Soapovera

andrea3

Squilla il telefono.

Mia madre. Lo so senza guardare, perché alle otto di domenica mattina è l’unica persona che conosco che non ci trova nulla di male nel chiamare a quest’ora in un giorno di festa.

Guardo il display e ho un leggero senso di nausea. Speravo in una domenica tranquilla e invece non sono mai buone notizie le telefonate a quest’ora.

“Dimmi.”

Non saluto neanche più. Del resto ho imparato da lei, che di colpo riattacca e non ne ho mai compreso il motivo. Semplicemente ad un certo punto decide che ha finito la conversazione e butta giù, lasciandomi appesa al telefono.

“Tuo fratello…”

Lo dice stanca, come chi vorrebbe metterci altre mille parole a spiegazione, ma non ce la fa.

“Cosa?” Neanche io chiedo di più, è un copione collaudato ormai il nostro. Lei telefona, mi butta addosso tutta la sua angoscia, io non so che dire, lei si autoflagella, accusa un po’ tutti, soprattutto sé stessa, come se fosse lei che compra vino e glielo versa incoraggiandolo, come se tutte le colpe del mondo fossero sue, poi grida, a volte impreca, poi torna all’io, io, io, io, alla sua vita fallita, finita, rovinata, la vergogna, gli sbagli, la colpa, tuo padre, tua cognata, ma io, io, io. Poi piange. Io resto muta. Non ho mai capito se servono le mie parole o se abbia semplicemente bisogno di qualcuno a cui buttare addosso le sue. Piange mentre con non poco disagio non posso fare a meno di pensare alle telenovelas che guardavamo mille anni fa, mentre io studiavo in cucina e lei stirava, fuori avevamo un muro di nebbia e la notte invernale già di pomeriggio. Ecco, lì c’era sempre qualcuno che soffriva immensamente piangendo a dirotto, pieno di disperazione, come fa lei, ora, e la scena cambiava d’improvviso, lasciando un senso di angoscia.

“Mamma non serve piang…”

Tu – tu – tu – tu.

Avec toi

Sono solo una puttana. Una come tante che ha bisogno di sentirsi viva.
Di non morire di tedio, schiacciata dall’esistere.
Sono solo una troia. Una che mescola amore in tre parti di sesso, senza ghiaccio, che liscio, sai, viene meglio. Shakero poi senza pietà, diluendo il piacere.
Sono solo una sgualdrina. Inspiro, ingorda, qualsiasi emozione. Le butto giù come Xanax, per dormire senza sogni.
Sono solo una zoccola. Una che ci crede, ancora, alle mani addosso, al respiro corto, alla lingua dentro e agli occhi chiusi.
Sono solo un’illusa, una volta in più, una volta ancora.

Sans Titre

Far aderire il mio corpo al tuo.
I capezzoli, piccoli sassi, contro il tuo petto. Costola a costola, ma tu, una di meno. Il monte di Venere contro il tuo pube, sesso contro sesso. Un incontro, scontro, al centro. Respira piano, trattieni il fiato, poi ricomincia. Sincronizza il respiro con il mio. Chiudi gli occhi, fatti cullare da quel mare che hai dentro, senti l’onda di risacca che va e viene, batte contro tutte le tue paure. Scogli appuntiti, fari di vedetta. Guarda come le nuvole ci passano sopra. Si rincorrono l’una all’altra fuggendo dal vento. I baci rotolano sul tuo corpo, sul petto scivolano come bolle di sapone, bellissime e vuote. Piene di niente. Non si attaccano, non restano. Ce ne vogliono ancora.

Te ne darò ancora.

Point Nemo (*)

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Si schianterà lì, tutto quello che ho da dirti.

Nel nulla più assoluto.

Più vicino alle stelle che al cuore, il mio Point Nemo.

Più vicino alla notte ormai.

Tra l’Antartide delle cose non dette, il sogno di Rapa Nui e la Terra di Mare, c’è il deserto.

Io sarò lì, a Point Nemo. Ad aspettare Nessuno, a far naufragare le parole, e a guardare le stelle.

De-sideri.

(Sempre).


(*) Point Nemo è il nome del “polo pacifico dell’inaccessibilità”, ovvero il punto nell’Oceano Pacifico più lontano da qualsiasi essere umano. Viene usato come coordinata di rientro per le stazioni spaziali destinate alla distruzione (fonte: wikipedia)