Bang bang

Il biondino se ne sta con il braccio teso a mezz’aria, l’indice in resta e il pollice che punta in alto.

Fermo e serio, girato di tre quarti, con una gamba avanti e una indietro. Mi ricorda una S.S.; il pensiero mi disturba, poi si scioglie all’arrivo del piccoletto, di corsa, che si blocca quando lo vede.
L’altro spara, in un bang bang veloce, contraendo leggermente il braccio, come un vero rinculo del fucile, piegando il grillettopollice una, due, tre volte.

Il piccoletto cade morto, rispettando le regole che prevedono le mani al petto e un urlo straziante.
Il biondo si avvicina per dargli il colpo finale, prima di andarsene voltandogli le spalle, soffiando sull’unghia fumante. L’altro diventa un Gesù Cristo in croce, la testa di lato, gli occhi chiusi.
Riccioli biondi appare, scappata da chissà quale film Disney. Si butta al capezzale dell’amico, lo scuote per le spalle, si dispera.

Il biondo torna, si fa risata, si fa gridallegre, si fa salti di vittoria, il braccio non spara più. Risorge Piccoletto, non sbatte nemmeno i vestiti dalla polvere, tanto sa che tornerà a terra ancora, e la biondina non ha più lacrime, evaporate sotto il sole che tramonta.

Vociano, si spintonano ridendo, si rincorrono nuovamente nel parcheggio.

Io mi rintano in macchina, e non posso fare a meno di pensare che sarebbero proprio belle le guerre, così.

La guardiana della fortuna [favola erotica]

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Mentre uno stormo rosa attraversava il cielo, Tomoko guardava il lago e la magia di quella nuvola che si posava sull’acqua. Piano piano tutte le gru finirono le manovre di atterraggio e l’orizzonte risultò un piumaggio roseo con il sole che andava a morire tra le dolci onde.
“E’ il momento” si disse Tomoko. “E’ il momento del mio sacrificio”.
La ragazza si alzò in piedi sulla pietra a picco sullo specchio d’acqua da cui osservava la scena e fece scivolare la bianca tunica a terra. Rimase bellissima, nuda e fiera mentre il giorno salutava l’avanzare della notte. Prese il flauto che era posato vicino ai suoi piedi e cominciò a suonare un’antica dolce melodia. Le note si sparsero sul lago, invadendo
gli spazi tra le rocce e le fessure, giocando con gli alberi e le nuvole, mentre le foglie, mosse dal vento, parevano danzare a ritmo. I grandi uccelli sull’acqua stavano immobili, come in attesa.
Un ultimo raggio di sole, prima di perdersi tra i flutti, baciò il suo corpo minuto, riscaldandolo di luce.

La luna, nel suo ultimo quarto, era già in cielo e diventava via via più vivida all’aumentare del buio. Calbalacrab spiccava rossa a sud est, ultima coda della costellazione dello Scorpione mentre il pianeta Venere era comparso sul confine tra cielo e mare, e come un diamante solitario veleggiava nella costellazione dell’Acquario già da qualche giorno.

Tomoko si tuffò.
Nuotò piano verso lo stormo, abbassando il capo sotto il pelo dell’acqua per poi rialzarlo in cerca d’aria. La traversata fu breve, e come ogni volta che si svolgeva il rito, il suo cuore accelerava i battiti, mentre la mente ritornava alla prima volta che aveva sentito la leggenda delle gru e della fortuna che esse portavano.
Fu suo nonno Hiroshi a raccontargliela, guardiano della fortuna prima di lei e sua bisnonna prima ancora, in un susseguirsi di generazioni tra discendenti maschi e femmine.
Quando sarà il momento toccherà a suo figlio, ma per ora lui è solo un pensiero che ogni tanto le attraversa la mente, nulla più.
E’ ancora giovane Tomoko e ha in sé tutta la bellezza delle donne orientali: fascino, grazia, lunghi capelli neri simili a fili di seta, occhi a mandorla e lineamenti delicati. E ha in sé tutta la tenacia delle donne orientali, capaci di soffrire per amore, di annullarsi, di diventare invisibili ma indispensabili.
A lei toccava questo compito ogni 23 maggio, da quasi cinque anni ormai.
Doveva donare il suo piacere e il suo dolore alle gru del lago e in cambio loro le avrebbero dato il potere di creare e donare fortuna.
Nonostante la distanza Tomoko raggiunse l’altra sponda con facilità, bracciata dopo bracciata. Le gru che si riposavano nell’acqua bassa la fecero passare senza spaventarsi, alcune abbassarono il lungo collo, come in una riverenza, altre aprirono le loro ali a simulare un abbraccio. La sacerdotessa uscì dall’acqua quando ormai la luna era alta nel cielo, vicino, seppur in prospettiva, al Grande Carro e si diresse lentamente verso una pietra solitaria, bassa e piatta, lievemente decorata, che sembrava un altare.
Vi si distese sopra, di schiena, con il viso alle stelle e al disco bianco e cominciò il rito.
Si passò le mani sul seno stuzzicando i capezzoli ancora induriti dal contatto con l’acqua fredda, chiuse gli occhi e cominciò a chiamare con il pensiero la gru della fortuna affinché planasse sopra di lei.

