Soapovera

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Squilla il telefono.

Mia madre. Lo so senza guardare, perché alle otto di domenica mattina è l’unica persona che conosco che non ci trova nulla di male nel chiamare a quest’ora in un giorno di festa.

Guardo il display e ho un leggero senso di nausea. Speravo in una domenica tranquilla e invece non sono mai buone notizie le telefonate a quest’ora.

“Dimmi.”

Non saluto neanche più. Del resto ho imparato da lei, che di colpo riattacca e non ne ho mai compreso il motivo. Semplicemente ad un certo punto decide che ha finito la conversazione e butta giù, lasciandomi appesa al telefono.

“Tuo fratello…”

Lo dice stanca, come chi vorrebbe metterci altre mille parole a spiegazione, ma non ce la fa.

“Cosa?” Neanche io chiedo di più, è un copione collaudato ormai il nostro. Lei telefona, mi butta addosso tutta la sua angoscia, io non so che dire, lei si autoflagella, accusa un po’ tutti, soprattutto sé stessa, come se fosse lei che compra vino e glielo versa incoraggiandolo, come se tutte le colpe del mondo fossero sue, poi grida, a volte impreca, poi torna all’io, io, io, io, alla sua vita fallita, finita, rovinata, la vergogna, gli sbagli, la colpa, tuo padre, tua cognata, ma io, io, io. Poi piange. Io resto muta. Non ho mai capito se servono le mie parole o se abbia semplicemente bisogno di qualcuno a cui buttare addosso le sue. Piange mentre con non poco disagio non posso fare a meno di pensare alle telenovelas che guardavamo mille anni fa, mentre io studiavo in cucina e lei stirava, fuori avevamo un muro di nebbia e la notte invernale già di pomeriggio. Ecco, lì c’era sempre qualcuno che soffriva immensamente piangendo a dirotto, pieno di disperazione, come fa lei, ora, e la scena cambiava d’improvviso, lasciando un senso di angoscia.

“Mamma non serve piang…”

Tu – tu – tu – tu.

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Avec toi

Sono solo una puttana. Una come tante che ha bisogno di sentirsi viva.
Di non morire di tedio, schiacciata dall’esistere.
Sono solo una troia. Una che mescola amore in tre parti di sesso, senza ghiaccio, che liscio, sai, viene meglio. Shakero poi senza pietà, diluendo il piacere.
Sono solo una sgualdrina. Inspiro, ingorda, qualsiasi emozione. Le butto giù come Xanax, per dormire senza sogni.
Sono solo una zoccola. Una che ci crede, ancora, alle mani addosso, al respiro corto, alla lingua dentro e agli occhi chiusi.
Sono solo un’illusa, una volta in più, una volta ancora.

Sans Titre

Far aderire il mio corpo al tuo.
I capezzoli, piccoli sassi, contro il tuo petto. Costola a costola, ma tu, una di meno. Il monte di Venere contro il tuo pube, sesso contro sesso. Un incontro, scontro, al centro. Respira piano, trattieni il fiato, poi ricomincia. Sincronizza il respiro con il mio. Chiudi gli occhi, fatti cullare da quel mare che hai dentro, senti l’onda di risacca che va e viene, batte contro tutte le tue paure. Scogli appuntiti, fari di vedetta. Guarda come le nuvole ci passano sopra. Si rincorrono l’una all’altra fuggendo dal vento. I baci rotolano sul tuo corpo, sul petto scivolano come bolle di sapone, bellissime e vuote. Piene di niente. Non si attaccano, non restano. Ce ne vogliono ancora.

Te ne darò ancora.

