Vuoi fare il verde con me? (cit.)

images

Mischiarci, confonderci, mescolarci i sogni.

Se tu d’azzurro mare trovassi spazio per questo giallo sporco potrebbe risultare un verde bosco fatto di ombre fresche e muschio a nord, o un verde palude in cui ci si infanga ancora, purtroppo.

Un verde bottiglia in cui annegare ogni altro pensiero, buttare il vuoto a rendere tra le onde, senza nessun messaggio al suo interno.

O creare un verde menta con rum e lime, per un mojito sulla spiaggia, la musica lontana, i passi freddi sulla sabbia bagnata.

E con i riflessi d’argento sul verde smeraldo del mare abbinarci il zaffiro intenso, il topazio, il diaspro rosso del tramonto, gioielli nuovi di cui vestirci.

 

 

Elogio del pompino

pompini-704622

Un pompino non è mai banale: né per chi lo riceve, né per chi lo fa.

Una tana calda e umida che ti accoglie, coccola, eccita, consola; la bocca aspira, pompa, lecca, bacia, sugge, lambisce, cercando di dare il massimo piacere e, nel contempo, di riceverne.

Non era la bocca la prima forma di piacere per Freud? La cosiddetta fase orale. La suzione infantile: tutto il mondo di un bimbo racchiuso nel piacere delle sue labbra, nel ricevere il cibo, la vita stessa, succhiando latte dal seno materno, ma anche tutto l’amore e la consolazione possibile, anche col pollice o col ciuccio, che proteggono dalle paure, dalle solitudini e dalle delusioni. Infine la scoperta del mondo, mettendo ogni cosa in bocca, per appropriarsene: “perché esisto solo io, ho bisogno solo io, tutto deve passare da me per capire, dare confini, fare esperienza e, tutto sommato, crescere”.

Ma senza scomodare la psicologia, un pompino, farlo e riceverlo, stimola un piacere sicuramente diverso tra chi ne è esecutore materiale e chi ne viene fatto oggetto, anche se entrambi, in questo atto, trovano la perfetta unione.

Un pompino, per chi lo fa, sopperisce all’ancestrale bisogno di auto-affermarsi, possedendo egoisticamente con il proprio organo principale, la bocca appunto, l’altro.

Perché in realtà, chi domina chi? Chi viene spompinato o chi spompina? Domina chi decide il ritmo e l’intensità del piacere, o chi lo prova? Ed è sottomesso chi è in ginocchio con in mano, pardon, in bocca, la chiave per il godimento, o chi è subordinato all’altro per riceverlo?

Bisogna riconoscere che, essere il centro delle attenzioni, captare ogni parola che la bocca dice senza parlare, solo con la pressione più o meno intensa delle labbra, è beatitudine pura.

Ed è senz’altro vero che il sesso è una forma di comunicazione, ma in quello orale, a dispetto del nome, si comunica senza parlare.

(Da Faccia di pietra- di Itacchiaspillo – ed. Attimi Infiniti, uscita n. 18) 

Ama


Ama, lo sai fare bene.

Non chiudere gli occhi con lei, piantali nell’iride scura, nel bagliore dorato, nell’attimo fragile dell’imbarazzo.

Bacia e ridi, ridi forte.

Tocca la vena che pulsa nel collo, vi gira la vita più forte, soccorri il piacere.

Sussurra il suo nome, intreccia le mani.

(Org)a(s)mala. 

La voglia

«Lo facciamo?»
«Qui?»

«Sì, dai, ho troppa voglia.»

Io lo guardo, incerta. Troppa gente in questo parco pubblico, potrebbero vederci. Ma lui mi prende la mano. 
«Dai, ti prego.»
Mi supplica, non solo con gli occhi. 

Anch’io ho voglia, sono sincera. Sentirmelo in bocca, il profumo inebriante, il gusto intenso.

Ma le ricordo bene le regole. Oltraggio al pudore. Dai due ai cinque anni di carcere. 
Intanto due vicino a noi si stanno spogliando sopra una panchina: lui fa cadere i vestiti come foglie d’autunno sull’erba. 
Si baciano come se fossero affamati, si percepisce il desiderio da tanta frenesia. Manuel mi guarda, ho lasciato la mia mano sospesa a mezz’aria tra la sua, incantata dai due. 

«Lasciali perdere, pensa a noi, dai…»
«Ma… se ci vedessero…»

Il rumore di un’auto dal vicino parcheggio ci interrompe. Un’altra coppia è arrivata. Scendono, lei si appoggia sul cofano, lui abbassa la lampo dei jeans e le fruga sotto la gonna.
«Ma non vuoi scopare?» 
Mi guarda di traverso. «Ancora? Io ho voglie diverse…»

Niente, non riesco a toglierglielo dalla testa.
«Ma l’abbiamo fatto a mezzogiorno!»

«Sì, ma a casa… vuoi mettere farlo qui sull’erba? Il cielo, gli uccellini…»

«E se ci vedessero?»

La coppia arrivata per ultima sta dando il meglio di sé. Lei ormai è abbandonata sul cofano in piena estasi, lui, colpo dopo colpo, fa muovere la macchina in un dondolio ipnotico.
«Cucciola, ti prego, tiralo fuori.»
Riguardo il mio ragazzo. Quando si fa dolce non gli so negare nulla.

«Mi porterai le arance in carcere?» Dico per sdrammatizzare e forse farmi coraggio.
Lui mi si butta contro infilandomi la lingua in bocca. Mi lascia senza fiato da tanta foga.

»Farò di meglio, ti farò evadere.» Mi sussurra piano e mi strizza l’occhio.

Mi ha convinta, in fondo ne ho voglia anch’io. Armeggio con la lampo e glielo metto tra le mani.
La coppia sulla panchina ha smesso di baciarsi e ci guarda contrariata. Lei commenta con un “che schifo, depravati”

Io sono in imbarazzo, ma non voglio nemmeno deludere Manuel.

Anche l’uomo che scopava sul cofano ora ci guarda. La donna si è ricomposta e fruga nella borsa forse in cerca del cellulare: “merda, chiamerà la polizia”.

«Fa presto, sbrigati, cazzo!»
Manuel non se lo fa ripetere due volte e inebriato da tutto quel ben di Dio, fa sparire in due bocconi il panino con la Mortazza.

Al limite del piacere, con ancora la bocca piena, mi grugnisce un “fantastico, ti amo tesoro”.
Inutile dire che non me ne ha lasciato nemmeno una briciola.

Tutti egoisti, gli uomini.

Doccia a doccia

Si nasce nell’acqua.
A volte ci si muore pure, per poi rinascere nuovamente, sempre uguali, ma un passo oltre, un passo avanti e il sorriso aperto.

Nudi, con tutte le cicatrici addosso e i perché rimasti inspiegati.

Nudi sotto quest’acqua che toglie il respiro e si porta via tutto, valanga improvvisa, almeno per un po’.

Nudi fuori, forse meno dentro, che non è mai facile, che non paga come dovrebbe, un tanto al chilo.

E scivola sui nostri corpi di d’annunziana memoria, più reali che silvani. 

Ha strappato un sorriso, ricucendo quello strappato.

Sorridevo, sì. 
Pure tu.