Chiodo scaccia chiodo

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Evidentemente ci stavo bene solo io con lui, visto il modo in cui era finita. E se ero consapevole del fatto che nulla dura in eterno, tanto meno questo tipo di relazioni a distanza, rendermene conto era stato un colpo non indifferente.

Perché più di tutto aveva fatto male il modo, lo scoprire che in fondo anche lui era un uomo come gli altri, anzi forse peggio, che chiude con le donne con un messaggio. “Ho altro per la testa.”

Nessuna telefonata e nessun incontro chiarificatore, non ero stata degna nemmeno di quello. E a me era toccato il ruolo di quella che capisce, che sì mica posso dire nulla, ognuno è libero di fare le proprie scelte.

Invece non capivo proprio nulla.

Non capivo dove dovevo mettere tutto l’affetto che provavo, tutto a un tratto diventata invisibile, non necessaria, quasi un peso da sopportare.

Non capivo quando era successo e perché non dirmelo prima, facendo finta che tutto andasse bene.

Mi fece talmente male che non riuscivo più né a dormire, né a mangiare, con l’aria che mancava all’improvviso durante la giornata, a tradimento, perché gli ultimi tempi mi sembrarono una farsa, un tirare avanti qualcosa che non sentiva più.

Continuavo a mettere insieme puzzle di noi, segnali passati e presenti, in cerca di risposte e non ne trovavo abbastanza.

Razionalmente tutto mi era chiaro: si è stancato di te, non gli piaci più.

Invece continuavo a ripensare ai nostri baci, e a come innescavano l’eccitazione tra di noi.

Per me era passione pura, condivisa, reciproca, reale e tangibile. La sentivo aleggiare su di noi durante i nostri amplessi e mi chiedevo come poteva lui rinunciare a questo. La risposta, semplice, mi faceva venire le lacrime agli occhi, storcendomi lo stomaco in un pugno. Un’altra.

Ripensavo a come mi fossi sentita accolta tra le sue braccia, e ci pensavo con vergogna come di un qualcosa che probabilmente avevo sentito solo io.

Era possibile questo? Era possibile che non avessi capito che per lui invece non era così?

Cos’era il nostro cercarci, lo scivolarci dentro, le mani strette nell’orgasmo, il bisogno di sentirci appiccicati in ogni centimentro, abbracciati?

Solo espressione di lussuria, nessun vero sentimento.

Avevo sbagliato ad affezionarmi troppo, a pensare di essere per lui importante.

Un messaggio, un solo messaggio per far finire quasi tre anni di relazione.

Cercavo di raccattare i segnali di distacco, mettendoli insieme, giustificandoli con la lontananza, il normale andamento di qualsiasi relazione: l’iniziale entusiasmo, cercarsi in continuazione, voler condividere ogni cosa, per poi lasciarsi semplicemente vivere, senza nessun nuovo slancio, senza nessuna spinta e futuro. Forse perché all’inizio sono andata cauta, troppo cauta. Non riuscivo e soprattutto non volevo fidarmi. D’altronde che altro avrei potuto fare? Perché io ero stata solo il treno sbagliato in attesa di prendere quello giusto.

E probabilmente se non avessi fatto storie sentendo la sua progressiva lontananza mi sarebbe toccata una scopata mensile, e i suoi soliti messaggi di buongiorno e buonanotte. Nulla più.

Però non avevo mai compreso la differenza tra la realtà che vivevo con lui, in cui ritrovavo ogni volta una dimensione di me e di noi, sempre molto attento, dolce, premuroso, appassionato e la solitudine in cui mi lasciava gli altri giorni. Qualche messaggio, quasi a timbrare il cartellino di presenza. Buongiorno, buonasera, buonanotte. Ci avevo provato a rendere le cose diverse, ma non ne ero stata capace.

Eppure quando ci vedevamo la realtà mi riportava un’immagine migliore. Un trovarsi ancora, nonostante tutto, il suo odore e il mio così buoni insieme, le risate, le battute, i baci, i morsi, le carezze, gli orgasmi donati e ricevuti.

Il fatto che non ci fosse stato nessun chiarimento mi lasciava l’onere di trovarmele da sola le motivazioni e dopo il primo smarrimento iniziale davanti al mondo cercavo di far vedere una me matura che accetta le cose della vita senza colpo ferire, mentre letteralmente morivo dentro, il sorriso spento e la lacrima facile.

Non potevo andare avanti così. Mi mancava tutto, mi sentivo smarginata, come una macchia di inchiostro che si espande sulla carta assorbente. Niente più confini di me e sfocata nel mio stesso essere.

Fu così che su pressione anche delle mie amiche, accettai di vedere Manuel. Vedrai, il “chiodo scaccia chiodo” aiuta! Non so a cosa dovesse servirmi in realtà, ma già il fatto di prepararmi per uscire fu terapeutico quel giorno. Scelsi con cura l’abito, un tubino blu non troppo volgare, e ci abbinai dei tacchi alti. Forzai me stessa a non mandargli un messaggio di disdetta tempestando invece la mia migliore amica con continui whatsapp in cui le dicevo che non volevo assolutamente andare.

Ma lei praticamente mi obbligò: ti farà bene, vedrai.

Con lui non ero mai andata oltre il caffè, ma gli proposi una cena che accettò con entusiasmo.

Ci trovammo nel parcheggio della pizzeria che scelse, ma con il mio solito candore gli dissi:

– Che ne dici se prima di mangiare andiamo a scopare?

Niente paroline dolci, niente complimenti.

Mi guardò sorpreso. Poi disse: – Lo sapevo che eri una troia.

Già una troia, pensai.

– Alla fine non avresti voluto scopare?

– Beh, sì.

– E la troia sarei io…

Lasciai in sospeso, non mi importava di quello che pensava. Alla fine non mi importava più di niente e di nessuno, tantomeno del suo giudizio.

Conoscevo un motel nella periferia di Vicenza, e gli proposi di andare lì, sarebbe stato più semplice e impersonale che invitarlo a casa.

Nessuno parlò in macchina, e la radio sputava fuori canzoni d’amore del tutto fuori luogo.

Non c’era nessuna magia, solo due persone che se ne andavano insieme a scopare in una stanza.

Ma esisteva poi questa magia? Cos’avevo provato in questi anni? Cosa mi aveva spinto a correre da una parte all’altra dell’Italia per stare insieme solo poche ore? Per poter restare ancora tra le sue braccia, addormentarsi dopo l’amore, con il suo viso sul mio collo.

Arrivammo al parcheggio del motel e quando fu il momento di dare i documenti dissi che li avevo dimenticati. Avevo lasciato a casa tutto, carta d’identità e patente. Dove ho la testa, che sciocca.

– Sarà per un’altra volta, riportami alla macchina.