Nuvole ad est

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«Vuoi giocare con me?»

Glielo dice mostrandogli la lama, facendola oscillare nella mano, accompagnandola con un sorriso un po’ forzato, l’occhio che lo guarda di sbieco, la voce che tira lungo, sul finale.

«Oh, ma sei fuori?» Giorgio si alza a sedere, abbandonando la posizione a quattro di spade che teneva tra i due cuscini del letto.

«Uffa.» Lei mette il broncio, come se le avessero tolto il suo gioco più caro. È bella Anna con quell’espressione, Giorgio lo sa, probabilmente lo sa anche lei.

«Non capisci la mia ironia.»

«Chiamala ironia…»

«Va beh, gusto del macabro.» E intanto appoggia il coltello sul comodino, disarmandosi di lame e luci strane negli occhi e si mette proprio dove prima stava lui, sperando in un abbraccio, che non arriva.

«Hai da fumare?»

«Da quando fumi?»

«Da ora. Ce l’hai?»

«No, tu non fumi.» Giorgio le va sopra, richiudendola in quell’abbraccio che le serviva per ritornare a casa. «Non fumi, cara mia. Sei già abbastanza psicopatica così.»

«Perché chi fuma è psicopatico?» Lo guarda staccandosi un po’, per metterlo a fuoco. Per fargli lo sguardo da maestrina che le riesce bene.

«No.» E le stampa un bacio sul broncio. «Oggi che hai?»

«Niente.»

«Ahia.»

«Ti giuro.»

«Quel niente che poi scopro che sei incazzata con me e dovrei sapere perché?»

«Ma no. Sì… forse…» Lei ride. Si avvicina. Lo ribacia ingoiandosi il broncio e mettendosi un sorriso al suo posto. Apre piano la bocca cercandogli la lingua.

Le nuvole son già dirette altrove.

 

 

 

All’inferno e ritorno [Racconto erotico]

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Fa caldo all’Inferno.

La vampa mi investe all’improvviso, quando apro la porta. Gesù, ma che mi aspettavo? Inferno: un nome, una garanzia, no?

Prendo il mio asciugamano e lo sistemo sul marmo, poi mi ci siedo sopra, le spalle un po’ curve, i capelli che cadono sul viso, le braccia tra le gambe, il respiro un po’ in affanno. Chiudo gli occhi, cerco di estraniarmi dal mondo, concentrarmi su me stessa. Sentire il corpo che risponde al calore, come se si volesse liberare di tutto ciò che di negativo c’è dentro di me, ed è veramente tanto in questo periodo. Li apro all’improvviso dopo pochi minuti: una risata e una folata di aria più fresca annuncia una coppia che entra, sono nudi e si tengono la mano scherzando come solo chi si ama sa fare, prendendosi in giro e ridendo. Si fermano quando mi vedono. Lei è bellissima, con i capelli corti neri che le mettono in risalto i lineamenti, oppure è il suo sorriso a renderla così: prende tutta la stanza, illuminandola, rendendo meno intenso il calore. Lui è un tipo né bello, né brutto, che brilla di luce riflessa, ma ha bei capelli mossi e lunghi da pirata dei Caraibi che tiene legati in un chignon. Forse si aspettavano di essere soli nel bagno turco.

Il fatto che i due siano senza costume non mi imbarazza, forse lo farebbe il contrario, ma lei mi si avvicina guardandomi schifata e perdendo quel fascino che mi aveva colpito: «Qui solo nudi, non hai letto cartello fuori?» Dice con un accento duro da donna teutonica, pur non avendone i tratti caratteristici, e io forse non ne avevo riconosciuta la provenienza per il fatto che non indossa vestiti abbinati male e scarpe ortopediche. Ah, i cliché, che rifugio sicuro per i pensieri banali.

Riesco a dire un no imbarazzato, più per essere stata sorpresa a violare una regola che non conoscevo che al fatto di dovermi veramente spogliare davanti a loro.

Mi si siedono davanti e già per i due non esisto più. Decido perciò di lasciarli soli; li saluto con un arrivederci buttato tra il vapore, ma non se ne accorgono nemmeno, tanto sono presi a parlottare fitto e a ridere, lei con le gambe sulle ginocchia di lui, il braccio che gli circonda le spalle, mentre l’uomo le cinge la schiena. Tengono le mani libere intrecciate, come immagino vorrebbero fare i loro corpi se non ci fossi io a fare da terzo incomodo. Per un attimo mi attraversa il pensiero assurdo che avermi avvisato che la regola è l’abito adamitico sia stato un invito velato a partecipare alle loro coccole, ma visto il chiaro accento tedesco propendo di più per il semplice rispetto delle regole.

