Sei tornato prima!

accappatoio-donna

Le giornate erano sempre più fredde: ormai l’inverno era definitivamente cominciato. Il solstizio avvenuto il giorno prima, aveva segnato l’inizio della stagione che odiavo con tutto il cuore, sia per le temperature per me difficili da sopportare e le giornate buie, che per tutte le scadenze che inevitabilmente c’erano. Inanellavo giornate pesanti una dopo l’altra sotto le feste di Natale. Se lavori nel commercio il periodo natalizio è il momento peggiore: non hai orari, non hai permessi, non hai nemmeno la facoltà di ammalarti senza rischiare di venire linciato dai colleghi o dal capo. Per non parlare delle mille cose da organizzare in famiglia. Non avevo avuto nemmeno il tempo e soprattutto la voglia di addobbare casa con l’albero, lasciandolo ben impacchettato in soffitta tra tutte le cose che si usavano raramente. E poi i regali: quelli per i nipoti, qualche pensierino per le amiche, un pensiero più importante per il compagno. E la suocera! Mica la puoi dimenticare. Ah, e mamma ovviamente. E zia Betta che innaffia sempre le piante sul balcone, il portinaio, la signora delle pulizie, la cugina che sicuramente verrà a salutare da Milano – se ne stesse a casa sua – accidenti! Poi, per non farci mancare nulla, ecco i parenti che si autoinvitavano per il cenone che “tanto hai la sala da pranzo bella grande e cucini bene e, mi raccomando, quest’anno stupiscici tu che guardi sempre Masterchef”.

Se mi sparavo facevo prima.

Era il 22 dicembre e la gente sembrava impazzita. Vedevo persone scegliere il più improbabile dei vestiti pur di fare un regalo. Alcuni di questi sarebbero stati in vendita su eBay già la sera di Natale, controllare per credere. Poi c’erano quelli che si compravano il vestito per le feste. Quello rosso con le paillettes che gridava “Natale! Natale! Natale!” Solo a guardarlo. Impazziti e maleducati. Non sapevo più quante volte al giorno entravo e uscivo dal magazzino per controllare se la merce fosse ancora disponibile, facevo pacchetti, tiravo nastri con la forbice per fare i fiocchi e litigavo con quelli che volevano da me lo sconto, il modello simile ma diverso, il colore più chiaro, più scuro, più “tendente al blu notte con pallido riflesso argenteo sullo sfondo”, se ne andassero a fanculo! Il delirio insomma. Arrivavo a sera arrancando, barcamenandomi tra le mille altre incombenze da fare: la bolletta, la spesa, la cena, un minimo di riordino tanto per essere sicuri che la famosa serie televisiva “Sepolti in casa” non scegliesse proprio me come testimonial italiano e in più erano quindici giorni che vedevo il mio compagno giusto dieci minuti: io me ne andavo a letto distrutta trascinandomi come uno zombie mentre lui rientrava tardi per via degli straordinari che l’azienda imponeva per chiudere tutte le commesse prima delle ferie. Di solito ci scambiavamo qualche informazione di servizio in quei momenti: la bolletta pagata, la nuova fantasiosa lamentela della Galvanin, la tizia del piano di sotto che se ne inventava ogni settimana una di diversa, il problema risolto o meno, al lavoro. Cose così insomma, che ci aiutavano ad andare avanti. Poi dopo un “ciao, notte” io mi avviavo verso il letto pronta a entrare in coma e lui mangiava guardandosi la tivù; cercando quel po’ di relax che quattordici ore fuori casa richiedevano.

