Andrà tutto bene

morti-mare

 

Quando Amina sentì l’impatto del corpo sull’acqua, capì che era veramente finita.

Le si strinse lo stomaco, ma non sgorgarono altre lacrime dai suoi occhi scuri.

Non guardò nella direzione in cui avevano portato Hassan, ma fisso davanti a sé, inebetita dal suo dolore, incredula fosse successo.

“Andrà tutto bene” le aveva promesso quando le propose di lasciare tutto per tentare l’impresa. Aveva gli occhi guizzanti di speranza e il sorriso di chi sa cosa è giusto fare.

“Andrà tutto bene” aveva ripetuto un mese dopo, in agosto, spingendola sul barcone e aiutandola a salire.

Con le tasche vuote di chi non ha più nulla e i piedi a mollo nell’acqua calda del Mediterraneo, tutti in fila per prendere posto, lei guardò un’ultima volta indietro, per trovare traccia di rimpianto nella loro scelta, tra le rive immerse nella luce della sera.

Non fu così. Nessun rimpianto verso un paese che non dava futuro.

Si era poi stretta vicino a lui, cercando di non guardare gli altri uomini: gli occhi bassi, di chi sa di non dover provocare.

Un bambino piangeva vicino. Il braccio della madre intorno al suo corpicino magro faceva da scudo verso il mondo, e lui gemeva spinto dalla stanchezza e dalla paura.

Accennò un sorriso alla donna che le sedeva accanto, ma lei guardava fisso il suo misero bagaglio sistemato tra piedi: una borsina di plastica gialla, da cui spuntavano le orecchie di un coniglio di pezza. La madre dava colpetti leggeri ma decisi al figlio, cercando di confortarlo o forse di rassicurare sé stessa.

Amina tornò perciò a guardarsi i sandali. Sperava non fosse così freddo in Italia, d’inverno, come le avevano raccontato. Ma tutto è meglio della guerra, pensò.

Quando due ore dopo intuì nel buio della notte la sagoma di suo marito accasciarsi sul pianale del barcone, non aveva capito cosa fosse successo. Lui si era allontanato per parlare con l’uomo che li aveva fatti salire. Lo scafista aveva avuto modi bruschi e spicci con tutti loro, urlando di sbrigarsi: voleva partire in fretta.

Pensò a un malore, alla stanchezza, perfino che stesse cercando qualcosa caduto. Eppure c’era troppa concitazione intorno.

Si alzò ben sapendo di perdere l’ottimo posto che avevano guadagnato e si fece largo tra i profughi. Gli uomini accanto ad Hassan gridavano, spintonandosi l’un l’altro mentre lui era a terra.

Amina cercò di avvicinarsi, non vedeva bene tra tutta quella gente ammassata e il movimento ondulatorio del peschereccio.

“Ora si alza” continuava a pensare. “Ora si alza e torniamo vicino al bambino che piange”.

Ma piangeva lei stessa lacrime involontarie, come se avesse già capito cosa fosse successo.

Non respirava già più quando gli fu vicino. Com’è veloce la vita a lasciarci.

Non sapeva che fare, gli occhi annebbiati dal pianto, e i perché gridati al buio.

Un uomo nero come la notte intorno, le prese un braccio e piano le ripeteva: “tu viens avec moi”, con la voce nasale degli africani.

Le diede il suo posto vicino a una donna che la rinchiuse in un abbraccio, mentre il mondo girava intorno a lei e tutto si faceva nebbia scura.

Poi il tonfo sordo dell’ultimo viaggio di Hassan la riportò alla realtà.

No, non era andato tutto bene.