Prendo la porta e me torno ad esplorare la Spa: è la prima volta che vengo, ho deciso di mandare tutto al diavolo per oggi dopo l’ennesima notte passata in bianco: mi sono presa alcune ore libere e lasciato la mia catasta di pratiche da sbrigare a decantare sulla scrivania.

Ventiquattrore di ritardo non farà la differenza, il mondo andrà avanti lo stesso, o almeno così spero.

Qui le varie zone sono state chiamate inferno, purgatorio e paradiso, forse Dante avrebbe trovato qualcosa da ridire, ma lo penso più ironico di quanto in realtà non lo si creda comunemente. É uno stabilimento di lusso in mezzo al traffico cittadino, con poche decine di euro e un pomeriggio libero si fugge da tutto, dimenticando la realtà, almeno per un po’.

Visto il giorno infrasettimanale le terme sono praticamente vuote, ci sono un paio di anziani nei pressi della piscina più bassa intenti a leggere il giornale squadernato davanti, sorseggiando tisane e muovendosi poi con passi corti, ma veloci, verso i bagni per l’effetto dei diuretici e un paio di signore sui cinquanta a mollo nell’idromassaggio che spettegolano su nuore incapaci e nipoti fenomenali, che: “pensa oggi Giacomino ha fatto la pipì da solo, un genio”.

La struttura è veramente grande, con più di un bagno turco, mi dirigo perciò in quello vicino. In effetti c’è un cartello appeso a lato della porta, non lo avevo proprio notato e indica di togliersi il costume prima di entrare, per motivi igienici sottolinea. Perciò mi adeguo, infilo il mio due pezzi in una tasca dell’accappatoio, ma quando apro la porta e vengo investita dal vapore mi accorgo che all’interno c’è già un uomo.

Esito un attimo, poi mi faccio coraggio ed entro.

Ci sono momenti che ti cambiano per sempre, sono istanti, flash improvvisi, decisioni che non pensavi di prendere, mai. Eppure ecco che varchi la soglia, rendi ciò che credevi impossibile, vero. Ma raramente ci accorgiamo che stiamo vivendo proprio questi snodi nella nostra vita. Quando si sceglie di conoscere qualcuno, quando si risponde a un sorriso con un altro sorriso, quando si decide di andare avanti invece di tornare sui propri passi.

Saluto appena, mi siedo e cerco di estraniarmi da tutto chiudendo gli occhi, riportando il centro dell’attenzione sui miei pensieri. Eppure c’è qualcosa che mi disturba. Apro gli occhi e vedo quelli dell’uomo fissi su di me. Io abbasso lo sguardo, forse più per istinto di protezione che per timidezza. Poi li risollevo e scopro che lui non si è spostato di un millimetro.

Mi sento più nuda di come sono veramente, ma accenno un sorriso per stemperare la tensione che sento e mi prendo del tempo per guardarlo anch’io, a mia volta.

Vuoi giocare? Giochiamo.

Perciò ritorno a mettergli gli occhi in faccia. Restiamo così alcuni minuti con il caldo che ci fa sudare e rende la nostra pelle lucida. Lui è totalmente depilato, una cosa che non ho mai apprezzato negli uomini, eppure seguo le goccioline che ha sul petto e mi immagino di leccargliele via, una ad una, coscienziosamente, un lavoro certosino, da gatta che liscia il pelo e poi fa le fusa, con la lingua che si sposta sulla pelle, sentendo il sapore del vapore misto al suo, apprezzando la consistenza dei suoi muscoli.

Lui si alza e annulla la distanza tra noi; io mi rendo conto che potrebbe diventare tutto reale. Invece afferra la doccia che pende alla mia destra e bagna il sedile di marmo su cui siedo, l’acqua fresca scorre dandomi sollievo alle natiche, poi sposta l’erogatore sulla schiena e io lancio un urlo. Il getto sulla pelle è freddissimo e non me lo aspettavo. Mi metto a ridere come una scema e ride anche lui mentre rimane dov’è, di fronte a me. Metto una mano sui suoi fianchi, lui l’appoggia sulla mia spalla e si abbassa.

