendersi una fetta di felicità senza conseguenze.
E invece le conseguenze c’erano state: Igor era morto.
Dimmelo dov’è, dimmelo!
Natasha le andò incontro prendendola al collo. Una furia, moglie tradita, madre protettiva, donna ingannata. E se la vita ti passa accanto quando stai per morire, lei rivide Igor nel quadrato di luce della porta. Fantasma o realtà.

Fantasma era stato la sera prima, assente contro i suoi discorsi, le recriminazioni, le spiegazioni che gli chiedeva. Com’è possibile un figlio in un matrimonio finito? Perché mentirle così? Illuderla su un loro futuro, come se fosse una donnetta qualunque senza personalità, bisognosa di storie fatte di fumo e false promesse.
Passeggiamo un po’ lungo il fiume, le aveva detto.
Lo aveva seguito, più per sbollire la rabbia che altro.
Ma lui era rimasto un muro di gomma. Le aveva rifilato nuove promesse, fatto intravedere nuovi scorci di futuro, in cui lui, con il tempo, dopo la nascita del bambino, con calma… una catena di poi che si davano mano l’un l’altro formando la corda con cui fuggire che lo avrebbe reso libero di gestire questa nuova situazione.
Si misero sull’erba, sotto una luna nuova, e complice la notte, i pronomi al plurale con loro protagonisti e la vicinanza che volenti o nolenti li calamitava uno verso l’altro, Sonya si ritrovò ad ansimare sotto il suo peso, senza camicetta, cercando di spogliarlo a sua volta.
Bastò un beep sul cellulare di Igor a riportarla alla realtà.
È lei?
Silenzio.
Dimmi, è lei.
Dai, che importa?
Importa, importa eccome.
Si alzò e andò verso il fiume. La luna era talmente piena da illuminare chiaramente la notte. Si rifletteva sull’acqua, formando lampi d’argento tra i sassi che affioravano.
Sonya, torna qui.
Sonya un cazzo. Sonya se ne va.
La prese per le spalle scuotendola, richiamandola a sé, usando parole come “ti prego”, “sistemerò tutto”.
Litigarono furiosamente tra i sassi del fiume, fino a che lei lo aveva spinto via e lui era scivolato. La testa aveva dato un colpo secco sui massi. Lo aveva guardato galleggiare sempre più lontano nella corrente come al rallentatore, e poi aveva cominciato a correre, incredula, spaventata, confusa, ma allo stesso tempo leggera, libera, soddisfatta.
Lo rivedeva ora nel quadro di luce della porta del capanno. Era senza fiato, le unghie conficcate nelle mani di Natasha, attorno al suo collo. Un fantasma. Un fantasma che gridò il nome di Natasha, due volte. Un fantasma reale, grondante d’acqua e la testa rotta.
Igor!
Natasha mollò la presa, lasciandola finalmente riprendersi l’aria tossendo e ansimando e si avventò sull’uomo.
Ti odio, ti odio, ti odio!
Ma lo abbracciò riversando lacrime e frustrazione sulla spalla.
Igor non era morto.
Loro sì. Lei invece meritava di meglio, si disse.

La traccia

Il suo odore mi penetra nel naso, pungola, spinge, sbatte potente contro le narici senza chiedere permesso, poi arriva al cervello scaraventando ricordi a terra, rovesciandoli, frugando a fondo, e trovando quello giusto se ne impossessa, lo guarda, lo assaggia, lo lecca, lo morde e ci si fonde addosso.

Lo guardo mentre muore, o mentre dovrebbe farlo, ma non funziona, non con lui, che ha quest’odore che mi ha riportato indietro, dove non volevo stare più. In quel posto in cui ero stata così bene, in questo posto in cui sono stata così male senza di lui.

Mollo la presa.