E questa era stata la giornata pesante per eccellenza ed ero più stanca del solito. Ci mancava solo la lite con la commessa del reparto attiguo al mio, sfociata poi in lavata di capo per entrambe dal responsabile del personale: avevo solo bisogno di dormire. Perciò dopo una doccia veloce con cui cercai di lavare via la fatica mi catapultai a letto senza nemmeno togliermi l’accappatoio, né mangiare. “Ancora due giorni e poi sarà Natale, poi il tour de force del pranzo in famiglia con i parenti, infine il via ai saldi.” Mi dissi e pensai seriamente di cercare un volo verso le Bahamas e di piantare tutto. Il mio ultimo pensiero coerente fu invece che avrei dovuto scongelare la carne per preparare il ragù in tempo per metterlo nelle lasagne.

 

Le coperte che si muovevano nel letto mi fecero registrare che Alessandro era ormai tornato. Sentii il materasso cedere dalla sua parte e lui che si stendeva; la camera era immersa nel buio più totale: evidentemente aveva spento la piccola abat-jour che tenevo sempre accesa quando lui non c’era, fosse stata anche tutta la notte perché in trasferta per lavoro. Se dormivo sola trovare un po’ di luce nei miei frequenti risvegli notturni mi dava calma e sicurezza.

«Mmmhh ciao, hai già mangiato?…» riuscii a dire, al limite tra il conscio e l’inconscio, non riuscendo nemmeno a girare il viso dal cuscino tanto ero stanca.

Lui si avvicinò senza rispondere e cominciò a baciarmi piano il collo, in quei dieci centimetri quadrati tra il lobo e la spalla. Mi scappò un “oh” di stupore. Negli ultimi mesi l’intimità tra noi era scarseggiata, e gli impegni reciproci e queste feste imminenti non aiutavano. Il nostro rapporto aveva raggiunto una certa stabilità emotiva e se la routine di vivere ormai assieme ci permetteva di condurre una vita relativamente tranquilla, la quotidianità si era mangiata tutta la nostra passionalità, fagocitando i buoni propositi che ci eravamo fatti l’un l’altro, prima di compiere il grande passo della convivenza.

Fui sorpresa e stupita dell’approccio. Erano mesi che non venivo baciata sul collo e questa era una gran bella novità. La sua bocca vagava senza fretta, prima succhiava il lobo, poi piano lo mordicchiava, facendomi fare piccoli gridolini divertiti e provocandomi la pelle d’oca ovunque. Erano leggeri come petali i suoi baci, eppure sentivo la mia pelle bruciare. Poi cominciò ad accarezzarmi. Passava le dita dal collo alla clavicola, scostando sempre più l’accappatoio e trovando la mia pelle nuda. E poi ancora i suoi baci, che, come minuscoli timbri, marchiavano ovunque. Ero confusa, sembrava che fossero piccoli salvagenti a cui ancorarmi per emergere dal mio torpore. E io non volevo altro che essere salvata in effetti.

«Hai deciso di svegliarmi, eh?» dissi ormai eccitata.

Mise la mano sotto la spugna dell’accappatoio e trovò il mio seno sinistro che chiuse fra le dita. Cominciò poi a stimolare il capezzolo con la bocca, che si indurì sotto la sua lingua.

Nel buio cercai di districarmi dalle lenzuola e dalla spugna che avevo addosso. Ma Alessandro non ci pensava minimamente a lasciarmi spazio di manovra, scese infatti fra le mie gambe.

Cominciò a leccare scopandomi con la lingua e le labbra, facendomi fremere dal piacere, mordicchiava il clitoride mentre lanciavo piccoli gridolini di piacere. “Ho come l’impressione che la Galvanin domani mattina si lamenterà ancora se continuiamo così” pensai, immersa nel mio languido piacere. Le braccia abbandonate sopra la testa in segno di resa e la testa che cominciava a girare, seppur ferma, seppure immersa nel buio.

«Allora è vero che il peperoncino fa bene» mi venne da sorridere mentre glielo dicevo, con la voce più alta di un’ottava, quasi in affanno. Avevo aggiunto del peperoncino piccante ai fagioli della cena, ma mai avrei pensato di suscitare questi risultati, dovevo farlo più spesso!