La guardiana della fortuna [favola erotica]

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Mentre uno stormo rosa attraversava il cielo, Tomoko guardava il lago e la magia di quella nuvola che si posava sull’acqua. Piano piano tutte le gru finirono le manovre di atterraggio e l’orizzonte risultò un piumaggio roseo con il sole che andava a morire tra le dolci onde.
“E’ il momento” si disse Tomoko. “E’ il momento del mio sacrificio”.
La ragazza si alzò in piedi sulla pietra a picco sullo specchio d’acqua da cui osservava la scena e fece scivolare la bianca tunica a terra. Rimase bellissima, nuda e fiera mentre il giorno salutava l’avanzare della notte. Prese il flauto che era posato vicino ai suoi piedi e cominciò a suonare un’antica dolce melodia. Le note si sparsero sul lago, invadendo
gli spazi tra le rocce e le fessure, giocando con gli alberi e le nuvole, mentre le foglie, mosse dal vento, parevano danzare a ritmo. I grandi uccelli sull’acqua stavano immobili, come in attesa.
Un ultimo raggio di sole, prima di perdersi tra i flutti, baciò il suo corpo minuto, riscaldandolo di luce.

La luna, nel suo ultimo quarto, era già in cielo e diventava via via più vivida all’aumentare del buio. Calbalacrab spiccava rossa a sud est, ultima coda della costellazione dello Scorpione mentre il pianeta Venere era comparso sul confine tra cielo e mare, e come un diamante solitario veleggiava nella costellazione dell’Acquario già da qualche giorno.

Tomoko si tuffò.
Nuotò piano verso lo stormo, abbassando il capo sotto il pelo dell’acqua per poi rialzarlo in cerca d’aria. La traversata fu breve, e come ogni volta che si svolgeva il rito, il suo cuore accelerava i battiti, mentre la mente ritornava alla prima volta che aveva sentito la leggenda delle gru e della fortuna che esse portavano.
Fu suo nonno Hiroshi a raccontargliela, guardiano della fortuna prima di lei e sua bisnonna prima ancora, in un susseguirsi di generazioni tra discendenti maschi e femmine.
Quando sarà il momento toccherà a suo figlio, ma per ora lui è solo un pensiero che ogni tanto le attraversa la mente, nulla più.
E’ ancora giovane Tomoko e ha in sé tutta la bellezza delle donne orientali: fascino, grazia, lunghi capelli neri simili a fili di seta, occhi a mandorla e lineamenti delicati. E ha in sé tutta la tenacia delle donne orientali, capaci di soffrire per amore, di annullarsi, di diventare invisibili ma indispensabili.
A lei toccava questo compito ogni 23 maggio, da quasi cinque anni ormai.
Doveva donare il suo piacere e il suo dolore alle gru del lago e in cambio loro le avrebbero dato il potere di creare e donare fortuna.
Nonostante la distanza Tomoko raggiunse l’altra sponda con facilità, bracciata dopo bracciata. Le gru che si riposavano nell’acqua bassa la fecero passare senza spaventarsi, alcune abbassarono il lungo collo, come in una riverenza, altre aprirono le loro ali a simulare un abbraccio. La sacerdotessa uscì dall’acqua quando ormai la luna era alta nel cielo, vicino, seppur in prospettiva, al Grande Carro e si diresse lentamente verso una pietra solitaria, bassa e piatta, lievemente decorata, che sembrava un altare.
Vi si distese sopra, di schiena, con il viso alle stelle e al disco bianco e cominciò il rito.
Si passò le mani sul seno stuzzicando i capezzoli ancora induriti dal contatto con l’acqua fredda, chiuse gli occhi e cominciò a chiamare con il pensiero la gru della fortuna affinché planasse sopra di lei.

Così fu.

