Trovandosi a tratti

Si sveglierà e si stupirà di avere in testa un nome nuovo.
Poi richiuderà gli occhi pensando che avrebbe dovuto dormire ancora.

Uscirà incontrando gente con il sorriso incerto, con lo sguardo basso. Altri avranno strette forti e parole rassegnate.

Guarderà interni di vite, foto appese di speranze, ricordi inutili.

Dovrà farseli scivolare addosso cercando di non pensarci.

Sentirà aliti di caffè vicini in confidenza; dopo le sirene della sera odoreranno di vino su occhi liquidi.

Vedrà carte che indicano esistenze, che vantano diritti. La rosa dei venti le farà fare un sorriso, incontrare ricordi.

Ripenserà a quel nome, si chiederà se si è sbagliata, se sia sbagliata.

Si risponderà di sì con rassegnazione alla seconda domanda.

Tornerà a casa troppo tardi, e comunque troppo presto per sognare.

Guarderà i figli sentendosi in colpa di non esserci stata, di volere solo che vadano a dormire.

Sentirà l’angoscia di un giorno andato cercando di mettere insieme la cena.

Cercherà se stessa sotto le coperte, tra le lenzuola.

Trovandosi a tratti.
 

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Numb

«Non è che possiamo farli venire tutti qua. Capisci? Non c’è mica lavoro per tutti!»

Marta guardava fuori dal finestrino, con la musica infilata nelle orecchie, ma le parole dei passeggeri seduti dietro passavano lo stesso, nonostante cercasse di tenere il volume alto, di staccarsi da tutto. Dicevano le solite cose, quelle che si dicono quando si ha la pancia piena e un tetto, ed erano in qualche modo condivisibili, bastava annuire, fare sì-sì con la testa, che in fondo lei un tetto sotto cui dormire ce l’aveva.

Con la fronte stava appoggiata al vetro bollente del bus. Ogni tanto sentiva qualche scossone, ma ci era abituata. Chiuse gli occhi e si fece trasportare dalla musica. Da quando aveva saputo che era morto Chester dei Linkin Park non faceva altro che riascoltare Numb. Se ne era dimenticata di quel pezzo, ma dopo aver appreso la notizia dai social lo aveva ritrovato tra i file dell’mp3. Lo aveva ascoltato tanto in passato, facendoselo scorrere nelle vene, come fosse stato scritto proprio per lei, come tutto ciò che è arte, specchio per noi, nel bene e nel male.

Le prime volte lo aveva risentito con la pelle d’oca, come una brutta notizia data all’improvviso, come una partecipazione a un funerale; poi basta, perché ci si abitua a tutto, anche alle mancanze, anche alle parole che ti scavano dentro. Ora lo faceva andare solamente, lasciando che tutto scorresse come pioggia su un ombrello, come su una superficie impermeabile.

I’m tired of being what you want me to be

Feeling so faithless, lost under the surface

Sulla strada, le case si susseguivano una dietro l’altra. Conosceva l’ordine a memoria. Prima quella con il giardino fiorito, poi quella con i balconi sempre chiusi, a seguire quella dalla siepe alta e poi mille altre, che dicevano sono qui io, tu pure, vedi? Sei qui e fai la stessa strada ogni giorno, noi ti aspettiamo. Un copione sempre uguale della sua vita.

Era quasi arrivata alla fermata. I tizi dietro avevano continuato il loro comizio, gli stranieri che rubano, che delinquono, che violentano le loro donne. “Loro”, possessivo. Ci tenevano a rimarcarlo, ci tenevano a dire che gli stranieri erano qui a invadere. Lei in verità conosceva solo la sua vicina di casa, albanese. Con cui ogni tanto scambiava qualche parola nell’androne. Frasi che si dicono con tutti, nella normalità più assoluta. Una volta l’aveva sorpresa a litigare nella lingua madre al telefono. Continuava a fare su e giù per le scale, nervosa, urlando e piangendo contro l’apparecchio. Era una telefonata d’addio, non ci voleva tanto a capirlo. E si sorprese a pensare a una cosa stupida e ovvia: di come in fondo i sentimenti siano universali, e che sentirsi dire un addio in albanese o in italiano, alla fine conta poco, sempre male fa.