È un errore, lo so. Lasciarli andare vivi è sempre un errore. Che siano uomini, che siano ricordi, è la stessa cosa. Bisogna ammazzarli prima che loro ammazzino te. Li devi triturare, prima staccandoli con gli incisivi, poi frantumarli con i molari, masticarli, polverizzarli, farne minuscoli pezzetti fino a che non esista più nulla. Che siano ricordi, che siano uomini.

Ed è per questo che lo riafferro mentre cerca di strisciare via.

Dove credevi di andare brutto stronzo, eh?

Mi guarda, non capisce. Perché dovrebbe in fondo? Non capisco nemmeno io. Eppure ne ho bisogno, oggi, ieri, ieri l’altro. Domani chissà. Domani ancora, lo so.

Era un gioco, dai. Non volevi giocare?

Eppure quando gliel’ho proposto l’ho vista la luce accendersi in fondo agli occhi. Ha illuminato quella sua giornata grigia, quello sbattersi tra una pratica difficile e la macchinetta del caffè mentre arrancava stanco verso mezzogiorno, per poi zigzagare verso l’orario di chiusura schivando dirigenti, clienti incazzati, colleghe brutte. Fino a sbattere contro di me.

Ho bisogno di scopare. Gliel’ho detto così, senza preamboli, mentre facevo mulinare il caffè nel bicchiere di plastica.

L’ho visto il suo sopracciglio alzato d’interesse e disappunto. Troppo diretta in fondo. Nessuna conquista, nessun piacere atavico della caccia. Macchisenefrega avrà pensato. Una come me si sbatte volentieri, senza pensarci troppo. E senza pensarci troppo si accetta di andare in una casetta isolata, appena fuori dal centro, appena dentro la campagna. Una come me non fa paura.

Non me l’aspettavo il suo odore così uguale. Eppure lo avevo scelto proprio per questo. La traccia. Lo avevo scelto per questo quest’omuncolo che non se lo merita, che non mi merita.

Lo prendo per i capelli, fermando la sua fuga. È debole, come solo chi è pieno di vino e di quella che chiamano droga dello stupro può essere. Calci e ancora calci, nelle costole, nel viso, nelle palle quando si gira sorpreso.

Gli sono ancora addosso mentre è sul pavimento. Mi guarda atterrito e mi eccita che non capisca. Nessuno lo capisce il dolore. Eppure ce lo iniettiamo addosso di continuo. Frasi a metà, sentimenti non ricambiati, baci risparmiati, sorrisi buttati a terra invece che lanciati contro. Persone che erano tutto e ora non sono più niente. Ed è difficile capirne il perché.

Come si adattano bene le mie mani al suo collo. Stringo, stringo ancora, stringo guardando il bianco degli occhi diventare giallo e rosso, la pupilla dilatarsi prendendo tutta l’iride, fino a farla sparire. Il nero che si impossessa del colore, come la morte della vita.

Poi rido e mi butto di lato. Lui fa lo stesso, tossendo. Cercando aria, cercando ancora di scivolare via.

Non lo hai capito che sei morto? Sei morto quando hai accettato di venire qui. In questo posto dimenticato da tutti, dimenticato da ogni dio che stai pregando, dimenticato da lui che ha dimenticato me.

Rido perché l’ultima volta ci ho fatto l’amore su questo pavimento. Lo abbiamo visto da terra il soffitto, come sta facendo lui ora, mentre noi ridevamo facendoci del bene, fronte contro fronte, occhi colati addosso, null’altro nella mia testa se non quell’odore che mi vestiva come abito da sposa il giorno delle nozze.

Poi finisce tutto. Un giorno ti svegli e lui ti dice che non se la sente più, che non ti sente più, mentre tu sei vestita ancora di quell’odore suo. E fa fatica ad andare via.

Lui invece va via in un attimo. Toglie lo spazzolino, il Pino Silvestre dalla doccia, la lametta dalla mensolina di vetro. Toglie i boxer dal cassetto che gli hai dato facendo spazio tra le tue cose. Che non volevi, che ti sembrava strano, mentre lui diceva che era necessario, che vivere insieme sarebbe stata la svolta naturale a mesi di frequentazione. Così hai buttato tacchi per mettere mocassini e scarpe da ginnastica, e per far spazio alle sue felpe hai gettato jeans taglia 42 che tanto hai detto non li metterò mai più.