L’animale più imponente del gruppo si staccò dagli altri e con un balzo si librò nel cielo avvicinandosi con movimenti eleganti delle ali, alla pietra dove stava sdraiata.
L’uccello cominciò ad eseguire ampi giri concentrici sopra l’ara, sempre più piccoli e veloci.
Allo stesso modo le dita della fanciulla accarezzavano il clitoride, prima in ampi cerchi, poi sempre più frenetici.
Tomoko era entrata in trance e non si rese conto del momento in cui tutte le gru spiccarono il volo verso di lei, creando una nuvola rosa che aleggiava sul suo corpo nudo. Nel momento dell’orgasmo, l’uccello della fortuna lasciò cadere due piume che si posarono sul suo petto.
Fu un viaggio di andata e ritorno, come sempre, marea che va e viene, piccola morte.

Tornata in sé, scese dalla pietra, prese le due piume rosate e come fossero uno stiletto se le conficcò, prima una e dopo l’altra, nelle scapole. Il dolore non fu inaspettato come la prima volta. Era pronta a quella lesione, meno a quello che sarebbe successo dopo. Sentì infatti scorticarsi la pelle all’altezza delle spalle e le ossa espandersi in un crescendo di sofferenza e spasmi. Non era mai veramente pronta a questo, e il dolore pungente le fece rimpiangere il suo destino. Le piume piantate nella pelle candida cominciarono a crescere e a moltiplicarsi, fino a divenire due grandi ali. Vinta dal dolore, si accasciò a terra.
Durò pochi minuti. Il desiderio di compiere a pieno il rito era ormai impellente. Si rialzò e fece sbattere le nuove appendici in un movimento dapprima delicato e poi sempre più intenso.
Staccò da terra i piccoli piedi e cominciò a volteggiare. La grande gru si avvicinò al suo volo, seguendone la scia, in una comunione di azioni e direzioni.
Infine Tomoko scese e ripiegò sulla schiena le piumate estremità.
L’indomani si sarebbe svegliata con la capacità di donare buona sorte, delicato angelo protettore; quella notte però era solo una donna felice di avere le ali.

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Da secoli l’origami della gru è simbolo di immortalità e portafortuna.
Secondo la leggenda chiunque pieghi mille gru vedrà i desideri del proprio cuore esauditi. Realizzare per sé o regalare i tradizionali “grappoli” di mille gru (折鶴 oridzuru) è quindi considerata una pratica simile agli ex voto della cultura cattolica: l’aneddoto più noto legato a questa tradizione è quello di Sadako Sasaki una bambina esposta alle radiazioni della bomba atomica di Hiroshima, sul proprio letto di morte a causa della leucemia. La bambina iniziò a piegare le mille gru, ma morì prima di riuscire a portare a compimento la propria opera: le venne eretta una statua nel Parco della Pace di Hiroshima, una ragazza in piedi con le mani aperte ed una gru che spicca il volo dalla punta delle sue dita, ogni anno questo monumento è adornato con migliaia di corone di mille gru.

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Quel giorno, che non ci ha visto insieme

Pensavo a quel giorno in cui non siamo stati insieme, al mare.

Alla luce che c’era intorno, anche senza noi.

Tutto quel blu che si rifletteva sul blu.

Era Picasso sull’acqua di Monet, un cielo di Giotto senza stelle, una campitura piena di Mondrian, racchiusa nel nero del non avvenuto, cornice reale del nostro tempo.

Tutto, anche se non è successo, è accaduto veramente.

Ho visto la sabbia, i tuoi piedi scalzi, i miei occhi semichiusi dal sole, e il nostro sorriso che ci sarebbe stato, ad accompagnare le nuvole.

Un po’ come si aspetta il caffè uscire dalla moka la mattina

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Il cazzo apparve in primo piano sullo schermo. Poi si spostò seduto su un divano rosso, attaccato al suo proprietario.

Debora lo osservava come avrebbe potuto osservare un lemure nel suo ambiente naturale, con curiosità naturalista.

L’uomo al di là del vetro, nella solitudine di un soggiorno di cui intravedeva alcuni mobili tristemente Ikea sullo sfondo, faceva andare la mano su e giù, accarezzandosi piano, scoprendo la punta rossa. Con l’altra batteva su una tastiera che non entrava nell’inquadratura, ma che lei intuiva.