Marta guardò il cellulare, rispose a un messaggio delle amiche con la faccetta sorridente, anche se non c’era un cazzo da ridere, poi chiuse gli occhi.

I’ve become so numb, I can’t feel you there

Become so tired, so much more aware

By becoming this all I want to do

Is be more like me and be less like you

Si sentiva anche lei intrappolata in qualcosa che non sentiva più. Una mosca che continuava a sbattere sullo stesso vetro. C’era il sole fuori, come mai non riusciva a raggiungerlo? Tutto sembrava possibile con un clic, bastava aprire un qualsiasi social per entrare in comunicazione con chiunque, eppure si sentiva lo stesso sola e molto spesso inadeguata a quello che chiedeva il mondo. Lontana dalla perfezione di Instagram, dalla leggerezza di Facebook, dalla falsa profondità di Tumblr. Voleva semplicemente sentirsi Marta, che non sapeva cucinare, che odiava truccarsi al mattino e che aveva il senso dell’umorismo scaduto.

I’ve become so numb, I can’t feel you there

I’m tired of being what you want me to be

Il bus fece una schinca, andando a parcheggiare vicino alla tettoia.

Ad aspettare ci stavano le facce che vedeva ogni mattina, a cui dava il cambio. Lei scendeva e loro salivano, magari diretti in qualche via più in là, al lavoro o a casa. Per un attimo prese la borsa, per scendere.

Avrebbe salutato di corsa il conducente, buttando il ciao verso i gradini e poi si sarebbe diretta verso il lavoro, come ogni mattina.

Poi ci ripensò. Numb era ancora in loop sull’mp3. Chiuse gli occhi e fece finta di dormire. Il bus riprese la strada.

Quaranta

Quaranta sogni buttati in aria come palline di un clown.

Quaranta baci, alcuni dati per dimenticare, altri per ricordare. 

Quaranta notti passate in bianco.

Quaranta storie scritte, quaranta vissute, quaranta inventate.

Quaranta persone ferite, ignorate, a cui ho voltato le spalle.

Quaranta sbagli, quaranta bugie.

Quaranta vittorie.

Quaranta volte ti amo, ti voglio bene, mi manchi, ti chiamo, ci sei, ti voglio.

Quaranta chilometri scavalcati d’un soffio e pochi centimetri mai attraversati.

Quaranta passi, quaranta corse.

Quaranta mani strette nel momento dell’orgasmo, quaranta luci spente, quaranta occhi chiusi.

Quaranta sì, son qui. 

Quaranta non più.

Quaranta ti vorrei ancora.

Quaranta mai più, mai più, mai più.

Quaranta lacrime appena sveglia, quaranta incubi, quaranta addii.

Quaranta amiche, quaranta confidenze, quaranta sorelle.

Quaranta birre bevute sui gradini.

Quaranta buttate nello scarico.

Quaranta madri che non mi han capito, che non ho capito. Quaranta padri che ho capito più io, o più loro, o chissà.

Quaranta mariti presenti nell’assenza, e io assente nella presenza.

Quaranta nuvole scambiate per draghi, e pomeriggi passati a guardarle passare.

Quaranta libri letti di notte, quaranta parole inventate, altrettante scordate.

Quaranta messaggi mai spediti, baci non dati, abbracci rimandati.

Quaranta sorrisi, sorrisi e sorrisi. Anche se fa male. Soprattutto se fa male.

Quaranta volte nello specchio a guardarmi negli occhi, quaranta sui miei tacchi, quaranta a piedi nudi.

Quaranta volte il due ottobre.

Quarant’anni.

Lei


Lei era una ragazza più alta di me, gambe da gazzella e il fisico asciutto dei suoi diciott’anni.

Io ero la sua migliore amica, non si sa perché, forse perché gli opposti si attraggono.