Così fu.

L’animale più imponente del gruppo si staccò dagli altri e con un balzo si librò nel cielo avvicinandosi con movimenti eleganti delle ali, alla pietra dove stava sdraiata.
L’uccello cominciò ad eseguire ampi giri concentrici sopra l’ara, sempre più piccoli e veloci.
Allo stesso modo le dita della fanciulla accarezzavano il clitoride, prima in ampi cerchi, poi sempre più frenetici.
Tomoko era entrata in trance e non si rese conto del momento in cui tutte le gru spiccarono il volo verso di lei, creando una nuvola rosa che aleggiava sul suo corpo nudo. Nel momento dell’orgasmo, l’uccello della fortuna lasciò cadere due piume che si posarono sul suo petto.
Fu un viaggio di andata e ritorno, come sempre, marea che va e viene, piccola morte.

Tornata in sé, scese dalla pietra, prese le due piume rosate e come fossero uno stiletto se le conficcò, prima una e dopo l’altra, nelle scapole. Il dolore non fu inaspettato come la prima volta. Era pronta a quella lesione, meno a quello che sarebbe successo dopo. Sentì infatti scorticarsi la pelle all’altezza delle spalle e le ossa espandersi in un crescendo di sofferenza e spasmi. Non era mai veramente pronta a questo, e il dolore pungente le fece rimpiangere il suo destino. Le piume piantate nella pelle candida cominciarono a crescere e a moltiplicarsi, fino a divenire due grandi ali. Vinta dal dolore, si accasciò a terra.
Durò pochi minuti. Il desiderio di compiere a pieno il rito era ormai impellente. Si rialzò e fece sbattere le nuove appendici in un movimento dapprima delicato e poi sempre più intenso.
Staccò da terra i piccoli piedi e cominciò a volteggiare. La grande gru si avvicinò al suo volo, seguendone la scia, in una comunione di azioni e direzioni.
Infine Tomoko scese e ripiegò sulla schiena le piumate estremità.
L’indomani si sarebbe svegliata con la capacità di donare buona sorte, delicato angelo protettore; quella notte però era solo una donna felice di avere le ali.

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Da secoli l’origami della gru è simbolo di immortalità e portafortuna.
Secondo la leggenda chiunque pieghi mille gru vedrà i desideri del proprio cuore esauditi. Realizzare per sé o regalare i tradizionali “grappoli” di mille gru (折鶴 oridzuru) è quindi considerata una pratica simile agli ex voto della cultura cattolica: l’aneddoto più noto legato a questa tradizione è quello di Sadako Sasaki una bambina esposta alle radiazioni della bomba atomica di Hiroshima, sul proprio letto di morte a causa della leucemia. La bambina iniziò a piegare le mille gru, ma morì prima di riuscire a portare a compimento la propria opera: le venne eretta una statua nel Parco della Pace di Hiroshima, una ragazza in piedi con le mani aperte ed una gru che spicca il volo dalla punta delle sue dita, ogni anno questo monumento è adornato con migliaia di corone di mille gru.

Origami-–-come-fare-una-gru