Bacio di sole

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Francesco stava disteso tra i suoi tredici anni e il pavimento.

Appena aveva sentito la porta di casa chiudersi alle spalle dei suoi genitori, si era infatti tolto i vestiti e si era sdraiato nel quadrato di luce che la porta finestra lanciava sul marmo chiaro del soggiorno.

Il sole illuminava il suo corpo allampanato, che come gli diceva sempre nonna Ines non era né carne, né pesce. Un corpo in divenire, che cresceva però in fretta.

Era steso sulla schiena, e guardava prima il soffitto riquadrato dagli stucchi in gesso, poi i quadri alle pareti e infine le mantovane che nascondevano il binario delle tende. Era un punto di vista diverso dal solito, che gli permetteva una visione nuova della solita sala e di alcune piccole crepe sull’intonaco che non aveva mai notato.

Muoveva la testa a destra e sinistra, sentendo chiaramente le ossa del cranio ruotare sul marmo.
Il freddo del pavimento contrastava con il calore che il sole passava attraverso i vetri, senza tuttavia riuscire a vincere su di esso.

Si mise a sedere con le gambe incrociate, puntando lo sguardo sul suo sesso.
Sua madre lo chiamava “pisello” quando gli raccomandava di lavarsi bene, aggiungendo “anche dietro le orecchie, mi raccomando”, come se le due parti fossero in qualche modo collegate tra loro.

Aveva ancora pochi peli sul pube e alcuni altri stavano spuntando sul mento. Li guardava e li riguardava ogni mattina, cercandone di nuovi. Aveva anche provato a tagliare quelli sopra il labbro, insaponandoli con il grande pennello dal manico di legno che suo padre teneva sopra la mensolina di vetro vicino allo specchio del bagno. La lametta Bic aveva fatto il suo dovere decapitandone una decina.

Era una pigra domenica di giugno, di quelle immobili, scandite dal frinire delle cicale che a volte si zittivano di botto rendendo ben chiara tutta la solitudine che c’era nell’isolato. Non passava nessuno sulla via, se non qualche cinquantino in lontananza seguito dal vociare dei ragazzi più grandi che si avviavano verso la piazza del paese.

I suoi erano andati a trovare nonna Ines, lasciandogli la libertà di stare pure a casa da solo, che tanto ormai non era più un bambino.
Non si era fatto scappare l’occasione di evitare le chiacchiere degli adulti che continuavano a parlare di quel “Moro” trovato morto chissà come, e cercando una scusa che desse consistenza a questa opportunità disse loro che avrebbe preferito rimanere a casa a studiare, visto il compito in classe di storia del giorno dopo.

La scuola stava ormai per finire, ma invece che sui libri il suo sguardo era ora tra le gambe.

Il suo organo genitale ultimamente era diventato un pensiero scomodo, a volte talmente denso e vischioso da soverchiare qualsiasi altra cosa. Si infilava dappertutto, tra i calzettoni bianchi delle compagne di classe, tra i seni generosi della bidella e sulla vita sottile di sua cugina Antonella.

Aveva perciò bisogno di maneggiarlo spesso, di toccarlo, di scoprirsi, di vederlo gonfiare e poi di sfogarsi con una soddisfazione intensa ma purtroppo breve e andare ancora oltre, finché non sentiva fastidio, quasi dolore.

Il calore del sole sembrava ora tutto concentrato sui testicoli, come un occhio di bue che illuminava un palco. E questi si comportavano da protagonisti muovendosi con piccoli scatti, quasi si stessero stiracchiando dopo un lungo sonno. Anche il pene sembrava assorbisse l’energia proveniente dal sole e si muovesse di conseguenza.

Il glande emerse pian piano dai lembi di pelle e il sesso cominciò a sussultare come avesse preso vita in quei minuti, grazie al calore.

Francesco si alzò e andò scalzo verso la camera dei suoi genitori. C’era un grande specchio attaccato all’armadio e quando vi si mise davanti la sua figura si moltiplicò all’infinito  in un rimbalzo di immagini con quello sopra il comò.

Vedeva mille sé stesso, nudo. Mille dita sul suo cazzo. Mille braccia pronte a riceverlo.
Con la mano cominciò a far scorrere la pelle, prima piano, poi sempre più forte, avvolto nel buio delle palpebre chiuse da bocche rosse, seni nudi, culi generosi che aveva intravisto su quei giornalini che sua madre definiva “sporchi” ma di cui aveva trovato una copia in cantina, chissà di chi.

Provò un orgasmo senza saperne il nome e il glande si bagnò di alcune gocce di liquido chiaro, quasi trasparente. Era un piacere intenso che lo lasciava a volte colpevole anche se non capiva esattamente di cosa e a volte semplicemente desideroso di averne ancora.

Poi tornò nel soggiorno, riprese il libro di storia che aveva abbandonato sul divano e studiò così, nudo, fino a che non sentì la 127 dei suoi genitori attraversare il vialetto e corse in camera a raccattare i suoi vestiti.

Il giorno dopo prese un otto per la storia che aveva imparato, ma fu un voto più alto per quella che stava scoprendo di sé stesso.

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