Sulla finestrella in basso a destra le apparve una scritta.

– Ti piace?

“No”, avrebbe voluto rispondere.

Ma sapeva che il gioco sarebbe finito subito.

Perciò scrisse sì.

Guardava quelle due lettere solitarie, con il cursore che batteva il tempo a lato e si disse che non potevano bastare, e in effetti nemmeno a lei sarebbero state sufficienti.

Batté lentamente: “Mi piace il tuo cazzo…”

Poi aggiunse un “grosso”, anche se non era l’aggettivo giusto. Era un cazzo come un altro, né grande, né piccolo, di un uomo senza volto, che non conosceva e mai avrebbe voluto farlo.

Era stata adescata su una chat di incontri in cui si era iscritta in un pomeriggio più noioso che piovoso. Il tipo era stato diretto, al limite del brutale. “Vuoi vedere finché mi masturbo?”

Lei aveva risposto di sì, senza aggiungere altro.

Ed era cominciata così. Senza ciao, senza “da dv dgt”, senza come ti chiami. Con la sola fondata, ma non provata certezza dell’uomo che il suo nick “debbie1977” indicasse un essere femminile.

O forse pure quello era ininfluente. Probabilmente voleva solo farsi vedere, avere l’interesse di qualcuno, uomo, donna, che importava?

– Mi piacerebbe sentire le tue labbra sul cazzo. – lesse sul Pc.

Niente. Il tipo voleva una conversazione, degli stimoli, un motivo per masturbarsi davanti allo schermo. Non lo avrebbe fatto gratis e per amoris Dei come sperava. In fondo non lo cerchiamo tutti un motivo? Anche solo sapere di fare piacere, o di piacere, o l’illusione di essere in qualche modo speciali per qualcuno.

– Piacerebbe anche a me. – Scrisse. – Mi piacerebbe sentire la pelle dura sotto la lingua, giocare con la corona leccandola intorno, stuzzicare il frenulo, viaggiare andata e ritorno sull’asta.

Ecco, aveva fatto l’anatomia del pene, buttando lì frasi da raccontino erotico di serie B.

– Sei proprio troia. – rispose il cazzo ormai totalmente in primo piano sullo schermo.

Per un attimo se lo immaginò con gli occhi e la bocca che le parlava… No, no, non ci siamo. Ci mancava solo che si mettesse a ridere e questo non sarebbe venuto più.

– Sì, troia. Le donne sono tutte troie, non lo sapevi? Quando trovano cazzi come il tuo, lo diventiamo tutte.

Esagerata certo. Ma sincera in fondo. Non era esattamente il cazzo che trasformava una donna in troia, ma l’umano a esso attaccato, l’incontro, lo scontro e il combaciare di vari fattori. Purtroppo non era questo il momento di fare filosofia. Ne conveniva pure il Cazzo sullo schermo, ora vero protagonista del video, quasi un’entità a sé. La mano andava su e giù frenetica. Si era poi fermata un attimo e appoggiata con l’altra sulla tastiera.

– Ti stai toccando, vero?

– No, ti sto guardando. Dai vieni, voglio vederti venire. Vedere la tua sborra uscire, colare. Dai, fammi vedere.

Era stata assolutamente schietta. Voleva proprio quello, fin dal primo momento. Non lo sapeva spiegare, le piaceva vedere gli uomini venire, masturbarsi davanti a lei, osservare i movimenti della mano, gli occhi chiusi, la bocca semiaperta buttata indietro.

Guardava avida la punta aspettandosi di vedere il liquido panna da un momento all’altro. Un po’ come si aspetta il caffè uscire dalla moka la mattina. Insomma, più o meno.

Il tizio si protese ancora di più verso la telecamera, poteva vedere chiaramente la lunetta delle unghie bianche e l’anulare racchiuso nella fede brillava alla luce dello schermo. Non si era resa conto che l’uomo fosse mancino. La mano ormai si muoveva veloce, per poi rallentare come gli ultimi giri di giostra.

