Un gioco nuovo

Scriveva una lettera e poi lasciava un bacio in quel petto aperto nell’attimo prima di un abbraccio, in cui tutto può essere, in cui tutto può cambiare.
Lui, una pagina bianca per le sue fantasie, dove poter scrivere i pensieri più indecenti: era questo il gioco.

Mentre muoveva lento il pennarello sulla pelle per costruire la frase, lei affondava i suoi peccati in quel gesucristo con i polsi legati ai lati del letto, e una benda sugli occhi al posto della corona di spine.
Non era ancora il momento in cui gli umori si sarebbero definitivamente confusi, in cui non si sarebbero più distinti il sudore, la saliva, il piacere.
Dovevano partire per quel viaggio, erano ancora sul predellino del treno.

Potevano ancora dirsi: “Quella goccia sulla tua tempia l’ho fatta io, e ora te la lecco via, per impossessarmi di tutto quello che hai, di tutto quello che mi stai dando”.
Ed era per questo che mentre lei scriveva non smetteva di baciarlo. Ci sarebbe stato poi un momento di estasi in cui si sarebbe fusa ogni cosa: e una bocca non sarebbe più stata una bocca, ma lingua e denti e saliva e nervi e gengive e pure tonsille. Tutto teso, ma infine sciolto nel piacere, confuso, ubriaco di vita e orgasmo.
Come il cazzo non sarebbe più stato un cazzo, che ora annegava nei colpi, uno dietro l’altro, eppure lenti, che a lui sembrava di morire, ma sarebbe stato cera che si scioglie vicino al fuoco.

Lui sentiva la punta morbida del pennarello scivolargli sulla pelle, e immaginava il sorriso della donna che gli stava sopra, mentre scriveva.
Ma non sapeva che era un sorriso da bambina, di quelli che si fanno prima di aprire il regalo di Natale, con gli occhi che brillano di eccitazione e sorpresa.

Poi lei inarcò la schiena e pestò con il sesso in quello di lui, come per spremere le ultime gocce di piacere; e si staccò lasciandolo orfano.
Non era previsto, non nella sua testa.
Mugulò di protesta, ma pensò a un gioco nuovo, ché forse lei si era già stancata, ora che era sazia.

Sentiva tacchi che battevano sul pavimento, e zip che si chiudevano.
“Dove vai?” Le chiese con un tono che voleva essere ironico e invece non riuscì a nascondere un po’ d’ansia, che aumentò quando lei non rispose.
Poi riecco l’alito caldo e un po’ acido vicino al viso. Aprì la bocca, per ricevere la sua, ma non arrivò. Sentì invece una stoffa ruvida sulla lingua che il cervello registrò come i suoi boxer.

Lì ebbe paura, e la tensione che aveva tra le gambe e che desiderava essere soddisfatta lo abbandonò.
I tacchi che si allontanavano e la porta che si chiudeva gli diedero la certezza di quello che stava accadendo.

Ma la scritta sul suo petto l’avrebbe scoperta solo più tardi, con l’aiuto della donna delle pulizie: “Fottiti da solo, stronzo.”

La finestra di notte (*)

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[Night Windows (1928). E. Hopper]

Appare all’improvviso.

Nel buio la finestra sembra uno schermo al led che trasmette il tuo telefilm preferito. Si staglia nel nero, mandando in onda una rappresentazione tutta per te che aspettavi da mesi, ormai, e in cui non speravi più.

La osservi da un po’, da prima che si accendessero le luci, da prima che arrivasse a occupare il primo piano di quello che appare come il proscenio di un palco, con il pavimento in listoni di legno, tende pesanti granata da sipario.

È entrata e uscita dai quadrati di luce delle finestre accanto, chinandosi a raccogliere un vestito, una scarpa, mettendo pigramente ordine nel soggiorno, per poi avvicinarsi alla cucina, trafficare con i piatti, far scorrere l’acqua, sedersi ad un tavolo senza tovaglia per mangiare. Ora sta appoggiata al parapetto e fuma una sigaretta, buttando fuori il fumo verso l’altro, per guardarlo poi catturato dalle folate di vento e disperso nella notte.

