El brigante Stéla [racconto in dialetto veneto]

 

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El brigante Stéla el pòza sempre el só s-ciòpo vizìn al portón dea cèsa.

Tanto el sa che nissùn ghe farà niente de male.

Belo lè belo, con el so tabaro, el capelo con la falda larga, i baffi che varda alto.

On bell’omo, niente da dire.

Ma l’è catìvo, o bón a modo suo.

I dise che el ruba ai sióri par dare ai poaréti. Manco el fosse Robin Hood.

E i dise anca che l’è sàtrapo, senza cuore.

On dì Malvina passeggiava in centro. Orgogliosa la jera. La panza alta che portava el fioleto che la spetava dal marìo, Toni.

La andava in cèsa Malvina, par pregare la madona de farghe nasere un putin sano, belo, bianco e rosso come quelo che gaveva avudo so sòrea Teresa.

La portava anche on mazeto de fiori da metere sull’altare. La gavea catà le boche del leon e le margherite. E anche na rosa la jera riusia a trovare. Rossa come el sangue.

Contenta dela so panza e del putin che dentro ogni tanto ghe dava on calcetto, la caminava dritta come on fuso.

«Varda che bell’oselin che ga fato el gnaro lì dentro!» Ghe ga osà drio el paron dell’Ostaria. Quelo el stava sempre fòra dala porta a vardare chi che passava.

On òcio però vardava a destra e l’altro a sinistra. Strabico el jera. Strabico e ònto. Lo savea tuti e pochi andava a magnare volentieri da lù. Giusto on bicère de vin, che quelo miga se femo scupoli. El vin xe sempre bon, anca dentro al bicère ònto.

Fato sta che el brigante Stela el jera dentro l’ostaria a bevare con el so amico Padovan. I gavea bevù el Raboselo e anche el Cabernet, magnà pocheto a dire el vero. Na ciòpa de pàn con la sopressa.

El brigante Stela sentio la frase dell’oste el se ga alzà e l’è andà anca lu alla porta, in tempo par vedare Malvina in fondo ala strada, quasi davanti ala cèsa.

«Chi xea quea?»

«La Malvina, la fa l’infermiera in Ospedale a Noenta. La speta on putin da so’ marìo.

«E selo on màs-cio o na fémena?»

«No, lo so paron!»

«Cosa diseo, scomettemo se l’è on màs-cio?» El ghe risponde el brigante con l’òcio za impizà.

«Eh scomettemo!» Ghe risponde l’oste, verzendo i brazi e savendo che tanto miga se podeva far diverso con chel bandito.

 

Cussì i do amizi i va vanti a bere e magnare spetando che tornasse indrio la bela Malvina dalla panza alta.

On oretta dopo infatti ecola che la passa. La se jera fermà anca dalla Bruna a tore quatro pastine da magnare casa con Toni e la suocera.

La portava el pachetin te na man e te l’altra la tegneva ancora el mazeto de fiori.

El prete la gavea catà in cèsa e el ghe gavea dito che quei bei fioreti li podea metare davanti ala madona dell’ospedale. Cussì la gavaria jutà el giorno deo sgravo.

«Bongiorno siora Malvina!» El dise ossequioso l’oste Jijo

Buongiorno, la soride Malvina, ma la sente on calcetto pì forte in tea panza.

«Ghe xe qua on sior che el volaria savere na roba» el ghe dise.

«Chi xe che vole savere na roba da mi?» la domanda curiosa. E za la pensa che qualchedun el voja farse le punture e el gabia bisogno di ela.

«El Stela, qua dentro».

Malvina la se ferma. La sa che Stéla l’è on brigante e non l’è on sant’omo. Anche se la ga sentio storie bone sol so conto. A sò cugin el ghe ga fato trovare du sachi de farina davanti la casa, quando che la moglie jera morta.

«Signora buongiorno», el disse el brigante, el zercava de parlare el talìan par parere mejo.

«Noi vorrissimo savere se el putin che ea tiene in panza el xe on màs-cio o na fémena? Un bambin o na bambina insoma.»

«E mi come fazo saverlo? Fra on par de setimane partorisso e dopo ve lo fazo savere!»

E Malvina la fa par andare via. On poco spaventà dela domanda strana.

«Non cusita in fretta.» E el tira fora la spada chel portava soto al tabaro.