E invece ora ti vanno larghi. L’amore ti consuma quando se ne va. Si prende la voglia di mangiare, i colori, la primavera che vedevi ovunque, e ti lascia sveglia alle tre e dieci. Tutte le notti.

Tossisce, lo stronzo. Tossisce cercando aria e una via di fuga.

Lo ammazzerò, come ho fatto con gli altri due. Loro emanavano una debole fragranza, un che di cannella e muschio. Mentre Alessandro sapeva di chiodi di garofano, di pepe, di un aroma caldo e avvolgente.

Lo ammazzerò come avrei dovuto fare con lui prima che se ne andasse. Lo farò a pezzi e ogni giorno ne farò sparire uno. Un dito gettato nel Tevere con la sigaretta fumata al tramonto, il lobo buttato nel cestino del Mc Donald, il piede nella stufa. Un pezzo al giorno, finché non si placherà quest’ansia che mi prende all’improvviso, l’aria che manca di colpo mentre guido nel traffico e non ci pensavo, il cuore che batte e ti chiedi ogni giorno come faccia, perché ti senti morta. E patetica.

Prendo una delle corde cadute mentre giocavamo sul letto. Mentre gli facevo credere che mi interessasse qualcosa farlo godere. Gli sono addosso. Non se lo merita di essere ancora vivo con quest’odore che, per me, era solo suo.

IL BANCHETTO (Microracconto)

Gli invitati si gremirono attorno al tavolo quando arrivò la portata principale, accogliendola con un ooohh di meraviglia e stupore.

Si erano deliziati con gli antipasti, trastullati con il vino, dilettati con le crudité di verdure, sorbito piccole zuppe calde con intinti delicati crostini, ma la fame non era stata per nulla placata.

Perciò si avventarono sul grande piatto da portata, famelici e vogliosi.

Ci fu chi cominciò a tagliare sottilmente la pelle e la carne degli stinchi, scoprendo l’osso principale.
Chi si dedicò alle cosce, addentando la carne con evidente voluttà.

Toccò al padrone di casa occuparsi del petto, aperto piano, per non rovinare le interiora. Staccò la carne dalle ossa liberando la cassa toracica.

Arrivò al cuore.

L’ultima occhiata inorridita la lanciasti al bell’uomo distinto che da qualche settimana ti corteggiava delicatamente, con messaggi garbati e ironici, mai nulla fuori dalle righe, finendo per invitarti a cena a casa sua.

Poi il tuo cuore pulsò caldo nella sua mano, mentre versava il sale per insaporirlo un po’.

#microracconti

Densità Natalizia

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Quando vide passare il vicino di casa con in mano borse e pacchetti natalizi, si staccò dalla finestra prima che lui la vedesse, o così sperò che fosse.

Eccola lì la verità: aveva mentito, non avevano parlato, ma anzi, a giudicare da tutti quei regali non lo avrebbero fatto. Un altro natale passato ad aspettare che la situazione si sbloccasse. Un altro natale da sola ad aspettare il futuro.

Era stanca.

Gli anni passavano – ormai ben tre – e lei rimaneva sola mentre le vite degli altri si arricchivano di figli, cani, mutui, macchine nuove e progetti declinati al plurale.

Il cellulare prese vita un attimo, come un cuore che tentava di battere nuovamente, per poi spegnersi.

Il messaggio arrivato, in fondo, se lo aspettava, ma non sapeva cosa rispondere.

Quel “Ci vediamo stasera?” dopo giorni di silenzio, la infastidì, anche se la voglia era sempre tanta tra loro. Questione di chimica, si dice così, no? Eppure ultimamente per lei non c’era più solo l’urgenza del sesso, ma il bisogno di contatto, di profumi, di sguardi, di abbracci, di dolcezza. Si era innamorata? Aveva letto che quando si arrivava a chiederselo la risposta fosse no, ma lei non ne era sicura. Semplicemente sentiva che stavano bene insieme e di non avere bisogno di altro.