Tu invece sei nascosto nell’ombra, un po’ lontano, ma sei sicuro di sentire l’aroma di tabacco. Te ne appropri tirando su con il naso, assaporandolo come hai sempre fatto con il fumo delle sigarette di tua madre.

Le guardi il polso sottile, il movimento delle dita, il mento puntato verso la strada. Studi tutto, immagini, soppesi, fantastichi su consistenze e odori. Sul vestito leggero che appena si intravede dalla ringhiera. L’aria lo sposta piano, attaccandolo alle gambe, alzandolo appena, mostrando la coscia per poi nuovamente nasconderla.

Incantevole. Ecco la parola giusta. Incantevole e tentatrice come un melograno maturo appena fuori dal muro di recinzione, pronto da cogliere.

È la seconda volta che la vedi questa settimana; la prima, di giorno, l’hai vista arrivare con una piccola utilitaria caricata fino all’inverosimile. È uscita dall’abitacolo portando con sé uno zaino per poi venire inghiottita dall’androne del palazzo e risbucare nella cornice delle finestre che apriva una ad una. L’avevi osservata fare la spola dalla macchina all’appartamento trasportando all’interno borse e valigie, probabilmente tutta la sua vita, per poi spogliarsi prima dei jeans e poi della maglietta, mostrandoti la schiena nuda listata a lutto dalla fascia del reggiseno e sparire in direzione di quel che sapevi essere il bagno.

Non te lo aspettavi più, ormai.

Gli ultimi inquilini del palazzo di fronte erano stati due anziani. Due vecchi di cui non ti importava nulla e che per fortuna erano schiattati presto, prima uno e dopo l’altra. Prima di loro invece era stata la volta di Samantha, con l’acca in fondo, come aveva precisato quando l’avevi conosciuta. Una ragazza zuccherosa del nord con cui eri riuscito a tessere una relazione durata un anno, ma che poi era scappata dall’oggi al domani. Ogni tanto ti chiedevi dove avesse trovato la forza di fuggire, visto che era ormai completamente nelle tue mani, succube di un amore fatto di “bastone e carota”, buona per alimentare il tuo ego, ma anche lei in fondo interscambiabile, come le altre.

La guardi godersi il fresco notturno, incendiare il mozzicone, trattenere il fumo in bocca e poi buttarlo fuori, con le labbra mezze aperte, sensuali, con cui scopre appena gli incisivi bianchi. Tiene il filtro tra l’indice e il medio, facendolo dondolare piano, quasi stesse soppesando i pensieri, per poi buttarli assieme alla cenere nella notte. Ha spalle aperte, da nuotatrice, e muscoli definiti, nervosi sotto pelle, come pronti a scattare in caso di pericolo.

Rivedi la stessa sigaretta nelle tue mani di fronte a Samantha, ormai mesi prima, quando piagnucolava per essere liberata dalle corde, mentre ti rifiutavi di farlo. Volevi vedere fino a che punto sarebbe arrivata per compiacerti quando le hai detto che ti stava deludendo, che la credevi più forte, più tenace. Ricordi ancora le lacrime che si portavano via rimmel e fiducia. Avevi spinto troppo, forse era per questo che un mese dopo se ne era andata. Ma in fondo che importava? Eri rimasto sorpreso della sua fuga, certo, ma di donne così se ne trovano ovunque. Si attaccano a qualsiasi cosa assomigli all’amore, e tu sei bravo – oh, sì – a farle innamorare. Attenzioni assidue, complimenti esagerati a cui tutte (tutte, indistintamente) credevano: regali, sorprese, moine, premure. Le circuivi con metodo e passione facendole sentire uniche. E uniche lo erano veramente per un po’, per poi diventare un peso quando cominciavi a staccarti. Diventavano oppressive con mille domande su dove eri stato, con chi, per quanto tempo. Asfissianti, gelose, possessive. Completamente succubi, a quel punto. Ormai inutili.