Rope Space

(Foto Mefisto Zanardi)

Mentre suono al nome indicato nel biglietto sento distintamente il campanello in lontananza che risuona nell’appartamento in cui devo entrare. Mi piace immaginare come si propaghi in un luogo che non ho mai visto, arrivando prima di me, per annunciare che sono qua.
Un minuto di attesa e il rumore di sblocco del portoncino segnala l’apertura.
«Terzo piano.» – dice una voce metallica dal citofono.
Io annuisco pur sapendo che nessuno mi vede e spingo il cancelletto lasciandolo andare alle mie spalle una volta entrata, e il clang di chiusura mi prende alla sprovvista. Sembra un segnale di partenza verso questa esperienza che sento di fare, o meglio, ho bisogno di fare.

Scelgo di non prendere l’ascensore, me li voglio fare a piedi questi tre piani di scale. Mi bevo tutto, dai turni per la pulizia segnati nella bacheca condominiale, alle piante grasse negli angoli dei pianerottoli, alcune con grossi fiocchi di carta bianca, come si usa nei regali di matrimonio. E gli zerbini davanti alle porte, ognuno il suo, che dicono molto, o non dicono affatto, riguardo al padrone di casa. Un blindato ha ancora appesa una ghirlanda di natale, diventata evidentemente parte dell’arredamento e penso che anche io, in fondo, ho tolto le lucine dal terrazzo solo un mese prima. E siamo a luglio.

Al terzo piano dovrei cercare l’interno M, ma la porta è già socchiusa ed entro chiedendo permesso, come mi ha insegnato la mamma: ringrazia sempre, chiedi permesso, dì scusa se hai sbagliato.
Un “Arrivo” mi giunge dalla parte della casa in cui immagino ci siano le stanze da letto, e io mi bevo pure il soggiorno con la voglia di dissetarmi con qualsiasi dettaglio di quest’oggi, fosse anche l’angioletto Thun con la candelina un po’ storta che mi spia dalla libreria.

La stanza è grande, illuminata da due porte finestre che fanno entrare la luce viva del giorno. Un tappeto nero e bianco è ai piedi di due grandi divani di pelle chiara, sistemati ad angolo. Poche fotografie artistiche in bianco e nero alle pareti completano il quadro.
E arriva lei: con corti capelli rosso Aperol sparati in alto e rossetto in tinta. Indossa un semplice abito estivo a piccoli fiori e mi porge la mano che stringo con forza, dimostrandole tutta la mia gratitudine per aver accettato la mia richiesta, sorridendo a mia volta in risposta al suo sorriso tutto denti bianchi e occhi verdi.
In fondo non ci conosciamo, anche se abbiamo qualche amico in comune in rete e scambiato qualche battuta sotto post altrui.

«Benvenuta, accomodati.» Mi dice indicando il divano. «Io prendo le corde.»

Le corde.
Sono qui per questo. Per provare la sensazione di essere legata.

Spiegarlo non è facile e nemmeno ci provo, semplicemente nella vita ad un certo punto compaiono dei bisogni o delle curiosità che senti di avere e di dover soddisfare.
«Tu mettiti comoda.» E se fossimo state in una chat questa frase sarebbe stata seguita da una faccina gialla con l’occhiolino, mentre lei me lo fa per davvero.

“Non sei nel virtuale Jo. Sei qui veramente e hai preso la metro B e due fermate di autobus, attraversando tutta Roma per venire.” penso mentre mi tolgo le Converse e mi siedo sul divano aspettandola.

Arriva con un vassoio e due bicchieri con un po’ di acqua e menta. Era una vita che non vedevo lo sciroppo di menta mescolato all’acqua, me lo preparava sempre mia mamma nelle calde e umide giornate estive quando ancora abitavamo in Veneto. Quelle in cui lei era ancora una bella donna dalle labbra carnose, il carattere deciso, gli occhi pieni di vita. Mentre ora è l’ombra di se stessa, mangiata dal dolore che la vita le ha messo davanti, senza tanti sconti. Erano giornate piene di sole, di lavori casalinghi e nel negozio, di piccoli gesti felici dedicati ai suoi figli. Di acqua e menta mescolata veloce con il cucchiaino nei bicchieri della Nutella, a creare un vortice da guardare ipnotizzati.
E’ come un segnale positivo: quelle cose che accadono di contorno mentre stai facendo altro e che sembra ti dicano che è la cosa giusta da fare.