Eppure i discorsi sul futuro non li aveva cominciati lei, non si sentiva in colpa per questo, mai e poi mai si sarebbe accollata l’etichetta della “rovina famiglie”, che poi… Quando si guarda altrove è già tutto rovinato, è così semplice il concetto. O ci sei o non ci sei.

“E allora?” un altro messaggio, chiaramente con un tono seccato questa volta. Aveva visualizzato senza rispondere, non erano da lei questi giochetti, semplicemente non sapeva che dire.

Avrebbe voluto spegnere il cellulare, come fosse stata una porta da chiudere, per non avere più nessun contatto, ma ormai tra facebook, instagram, whatsapp si era sempre in contatto, ma in fondo sempre più soli, ognuno a casa sua, a guardare dal buco di una serratura vite di altri, intrappolati in situazioni che non si volevano più, da cui non si sapeva come uscire.

“Ho voglia di sentire la tua lingua” il nodo che aveva alla gola finì dritto dritto nello stomaco, e poi giù dove si sciolse tra le gambe. Era incredibile come quelle parole, anche un po’ volgari, le facessero visualizzare flash di incontri di loro due come un qualcosa di perfetto; probabilmente edulcorati dalla mancanza e dal tempo, si disse, senza crederci davvero.

Avrebbe voluto rispondere “Anche io” e poi correre di là, in quella casa con l’albero scintillante in soggiorno, il presepe nel mobile alto a prova di cane, e quei regali che aveva visto prima, nascosti da qualche parte per preservare la favola ai bambini, e dire la verità davanti a tutti. Ma non era questa la strada giusta. Lo sapeva bene.

“Vieni tu?” Rispose senza rendersene conto. Avrebbe dovuto cancellare, ma il sistema avrebbe lasciato la colpevole notifica che il messaggio era stato eliminato. Dall’altra parte non ci fu esitazione: “Dammi mezz’ora”. Non rispose. Andò in bagno, si spogliò, si buttò sotto la doccia e chiuse gli occhi.

Il campanello la riscosse dai suoi pensieri sotto l’acqua. Guardò l’orologio, aveva anticipato un po’, ma erano passati lo stesso venti minuti. Aprì la porta in accappatoio, prese la sua mano tirandola a sé, racchiudendo tutti i suoi dubbi in quell’abbraccio, per poi gettarsi insieme a terra senza arrivare al letto, in disperati tentativi di toccarsi di più, di essere ancora insieme, nonostante tutto.

«Mi sei mancata», le disse, e furono parole capaci di far spostare nebbia e dubbi.

Nel frattempo, l’uomo di là, il vicino con i pacchetti, si chiedeva come mai sua moglie finisse così spesso lo zucchero pur non sfornando torte da tempo.

Sei tornato prima!

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Le giornate erano sempre più fredde: ormai l’inverno era definitivamente cominciato. Il solstizio avvenuto il giorno prima, aveva segnato l’inizio della stagione che odiavo con tutto il cuore, sia per le temperature per me difficili da sopportare e le giornate buie, che per tutte le scadenze che inevitabilmente c’erano. Inanellavo giornate pesanti una dopo l’altra sotto le feste di Natale. Se lavori nel commercio il periodo natalizio è il momento peggiore: non hai orari, non hai permessi, non hai nemmeno la facoltà di ammalarti senza rischiare di venire linciato dai colleghi o dal capo. Per non parlare delle mille cose da organizzare in famiglia. Non avevo avuto nemmeno il tempo e soprattutto la voglia di addobbare casa con l’albero, lasciandolo ben impacchettato in soffitta tra tutte le cose che si usavano raramente. E poi i regali: quelli per i nipoti, qualche pensierino per le amiche, un pensiero più importante per il compagno. E la suocera! Mica la puoi dimenticare. Ah, e mamma ovviamente. E zia Betta che innaffia sempre le piante sul balcone, il portinaio, la signora delle pulizie, la cugina che sicuramente verrà a salutare da Milano – se ne stesse a casa sua – accidenti! Poi, per non farci mancare nulla, ecco i parenti che si autoinvitavano per il cenone che “tanto hai la sala da pranzo bella grande e cucini bene e, mi raccomando, quest’anno stupiscici tu che guardi sempre Masterchef”.