On tajo, xe bastà on tajo netto in tea panza. Malvina lo ga vardà come se varda on babau, spaventà, fissa nel so ultimo pensiero de vita.

La casca, zenoci in tèra, la man in tea ferita el sangue che sgorga.

In tera el vassoietto dele pastine, e i fiori par la madona.

«Dai Padovan, date da fare. To popà e gavaria volesto te diventassi dotore, cava el putin da chea panza, vardemo se l’è on màs-cio o na fémena.»

L’oste Jijo non gà fato in tempo a dire bao, sangue ovunque e la certeza de aver visto la follia in tei òci del brigante.

«La jera na putina, na fémena.» Dise el Padovan con le man lorde de sangue.

«El ga vinto oste.»

E el buta do schèi sora la tola.

Malvina morente la fissa i so fiori, la rosa la xe ancora pì rossa, sporca del so sangue.

*********

Storie di famiglia riportano tra i miei antenati il brigante Stella, una specie di Robin Hood della bassa padovana, che non aveva paura di lasciare il proprio fucile sul portone della chiesa. Questa è la trasposizione romanzata, in dialetto veneto, di una storiella che mi raccontava sempre mia madre: in cui il brigante scommette con un compare sul sesso di un nascituro e per scoprirlo sventra una donna. (Poi una si chiede perché cresce turbata in effetti).

Il mio è solo il tentativo di dare omaggio alla bimba che ero, che si incantava davanti alle storie di mamma.

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Art. 1 (*)

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L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

 

Nero

Vorrei essere morta.

Non sentire più nulla, non essere più. Non avere più la mente confusa in mille pensieri con l’ansia che mi prende a tradimento, lasciandomi senza fiato, all’improvviso. Che un attimo mi sembra di stare bene e poi ecco arrivare la mano invisibile che mi strozza, mi prende al collo, mi solleva di peso buttandomi addosso coriandoli di angoscia: manca l’aria. E io mi trovo a boccheggiare, un pesce rosso fuori dalla sua boccia, fermandomi di colpo, con le lacrime agli occhi e il battito accelerato. Spaesata, confusa. Smarginata.

Senza più patria né desideri.

Deve essere bello non avere più preoccupazioni, paura del futuro, obblighi e situazioni fuori dal mio controllo, come macigni su di me, pronti a schiacciarmi. Una montagna minacciosa, che giudica la mia vita guardandomi dall’alto. E mi paralizza nonostante mi sembri di correre in continuazione, senza fiato e senza forze. Una gallina senza testa, come dicono gli inglesi: like a headless chicken, corro senza direzione, senza obiettivi, pulsioni vitali.

Vorrei poter togliere la spina, magari solo per un po’. Dormire un sonno buio, nero, senza sogni, ma soprattutto senza incubi. Nessun domani e nessun passato pieno di fallimenti e di aspettative mancate.

Non sarebbe bello poter staccarsi la testa? La riponi nel comodino, con gli occhi che guardano il muro, per non darle modo di giudicarti l’essere inutile che sei.

E finalmente non pensare, non pensare, non pensare più.

A niente.

 

Grigio

Quando lavoravo la mia giornata era piena, pure troppo.

Sbuffavo per il lunedì che mi strappava di forza dall’ozio della domenica, passata tra il divano, la tivù, le sigarette, i giri al centro commerciale e le braccia di Franco.

Sbuffavo per gli orari: sveglia alle sei, metro alle sette meno cinque, timbrare il cartellino un’ora dopo, puntuale, mi raccomando. Poi la spesa, la cena, sistemare casa, stirare, pagare le bollette, andare a trovare mio padre che non si rassegnava a vivere in casa di riposo, le corse per sistemare, pulire, riordinare. La fatica dappertutto, a volte pure per scopare.

E sbuffavo per le trattenute in busta paga, per il mio stipendio inferiore al mio collega, con il mio stesso ruolo in azienda.

Mi lamentavo della collega che faceva mobbing su di me. Dei pettegolezzi, dei superiori che ci provavano, dei colleghi che non lo facevano, e dei clienti che rompevano le palle.

Giorni grigi, tutti uguali. Che si srotolavano sempre più rapidi, correvano veloci come una pallina su un piano inclinato. Impossibile fermarli. Invadevano i miei pensieri e le mie azioni come una pianta di vite americana su un muro di cinta: altamente infestante.

