L’indeciso

Danilo è un ometto insicuro di sguardo e di parola.
Sposta in avanti la gamba destra come una ballerina nella posizione di riposo. Ci ripensa. Lo fa con la sinistra. Poi torna alla destra, alternandole di continuo, prima di qua, poi di là – hop, hop – creando un curioso balletto. Lo fa mentre parla, suda, si confonde, si riprende, cerca un minimo sorriso, poi fissa un punto concentrandosi, mi chiama “sinnoina” mangiandosi le lettere.
Cerco di trovare un filo logico da fargli seguire, lui sembra capire, gli si illumina lo sguardo, poi si perde ancora dietro “ai miei tempi”, i “si stava meglio quando si stava peggio”, “io, io, io” ripetuto in continuazione. “Sinnoina, vede, io, vorrei dire, avevo pensato, non so, io, no, non credo”.
Gli si imperla la fronte, il riporto è già appiccicato al cranio lucido, una goccia di sudore gli scende tra l’occhio e l’orecchio, nel viso ha chiazze rosse che spiccano sul colorito giallognolo. È curvo d’insicurezza, ansia, indecisione.
Continua il suo balletto: gamba destra avanti, braccio destro piegato, sinistro steso. Gamba sinistra avanti, braccio sinistro piegato, destro steso. Ha affinato talmente tanto la tecnica da non muovere nessun’altra parte del corpo mentre mima Arlecchino in cerca d’applausi dopo la commedia. Hop, hop. Io mi perdo nel suo tic. Gli fisso la testa che non si muove di un millimetro nel passaggio. Mi chiedo se non sia irrispettoso, ma non posso farne a meno. L’osservo mentre è orgoglioso di avere il discorso in mano per un paio di minuti, poi di botto non si sa più sbrogliare, incespica sulle parole, lancia sguardi d’aiuto alla figlia per finire una frase, un concetto che solo lui sa.
Lei lo guarda vuota, guarda me, poi alza gli occhi al soffitto, li porta al pavimento e scuote appena la testa chiudendo gli occhi. “Che ci vuoi fare?” mi dice con la mimica. Io sorrido stretto, il tempo è poco, è sempre poco per me, che avrei voluto stare con i piedi a mollo nei sogni altrui oggi, e invece sono qui a vedere sta casa, uguale a mille altre, eppure per loro diversa, speciale, unica in ogni angolo, crepa, ragnatela.
Pure io mimo un “no, non importa”, ma gli occhi vanno all’orologio smentendomi subito.
Guardo il telefono. Nessun messaggio.
Mi scollo con difficoltà e mai verbo rende di più l’idea.
Lo lascio al suo balletto dopo avergli stretto la mano, io sì più sicura di lui, di non voler avere nulla a che fare con la sua indecisione.

2 thoughts on “L’indeciso

  1. rodixidor ha detto:

    Incontro raccapricciante, ma ben descritto e con quel pizzico di umorismo che lo rende simpatico.

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