Se mi sparavo facevo prima.

Era il 22 dicembre e la gente sembrava impazzita. Vedevo persone scegliere il più improbabile dei vestiti pur di fare un regalo. Alcuni di questi sarebbero stati in vendita su eBay già la sera di Natale, controllare per credere. Poi c’erano quelli che si compravano il vestito per le feste. Quello rosso con le paillettes che gridava “Natale! Natale! Natale!” Solo a guardarlo. Impazziti e maleducati. Non sapevo più quante volte al giorno entravo e uscivo dal magazzino per controllare se la merce fosse ancora disponibile, facevo pacchetti, tiravo nastri con la forbice per fare i fiocchi e litigavo con quelli che volevano da me lo sconto, il modello simile ma diverso, il colore più chiaro, più scuro, più “tendente al blu notte con pallido riflesso argenteo sullo sfondo”, se ne andassero a fanculo! Il delirio insomma. Arrivavo a sera arrancando, barcamenandomi tra le mille altre incombenze da fare: la bolletta, la spesa, la cena, un minimo di riordino tanto per essere sicuri che la famosa serie televisiva “Sepolti in casa” non scegliesse proprio me come testimonial italiano e in più erano quindici giorni che vedevo il mio compagno giusto dieci minuti: io me ne andavo a letto distrutta trascinandomi come uno zombie mentre lui rientrava tardi per via degli straordinari che l’azienda imponeva per chiudere tutte le commesse prima delle ferie. Di solito ci scambiavamo qualche informazione di servizio in quei momenti: la bolletta pagata, la nuova fantasiosa lamentela della Galvanin, la tizia del piano di sotto che se ne inventava ogni settimana una di diversa, il problema risolto o meno, al lavoro. Cose così insomma, che ci aiutavano ad andare avanti. Poi dopo un “ciao, notte” io mi avviavo verso il letto pronta a entrare in coma e lui mangiava guardandosi la tivù; cercando quel po’ di relax che quattordici ore fuori casa richiedevano.

E questa era stata la giornata pesante per eccellenza ed ero più stanca del solito. Ci mancava solo la lite con la commessa del reparto attiguo al mio, sfociata poi in lavata di capo per entrambe dal responsabile del personale: avevo solo bisogno di dormire. Perciò dopo una doccia veloce con cui cercai di lavare via la fatica mi catapultai a letto senza nemmeno togliermi l’accappatoio, né mangiare. “Ancora due giorni e poi sarà Natale, poi il tour de force del pranzo in famiglia con i parenti, infine il via ai saldi.” Mi dissi e pensai seriamente di cercare un volo verso le Bahamas e di piantare tutto. Il mio ultimo pensiero coerente fu invece che avrei dovuto scongelare la carne per preparare il ragù in tempo per metterlo nelle lasagne.

 

Le coperte che si muovevano nel letto mi fecero registrare che Alessandro era ormai tornato. Sentii il materasso cedere dalla sua parte e lui che si stendeva; la camera era immersa nel buio più totale: evidentemente aveva spento la piccola abat-jour che tenevo sempre accesa quando lui non c’era, fosse stata anche tutta la notte perché in trasferta per lavoro. Se dormivo sola trovare un po’ di luce nei miei frequenti risvegli notturni mi dava calma e sicurezza.

«Mmmhh ciao, hai già mangiato?…» riuscii a dire, al limite tra il conscio e l’inconscio, non riuscendo nemmeno a girare il viso dal cuscino tanto ero stanca.

