Lo vuoi?

“Lo vuoi?”

Le parole si fanno strada nel buio. Tentano di strapparmi al sogno che stavo facendo, riuscendoci in parte.

Mi esce un “uuuhmmmmm”. Che tradotto dal dizionario “Mugugni di prima mattina – Italiano” avrebbe voluto dire “lasciami stare”.

“Ehi, lo vuoi? Dimmi che lo vuoi.” Riesce a svegliarmi massaggiando il culo, lo impasta con una mano, mentre con l’altra immagino che se lo stia menando. Mi si butta sopra, come si fa con la preda, senza aspettare una reazione, senza stelle e cuori, sapendo che non ci sarebbe stata nessuna risposta negativa.

Come si fa a non volerlo? Duro e animale. La bocca e i denti sul collo. Mi morde mentre strofina il sesso su schiena e natiche. Mentre mi tiene bloccate le braccia e continua a lasciarmi morsi e baci, baci e morsi e pensieri a metà.

Poi si sposta di lato, dal culo trova la strada verso le grandi labbra, mentre io trovo lucidità, vedo la luce del mattino non ancora matura. Saranno le cinque, penso. Maledetto alzabandiera. Benedetto alzabandiera.

“Lo vuoi? Eh? Dimmi che lo vuoi.”

Non rispondo, non ne ho bisogno. Tutto di me dice che non voglio altro, soprattutto ora che sono completamente sveglia.

E il pompino è la risposta alla domanda. Fosse così facile pure nelle questioni di tutti i giorni.

Così il suo odore si mescola al mio sogno, alla saliva, alla luce dell’alba sulle lenzuola e ai suoi gemiti.

Che sì, lo voglio, si era capito.