Ora darei un braccio per rivedere quella busta paga, per litigare per le ferie non concesse, non godute, pianificate male, gli straordinari non riconosciuti e le pause troppo brevi oppure per sentirmi messa sotto pressione dal capo, che aveva le sue tabelle di rendimento e ce le faceva rispettare.

Per sentirmi snocciolare i lavori di luglio già a gennaio, le settecento mail a cui rispondere dopo il fine settimana, la scrivania ingombra di carte e appunti.

Per venire sfruttata e sapere di esserlo.

Per lavorare.

 

Grigio scuro

Credo siano cinque giorni che non mi faccio la doccia. Non mi importa, non mi importa di niente.

Tanto sono sola, lui se n’è andato dopo i miei primi sei mesi senza stipendio. Stanco dei miei sbalzi d’umore, della mia poca voglia di fare sesso, della mia depressione, del casino in casa, dei chili di troppo, dei miei capelli unti e con fili grigio scuro, quasi piombo, di vecchiaia anticipata, del fiato acido, dello sporco, di mangiare cibo surgelato e dei costi del cibo surgelato.

Stanco di mantenermi.

Paura che restassi incinta e lo incastrassi in qualcosa che comunque non volevamo entrambi. Io perché non ci sentivo pronti, lui perché non mi sentiva pronta.

Così è partito per un week end con gli amici e in Croazia mi ha mandato un messaggio. Non torno a casa, mando Mauro a prendere la mia roba. Regalandomi l’ultima certezza: che da sola non valevo niente.

Ci vuole coraggio anche per andarsene, ma forse ce ne vuole più per restare in una situazione in cui non si vede il futuro e lui aveva scelto se stesso. Ha buttato all’aria i nostri sogni, quelli che facevamo insieme, per riprendersi la sua vita. E non riesco neppure ad odiarlo.

Ma io ora non ho la forza di alzarmi, togliermi il pigiama che porto dalla mattina prima, lavarmi via dal viso tutti gli incubi che ho avuto stanotte. Resterò qui ad aspettare mezzogiorno per poi trascinarmi davanti al frigo vuoto non sapendo bene cosa mangiare. Scalderò l’ennesimo trancio di pizza e mi berrò la Coca-cola, gonfiando ancora di più la mia pancia. Imbruttendomi ancora, che tanto me lo merito.

 

Giallo verde 

Il sole entra prepotente dalla finestra, l’alba non chiede permesso e si stende sulle mie lenzuola.

Sono gialle con righe verdi e mi sembravano così allegre quando le avevo prese all’Ikea. Saranno due mesi che non le cambio e dove mi stendo comincia a vedersi una chiazza più scura di unto. Devo reagire mi dico. Devo reagire per questo giallo e questo verde che invece di regalarmi il sole mi sbattono in faccia tutta la mia miseria.

Ho la testa pesante.

Non avrei dovuto bere ieri sera. Era la prima volta che prendevo il vino per addormentarmi e ha pure funzionato. Tre bicchieri ed ero stesa. Finalmente un sonno senza risvegli improvvisi, gli occhi sbarrati nel buio, la testa che lavora senza sosta, ma mai un pensiero coerente. Potrei provare anche stasera con il vino, perché ho solo voglia di dormire e non svegliarmi più.

Le amiche che conosco poco mi mandano messaggi whatsapp in cui mi raccontano dei figli, delle vacanze, dei loro successi. E io mando faccette gialle sorridenti, auguri, complimenti. Solo un paio sanno realmente. “Devi reagire” mi dicono quelle più strette. Mi invitano a vedere il cinema, ma non ho soldi per muovermi. Mi chiedono di poter passare a salutarmi, ma ho la casa che fa schifo e mi vergogno. Ho robaccia dappertutto e nessuna voglia di sistemare.

Aprirò un nuovo cartone di vino stasera. Magari dormirò meglio. Ci penserò domani a reagire.

 

Nero lucido

Fa freddo qui fuori. Ho lasciato la tivù accesa su il Segreto e mi sono messa a guardare giù dal terrazzo. Gli avambracci posati sul parapetto e il naso che punta in basso. Il sonoro mi raggiunge ovattato. Penso che solo due anni fa guardavo la serie e ridevo. La guardavo e sognavo con le immagini incorniciate nel nero lucido della plastica. La guardavo mentre Franco se ne stava in soggiorno a bestemmiare contro la Champions.