Vorresti fumare anche tu, imitarne i gesti, sentirla in qualche modo affine, ma temi che la brace si possa vedere nel buio. Ti limiti a guardarla chiudere gli occhi mentre il vento le scompiglia i capelli lunghi, portandoglieli sul viso per poi sbuffare divertita togliendoseli di dosso con la mano libera. Il vestito aderisce di più al suo corpo, mostra la curva dolce della pancia, e quella più prominente del seno che il vestito a vestaglia fa leggermente intravedere. Te la immagini senza biancheria sotto, come fosse un gioco concordato tra voi, mentre fa finta di fumare mostrandoti via via pezzi di sé: prima la spalla scoperta per caso, poi la curva del seno slacciandosi un bottone, infine la gamba alzandosi il vestito, e poi su, piano, sempre più su. Una partita di seduzione, un match in cui lei avrebbe vinto, senza se e senza ma.

La ragazza butta il mozzicone a terra, poi mima il twist con il piede per spegnerlo, si accoscia, lo raccoglie e sparisce all’interno per poi passare come in un fotogramma nelle finestre vicine. La vedi camminare in quel soggiorno che conosci bene, prendersi lo spazio, esserne padrona. Sovrastare con la sua bellezza gli angoli ammuffiti, i mobili ordinari, il pavimento datato. Non tornerà più alla finestra per stasera, ormai ne sei certo. La immagini nella doccia, l’acqua calda che scavalca la clavicola per poi scenderle nel petto, i capelli bagnati che si attaccano alla schiena, come alghe allo scoglio, la schiuma che si porta via il sudore della giornata. Ti chiedi che lavoro possa fare, la vedi cameriera, insegnante, guida turistica, titolare di un negozio. La immagini a contatto con la gente, parlare, gesticolare, ridere gettando indietro la testa e ti chiedi come potrebbe essere fare parte del suo mondo per un po’, e sei sicuro che avverrà presto. Prestissimo.

Ma su un punto ti sbagliavi. Torna alla finestra avvolta in un asciugamano blu con alcuni fiori disegnati sopra. Si pettina con una spazzola mentre guarda nella tua direzione, come se stesse scrutando se sei ancora alla tua postazione. Per un attimo ti senti scoperto e la cosa ti infastidisce, ma sei certo che non ti possa vedere. Con Samantha avevi fatto mille prove, anche dal suo appartamento e mai una volta hai avuto un dubbio. Poi d’improvviso l’asciugamano cade. È un attimo. Si china veloce per raccoglierlo, ma il bianco dei seni e il bruno del pube lo hai visto bene. Si fa strada nelle tue fantasie, l’immagine collega veloci sinapsi, cavalca pensieri, fa girare il sangue più forte. La vedi distesa su un letto candido, con le braccia e le gambe aperte, il sesso esposto, la gola nuda, pulsante di paura, una “donna vitruviana” tutta per te, a tua completa disposizione, per farle del bene, per farle del male, per farti del bene, soprattutto del bene. Poi le imposte si chiudono regalandoti la fine dello spettacolo, giù il sipario.

L’attesa dura alcune settimane. Ne impari gli orari, le abitudini. Sai che fa la spesa al supermercato vicino a piazza Trieste, che alle diciannove va in palestra, ma solo al mercoledì e al venerdì e che ordina troppo spesso cibo take away e la cosa in fondo ti piace, odi quelle che stanno sempre attente alla linea, sono donne insipide, incapaci di godersi la vita. Sai che non vengono mai amiche a trovarla e che una volta è uscita con un uomo, un collega forse, facendoti provare un leggero fastidio, quasi gelosia.

Ti prepari con cura. Hai la barba di qualche giorno, i jeans scuri senza strappi – perché non sei mica un ragazzino – la camicia bianca con le maniche arrotolate. Sai di essere affascinante, lo confermano le occhiate delle segretarie, donne con scritto in faccia che cercano qualcuno con cui accasarsi. Con alcune sei anche uscito, ma con loro non c’era il piacere della conquista. Erano solo desiderose di montare su un Q7 come se non avessero mai visto un’auto, farsi offrire la cena, smaniose di accalappiare il dirigente divorziato. Controlli i capelli, indossi gli occhiali scuri e l’aspetti all’angolo in cui arriva di solito con le sporte della spesa. Potresti contare i secondi che mancano al momento in cui sbucherà, fingi di guardare il cellulare e le vai addosso, facendola rovinare a terra.