E il mondo è tutto in questi pochi centimetri che ci dividono dal bacio. Tutto qui, in questo momento sospeso, come un nuotatore prima del salto dallo scoglio più alto. L’attimo prima di salire sul predellino del treno, prima del fischio e del semaforo verde. Un mondo racchiuso tra l’incrocio degli sguardi, le labbra socchiuse, la lingua pronta a lottare per perdere.

Perché alla fine un bacio è sempre un tragitto sconosciuto in cui ci si perde, un viaggio senza ritorno, di cui si conosce il punto di partenza, ma raramente si intuisce l’arrivo. E vengo immersa in pensieri vischiosi di corpi allacciati, sospiri, morsi, carezze, spinte, graffi, grida, orgasmi, con la mappa persa durante la strada e rare foto a ricordo.

E in questo momento non esistiamo che noi e le nostre labbra, il caldo umido della bocca, a volte i denti che si toccano, piccoli ding, i concorrenti all’angolo, per riprendere nuovamente le misure. Il sapore dell’uno e dell’altra che si mescola per crearne uno nuovo, unico, irripetibile: nostro.

Poi il piacere diventa più pastoso quando mi si siede vicino e mi mette una mano tra le gambe, trovandomi umida per il calore intorno e per l’eccitazione che mi crea la sua vicinanza, con dita abili accarezza le pareti interne del mio sesso. Sento montare l’orgasmo, inaspettatamente veloce, come già sazio dell’eccitazione degli sguardi e dei baci, come se non aspettasse altro. Vengo tra le sue dita, sfinita dal calore che ci avvolge.

Lui non sembra eccitato, e la cosa un po’ mi spiace, forse non mi trova abbastanza attraente, forse i baci gli lasciano un’altra sensazione, che non condividiamo. Eppure non se ne va, mi prende la mano e mi porta fuori verso le docce, ne apre una e mi butta praticamente sotto il getto forte, mi manca il fiato all’improvviso per lo choc tra il calore del bagno turco e la doccia fredda.

E siamo ancora più nudi, con tutte le cicatrici addosso e i perché rimasti inspiegati. Nudi sotto quest’acqua che ci toglie il respiro e si porta via tutto, valanga improvvisa, sembra voler scavare all’interno per restituirci un’immagine nuova di noi che in fondo non ci conosciamo, se non per questi pochi attimi.

E se il bacio te lo lascio su queste spalle lo riprenderai stanotte o lo butterai a lavare con la biancheria sporca? E se ti bacio qui, su questa tempia dove passano i pensieri ne farò parte anche io, dopo? E sarà importante saperlo? No. Siamo qui e ora, a dividerci i centimetri di pelle a cui stare attaccati, ad afferrarci le spalle come a volersi sostenere su questo momento. Guardandoci negli occhi e ridere con essi oltre che con la bocca.

Poi ci rivestiamo e ci spostiamo nell’idromassaggio, la sala enorme è tutta per noi, le sessantenni pettegole devono essere migrate altrove. Ci sono un paio di vasche in un tripudio di mosaici nei toni del mare, illuminate da faretti strategici che esaltano lo scintillio delle piccole onde che increspano la superficie dell’acqua. Entriamo e facciamo partire l’impianto, le bolle sono piccoli baci sulla pelle, schioccano veloci, solleticandola piacevolmente. Mi metto a cavalcioni su di lui, gli scosto il costume e gli prendo il cazzo, ora sì eccitato. Mi piace guardare la mano che sale e scende, scorre verso il basso lasciando scoperta la punta, poi la mano risale. Sono letteralmente ipnotizzata dal suo sesso che cresce nella mano, dalle carezze che riesco a dare. Non so resistere dal guardarlo e in realtà vorrei avere cento occhi per poter guardare i suoi e contemporaneamente sotto il pelo dell’acqua, poi il suo petto che si alza e abbassa, la vena sul collo che pulsa, gli schizzi che bagnano il suo viso. Cento occhi per non perdermi nessun momento, per bermi tutto, ingorda di emozioni. Infine, come una bimba che ha aperto il regalo di natale, guardo lo sperma che piano si espande tra i flutti.

Lo vedi questo sorriso? Lo abbino a questi occhi che hanno deciso di non chiudersi, di non abbassarsi, di guardarti in faccia. Lo vedi? Te lo dedico, perché sono stata bene e non serviva altro.

