Quel giorno, che non ci ha visto insieme

Pensavo a quel giorno in cui non siamo stati insieme, al mare.

Alla luce che c’era intorno, anche senza noi.

Tutto quel blu che si rifletteva sul blu.

Era Picasso sull’acqua di Monet, un cielo di Giotto senza stelle, una campitura piena di Mondrian, racchiusa nel nero del non avvenuto, cornice reale del nostro tempo.

Tutto, anche se non è successo, è accaduto veramente.

Ho visto la sabbia, i tuoi piedi scalzi, i miei occhi semichiusi dal sole, e il nostro sorriso che ci sarebbe stato, ad accompagnare le nuvole.

Un po’ come si aspetta il caffè uscire dalla moka la mattina

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Il cazzo apparve in primo piano sullo schermo. Poi si spostò seduto su un divano rosso, attaccato al suo proprietario.

Debora lo osservava come avrebbe potuto osservare un lemure nel suo ambiente naturale, con curiosità naturalista.

L’uomo al di là del vetro, nella solitudine di un soggiorno di cui intravedeva alcuni mobili tristemente Ikea sullo sfondo, faceva andare la mano su e giù, accarezzandosi piano, scoprendo la punta rossa. Con l’altra batteva su una tastiera che non entrava nell’inquadratura, ma che lei intuiva.

Sulla finestrella in basso a destra le apparve una scritta.

– Ti piace?

“No”, avrebbe voluto rispondere.

Ma sapeva che il gioco sarebbe finito subito.

Perciò scrisse sì.

Guardava quelle due lettere solitarie, con il cursore che batteva il tempo a lato e si disse che non potevano bastare, e in effetti nemmeno a lei sarebbero state sufficienti.

Batté lentamente: “Mi piace il tuo cazzo…”

Poi aggiunse un “grosso”, anche se non era l’aggettivo giusto. Era un cazzo come un altro, né grande, né piccolo, di un uomo senza volto, che non conosceva e mai avrebbe voluto farlo.

Era stata adescata su una chat di incontri in cui si era iscritta in un pomeriggio più noioso che piovoso. Il tipo era stato diretto, al limite del brutale. “Vuoi vedere finché mi masturbo?”

Lei aveva risposto di sì, senza aggiungere altro.

Ed era cominciata così. Senza ciao, senza “da dv dgt”, senza come ti chiami. Con la sola fondata, ma non provata certezza dell’uomo che il suo nick “debbie1977” indicasse un essere femminile.

O forse pure quello era ininfluente. Probabilmente voleva solo farsi vedere, avere l’interesse di qualcuno, uomo, donna, che importava?

– Mi piacerebbe sentire le tue labbra sul cazzo. – lesse sul Pc.

Niente. Il tipo voleva una conversazione, degli stimoli, un motivo per masturbarsi davanti allo schermo. Non lo avrebbe fatto gratis e per amoris Dei come sperava. In fondo non lo cerchiamo tutti un motivo? Anche solo sapere di fare piacere, o di piacere, o l’illusione di essere in qualche modo speciali per qualcuno.

– Piacerebbe anche a me. – Scrisse. – Mi piacerebbe sentire la pelle dura sotto la lingua, giocare con la corona leccandola intorno, stuzzicare il frenulo, viaggiare andata e ritorno sull’asta.

Ecco, aveva fatto l’anatomia del pene, buttando lì frasi da raccontino erotico di serie B.

– Sei proprio troia. – rispose il cazzo ormai totalmente in primo piano sullo schermo.

Per un attimo se lo immaginò con gli occhi e la bocca che le parlava… No, no, non ci siamo. Ci mancava solo che si mettesse a ridere e questo non sarebbe venuto più.

– Sì, troia. Le donne sono tutte troie, non lo sapevi? Quando trovano cazzi come il tuo, lo diventiamo tutte.

Esagerata certo. Ma sincera in fondo. Non era esattamente il cazzo che trasformava una donna in troia, ma l’umano a esso attaccato, l’incontro, lo scontro e il combaciare di vari fattori. Purtroppo non era questo il momento di fare filosofia. Ne conveniva pure il Cazzo sullo schermo, ora vero protagonista del video, quasi un’entità a sé. La mano andava su e giù frenetica. Si era poi fermata un attimo e appoggiata con l’altra sulla tastiera.

– Ti stai toccando, vero?

– No, ti sto guardando. Dai vieni, voglio vederti venire. Vedere la tua sborra uscire, colare. Dai, fammi vedere.

Era stata assolutamente schietta. Voleva proprio quello, fin dal primo momento. Non lo sapeva spiegare, le piaceva vedere gli uomini venire, masturbarsi davanti a lei, osservare i movimenti della mano, gli occhi chiusi, la bocca semiaperta buttata indietro.

Guardava avida la punta aspettandosi di vedere il liquido panna da un momento all’altro. Un po’ come si aspetta il caffè uscire dalla moka la mattina. Insomma, più o meno.

Il tizio si protese ancora di più verso la telecamera, poteva vedere chiaramente la lunetta delle unghie bianche e l’anulare racchiuso nella fede brillava alla luce dello schermo. Non si era resa conto che l’uomo fosse mancino. La mano ormai si muoveva veloce, per poi rallentare come gli ultimi giri di giostra.

Il liquido lattiginoso colò sulla mano fino a spandersi sulla lunghezza del cazzo.

Debora si ritenne soddisfatta, premette la X per togliere il collegamento e si alzò per chiudere la sua di telecamera puntata sul pc.

Il giorno dopo avrebbe contattato il tipo dal divano rosso e l’anulare lucente proponendogli uno scambio economico per lei interessante, per lui forse un po’ meno.