Lui si avvicinò senza rispondere e cominciò a baciarmi piano il collo, in quei dieci centimetri quadrati tra il lobo e la spalla. Mi scappò un “oh” di stupore. Negli ultimi mesi l’intimità tra noi era scarseggiata, e gli impegni reciproci e queste feste imminenti non aiutavano. Il nostro rapporto aveva raggiunto una certa stabilità emotiva e se la routine di vivere ormai assieme ci permetteva di condurre una vita relativamente tranquilla, la quotidianità si era mangiata tutta la nostra passionalità, fagocitando i buoni propositi che ci eravamo fatti l’un l’altro, prima di compiere il grande passo della convivenza.

Fui sorpresa e stupita dell’approccio. Erano mesi che non venivo baciata sul collo e questa era una gran bella novità. La sua bocca vagava senza fretta, prima succhiava il lobo, poi piano lo mordicchiava, facendomi fare piccoli gridolini divertiti e provocandomi la pelle d’oca ovunque. Erano leggeri come petali i suoi baci, eppure sentivo la mia pelle bruciare. Poi cominciò ad accarezzarmi. Passava le dita dal collo alla clavicola, scostando sempre più l’accappatoio e trovando la mia pelle nuda. E poi ancora i suoi baci, che, come minuscoli timbri, marchiavano ovunque. Ero confusa, sembrava che fossero piccoli salvagenti a cui ancorarmi per emergere dal mio torpore. E io non volevo altro che essere salvata in effetti.

«Hai deciso di svegliarmi, eh?» dissi ormai eccitata.

Mise la mano sotto la spugna dell’accappatoio e trovò il mio seno sinistro che chiuse fra le dita. Cominciò poi a stimolare il capezzolo con la bocca, che si indurì sotto la sua lingua.

Nel buio cercai di districarmi dalle lenzuola e dalla spugna che avevo addosso. Ma Alessandro non ci pensava minimamente a lasciarmi spazio di manovra, scese infatti fra le mie gambe.

Cominciò a leccare scopandomi con la lingua e le labbra, facendomi fremere dal piacere, mordicchiava il clitoride mentre lanciavo piccoli gridolini di piacere. “Ho come l’impressione che la Galvanin domani mattina si lamenterà ancora se continuiamo così” pensai, immersa nel mio languido piacere. Le braccia abbandonate sopra la testa in segno di resa e la testa che cominciava a girare, seppur ferma, seppure immersa nel buio.

«Allora è vero che il peperoncino fa bene» mi venne da sorridere mentre glielo dicevo, con la voce più alta di un’ottava, quasi in affanno. Avevo aggiunto del peperoncino piccante ai fagioli della cena, ma mai avrei pensato di suscitare questi risultati, dovevo farlo più spesso!

Lui si fermò, forse mi lanciò uno sguardo nel buio, ma ancora non disse nulla. Poi riprese con più foga di prima. Mise le sue mani sotto le mie natiche per sollevarmi e arrivare così più a fondo con la lingua. Si stava sfamando di me in modo animale con ardore e passione e non sembrava intenzionato a smettere tanto velocemente quanto piuttosto a portarmi dritta all’orgasmo, cibandosi dei miei umori. Arrivò trovandomi impreparata. Un orgasmo fatto di miele caldo che si spandeva sul mio sesso. Sentivo chiaramente la pelle bagnata, umida della sua saliva e del mio piacere. «Oddio, tu vuoi farmi morire». Ero letteralmente sopraffatta dal piacere, come mai prima d’allora. Che ne era stato del mio compagno che amava più il calcio che il sesso? Possibile che la fame di noi si fosse riaccesa dalla cena? Erano domande stupide, e nemmeno volevo la risposta. “La vita va presa come viene”, mi diceva sempre mio padre e immersa nel mio bagno di piacere non potevo che dargli ragione.