Lui si fermò, forse mi lanciò uno sguardo nel buio, ma ancora non disse nulla. Poi riprese con più foga di prima. Mise le sue mani sotto le mie natiche per sollevarmi e arrivare così più a fondo con la lingua. Si stava sfamando di me in modo animale con ardore e passione e non sembrava intenzionato a smettere tanto velocemente quanto piuttosto a portarmi dritta all’orgasmo, cibandosi dei miei umori. Arrivò trovandomi impreparata. Un orgasmo fatto di miele caldo che si spandeva sul mio sesso. Sentivo chiaramente la pelle bagnata, umida della sua saliva e del mio piacere. «Oddio, tu vuoi farmi morire». Ero letteralmente sopraffatta dal piacere, come mai prima d’allora. Che ne era stato del mio compagno che amava più il calcio che il sesso? Possibile che la fame di noi si fosse riaccesa dalla cena? Erano domande stupide, e nemmeno volevo la risposta. “La vita va presa come viene”, mi diceva sempre mio padre e immersa nel mio bagno di piacere non potevo che dargli ragione.

 

Ma lui non era intenzionato a far finire la cosa lì evidentemente, e in effetti nemmeno io lo volevo. Nel sesso l’orgasmo dell’altro è fondamentale, ed è come mettere la polvere di cioccolato sopra il tiramisù. Senza il dolce è buono uguale, ma se è presente dà senso al tutto. Mi prese nuovamente sotto le natiche e mi girò, e io mi misi carponi. Viaggiavo ancora nella marea di sensazioni del dopo orgasmo e sentivo bisogno di riprendermi, ma lui aveva tutt’altra idea. Sentii nuovamente la sua lingua che mi esplorava, oltre che tra le gambe, pure tra le natiche. Il desiderio riprese nuovamente vigore e avevo assoluto bisogno di sentirlo tra le mie gambe e lui mi penetrò con foga tenendomi le mani sui fianchi. La passione era palpabile, aleggiava su di noi come nebbia d’autunno e io sentivo il mio orgasmo nuovamente vicino. Ora volevo anche il suo e ci muovevamo a ritmo sempre più crescente. Successe però qualcosa di inaspettato. Si fermò e si sfilò, facendomi rimpiangere la sua scelta: volevo solo venire e sentirlo venire su di me. Poi un colpo mi gelò. Sentii uno schiaffo ben assestato sul gluteo destro che mi fece sobbalzare di stupore. Non mi aveva mai colpito e non riuscii nemmeno a capire se era una cosa che mi fosse piaciuta o meno perché non feci in tempo a chiedermelo: me ne arrivò un altro, sulla natica sinistra. Ma il mio corpo rispose prima della ragione. Emisi un gemito che era più di piacere che vero dolore e sentivo la pelle che chiedeva ancora le sue mani aperte. Alessandro sembrava avesse capito, mi penetrò con due dita facendomi inarcare la schiena e colpì ancora, ripetutamente. Sentivo le gambe molli e non riuscii a tenere la posizione a carponi. Franai perciò sulle lenzuola con il corpo pervaso da questa nuova sensazione. Ero come un’equilibrista sul filo tra il piacere e il dolore. Volevo che durasse per sempre e nello stesso tempo ero smaniosa di sentire il mio orgasmo e il suo.

Poi fece ancora qualcosa di inatteso. Il fatto che ci conoscevamo ormai da tanti anni aveva reso il sesso tra noi, non dico prevedibile, ma sicuramente legato a quello che ci piaceva di più e raramente uscivamo da quei binari. Ma non questa volta.

Tolse ancora le dita, lasciandomi nuovamente orfana della sua presenza dentro di me, e desiderosa di avere il mio orgasmo. Si avvicinò al culo con le dita umide dei miei umori e cominciò ad allargare la mia intima fessura.