Lei, la prima scelta dei maschi quando si faceva la classifica della più figa della classe.

Io, buona per copiare il compito a casa.

Ma eravamo amiche, come solo a quell’età si può vivere intensamente un sentimento.

Amiche per la vita, amiche complici e amiche fedeli.

Ma il mio era un sentimento di dipendenza, almeno fino al giorno del suo primo bacio.

Fino al giorno in cui mi disse di essersi innamorata di un amico comune. Mentre io lo ero di lei, senza rendermene conto.

Da quel giorno le cose cambiarono, diventai taciturna e imbronciata, incazzata con il mondo. Lei era felice, io morivo dentro e non me ne rendevo conto.

L’omosessualità non era un problema, semplicemente non capivo.

Pensò che io fossi gelosa, gelosa della nostra amicizia esclusiva incrinata da questo fidanzato, ed in un certo senso era così.

Poi un giorno ci fu l’invito delle amiche ad una festa, si festeggiava il compleanno di una della classe.

Pizza e discoteca in un locale della provincia.

Lei aveva già la macchina e fu naturale andare assieme, mentre io che compivo gli anni più tardi stavo ancora facendo le guide di prova.

Arrivò sotto casa con la sua Lancia Y usata, profumata di vaniglia e con i capelli ancora un po’ umidi; aveva negli occhi una certa agitazione.

–         Che hai? – le chiesi

–         Ho litigato con lo stronzo. –  Era evidente chi fosse lo stronzo del caso.

–         Ti passerà come sempre –  chiosai, forse però dal tono non riuscii a trattenere una certa soddisfazione.

Lei non disse nulla e mise un cd. La strada davanti e lo sguardo sicuro.

Com’era bella nella sua mini con le ballerine.

Mi resi conto che il pensiero lo avevo pronunciato a voce alta solo quando si girò verso di me e mi sorrise.

–         Anche te non sei male. 

–         Sì, certo…  – e pensai alle parole che mi diceva sempre mio padre da piccola: “Non sei brutta. Solo che quelle belle sono fatte in maniera differente”. Io non ero mai stata la principessa del papà. Non ero mai stata la principessa di nessuno.

Arrivammo al locale sulle note dei Green Day. Un posto con un bel giardino estivo dove prima si mangiava e poi si ballava sopra ai tavoli. Facemmo la fila per parcheggiare, era affollatissimo. “Fortuna che cè la crisi… ” fu il nostro facile commento.

Ci incontrammo con le altre e con Elena, la festeggiata. Una ragazza fin troppo zuccherosa.

Non ci sedemmo vicine ma non ce ne importava, eravamo assieme al gruppo e andava bene così. C’era qualche fidanzato o pseudotale, alcuni amici che non avevo mai visto e alcuni imbucati.

Lei fece subito amicizia con uno dell’ultima categoria citata. Avrà avuto sicuramente trent’anni. Sfoggiava sicurezza e dispensava battute. Lei faceva l’oca per compiacerlo. Forse solo per prendersi una rivincita dal litigio con lo stronzo.

Ordinai troppa birra, per tre volte, e la pizza non la finii, la guardavo far la scema con il tizio e già stavo male, bevevo con disperazione e rassegnazione. Quasi per consolarmi mi dicevo che in fondo non guidavo io e volevo solo divertirmi.

Lei andò a ballare. Io rimasi a guardarli in compagnia di un rhum e coca.

Ad un certo punto lui la cinse con le braccia e le mise le mani sul culo. Io non capii più nulla e barcollai verso il bagno. C’era la fila come sempre.

Mi avviai verso il giardino sperando che l’aria della sera mi svegliasse un po’.

Mi sentii toccare su una spalla. Era lei che mi aveva seguita. Mi prese per i fianchi e mi accompagnò a camminare. — Muoviti un po’ che ti passa la balla –  continuava a dirmi.

Sentivo la sua mano sul fianco che bruciava come fuoco e mai avrei voluto staccarmi.