Lei cade e tu ci finisci sopra, il contatto con il suo corpo ti piace, è più morbido di come te lo eri sognato. Ti rialzi subito con aria imbarazzata, mentre le porgi la mano per aiutarla e raccogli alcuni frutti rotolati fuori.

«Fatta male?»

«No, no, tutto bene…»

Ha una voce sottile, quasi da bambina. Ti sembra più bassa di come pareva vedendola da lontano.

«Scusami, ero distratto, non volevo, mi dispiace…» le dici porgendole la borsa in cui hai infilato un kiwi che era sfuggito.

Lei sorride, scoprendo i denti bianchi. «Alla fine non ci siamo fatti nulla, conta questo.»

«Mi devo scusare, ti offro una cosa al bar, ti prego.»

Lei sembra nicchiare, guarda a terra, guarda l’orologio.

«Dai ce n’è proprio uno dietro l’angolo, prendiamo solo un caffè, due minuti!» e ti stampi in faccia il tuo miglior sorriso; se potessi faresti apparire un’aureola sopra la testa.

Lei accetta, incredibilmente, e le chiedi se puoi portarle almeno una borsa, precisando che no, non sei un ladro di spesa fatta alla Conad. Ride, si rilassa. È fatta.

Anche scambiarsi il numero è stato fin troppo facile. Quasi non ti diverti più. Quando ti ha detto che aspettava l’idraulico, ma che erano due giorni che non arrivava, proporsi di aiutarla – sono socio onorario di Leroy Merlin, sul serio – è stata la logica conseguenza.

Le hai promesso che l’avresti chiamata entro domani per concordare un orario per aggiustarle il sifone, ma hai fatto passare ben 48 ore prima di mandarle un messaggio a cui lei ha fatto seguire una telefonata.

«Ciao, non mi sono dimenticato, scusa… il lavoro… »

«Capisco.» fredda, più del necessario. La cosa ti piace.

«Che ne dici se vengo ora? Prendo gli attrezzi e arrivo!»

Lei si lascia sfuggire un “magari”, per poi darti l’indirizzo che non hai chiesto.

L’appartamento di fronte è proprio come lo avevi visto mesi fa. Ci sono ancora gli stessi mobili del Mercatone e la stessa parete color malva, spugnata malamente da qualche vecchio inquilino per risparmiare e mai ritinteggiata dal proprietario.

Ti aspetta in infradito e abito leggero, con una pinza tra i capelli che scopre la nuca. Porta gli occhiali, non glieli avevi mai visti, probabilmente li usa per leggere, o forse ha le lenti.

Ti trattieni dall’andare direttamente in bagno, aspetti che ti ci accompagni passando vicino alla camera e non resisti nel lanciare un’occhiata dentro. Noti il letto sfatto, le lenzuola scomposte e una coperta che tocca a terra. Non è così maniaca della pulizia come la tua prima moglie e nemmeno moderatamente ordinata come la ragazza che abitava qui. Il suo modo di tenere la casa ti piaceva: pulito ma non esasperato. Questa invece è più disordinata, ci sono ancora alcune valigie in un angolo, come se non avesse finito di fare il trasloco.

«Ecco, il sifone è questo, l’acqua non scarica bene.»

Tu traffichi nel tentativo di aggiustarlo, ma la presenza alle spalle ti crea un imbarazzo che non ti aspettavi. Di solito sei tu che lo provochi alle donne, intimorendole. Ti ricorda tua madre che controllava se facevi bene i compiti, se stavi composto a tavola, se tenevi in ordine i libri, per poi rimproverarti al primo sbaglio.

Dopo un’ora di lavoro finalmente riesci a risolvere il problema, le sarebbe costato un bel po’ aspettare l’idraulico e non perdi l’occasione per farglielo notare.

«Hai ragione, ti offro la cena per ricambiare? Cucino un sugo che fa resuscitare i morti.»

Accetti perché vuoi vederla in azione da vicino mentre riempie la pentola d’acqua e pesa la pasta.