Il liquido lattiginoso colò sulla mano fino a spandersi sulla lunghezza del cazzo.

Debora si ritenne soddisfatta, premette la X per togliere il collegamento e si alzò per chiudere la sua di telecamera puntata sul pc.

Il giorno dopo avrebbe contattato il tipo dal divano rosso e l’anulare lucente proponendogli uno scambio economico per lei interessante, per lui forse un po’ meno.

 

Un’altra birra

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Una lattina di Moretti vuota, una più grande piena a metà, una Ceres, perché il primo amore non si scorda mai, e un cartone di Tavernello, bianco.

Era tutto nascosto per bene, oh sì. Tutto nascosto talmente bene che era sicuro che le bottiglie non sarebbero state viste. Le aveva messe nell’angolo tra il divano e il muro, un piccolo nido di coraggio, la sua personale scorta di vita per un po’ di ore.

Eppure i suoi occhi vacui e l’espressione persa già alle otto del mattino parlavano per lui.

Ubriaco, senza se e senza ma.

Li vedeva gli occhi preoccupati di suo padre, li vedeva ma non gli restavano appiccicati sulla pelle.

Li sorpassava: un salto con l’asta e via non ci pensiamo più. Esisto solo io, amo solo io, soffro solo io. E invece prendeva con sé tutta la sofferenza del mondo. Come facevano a non capire? Come facevano a pensare che tutto fosse facile per lui?

La vedeva la preoccupazione della madre. Tutta nelle rughe sotto gli occhi e in quel modo veloce di muovere le mani nell’aria, mentre diceva: «Simone, Simone, mi farai morire.»

Ma che importava quel che diceva. Beveva anche per lei, per tutta la delusione che gli aveva appiccicato addosso negli anni. Farai, sarai, dirai, e invece cosa aveva fatto? Era pieno di malessere che non riusciva a eliminare, lo allattava con il pessimo vino che si trova nei cartoni, lo cullava con qualche birra e credendo di anestetizzarlo lo faceva invece crescere.

O forse beveva perché gli piaceva e basta. Un sorso e indossi un caldo cappotto per un po’. Un cappotto fatto di indifferenza, di che cazzo me ne frega, di che muoiano tutti, di tanto sono forte solo io. Ti scalda il fegato e forse pure il cuore. Perché tutti i mali del mondo vanno giù con un sorso. Che cazzo ne sapete voi che vivete di perfezione? Si beve e si va avanti. Si beve e si è altrove. Si beve e non ci sei. Non ci sei. Non ci sei, finalmente.

Sedeva con la testa ciondoloni nel divano di casa sua. Oggi non sarebbe andato al lavoro per nulla al mondo. Sua madre invece scuoteva la sua di testa a destra e sinistra come cercasse di aggrapparsi con lo sguardo a qualcosa che non trovava. Alla rassegnazione forse.

Lei gli parlava, ma tutto quel che capiva era la delusione di vederlo ancora ubriaco. Una volta in più. «Eppure ci vai al Sert! Hai litigato ancora con la Sonia? E’ il lavoro che non va? Cosa ti manca?»

Domande, domande, domande. Una serie inutile di fottute domande dette con l’enfasi della tragedia greca. Se ne doveva stare zitta, quella puttana. Se ne doveva stare zitta e muta e lasciarlo in pace.

E si sentiva sempre più come una pentola a pressione. Aveva bisogno di bere ancora, per non soffocare, per non rispondere, per non scoppiare, per fuggire via da quella situazione. Si sentiva intrappolato. Bere, cazzo, doveva bere.

Simone si alza, ci prova, barcolla, ricade sul divano.