«Allora Giovanna, in chat mi dicevi che non hai mai avuto esperienze di legatura.»
«No, mai. Beh… se escludiamo le mani dietro la schiena per giocare un po’ prima del sesso.»
«Già qualcosa. Che sensazione ti hanno dato?»
«Panico.»
«E allora perché vuoi provare?»

Taccio, e faccio spallucce; non la so la verità. So solo che vorrei provare, mentre mesi fa lo trovavo ridicolo, come se ora fosse cambiato qualcosa in me. Finisco la mia bibita mentre lei si alza, chiude le imposte creando penombra e accende una piccola abat–jour di carta di riso, con impresse fiori e foglie. Mi dico che anche se non so bene il motivo per cui sono qui, se tutto va per il verso giusto lo scoprirò presto. La stanza alla luce della lampada sembra più piccola, e la donna che si fa chiamare Stella D’Oro sul web, accende lo stereo, inserendo un cd. Una musica di ispirazione giapponese si propaga. Io guardo le corde che ha portato: sono di diversi colori, gialle, rosse, blu e verde. “Sarai come un’opera d’arte” mi aveva detto un’amica che lo aveva provato, ma io non ero sicura che fosse questo il motivo per cui ero lì.

«Spogliati restando con il body come avevamo concordato.» Obbedisco.
«Inginocchiati. La schiena dritta, gli occhi chiusi.» Io eseguo e resto in attesa.

Stella si mette dietro di me, sento le sue ginocchia sulla mia schiena, mi prende i capelli e me li chiude in una coda, alta sulla testa. Si inginocchia anche lei e mi cinge le spalle con le braccia nude. Sento la sua pelle liscia sulla mia. Non ho mai avuto contatti così ravvicinati con una donna che non fosse mia madre, nemmeno con le amiche più intime. Mi ricorda un abbraccio materno, mentre sento il suo respiro leggero sul mio collo e mi si alza la pelle d’oca sulle gambe in un riflesso incondizionato. Ora che è così vicina sento il suo calore e il suo profumo, Opium, inconfondibile. Sto ancora con gli occhi chiusi, la mente che tenta di seguire la musica, di farsi rapire da essa.

Si stacca un attimo da me. E io mi sento già orfana. Forse sta prendendo una corda. Infatti mi stringe gli avambracci, mentre mi cinge ancora. Mi tira indietro, mentre annoda, le corde che costringono, la mia mente che cerca di evadere, rincorrere la musica, non pensare a nulla. Mentre sono già inebriata da quel profumo, e d’un tratto ricordo la prima volta che l’ho annusato, mille anni prima.
Tutte le nonne sanno di violetta, la mia sapeva di Opium di Yves Saint Laurent. Lo custodiva all’interno del suo armadio, dove io lo scoprii un giorno, per caso, mentre giocavo nella sua camera ad aprire le ante dell’armadio per creare un gioco con gli specchi interni, mille mondi che si riflettevano uno dentro l’altro all’infinito. E in un angolo tra la cipria e il borotalco nel classico barattolo di plastica verde scuro, ecco la boccetta ambrata. Non posso pensare che anche questo sia un caso.

Stella mi passa una fune leggera sulle spalle, facendomela scorrere anche sotto il mento, provocandomi un brivido, avvicinando il suo viso al mio, appoggiando la sua guancia alla mia. Non mi aspettavo un contatto così intimo, in realtà non so nemmeno cosa dovevo aspettarmi: avevo solo visto le foto di donne legate con questa tecnica antica chiamata shibari, ma non avevo mai assistito agli spettacoli che sapevo si tenevano in feste esclusive.