Arriva con uno Chardonnay e ti fa accomodare su una sedia per poi sedersi a cavalcioni su di te, questo approccio non te lo aspettavi. Di solito sei tu che prendi l’iniziativa, che guidi il gioco. Ma il vino scivola in gola fresco e in fondo ti piace questa situazione nuova. Ti bacia il collo, mentre si struscia sul tuo sesso. Ti butta in faccia uno sguardo carico di promesse, quando ti fa alzare e ti accompagna in camera. Poi la stanza comincia a girare e il letto è così vicino, ti ritrovi fra le lenzuola sfatte senza accorgertene.

Riemergi dal torpore chiedendoti dove ti trovi. Hai delle manette ai polsi, e i piedi sono legati ai lati del letto. Il gioco non ti piace più, ti guardi intorno cercando la ragazza. È vicina allo stipite della porta e fuma una sigaretta.

«Ben svegliato.»

«Cosa mi hai fatto?»

«Alle domande stupide non rispondo.»

Si avvicina con la sigaretta tra le dita e uno sguardo pieno d’odio. La dolce ragazza sembra scomparsa per far posto a una donna di cui hai timore.

«Chi sei? Che vuoi da me?»

«Quante domande inutili che fai. Ti dico solo un nome: Samantha, ti dice niente?»

Sgrani gli occhi, non capisci. «È mia sorella, le hai fatto molto male, è entrata in terapia per colpa tua e alterna depressione a mitomania» Non sai che dire, vorresti urlare che non hai fatto niente, ma non è proprio vero. Sai di aver esagerato con lei, che era fragile, e che più di una volta hai spinto l’acceleratore su alcune situazioni limite.

«Bene, ora resterai qui a meditare su quello che hai fatto. Non ti preoccupare, ho affittato sotto falso nome questo appartamento per qualche mese, e ho già pagato in anticipo. Non ti verrà a disturbare proprio nessuno. Divertiti nel frattempo, io stacco la corrente, si fa così prima di andare in ferie.»

La ragazza prende l’ultima valigia rimasta nell’angolo, la sposta verso l’uscita della stanza e chiude le imposte da cui l’hai spiata tante volte, una ad una, lasciandoti al buio, dall’altro lato della finestra.

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(*) “La finestra di notte” è liberamente ispirato al racconto “Finestre di notte” di Jonathan Santlofer contenuto nella raccolta “Ombre” edito da Einaudi – per la collana “Stile libero big”.

 

 

C’è più afa, ora, in questa stanza

Il primo orgasmo è rosa pallido. Sbiadito come lo sguardo di chi non si ama più, di chi evita gli occhi perché in fondo non dicono più nulla, nessuna domanda che aspetta un sì per risposta. E’ montato lento, salendo pensieri spremuti dalle palpebre chiuse, ormai avidi di immagini, staccati dalle dita che frugavano senza trovare, senza donare, senza capire che c’è solo bisogno di volersi bene. Anche da soli. Soprattutto da soli.
Percorre lento la pelle – onda tellurica forza due – in andata, perdendosi poi al ritorno. Debole, fiacco. Emozione senza eco, che muore giovane, schiantata nella realtà.

Il secondo orgasmo è magenta. S’è impastato tra le dita mentre cercavo una seconda occasione, altre emozioni per sfamarmi, sperando fossero meno insipide, meno slavate, che non fossero senza contorni come le case nascoste dalla nebbia di gennaio in pianura Padana. Ed è cresciuto pensando ai suoi occhi, ora ben vivi nella testa, mentre mi guardavano, mentre lo guardavo, mentre avrei voluto essere ovunque in quel momento, tranne così lontana.
S’è sciolto tra le cosce, rendendole molli di piacere, desiderose di mille baci che non sarebbero arrivati.

Eppure non serve proprio nulla in più alla pelle lucida di piacere. Attraversata da mille bocche, occhi, mani, corpi, respiri. Tutti addosso, contro, fino a soffocare i miei pensieri, ormai fermi, inutili, come il respiro, che s’è fermato. Non ci sono più nomi, luoghi, situazioni. Solo le mie dita che mescolano un orgasmo, l’ultimo, rosso borgogna.