Ride e tossisce. E lo sguardo preoccupato della madre lo soccorre una volta in più, mentre suo padre decide che no, non la vuole rivedere quella scena vista e rivista un milione di volte e prende la porta, uscendo.

«Antonio dove vai?» Gli urla la moglie.

«Vado a fare un giro tanto qui non servo a niente.»

«Mi lasci qui, così?» Piange lei, mentre lo rincorre già sulla porta di casa, e dal passo incerto dimostra molto più dei suoi sessant’anni.

Lui si gira, la guarda. Ci sta tutta la frustrazione del mondo in quello sguardo. «Che posso fare qui?»

E si guadagna la porta verso un po’ d’aria, una situazione migliore, un sole che nonostante il freddo di gennaio scalda ancora.

E Simone intanto si è alzato. Fa piccoli passetti nella sua rigidità da ubriaco. Sembra quel robot insulso di Star Wars, C-3PO, solo che quello è dorato, mentre lui è livido, la pelle già olivastra di suo resa ancora più scura da tutto l’alcol che ha in corpo.

«Simone, dove vai?» La madre gli si para davanti.

«A bere.»

E prende anche lui la porta di casa. Suo padre è già partito, ma lui nemmeno se ne era accorto fosse uscito.

La madre invece si affaccia alla porta, cerca di coprirsi con la vestaglia che indossa ancora, mentre urla: «Resta a casa Simone!»

Ma lui è già oltre, cammina piano, è vero, ma con la testa sta già al bar. La sua scorta personale la berrà al pomeriggio, ora ha solo bisogno di andare via e non sentire più il gracchiare di quella donna rimbombargli in testa.

Capiva benissimo quando sentiva al tiggì che uno stronzo qualunque aveva fatto fuori tutta la sua famiglia. Ma lui voleva solo fuggire, andare chissà dove, per restare sempre in trappola in fondo, chè da te stesso non ci scappi mai.

Aveva una fidanzata troppo bella e troppo oca per capirlo veramente e un lavoro che non aveva scelto.

E tutti a dirgli che almeno aveva qualcuno, che almeno aveva un lavoro! Si fottessero tutti. Tutti.

Prese il corso principale di quell’insulso paesino in cui viveva: un cinema, un supermercato, tre bar, seimila anime.

Barcollava un po’, e camminava biascicando una continua litania di insulti a tutti. Poi la vide e sembrò che fosse l’unico. La gente era troppo impegnata a guardare quegli inutili telefoni, chi aveva lo sguardo affondato dentro e un sorriso scemo in faccia, chi invece li aveva all’orecchio e parlava in continuazione.

Lei era lì, piccola e indifesa. Una bimba in lacrime che avrà avuto sì e no quattro anni. Era all’altezza del supermercato, vicino al parcheggio, forse era uscita eludendo il controllo dei genitori. Si incrociarono con lo sguardo e per un attimo si rivide bambino, quel giorno in spiaggia in cui aveva sbirciato dentro la cabina e vi aveva intravisto sua madre armeggiare con il cazzo di uno sconosciuto. Era troppo piccolo per capire, se non il fatto che fosse andato a cercarla perché non la vedeva più e voleva un gelato. Si era sentito solo, abbandonato. Corse via sorpassando ombrelloni e sdraio, verso il mare, con gli occhi lucidi e i piedini che bruciavano dalla sabbia cotta dal sole: aveva perduto le ciabattine fuggendo.

Lo avevano ritrovato dopo un paio d’ore sperduto e impaurito, sporco di sabbia e pieno di fame, ma della madre vista con quell’uomo che non era suo padre non aveva mai parlato; aveva rimosso il dolore, facendo posto invece a una grande inquietudine.

Rivide la stessa paura di essere rimasta sola negli occhi di quella bimba, lo stesso terrore di essere stato dimenticato che aveva avuto quel giorno.

Fece due passi per andare incontro alla bambina, poi ci ripensò un attimo, girò su se stesso e si diresse verso il solito bar.