Non so se ci rivedremo e d’altronde come potremmo che non sappiamo niente uno dell’altra? Lo vorrei veramente? Il mio corpo risponde per me: sì. La mia testa non l’ascolto più, già partita verso mille recriminazioni, paure, paranoie. Ma ho vissuto il momento e tanto mi basta, del futuro ho deciso di non preoccuparmi più e poi non so il suo nome, non l’ho chiesto, come lui non ha chiesto il mio. Abbiamo parlato tanto, ma incredibilmente non ci siamo scambiati il numero quando ci siamo salutati.

Quando torno nello spogliatoio mentre cerco le chiavi dell’armadietto nella tasca dell’accappatoio trovo un bigliettino. É il secondo in ventiquattrore.
Quest’ultimo è scritto su un foglietto di block-notes a quadretti ripiegato in quattro, un nome: Stefano e un numero di cellulare. Deve averlo messo quando ci siamo fermati al bar del centro termale a prendere da bere.
Sorridendo infilo il pezzetto di carta nel portafoglio e di riflesso prendo l’altro che invece avevo trovato stanotte: un piccolo cartoncino sottile caduto dal libro a cui mi ero aggrappata nel pieno dell’insonnia. Durante la svendita di una libreria in centro avevo comprato un classico tascabile che non avevo mai letto pur conoscendone la storia; d’altronde chi non conosce Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde?  Pensavo mi avrebbe conciliato il sonno e invece mi sbagliavo di grosso. Risultò avvincente tanto che lo chiudevo soddisfatta ben tre ore dopo, ma giunta all’ultima pagina un foglietto giallino mi era caduto sul petto.
L’inimmaginabile è immaginabile – W. Szymborska, c’era una scritta sopra. Grazie al cazzo” avevo pensato, trovando la frase stucchevole al punto giusto.

Eppure non era stata questa la spinta a lasciare oggi il lavoro al suo destino e a prendermi una giornata per me? Non avevo pensato che ogni cosa potesse essere “stupore” bastava volerlo, assecondarlo, rendere ciò che crediamo impossibile, possibile? Lo accartoccio con la mano e lo lascio sul fondo dell’armadietto in cui avevo riposto la borsa e i vestiti. Non mi serve più, ho imparato la lezione.

Prendo il cellulare, rubrico il numero e mando un messaggio che non vedo l’ora venga letto.

 

Epilogo .

C’è questo sole di metà marzo che invade la tua cucina e poi ci sei tu che mi dici siediti qua, ho già preparato.

E se come stai, hai fatto buon viaggio, me lo hai già detto, non so che altro potremmo aggiungere al sorriso che ci lanciamo contro, arma impropria, per sedurci più di quanto sia possibile.

Mi guardi, quindi, e sorridi.

E io sto seduta in questa luce che promette estate, prima ancora di darci la primavera.

Ti guardo, allora, ma con gli occhi ti faccio domande a cui stai aspettando di rispondere, per non rovinare la sorpresa.

Poi fai la magia ed estrai dal cilindro il piatto del pranzo.
Una cosa semplice, mi dici, e per me che non ha mai cucinato nessuno sembra invece un regalo inaspettato.

Poi versi vino, perché mi vuoi già ubriacare, penso, più ancora di così, più ancora del viaggio e della luce e del mare che si vede dalla finestra.

Entra un vento fresco e le tende bianche si scompigliano creando una curiosa danza. Io so già che berrò vino, mangerò questa pasta con le vongole direttamente dalla tua forchetta e mi stenderò nuda su questo tavolo guardando il mare lontano e i tuoi occhi qui vicino, mentre scoperemo, mentre ci scopriremo.

 

 

 

 

Come sulla linea di mezzeria

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In bilico, stanno questi necessari baci inutili.
Rotolano e g(i)alleggiano.
Scivolano dal collo verso l’osso sacro. E ritorno. Corrono su tutti quei pensieri che affollano, spingono, premono per uscire, fino agli occhi che ti pianterei addosso.

Dal vorrei al non ancora, non oggi, non domani, forse presto, ti prometto presto. Dall’averti al non averti. Scivolano su questa linea di mezzeria sulla spina dorsale, strada a due corsie di andata e ritorno, asse d’equilibrio al centro della tua schiena, àncora di salvezza quando mi perdo in questa nebbia umida di voglie, che nasconde – male – i pensieri che le butto incontro, a testa bassa, un passo dietro l’altro.

Perdendomi ancora.