Non posso più muovere le braccia, ora legate dietro la schiena, parallele e il petto è in fuori evidenziato dal passaggio delle corde, sopra e sotto il seno.
E io risento l’abbraccio a morsa in cui mi stringeva Gianni i primi anni che vivevamo assieme, perché di veri gesti d’affetto non era capace e se ti dava un abbraccio era solo così, un po’ brusco, accompagnato dalle parole: “E ora non scappi più”.
Ma tanto lo sapeva che non volevo andarmene da nessuna parte. E me lo guardavo in attesa di un bacio, che arrivava a stampo perché i baci veri, quelli fatti di lingua e saliva, non erano per noi, semplicemente.
Feci le valigie per fuggire veramente solo molti anni dopo, stanca di manifestazioni di affetto rare e insipide, incapace io stessa di dare slancio al rapporto, adagiandomi nei miei errori. E lasciai la casa che ci aveva visti insieme, pure felici, ma più volte soli, dapprima con la mente e poi buttando dentro la valigia le prime cose che trovai nell’armadio, andandomene sbattendo la porta, gridando vaffanculo, piangendo, più impaurita che delusa.

«Alzati.» Il suono della sua voce mi riporta nel soggiorno.
Piego una gamba in avanti e mi alzo, apro gli occhi e incontro i suoi ad altezza dei miei.
Hanno lo stesso colore degli occhi di mio fratello, ed eravamo esattamente nella stessa posizione la sera prima, solo che le mie braccia cingevano il suo corpo barcollante mentre i suoi occhi mi attraversavano con lo sguardo. Non mi vedeva nemmeno, offuscato com’era dai fumi dell’alcol, come tutti i giorni, da settimane ormai.
E mi riprende l’ansia, l’urgenza, il panico.
Perché dovrei essere accanto a lui a convincerlo ad entrare in casa di cura, una volta in più, ma non ne ho più la forza, non ho più speranze, non ne ha più nessuno per lui, che non riesce a liberarsi dai suoi fantasmi, creandone di nuovi per tutti quelli che gravitano intorno a lui.

E invece sono qui, in questo quartiere romano che non avevo mai visitato, a farmi legare come un arrosto, non si sa bene per cosa, non si sa bene perché.

«Va tutto bene? Vuoi che andiamo avanti?»
Stella è proprio brava come mi avevano detto. Ha capito che c’è qualcosa che non andava,
«Sì, tutto bene. Andiamo avanti.»

Si abbassa per prendere un’altra corda e la srotola piano davanti a me, mantenendo il contatto visivo: è rossa, mentre quella che mi ha legato attorno al dorso, gialla.
«Sarai bella come una scultura quando avremo finito.» Mi sussurra in un orecchio, ripetendo lo stesso pensiero della mia amica.
Io non mi sento affatto così, ma non voglio deluderla.

Per un attimo mi vedo da fuori, una donna né bella né brutta, quasi quarantenne, legata in un appartamento di cui conosce solo il soggiorno, le sue scarpe e i suoi vestiti in un angolo, la cellulite, la pancetta, i piedi nudi, il seno piccolo evidenziato dalle corde e un’assurda musica giapponese a far da colonna sonora. E una domanda in testa: “Cosa ci faccio qui?” lo penso e lo dico poi, a voce alta:
«Stella, cosa ci faccio qui?»

Lei mi guarda, mi sorride e dice l’ovvio, che forse tanto ovvio non è: «Sei qui per farti legare, chiudi gli occhi se vuoi.»

Ma io non li chiudo e la guardo ai miei piedi mentre mi passa la corda fra le gambe, per legarmi le cosce. Fa nodi che segnano il mio intimo, il clitoride, le grandi labbra e dentro le piccole, che, seppur al riparo dalla stoffa del body, cominciano a bagnarsi.
E chissà se le corde si impregnano dei miei umori, del mio intimo profumo.

