Vuoi fare il verde con me? (cit.)

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Mischiarci, confonderci, mescolarci i sogni.

Se tu d’azzurro mare trovassi spazio per questo giallo sporco potrebbe risultare un verde bosco fatto di ombre fresche e muschio a nord, o un verde palude in cui ci si infanga ancora, purtroppo.

Un verde bottiglia in cui annegare ogni altro pensiero, buttare il vuoto a rendere tra le onde, senza nessun messaggio al suo interno.

O creare un verde menta con rum e lime, per un mojito sulla spiaggia, la musica lontana, i passi freddi sulla sabbia bagnata.

E con i riflessi d’argento sul verde smeraldo del mare abbinarci il zaffiro intenso, il topazio, il diaspro rosso del tramonto, gioielli nuovi di cui vestirci.

 

 

Elogio del pompino

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Un pompino non è mai banale: né per chi lo riceve, né per chi lo fa.

Una tana calda e umida che ti accoglie, coccola, eccita, consola; la bocca aspira, pompa, lecca, bacia, sugge, lambisce, cercando di dare il massimo piacere e, nel contempo, di riceverne.

Non era la bocca la prima forma di piacere per Freud? La cosiddetta fase orale. La suzione infantile: tutto il mondo di un bimbo racchiuso nel piacere delle sue labbra, nel ricevere il cibo, la vita stessa, succhiando latte dal seno materno, ma anche tutto l’amore e la consolazione possibile, anche col pollice o col ciuccio, che proteggono dalle paure, dalle solitudini e dalle delusioni. Infine la scoperta del mondo, mettendo ogni cosa in bocca, per appropriarsene: “perché esisto solo io, ho bisogno solo io, tutto deve passare da me per capire, dare confini, fare esperienza e, tutto sommato, crescere”.

Ma senza scomodare la psicologia, un pompino, farlo e riceverlo, stimola un piacere sicuramente diverso tra chi ne è esecutore materiale e chi ne viene fatto oggetto, anche se entrambi, in questo atto, trovano la perfetta unione.

Un pompino, per chi lo fa, sopperisce all’ancestrale bisogno di auto-affermarsi, possedendo egoisticamente con il proprio organo principale, la bocca appunto, l’altro.

Perché in realtà, chi domina chi? Chi viene spompinato o chi spompina? Domina chi decide il ritmo e l’intensità del piacere, o chi lo prova? Ed è sottomesso chi è in ginocchio con in mano, pardon, in bocca, la chiave per il godimento, o chi è subordinato all’altro per riceverlo?

Bisogna riconoscere che, essere il centro delle attenzioni, captare ogni parola che la bocca dice senza parlare, solo con la pressione più o meno intensa delle labbra, è beatitudine pura.

Ed è senz’altro vero che il sesso è una forma di comunicazione, ma in quello orale, a dispetto del nome, si comunica senza parlare.

(Da Faccia di pietra- di Itacchiaspillo – ed. Attimi Infiniti, uscita n. 18) 

Doccia a doccia

Si nasce nell’acqua.
A volte ci si muore pure, per poi rinascere nuovamente, sempre uguali, ma un passo oltre, un passo avanti e il sorriso aperto.

Nudi, con tutte le cicatrici addosso e i perché rimasti inspiegati.

Nudi sotto quest’acqua che toglie il respiro e si porta via tutto, valanga improvvisa, almeno per un po’.

Nudi fuori, forse meno dentro, che non è mai facile, che non paga come dovrebbe, un tanto al chilo.

E scivola sui nostri corpi di d’annunziana memoria, più reali che silvani. 

Ha strappato un sorriso, ricucendo quello strappato.

Sorridevo, sì. 
Pure tu.

Il mondo era tutto lì

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Il mondo era tutto in quei pochi centimetri che li dividevano dal bacio. Tutto lì, in quel momento sospeso, come un nuotatore prima del salto dallo scoglio più alto. L’attimo prima di salire sul predellino del treno, prima del fischio e del semaforo verde. Un mondo racchiuso tra l’incrocio degli sguardi, le labbra socchiuse, la lingua pronta a lottare per perdere.

Perché letteralmente si perdevano.

Non esistevano che loro e le loro labbra, il caldo umido della bocca, a volte i denti che si toccavano, piccoli “ding“, i concorrenti all’angolo, per riprendere nuovamente le misure. Il sapore dell’uno e dell’altra che si mescolava per crearne uno nuovo, unico, irripetibile. E i baci erano sempre un viaggio senza ritorno, di cui si conosceva il punto di partenza, ma raramente si intuiva l’arrivo.

Tornavano confusi, immersi in pensieri vischiosi di corpi allacciati, sospiri, morsi, carezze, spinte, graffi, grida, orgasmi, con la mappa persa durante il tragitto e rare foto a ricordo.

Fraintendimenti

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La parte migliore della donna non era il suo silenzio, ma lei lo impastava con la paura di parlare troppo e soffrire ancora. Lo serviva a chiunque, perché non sai mai chi sia veramente il tuo nemico.

La parte più bella dell’uomo era invece il sorriso.
Un boccone di denti bianchi in fila come soldati. Lui glielo mise addosso, indecente, come a volere dire cose che a stento si sarebbero potute sussurrare senza risultare sconveniente.

Lei gli piantò addosso i suoi occhi.
Li usava come arma contro il mondo. A volte duri, accompagnati dalla bocca sottile che non riusciva a sciogliersi, a volte umidi, pregni di ricordi non necessariamente brutti.

Oggi li aveva pieni di speranza, credendo di aver trovato finalmente un luogo sicuro tra quelle labbra.

Poi lui le si avvicinò, e poté sentire l’alito caldo sul viso; aveva un vago sentore di tabacco, come di chi è stato a lungo vicino a un fumatore.

Quando lui parlò, si trovò impigliata in quella lingua rossa che spiccava tra tanto bianco.

Ma furono la mano agitata a mezz’aria e la voce in falsetto a destarla dal suo sogno.

“Senti tesoro, hai un meraviglioso vestito, ne vorrei uno uguale, dove l’hai comprato?”

Il piacere

L’attesa del piacere non è essa stessa piacere? 

Cazzate. 
L’attesa del piacere è solo attesa. 

Il piacere è sentirmelo addosso, con questo suo profumo così buono di sudore ed eccitazione.

Ed è anche la lama dei sui occhi, troppo azzurri per queste giornate grigie, che sembra vogliano andare oltre il mio sguardo per rubare tutti i pensieri indecenti che si affollano.

Chiudo perciò gli occhi per paura di far vedere troppo. Come quegli aborigeni che avevano timore di perdere l’anima con una foto, ho paura anch’io.

Perché confondo ancora troppo spesso questi orgasmi con me stessa.