 

Ma lui non era intenzionato a far finire la cosa lì evidentemente, e in effetti nemmeno io lo volevo. Nel sesso l’orgasmo dell’altro è fondamentale, ed è come mettere la polvere di cioccolato sopra il tiramisù. Senza il dolce è buono uguale, ma se è presente dà senso al tutto. Mi prese nuovamente sotto le natiche e mi girò, e io mi misi carponi. Viaggiavo ancora nella marea di sensazioni del dopo orgasmo e sentivo bisogno di riprendermi, ma lui aveva tutt’altra idea. Sentii nuovamente la sua lingua che mi esplorava, oltre che tra le gambe, pure tra le natiche. Il desiderio riprese nuovamente vigore e avevo assoluto bisogno di sentirlo tra le mie gambe e lui mi penetrò con foga tenendomi le mani sui fianchi. La passione era palpabile, aleggiava su di noi come nebbia d’autunno e io sentivo il mio orgasmo nuovamente vicino. Ora volevo anche il suo e ci muovevamo a ritmo sempre più crescente. Successe però qualcosa di inaspettato. Si fermò e si sfilò, facendomi rimpiangere la sua scelta: volevo solo venire e sentirlo venire su di me. Poi un colpo mi gelò. Sentii uno schiaffo ben assestato sul gluteo destro che mi fece sobbalzare di stupore. Non mi aveva mai colpito e non riuscii nemmeno a capire se era una cosa che mi fosse piaciuta o meno perché non feci in tempo a chiedermelo: me ne arrivò un altro, sulla natica sinistra. Ma il mio corpo rispose prima della ragione. Emisi un gemito che era più di piacere che vero dolore e sentivo la pelle che chiedeva ancora le sue mani aperte. Alessandro sembrava avesse capito, mi penetrò con due dita facendomi inarcare la schiena e colpì ancora, ripetutamente. Sentivo le gambe molli e non riuscii a tenere la posizione a carponi. Franai perciò sulle lenzuola con il corpo pervaso da questa nuova sensazione. Ero come un’equilibrista sul filo tra il piacere e il dolore. Volevo che durasse per sempre e nello stesso tempo ero smaniosa di sentire il mio orgasmo e il suo.

Poi fece ancora qualcosa di inatteso. Il fatto che ci conoscevamo ormai da tanti anni aveva reso il sesso tra noi, non dico prevedibile, ma sicuramente legato a quello che ci piaceva di più e raramente uscivamo da quei binari. Ma non questa volta.

Tolse ancora le dita, lasciandomi nuovamente orfana della sua presenza dentro di me, e desiderosa di avere il mio orgasmo. Si avvicinò al culo con le dita umide dei miei umori e cominciò ad allargare la mia intima fessura.

Il sesso anale non era tra le cose che preferivo fare, seppure tra noi avessimo sdoganato pure quello. Eppure ero talmente eccitata che desideravo sentirlo ovunque. Mi penetrò. Fu un dolore acuto che mi fece irrigidire, ma poi sentii il bisogno di accoglierlo, averlo dentro, sentirlo ancora e ancora. E il dolore prese il posto alla smania di sentirlo sempre più. Lui spingeva con forza aggrappandosi a me. Finchè non ebbi un orgasmo così intenso da lasciarmi non solo senza fiato ma anche senza punti di riferimento. Un viaggio di andata verso la piccola morte, in cui fluttuavo nel piacere, navigando a vista tra le onde dell’orgasmo. Poi vi fu il ritorno, lento e lascivo, alla realtà. Alessandro si accasciò su di me vinto anch’egli dal piacere.

«Wow.» Solo questo riuscii a dire mentre buttavo fuori l’aria e altra ne chiedevo per tornare a respirare.

Rimanemmo abbracciati poi per un tempo che mi parve indefinito. Lui lasciava piccoli e teneri baci su di me, mentre io, se avessi potuto, avrei fatto le fusa come una gatta. Non era mai stato tanto dolce nei miei confronti e pensai che forse volesse farsi perdonare qualcosa, come quegli uomini che arrivano con il mazzo di rose rosse dopo il tradimento. Ma non avevo voglia di farmi mille domande, mi beavo del piacere ricevuto e tanto mi bastava.