Barcollando andammo dietro il palco del deejay. La musica si sentiva meno: le casse erano tutte orientate dall’altro lato.

Mi appoggiai a lei e cominciai a piangere, e lei con carezze mi tolse le lacrime.

–         Oh, che hai?

–         Ho bevuto troppo… lo sai che dopo piango…

–         Te sei scema. Gli altri si esaltano e te piangi.

Le afferrai le mani e gliele baciai. Mi aspettavo che le ritraesse, invece continuò a dirmi di stare tranquilla.

Le sbottonai la camicetta e le scoprii il reggiseno.

Mi lasciò fare.

Le presi un seno fra le mani e mi avvicinai per leccarglielo, la sentii gemere o forse protestare, ero troppo in confusione per capire, ma non si ritrasse e non si incazzò. Semplicemente non fece nulla per fermarmi.

La spinsi per terra, fra l’erba umida e alcuni fili dell’impianto e le fui sopra non sapendo esattamente cosa fare.

Il sesso con un uomo lo avevo sperimentato solo l’anno prima, fu più scoperta di me che vero amore, e avevo ben chiara la dinamica.

Con lei… con lei non sapevo che fare, volevo penetrarla ma ovviamente mi mancava l’attributo, pensai di leccarla e le alzai la mini sulla pancia, le abbassai le mutandine che trovai già umide e mi avvicinai al suo sesso caldo, e con le dita le trovai il clitoride e lo titillai finchè non lo sentii indurirsi.

Ancora gemiti o proteste e ancora non fece nulla per fermarmi.

Con la lingua la leccai, come se volessi possederla, mangiarla, entrare in lei… e lei mi spinse la testa come a voler dire di fare più forte.

Allora mi spostai e le infilai due dita e con decisione cominciai ad entrare e uscire e la accompagnai all’orgasmo, fermandomi dentro di lei alla fine, quasi come volessi esaltare questa sua sensazione.

Lei dopo l’orgasmo si mise ginocchioni, come me. Si avvicinò. Sentii il suo alito caldo sul viso, mi diede un bacio sulla guancia e mi lasciò lì.

Tornai a casa con altri amici e non parlammo più dell’accaduto.

Son passati anni ormai e lei domani si sposa.

Stasera addio al nubilato. Io e lei.

Profumo

Il tuo odore dalla mia mano se n’è andato in fretta, il tempo dell’autostrada mangiata viva dalle ruote e già non c’era più. 

Ho annusato le dita per tutto il viaggio di ritorno come fosse stato un bonus vinto ai dadi, il regalo che non ti aspetti, l’anello di plastica fluorescente nelle patatine. 

Lo devo aver finito a forza di buttarci sopra il naso, aspirandolo come droga.

Nonostante tutto.

Nonostante niente.

Cosa fai a Ferragosto?

Sveglia alle otto, persiane serratissime, ventilatore a palla.
Trucco d’ordinanza, vestitino micro in maglina con balconcino in vista, occhiali da sole.

Primo post della giornata: “Auguri di buon Ferragosto a tutti!” Selfie pro barzotto con focus innocente sulle tette, completo di sguardo da troia che sbircia dalle lenti scure.

Ecco arrivare i primi like, dopo cinque minuti chat con due tipi vogliosi di sesso virtuale, abbandonati al loro destino immediatamente.

Ore otto e trenta: chiamata all’odiosa cognata. “Tesoro, sì, sì, sto partendo per una giornata a Milano Marittima con Manuèl (fico focoso), saluta tutti!”

Controllo meteo su Milano Marittima: nessun problema, previsto sole, 35 gradi, temperatura percepita 37.

Ore dieci e ventitre, immersione dei piedi nella sabbietta del gatto (pulita), spruzzatina di acqua del ferro da stiro per effetto bagnato, foto con smarphone, taglio accurato dei bordi, filtro uno per dare effetto sole, filtro due per evidenziare lo smalto corallo e il tatuaggio del piede.