Ora non ho più nulla, né risate, né sogni, né tantomeno un uomo che lascia le sue mutande sulla lavatrice, perché metterle sul cesto delle cose sporche è troppo difficile.

Fa freddo e buio e io ho finito anche la sigaretta.

Fa freddo ed è passato pure il camion della spazzatura. Chissà che succederebbe se mi trovassero vicino ai bidoni lì sotto, tra la campana del vetro e le croste del formaggio. Mi immagino morta, come potrei immaginarmi un film. Scomposta, un braccio alzato come a fare una domanda, l’altro abbassato, ma piegato di lato, che sembra invitare qualcuno per un ballo.

Le gambe mimano una corsa e invece non corrono più, non dopo quel salto.

Saranno sei metri da qui.

E se restassi offesa, tanto da dover passare la vita in carrozzina? E se finalmente trovassi pace?

Fa freddo e io ho solo un vestitino estivo addosso. Tira un po’ sulla pancia e d’altronde come potrebbe essere altrimenti visto che sono all’ottavo mese. Stanotte la Belva era irrequieta. Ha scalciato come se avesse voluto correre la maratona di New York, non facendomi dormire.

A volte penso che la voglio disperatamente questa figlia. Altre che non ce la posso fare.

Non da sola, non così.

Avrei fatto bene ad abortire.

 

Rosso fuoco

Franco se n’era andato da poco e io mi sentivo sola. Avevo bisogno di riscatto. Tutto continuava a franare intorno a me. Perdevo pezzi di vita ogni giorno. Prima il lavoro, poi la linea, poi l’amore, infine la dignità.

Pensavo che sarei stata capace di vivere l’esperienza della prostituzione con maturità. Io vendevo una parte di me per ricevere denaro. In fondo non vendiamo tutti la nostra competenza, il nostro sapere, il nostro tempo?

Io vendevo la mia vagina.

Mi pitturavo le labbra di rosso fuoco facendo finta di essere quella che non ero. Ma non è facile far entrare un uomo dentro di sé.

Sentire il suo peso addosso, l’odore delle sue ascelle non lavate, la bocca che dà baci che non vuoi.

Per trenta euro a botta.

Ci ho pagato l’affitto per mesi, ma a stento, finché non mi sono accorta di essere rimasta incinta.

Nemmeno la puttana ero capace di fare. Un figlio di qualcuno di passaggio, che non ho amato e non ho voluto.

Volevo abortire e non ne ho avuto la forza. Quando senti la vita dentro di te crescere ti senti ospite, quasi in dovere di fare del tuo meglio. Io però lo ero a giorni alterni. Con la depressione che a volte mi buttava sotto e a volte mi lasciava in pace.

E allora erano quei giorni in cui riuscivo a vestirmi, mangiare qualcosa di decente, andare all’ospedale a fare le analisi. Ma i giorni neri erano molti di più.

 

Verde

Mi hanno regalato una tutina. Se ne stava su un borsina verde, di quelle che usi per l’umido e ti danno al supermercato. E’ stata la ragazza dei servizi sociali, Simona. Non era tenuta ovviamente, ma ha detto che era della sua bimba e aveva piacere l’avessi io.

Ho pianto tanto quando è andata via. Cosa riuscirò a dare a questa vita che scalcia? Sono senza lavoro, senza un compagno, senza futuro. Ho due mesi di affitto arretrato. Un padre che non mi ha lasciato niente quando è morto e due bollette del gas scadute.

E io so solo piangere su questa stoffa gialla di ciniglia, un vestitino già portato da un’altra bimba che ora va all’asilo felice, o forse fa le elementari, non ho capito bene.

Mi sembra un bel segno, una cosa bella tutta per me, che non avevo ancora comprato nulla per lei.

Mi stendo sul divano con il vestito sulla pancia, si alza e si abbassa con il mio respiro.

Un piccolo calcio, l’ennesimo di oggi, lo saluta.

Io piango ancora bagnandolo.

 

Bianco

La vodka è trasparente, ma se ne sta su una bottiglia dal vetro bianco che nasconde tutta la sua limpidezza.