Il sesso anale non era tra le cose che preferivo fare, seppure tra noi avessimo sdoganato pure quello. Eppure ero talmente eccitata che desideravo sentirlo ovunque. Mi penetrò. Fu un dolore acuto che mi fece irrigidire, ma poi sentii il bisogno di accoglierlo, averlo dentro, sentirlo ancora e ancora. E il dolore prese il posto alla smania di sentirlo sempre più. Lui spingeva con forza aggrappandosi a me. Finchè non ebbi un orgasmo così intenso da lasciarmi non solo senza fiato ma anche senza punti di riferimento. Un viaggio di andata verso la piccola morte, in cui fluttuavo nel piacere, navigando a vista tra le onde dell’orgasmo. Poi vi fu il ritorno, lento e lascivo, alla realtà. Alessandro si accasciò su di me vinto anch’egli dal piacere.

«Wow.» Solo questo riuscii a dire mentre buttavo fuori l’aria e altra ne chiedevo per tornare a respirare.

Rimanemmo abbracciati poi per un tempo che mi parve indefinito. Lui lasciava piccoli e teneri baci su di me, mentre io, se avessi potuto, avrei fatto le fusa come una gatta. Non era mai stato tanto dolce nei miei confronti e pensai che forse volesse farsi perdonare qualcosa, come quegli uomini che arrivano con il mazzo di rose rosse dopo il tradimento. Ma non avevo voglia di farmi mille domande, mi beavo del piacere ricevuto e tanto mi bastava.

«Cazzo il ragù!» dissi d’un tratto sciogliendomi dall’abbraccio e scendendo dal letto come se mi avesse morso una tarantola. «Devo togliere dal congelatore la carne altrimenti non riesco a prepararlo per domani, e addio lasagne!»

Mi avviai perciò verso la cucina, nuda com’ero, e sentivo le gambe cedermi, ero un po’ provata per la battaglia appena avvenuta sul nostro letto.

Arrivai in cucina e prima di aprire il frigo controllai il cellulare. C’era un messaggio di Alessandro che mi avvisava che avrebbe fatto tardi, controllai l’ora ed erano le 10.30; probabilmente era poi riuscito a liberarsi dagli impegni.

Misi da parte il cellulare e aprii il vano del congelatore in cui c’era il pacchetto con la carne da usare e lo presi.

«Ti sei data al nudismo?»

Feci un salto gridando dallo spavento e mi girai. Il mio compagno era sulla soglia, vestito di tutto punto con la borsa del lavoro in mano.

Lo guardai sconcertata. «Ma tu che ci fai vestito così?»

«Sono appena tornato, non hai visto il messaggio?»

Ero inebetita. «Certo che l’ho visto…»

Mi guardai meglio attorno, in effetti la tavola era ancora apparecchiata come se nessuno vi avesse cenato.

Poi la folgorazione.

Corsi verso la camera in tutta fretta e accesi la luce.

Il letto era vuoto, le lenzuola, uniche testimoni dell’amplesso appena avvenuto, giacevano scomposte sul letto e la finestra era aperta.

Alessandro mi seguì in camera: «Che succede? Con il freddo che c’è la finestra è aperta.»

Andai verso di essa e la richiusi. Guardai fuori, ma la strada era vuota. «Nulla, non succede nulla.» Raccolsi poi il mio accappatoio caduto dal letto e indossandolo dissi: «Fa proprio freddo stasera.»

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Questo racconto fa parte dell’antologia “Noi” – edita da Damster 

Dentro ai tuoi occhi

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Ci voleva l’abbraccio che mi ha riportato dentro ai tuoi occhi.

Mi sentivo andare via, quasi fossi stata il fumo che si spande dai camini, d’inverno. Scaldare camere vuote e tempi non nostri per poi non esserci, non come avevamo bisogno.

Invece sei arrivato e mi hai tenuto.

Un pezzo che si è incastrato, lì, più a fondo, mentre scambiavamo sorrisi per orgasmi. Poche ore per ricordi fermi. Pelle con pelle, mai abbastanza.