Ricerca di frase adeguata su internet. Scelta caduta su aforisma di tale Baricco o Barricco o Barrico, insomma, cit.: “Il mare è senza strade, il mare è senza spiegazioni”. Like immediato di Gina Lobello gran troia conclamata.

Ore dieci e venti terzo post della giornata. Birra su tavolino di rattan del terrazzo (ricoverato il giorno prima), sfondo di poster del mare a cui si nasconde la scritta “Caraibi”. Intanto ottanta like sul primo post, chat aperte cinque. Birre bevute realmente: due.

Ore undici, suonano al citofono.

Sconosciuti.

Non si apre.

Si spegne il ventilatore.

Sconosciuti che provano a scassinare casa.

Merda, merda, merda.

Idea: chiamare la vicina. Tesoro, so che sei a casa, mi faresti un favore? Ho lasciato una chiave sotto lo zerbino, me la prendi e la tieni tu? C’è troppa brutta gente in giro! Lo faresti subito? Sì? Grazie cara!

Grida dal pianerottolo, scalpiccio di piedi.

Cellulare che squilla.

Come? Dei ladri? Omioddio! No, no, non entrare non occorre, grazie tesoro, sì, sì, partita stamattina con quel tipo di cui ti raccontavo. Sì, sì, l’animale da letto – risata isterica – sì ora vado. Te lo saluto, certo. Sei un tesoro!

Mezzogiorno, ai fornelli. Linguine con vongole e bottarga, che Cracco lévate.

Tavernello bianco su calice della bormioli, 80 punti da esselunga per la coppia.

Tovaglietta in lino fotografata sul lato senza patacche, piatto di ikea grande quanto una piastrella, crostini.

Foto condivisa pure su instagram che il cibo acchiappa un casino.

Hashstag: #adorable  #beautiful #bepopular #bestpicture #boyfriend #couple #followme #forever  #instabeauty #instacool #instafood

Ore quindici: stendere telo mare a forma di ciambella sul disimpegno con vicino un salvagente rosa fenicottero che quest’anno va di moda un casino.

Amazon prime sedici euro e cinquantacinque.

Posa da son fica son bella son fotomodella.

Paletto da selfie.

Cinque, pancia in dentro, quattro, sguardo porco, tre, bocca a culo di gallina, due, profilo migliore, uno, petto in fuori, cheese!

Filtri per scurire la carnagione, sbiancare i denti, evidenziare il trucco, pompare le tette. Tagli ad hoc per non far vedere le piastrelle.

Postare!

“Meraviglioso Ferragosto assieme al mio amore!” Tag al finto profilo del finto fidanzato Manuèl – fico focoso.

Chat aperte dopo il selfie tettifero: sei.

Ore diciotto: aperitivo su sdraio comprata all’esselunga il mese prima.

Ricerca del miglior bagno di Milano Marittina per geolocalizzare il post, patatine Amica Chips su ciotolina, tovagliolino in tinta con la sdraio, anello da tre euro con pietrozza da spacciare per regalo di Manuèl – fico focoso – in primo piano.

Post minimale di una, significativa, parola: “Felice”.

Ore ventuno e otto, tramonto. Foto riciclata dal sito http://www.milanomarittima.it. Tagliata, tre filtri: hdr, contrasto tonale, sfumato i bordi. Post romantico e nostalgico.

Like immediato di Gina Lobello che non ha un cazzo da fare.

Ore ventidue, chat di gruppo con le amiche su quanto Manuèl – figo focoso – sia buonogentilegenerosodolcecomprensivo e, ovviamente, figo focoso.

Ore ventitre e trenta. Registrazione alla discoteca Papeete di Milano Marittima (RA). Foto con sfondo neutro, di tre quarti, vestitino inguinale con profonda scollatura sulla schiena, trucco che Clio makeup non è nessuno, tacco quindici. Sorriso durbans.

“E ora si ballaaaaaaa!!!!!”