Gli alcolici non mi sono mai piaciuti e non so nemmeno io perché ho preso la bottiglia dal piccolo mini market dei cinesi, stasera. Avevo il mio sacchetto di patatine nel cestino e ci avevo messo persino due mele, intenzionata a cambiare un po’ la mia dieta, che fra poco ci sarebbe stata la Belva con me e io avrei dovuto mettere la testa a posto.

Poi ho visto Franco alle casse.

Era meno bello del solito e con più pancetta, qualche capello bianco e mi sembrava persino molto più vecchio.

Lui mi ha lanciato uno sguardo e mi ha attraversato, senza riconoscermi.

Sono passati più di due anni da quando ho perso il lavoro e tutto è cambiato. Sono cambiata anche io, e non solo per la mia pancia.

Vorrei sbattergliela sotto il naso e raccontargli che ho un fidanzato che mi aspetta a casa, che non vede l’ora che torni per vedermi, dirglielo con un sorriso ostentato, gli occhi che brillano.

E invece non mi ha nemmeno riconosciuta. Devo essere invecchiata peggio di lui e d’altronde sembro una stracciona. Ho i capelli che non vedono il parrucchiere da mesi e un vestito che puzza di me, del mio sudore. Mentre prende il portafogli gli luccica l’anulare. Ha un anello sottile al dito e io mi sento morire.

Prendo svelta la bottiglia e mi accodo, sistemandola vicino alle mele.

Appena fuori lo vedo arrivare.

E’ buio e sembra il portale della chiesa a natale. Ha luci colorate che corrono tutt’intorno.

Mi dico che è quella la mia strada, che sicuramente lì troverò un po’ di calore.

Poi lo schianto con il Tir e la luce bianca invade la mia testa.

 


“Art. 1” fa parte di un’antologia edita da Les Flaneurs : Macerie scritta per raccogliere fondi per il terremoto del 24 agosto 2016 ad Amatrice.

 

Soapovera

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Squilla il telefono.

Mia madre. Lo so senza guardare, perché alle otto di domenica mattina è l’unica persona che conosco che non ci trova nulla di male nel chiamare a quest’ora in un giorno di festa.

Guardo il display e ho un leggero senso di nausea. Speravo in una domenica tranquilla e invece non sono mai buone notizie le telefonate a quest’ora.

“Dimmi.”

Non saluto neanche più. Del resto ho imparato da lei, che di colpo riattacca e non ne ho mai compreso il motivo. Semplicemente ad un certo punto decide che ha finito la conversazione e butta giù, lasciandomi appesa al telefono.

“Tuo fratello…”

Lo dice stanca, come chi vorrebbe metterci altre mille parole a spiegazione, ma non ce la fa.

“Cosa?” Neanche io chiedo di più, è un copione collaudato ormai il nostro. Lei telefona, mi butta addosso tutta la sua angoscia, io non so che dire, lei si autoflagella, accusa un po’ tutti, soprattutto sé stessa, come se fosse lei che compra vino e glielo versa incoraggiandolo, come se tutte le colpe del mondo fossero sue, poi grida, a volte impreca, poi torna all’io, io, io, io, alla sua vita fallita, finita, rovinata, la vergogna, gli sbagli, la colpa, tuo padre, tua cognata, ma io, io, io. Poi piange. Io resto muta. Non ho mai capito se servono le mie parole o se abbia semplicemente bisogno di qualcuno a cui buttare addosso le sue. Piange mentre con non poco disagio non posso fare a meno di pensare alle telenovelas che guardavamo mille anni fa, mentre io studiavo in cucina e lei stirava, fuori avevamo un muro di nebbia e la notte invernale già di pomeriggio. Ecco, lì c’era sempre qualcuno che soffriva immensamente piangendo a dirotto, pieno di disperazione, come fa lei, ora, e la scena cambiava d’improvviso, lasciando un senso di angoscia.

“Mamma non serve piang…”

Tu – tu – tu – tu.

Avec toi

Sono solo una puttana. Una come tante che ha bisogno di sentirsi viva.
Di non morire di tedio, schiacciata dall’esistere.
Sono solo una troia. Una che mescola amore in tre parti di sesso, senza ghiaccio, che liscio, sai, viene meglio. Shakero poi senza pietà, diluendo il piacere.
Sono solo una sgualdrina. Inspiro, ingorda, qualsiasi emozione. Le butto giù come Xanax, per dormire senza sogni.
Sono solo una zoccola. Una che ci crede, ancora, alle mani addosso, al respiro corto, alla lingua dentro e agli occhi chiusi.
Sono solo un’illusa, una volta in più, una volta ancora.

