La forma della sensualità

La sensualità ha molte forme.

Lo ripeteva spesso, Marta, ai visitatori della Gypsotheca Canoviana.
Indicava il muscolo teso di Ercole, la curva della schiena di Maria Maddalena, il piedino piegato delle Tre Grazie, le dita di Venere appoggiate sul viso di Adone e cercava di trasmettere con le parole quello che già la statua gridava da sé.
La sensualità passava forte dal gelido marmo che seppur inerte, immobile, solido nella materia, trasudava passione e vita dalle forme plastiche.

A prima vista, invece, nessuno avrebbe pensato di lei che fosse sensuale, non in modo convenzionale almeno. I capelli crespi legati di fretta, al mattino prima di uscire, gli occhiali pesanti sul viso stanco, qualche chilo in più, regalo della menopausa, erano ciò che mostrava al mondo. Invece dentro di sé si sentiva veicolo di passione, corda di violino pronta a suonare, spugna pregna di acqua calda e sapone, da strizzare lungo la schiena, dopo una giornata di lavoro.

Alla sera si attardava tra le sale, lasciando i colleghi tornare chi alla famiglia, chi a fare notte nei locali, felici che ci fosse qualcuno che si occupasse al posto loro delle incombenze della chiusura del museo.

Dapprima le piaceva semplicemente passeggiare tra i gessi illuminati dagli intarsi di vetro dell’architetto Scarpa, famoso per l’uso della luce naturale come arredo scenico alle opere dello scultore. Aspettava il buio, guardando i contorni farsi sempre meno chiari, fondersi nella notte. Poi la luce veniva da sé. Gli occhi si abituavano all’oscurità ed era come se la luna avesse imbibito i gessi bianchi, facendoli risplendere.

In un secondo momento aveva sentito l’esigenza di essere come gran parte delle statue: nuda. Si spogliava perciò lentamente, quasi protagonista di un rituale. Come fosse stata davanti ad un amante goloso di ogni gesto, affamato di lei e del suo desiderio di mostrarsi. Toglieva vestiti, pensieri, emozioni. Rimaneva di lei l’involucro, un vuoto a rendere da riempire.

Vagolava tra le statue, le salutava come vecchi amici sorridendo loro, sfiorandole sempre più da vicino, in un gioco di seduzione e sguardi che portava avanti piano piano. Un’innamorata paziente, che creava occasioni dal nulla.

Quando decise di seguire definitivamente l’istinto abbracciò le Tre Grazie, entrando nel circolo di carezze date e ricevute. Sapeva benissimo che non avrebbe dovuto, che toccarle era un sacrilegio. Non poteva farne a meno. La passione è così, ti chiama a sé, ed è inutile farvi resistenza. È corrente di fiume che scava, modella, rompe argini e ti invade prepotente.
Si appoggiava a una delle tre statue, facendovi aderire il corpo, con la stessa delicatezza di un cappotto sulle spalle, ricevendo calore invece di darlo. Tentando una fusione che non le era mai riuscita con gli uomini, ma che sentiva quasi completa in quel momento, denso di bellezza.

Poi toccò a Napoleone. Imponente nella misura e nell’austerità. Con il corpo ne avvolgeva la gamba, rendendosi simile a un serpente amazzonico su un tronco. Identica nel movimento sinuoso, nello strofinarsi sulla superficie, sembrava raccogliere centimetro dopo centimetro l’essenza stessa della figura. Tornava a casa sfinita, arresa alla sua Waterloo, arresa alla natura che chiedeva solo di essere soddisfatta. Rimaneva poi nel buio di casa sua, con gli occhi chiusi, assaporando le mille sensazioni, come dopo una notte di sesso selvaggio, dove non importava più il chi e il dove, ma era solo Marta che dava e prendeva. Nella mente svolgeva il film dei momenti nella Gypsotheca, rivivendoli toccandosi ovunque, venendo violentemente, sentendo il piacere attraversarle la spina dorsale e insinuarsi nel cervello, lasciandola sfinita.

Infine fu la volta della statua della Naiade giacente. L’aveva corteggiata a lungo, e lei sembrava ricambiare con sorrisi d’invito. Innocente e sensuale, la Ninfa le mostrava la schiena in segno di resa, passeggiando sul filo teso tra candore e malizia, abile equlibrista. Vi si stese sopra baciandola dal collo ai reni, sognando di possederla. E pur consapevole della propria femminilità, nel suo delirio sensuale le apriva le natiche e la violava nell’intimo. La sentiva gemere e gridare di piacere. Le pareva di essere uomo e donna, animalescamente insieme, di possedere non solo la statua della divinità, ma ogni minimo gesto che aveva portato lo scultore a renderla tale. Finché la sentì chiaramente muoversi sotto di lei, assecondando il piacere, agevolandole i movimenti per lasciarla entrare ancora più a fondo.

Ma rovinò a terra.
La trovarono nuda il mattino dopo, svenuta dopo aver battuto la testa, con il bacino incrinato, il femore rotto e ancora il braccio della Naiade in mano, staccato dalla statua, nell’impeto della passione.