Ore quattro e diciasette, sveglia dall’I-phone per foto di bocca rosa carminio che sta per addentare croissant Bauli con zucchero a velo spruzzato sopra. E fa subito pasticceria. Foto condivisa su instagram. “Piccolo peccato di gola”

Ore otto del 16 agosto. Condivisione della nota pagina il Milanese Imbruttito. “E anche questo ferragosto ce lo siamo tolto dai coglioni!”

Il sorriso di Diana (Omaggio a)

Anche stanotte piangeva.

Ho sentito i singhiozzi soffocati dal cuscino; tirava su con il naso, come i bambini e come loro non se lo soffiava, tossiva dalla disperazione, dando pugni sul cuscino.
Battevano le due mentre succedeva e un’ora dopo ho sentito il suo respiro farsi quieto.
Sono uscito dal ripostiglio del monolocale, come faccio sempre quando Diana non c’è, sfidando la paura di essere visto e l’ho guardata dormire.

Era buttata di traverso, vestita, e la luce del lampione di via Roma s’infilava nella persiana mezza aperta regalandole sprazzi d’oro addosso.

Era tornata tardi, ubriaca come sempre da quando l’uomo che abitava qui se n’era andato.

Anche io vivo qui, l’avrete capito, ma vorrei viverle addosso, sulle sue gambe abbronzate, sull’ombelico infossato, sulla piega del seno, tra le scapole, sulla schiena. Sul bel sorriso che ha sempre, anzi aveva, prima che, sì, dai, avete capito, e invece me ne sto nascosto.

Psicopatico? Dite davvero? Io direi prudente.

Sono salito piano sul letto avvicinandomi al viso. Perché sì, la prudenza, come vi ho detto, ma volevo vederla da vicino, ora che si impregnava sempre più la sua pelle di luce. Forse sognava, o forse no, non saprei dire. Le pupille si muovevano sotto le palpebre chiuse e io avrei voluto infilarmi tra le ciglia, dirle che sono qui, da sempre.

Il respiro acido m’ha invaso mentre le sfioravo i capelli, ma lei ha lanciato un grugnito, aprendo gli occhi nel sonno senza vedermi veramente. Mi sono spaventato, rimanendo immobile, sperando di essere invisibile, mentre si è tirata su di scatto scendendo dal letto, fermandosi di colpo davanti alla porta del bagno e lì ha vomitato anche l’anima, non riuscendo ad arrivare al water. Io, piano, mi sono nascosto sotto il letto, tra la polvere e gli elastici dei capelli perduti nel sonno.

Il pomeriggio intenso la trovava ancora addormentata, con i capelli appiccicati alle guance, i vestiti sporchi di vomito. Dalla strada saliva il calore denso dell’estate, pregno di silenzio e cicale, rotto solo da qualche auto che sfidava la canicola.

Si è svegliata dicendo “Mi manchi”, piano, come il miagolio di un gattino.

Per un attimo ho pensato si riferisse a me.

L’ho guardata dal mio nascondiglio e aveva il telefono sul cuscino, lo fissava come si dovrebbe fare con l’alba sul mare, con la bocca aperta, piangendo di tanta bellezza.

“Mi manchi…” ha sfiorato lo schermo, poi lo ha gettato lontano tra le coperte ritornando ad affondare la faccia sul cuscino.

“Basta” ha detto dopo alcuni minuti, come un ordine a se stessa.

Basta mi sono detto anche io. Ora esco e le dico che sono qui, che ci sono, che tesserò con lei il futuro, se vorrà, se mi vorrà.

Ma Diana ha preso il telefono con rabbia e ha battuto le dita contro lo schermo, come fa sempre, come si fa contro una finestra. C’è nessuno? Ehi? Mi rispondi? Io sono qui, mi vedi?

Poi con voce risoluta di chi ha preso una decisione importante ha parlato contro il vetro: “Ciao, sono io, senti, lo so che non dovrei chiedertelo così, ma perché non vieni qui stasera? Una pizza… e… se vuoi…”
Ha lasciato in sospeso, come non servissero altre spiegazioni.
“Sì, lo so che ti ho sempre detto che l’amore, che l’amicizia, che noi…”
Pausa.
“Oh, senti, ora fai tu il prezioso? Dopo tutte le volte che c’hai provato! Vuoi scopare o no?”
Silenzio.
“Ottimo. A stasera.”
Se n’è andata in bagno ributtando il cellulare tra le lenzuola e ha aperto la doccia.