Sans Titre

Far aderire il mio corpo al tuo.
I capezzoli, piccoli sassi, contro il tuo petto. Costola a costola, ma tu, una di meno. Il monte di Venere contro il tuo pube, sesso contro sesso. Un incontro, scontro, al centro. Respira piano, trattieni il fiato, poi ricomincia. Sincronizza il respiro con il mio. Chiudi gli occhi, fatti cullare da quel mare che hai dentro, senti l’onda di risacca che va e viene, batte contro tutte le tue paure. Scogli appuntiti, fari di vedetta. Guarda come le nuvole ci passano sopra. Si rincorrono l’una all’altra fuggendo dal vento. I baci rotolano sul tuo corpo, sul petto scivolano come bolle di sapone, bellissime e vuote. Piene di niente. Non si attaccano, non restano. Ce ne vogliono ancora.

Te ne darò ancora.

Point Nemo (*)

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Si schianterà lì, tutto quello che ho da dirti.

Nel nulla più assoluto.

Più vicino alle stelle che al cuore, il mio Point Nemo.

Più vicino alla notte ormai.

Tra l’Antartide delle cose non dette, il sogno di Rapa Nui e la Terra di Mare, c’è il deserto.

Io sarò lì, a Point Nemo. Ad aspettare Nessuno, a far naufragare le parole, e a guardare le stelle.

De-sideri.

(Sempre).


(*) Point Nemo è il nome del “polo pacifico dell’inaccessibilità”, ovvero il punto nell’Oceano Pacifico più lontano da qualsiasi essere umano. Viene usato come coordinata di rientro per le stazioni spaziali destinate alla distruzione (fonte: wikipedia)

 

Chiodo scaccia chiodo

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Evidentemente ci stavo bene solo io con lui, visto il modo in cui era finita. E se ero consapevole del fatto che nulla dura in eterno, tanto meno questo tipo di relazioni a distanza, rendermene conto era stato un colpo non indifferente.

Perché più di tutto aveva fatto male il modo, lo scoprire che in fondo anche lui era un uomo come gli altri, anzi forse peggio, che chiude con le donne con un messaggio. “Ho altro per la testa.”

Nessuna telefonata e nessun incontro chiarificatore, non ero stata degna nemmeno di quello. E a me era toccato il ruolo di quella che capisce, che sì mica posso dire nulla, ognuno è libero di fare le proprie scelte.

Invece non capivo proprio nulla.

Non capivo dove dovevo mettere tutto l’affetto che provavo, tutto a un tratto diventata invisibile, non necessaria, quasi un peso da sopportare.

Non capivo quando era successo e perché non dirmelo prima, facendo finta che tutto andasse bene.

Mi fece talmente male che non riuscivo più né a dormire, né a mangiare, con l’aria che mancava all’improvviso durante la giornata, a tradimento, perché gli ultimi tempi mi sembrarono una farsa, un tirare avanti qualcosa che non sentiva più.

Continuavo a mettere insieme puzzle di noi, segnali passati e presenti, in cerca di risposte e non ne trovavo abbastanza.

Razionalmente tutto mi era chiaro: si è stancato di te, non gli piaci più.

Invece continuavo a ripensare ai nostri baci, e a come innescavano l’eccitazione tra di noi.

Per me era passione pura, condivisa, reciproca, reale e tangibile. La sentivo aleggiare su di noi durante i nostri amplessi e mi chiedevo come poteva lui rinunciare a questo. La risposta, semplice, mi faceva venire le lacrime agli occhi, storcendomi lo stomaco in un pugno. Un’altra.

Ripensavo a come mi fossi sentita accolta tra le sue braccia, e ci pensavo con vergogna come di un qualcosa che probabilmente avevo sentito solo io.

Era possibile questo? Era possibile che non avessi capito che per lui invece non era così?

Cos’era il nostro cercarci, lo scivolarci dentro, le mani strette nell’orgasmo, il bisogno di sentirci appiccicati in ogni centimentro, abbracciati?

Solo espressione di lussuria, nessun vero sentimento.

Avevo sbagliato ad affezionarmi troppo, a pensare di essere per lui importante.