Sento che mi stringono, mentre Stella mi fa ristendere a terra e io mi sento al sicuro, non posso fare nulla, indifesa, abbandonata, con lei che mi scosta i capelli dal viso e mi accarezza dicendomi che sono brava, che sono bellissima, che il mio corpo è magnifico attraversato da queste linee colorate. Avvicina la bocca alla mia senza baciarmi, facendomi sentire la sua presenza, un contatto che vuole dire protezione, e io sono nelle sue mani: non esiste più nulla, né il lavoro il giorno dopo, né le bollette da pagare, né la casa vuota e il letto freddo, mia madre, mio fratello, Gianni, gli uomini che ti vogliono ma non ti cercano, le ferite che ho fatto e quelle che ho ricevuto.
Sono sospesa.
E non voglio più andar via.

Piano.
Slegami piano.

Non voglio abbandonare queste corde. Fanno male e bene insieme.
Ero indifesa, ma ero protetta.
Ero nuda, ma vestita.
Ero Jo e Giovanna. Ero io e non lo ero più.

Stella non dice più nulla ma comincia a slegare le corde. Le fa scivolare piano sulla mia pelle e vorrei dirle di lasciarmi così, con la mia malinconia, il volto rivolto al soffitto e le palpebre chiuse, a pensare a nulla, a stare ferma quando tutto intorno a me corre.

Slegami piano.
Ti prego, piano.

Tremo e ho gli occhi chiusi.
E mi libera gambe e spalle, lentamente, sciogliendo i nodi, facendo scivolare la corda sul mio corpo, baciando e accarezzando la pelle dove l’ha fatta scorrere, dov’è rimasto il segno. Mentre quella che passa tra le cosce la lascia ancora lì.
Accarezza con un dito tra esse, mentre io sento la sua mano tra la stoffa del body e le funi.
Preme, gioca con le corde, le sfiora casualmente prima loro e poi me.
E non è più una donna che tocca un’altra donna, ma una persona che tocca una persona, che mi ha portato oltre e ora sembra voglia ancora di più.

Si insinua, sposta il body, raggiunge il mio intimo e guardandomi negli occhi infila due dita bruscamente, toccando la mia voglia liquida. Mi sfugge un gemito fatto di sorpresa e piacere, perché non pensavo di essere così eccitata.

Stella entra ed esce più forte, è finito il momento di fare piano, della delicatezza. E mentre ansimo e chiudo gli occhi, e cerco di chiudere le gambe per sentirla ancora di più, lei sposta le dita sulle pareti della vagina, raggiungendo punti che non pensavo di avere, accompagnandomi verso un orgasmo violento come pochi, dandomi ancora qualcosa in più, come se non fosse bastato fin’ora. Il mio corpo risponde, senza vergogna, prendendo quel che c’è da prendere a grandi bocconi mandati giù senza masticare. Torno a fatica in me, e la sento stendersi vicino e abbracciarmi da dietro, richiudendomi tra le sue braccia, e prima di sprofondare nel sonno riesco a pensare che il suo abbraccio sostituisce le corde, ed è in fondo più vero e umano: illude meno, ma protegge e contiene le mie emozioni.

Me ne vado dopo un’ora con un’esperienza nuova in tasca, una nuova conoscenza, la pelle segnata, un orgasmo che ricorderò, la consapevolezza che il mio corpo mi ha detto di cercare le mie radici e il mio vissuto.
Per un nuovo punto di partenza.

Ripubblico questo racconto che è stato inserito nell’antologia Inferno e Paradiso edito da ErosCultura.

Nuda

Era nuda, stesa sul desiderio.

Nuda, senza tutte le insicurezze addosso; prese una ad una e fatte andare lontano. Buttate con la fionda oltre il muretto là in fondo.

Nuda, senza rete di protezione, acrobata che vola da parte a parte, che scivola nei rulli di tamburo, negli applausi del pubblico pagante.

Nuda, senza maschere, sorrisi e occhi di confine.

Con mille respiri da gettare contro, come coriandoli lanciati in aria; altri da trattenere, soffiare appena, raffreddare il tè, gustarlo piano.

Nuda di pelle, spogliata di cuore, svestita con niente.

Era freddo nonostante l’estate, nonostante le dita e quegli occhi.

Dentro.