«Cazzo il ragù!» dissi d’un tratto sciogliendomi dall’abbraccio e scendendo dal letto come se mi avesse morso una tarantola. «Devo togliere dal congelatore la carne altrimenti non riesco a prepararlo per domani, e addio lasagne!»

Mi avviai perciò verso la cucina, nuda com’ero, e sentivo le gambe cedermi, ero un po’ provata per la battaglia appena avvenuta sul nostro letto.

Arrivai in cucina e prima di aprire il frigo controllai il cellulare. C’era un messaggio di Alessandro che mi avvisava che avrebbe fatto tardi, controllai l’ora ed erano le 10.30; probabilmente era poi riuscito a liberarsi dagli impegni.

Misi da parte il cellulare e aprii il vano del congelatore in cui c’era il pacchetto con la carne da usare e lo presi.

«Ti sei data al nudismo?»

Feci un salto gridando dallo spavento e mi girai. Il mio compagno era sulla soglia, vestito di tutto punto con la borsa del lavoro in mano.

Lo guardai sconcertata. «Ma tu che ci fai vestito così?»

«Sono appena tornato, non hai visto il messaggio?»

Ero inebetita. «Certo che l’ho visto…»

Mi guardai meglio attorno, in effetti la tavola era ancora apparecchiata come se nessuno vi avesse cenato.

Poi la folgorazione.

Corsi verso la camera in tutta fretta e accesi la luce.

Il letto era vuoto, le lenzuola, uniche testimoni dell’amplesso appena avvenuto, giacevano scomposte sul letto e la finestra era aperta.

Alessandro mi seguì in camera: «Che succede? Con il freddo che c’è la finestra è aperta.»

Andai verso di essa e la richiusi. Guardai fuori, ma la strada era vuota. «Nulla, non succede nulla.» Raccolsi poi il mio accappatoio caduto dal letto e indossandolo dissi: «Fa proprio freddo stasera.»

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Questo racconto fa parte dell’antologia “Noi” – edita da Damster 

Nuvole ad est

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«Vuoi giocare con me?»

Glielo dice mostrandogli la lama, facendola oscillare nella mano, accompagnandola con un sorriso un po’ forzato, l’occhio che lo guarda di sbieco, la voce che tira lungo, sul finale.

«Oh, ma sei fuori?» Giorgio si alza a sedere, abbandonando la posizione a quattro di spade che teneva tra i due cuscini del letto.

«Uffa.» Lei mette il broncio, come se le avessero tolto il suo gioco più caro. È bella Anna con quell’espressione, Giorgio lo sa, probabilmente lo sa anche lei.

«Non capisci la mia ironia.»

«Chiamala ironia…»

«Va beh, gusto del macabro.» E intanto appoggia il coltello sul comodino, disarmandosi di lame e luci strane negli occhi e si mette proprio dove prima stava lui, sperando in un abbraccio, che non arriva.

«Hai da fumare?»

«Da quando fumi?»

«Da ora. Ce l’hai?»

«No, tu non fumi.» Giorgio le va sopra, richiudendola in quell’abbraccio che le serviva per ritornare a casa. «Non fumi, cara mia. Sei già abbastanza psicopatica così.»

«Perché chi fuma è psicopatico?» Lo guarda staccandosi un po’, per metterlo a fuoco. Per fargli lo sguardo da maestrina che le riesce bene.

«No.» E le stampa un bacio sul broncio. «Oggi che hai?»

«Niente.»

«Ahia.»

«Ti giuro.»

«Quel niente che poi scopro che sei incazzata con me e dovrei sapere perché?»

«Ma no. Sì… forse…» Lei ride. Si avvicina. Lo ribacia ingoiandosi il broncio e mettendosi un sorriso al suo posto. Apre piano la bocca cercandogli la lingua.

Le nuvole son già dirette altrove.