Un messaggio, un solo messaggio per far finire quasi tre anni di relazione.

Cercavo di raccattare i segnali di distacco, mettendoli insieme, giustificandoli con la lontananza, il normale andamento di qualsiasi relazione: l’iniziale entusiasmo, cercarsi in continuazione, voler condividere ogni cosa, per poi lasciarsi semplicemente vivere, senza nessun nuovo slancio, senza nessuna spinta e futuro. Forse perché all’inizio sono andata cauta, troppo cauta. Non riuscivo e soprattutto non volevo fidarmi. D’altronde che altro avrei potuto fare? Perché io ero stata solo il treno sbagliato in attesa di prendere quello giusto.

E probabilmente se non avessi fatto storie sentendo la sua progressiva lontananza mi sarebbe toccata una scopata mensile, e i suoi soliti messaggi di buongiorno e buonanotte. Nulla più.

Però non avevo mai compreso la differenza tra la realtà che vivevo con lui, in cui ritrovavo ogni volta una dimensione di me e di noi, sempre molto attento, dolce, premuroso, appassionato e la solitudine in cui mi lasciava gli altri giorni. Qualche messaggio, quasi a timbrare il cartellino di presenza. Buongiorno, buonasera, buonanotte. Ci avevo provato a rendere le cose diverse, ma non ne ero stata capace.

Eppure quando ci vedevamo la realtà mi riportava un’immagine migliore. Un trovarsi ancora, nonostante tutto, il suo odore e il mio così buoni insieme, le risate, le battute, i baci, i morsi, le carezze, gli orgasmi donati e ricevuti.

Il fatto che non ci fosse stato nessun chiarimento mi lasciava l’onere di trovarmele da sola le motivazioni e dopo il primo smarrimento iniziale davanti al mondo cercavo di far vedere una me matura che accetta le cose della vita senza colpo ferire, mentre letteralmente morivo dentro, il sorriso spento e la lacrima facile.

Non potevo andare avanti così. Mi mancava tutto, mi sentivo smarginata, come una macchia di inchiostro che si espande sulla carta assorbente. Niente più confini di me e sfocata nel mio stesso essere.

Fu così che su pressione anche delle mie amiche, accettai di vedere Manuel. Vedrai, il “chiodo scaccia chiodo” aiuta! Non so a cosa dovesse servirmi in realtà, ma già il fatto di prepararmi per uscire fu terapeutico quel giorno. Scelsi con cura l’abito, un tubino blu non troppo volgare, e ci abbinai dei tacchi alti. Forzai me stessa a non mandargli un messaggio di disdetta tempestando invece la mia migliore amica con continui whatsapp in cui le dicevo che non volevo assolutamente andare.

Ma lei praticamente mi obbligò: ti farà bene, vedrai.

Con lui non ero mai andata oltre il caffè, ma gli proposi una cena che accettò con entusiasmo.

Ci trovammo nel parcheggio della pizzeria che scelse, ma con il mio solito candore gli dissi:

– Che ne dici se prima di mangiare andiamo a scopare?

Niente paroline dolci, niente complimenti.

Mi guardò sorpreso. Poi disse: – Lo sapevo che eri una troia.

Già una troia, pensai.

– Alla fine non avresti voluto scopare?

– Beh, sì.

– E la troia sarei io…

Lasciai in sospeso, non mi importava di quello che pensava. Alla fine non mi importava più di niente e di nessuno, tantomeno del suo giudizio.

Conoscevo un motel nella periferia di Vicenza, e gli proposi di andare lì, sarebbe stato più semplice e impersonale che invitarlo a casa.

Nessuno parlò in macchina, e la radio sputava fuori canzoni d’amore del tutto fuori luogo.

Non c’era nessuna magia, solo due persone che se ne andavano insieme a scopare in una stanza.

Ma esisteva poi questa magia? Cos’avevo provato in questi anni? Cosa mi aveva spinto a correre da una parte all’altra dell’Italia per stare insieme solo poche ore? Per poter restare ancora tra le sue braccia, addormentarsi dopo l’amore, con il suo viso sul mio collo.

Arrivammo al parcheggio del motel e quando fu il momento di dare i documenti dissi che li avevo dimenticati. Avevo lasciato a casa tutto, carta d’identità e patente. Dove ho la testa, che sciocca.

– Sarà per un’altra volta, riportami alla macchina.