Intanto si era fatta sera. Le ombre s’allungavano sul parquet e la luce è diventata più morbida, come se i colori fossero stati sfumati con le dita.

Diana è entrata e uscita dal bagno, ha provato vestiti, li ha lanciati sul letto, si è guardata, ha negato l’approvazione alla sua immagine riflessa, ha tolto e aggiunto. Infine si è vestita con un abito nero che metteva in risalto tutto senza far vedere niente.

Io l’ho osservata, come sempre da quando abita qui, l’ho trovata bellissima anche con questo sorriso forzato che provava allo specchio, che scopre troppo i denti, tira di più il labbro, in un’espressione forzata d’allegria.
Ha suonato il citofono e lei ha detto solo “sali” premendo il bottone del portoncino.

Ed è entrato un ragazzo che avevo già visto qualche volta. Teneva due cartoni di pizza in una mano e una scatola di birre nell’altra. L’ho visto come si comportava di solito, quando veniva qui. La guardava avido in ogni gesto, come se volesse bersi la sua essenza. Anche ora annuiva sempre quando lei parlava, appeso a tutte le parole e si asciugava le mani sudate sui jeans.

Stasera era più imbarazzato del solito. Guardava in giro come se si aspettasse qualcuno uscire dal nulla e gridare “Sorpresa!”.

Lei invece era gentile, buttava indietro la testa ridendo, scopriva la gola, inclinava lo sguardo cercando di attirarlo a sé.

Ma lui era già suo, un po’ come me.

Prigioniero del suo sorriso.

Hanno mangiato la pizza, tagliando con il coltello pezzetti triangolari e tensione, hanno bevuto la birra, si sono seduti sul divano-letto guardando la tivù. Diana si è sciolta i capelli, lui si è sciolto guardandola muovere i ricci.

Ed è stata lei a baciarlo, mentre io morivo dentro.

Quelle labbra che mi sognavo la notte, che ho guardato nel sonno, che volevo toccare, ora sono sue.

Lui incespicava con le mani, spogliandola, incredulo che stesse capitando a lui.

Lei aveva l’occhio torbido di birra e lo sguardo di chi si prenderà tutto quel che c’è da prendere.

Io morivo, ve l’ho detto.

Anche lui la farà soffrire, facendole credere di essere migliore di quello prima; invece la lascerà sola, anche lui incapace di esserci nel momento giusto.

Ma io morivo, non avevo speranze, vedete?

Ho occhi in abbondanza e gambe forti, e lei preferiva buttarsi via con il primo che capitava.

Morivo mentre loro si amavano sul cuscino sporco di lacrime e rimmel e nella notte battevano le due.

Io sono uscito e sono andato verso la morte.

Mi sono arrampicato sul copriletto, muovendo veloce il mio corpo nero. Diana mi ha visto, o era persa nell’estasi dell’orgasmo. Sorrideva finalmente. Sorrideva ed era bellissima con le guance rosse e i capelli sugli occhi, la bocca semiaperta, la lingua che spiccava avida tra i denti bianchi. Sarebbe stato  meraviglioso morire lì, tra il rosso sangue.

Mi sono avvicinato e lei finalmente ha messo a fuoco il mio corpo di ragno.

Ha gridato di terrore e ribrezzo, come potrebbe altrimenti? Non sono mai stato niente, solo l’insetto sull’angolo scuro del soffitto.

Lui ha alzato una mano, io ho fatto in tempo solo a urlare “Diana, Ti a…”

Poi il buio.

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“Il sorriso  di  Diana” è  il titolo  di  un cortometraggio  uscito nel 2002, diretto da Luca Lucini  e sceneggiato  da  Mauro Spinelli con Anita  Caprioli e Michele Venitucci.