Un’altra birra

bottiglie-birra-in-terra

Una lattina di Moretti vuota, una più grande piena a metà, una Ceres, perché il primo amore non si scorda mai, e un cartone di Tavernello, bianco.

Era tutto nascosto per bene, oh sì. Tutto nascosto talmente bene che era sicuro che le bottiglie non sarebbero state viste. Le aveva messe nell’angolo tra il divano e il muro, un piccolo nido di coraggio, la sua personale scorta di vita per un po’ di ore.

Eppure i suoi occhi vacui e l’espressione persa già alle otto del mattino parlavano per lui.

Ubriaco, senza se e senza ma.

Li vedeva gli occhi preoccupati di suo padre, li vedeva ma non gli restavano appiccicati sulla pelle.

Li sorpassava: un salto con l’asta e via non ci pensiamo più. Esisto solo io, amo solo io, soffro solo io. E invece prendeva con sé tutta la sofferenza del mondo. Come facevano a non capire? Come facevano a pensare che tutto fosse facile per lui?

La vedeva la preoccupazione della madre. Tutta nelle rughe sotto gli occhi e in quel modo veloce di muovere le mani nell’aria, mentre diceva: «Simone, Simone, mi farai morire.»

Ma che importava quel che diceva. Beveva anche per lei, per tutta la delusione che gli aveva appiccicato addosso negli anni. Farai, sarai, dirai, e invece cosa aveva fatto? Era pieno di malessere che non riusciva a eliminare, lo allattava con il pessimo vino che si trova nei cartoni, lo cullava con qualche birra e credendo di anestetizzarlo lo faceva invece crescere.

O forse beveva perché gli piaceva e basta. Un sorso e indossi un caldo cappotto per un po’. Un cappotto fatto di indifferenza, di che cazzo me ne frega, di che muoiano tutti, di tanto sono forte solo io. Ti scalda il fegato e forse pure il cuore. Perché tutti i mali del mondo vanno giù con un sorso. Che cazzo ne sapete voi che vivete di perfezione? Si beve e si va avanti. Si beve e si è altrove. Si beve e non ci sei. Non ci sei. Non ci sei, finalmente.

Sedeva con la testa ciondoloni nel divano di casa sua. Oggi non sarebbe andato al lavoro per nulla al mondo. Sua madre invece scuoteva la sua di testa a destra e sinistra come cercasse di aggrapparsi con lo sguardo a qualcosa che non trovava. Alla rassegnazione forse.

Lei gli parlava, ma tutto quel che capiva era la delusione di vederlo ancora ubriaco. Una volta in più. «Eppure ci vai al Sert! Hai litigato ancora con la Sonia? E’ il lavoro che non va? Cosa ti manca?»

Domande, domande, domande. Una serie inutile di fottute domande dette con l’enfasi della tragedia greca. Se ne doveva stare zitta, quella puttana. Se ne doveva stare zitta e muta e lasciarlo in pace.

E si sentiva sempre più come una pentola a pressione. Aveva bisogno di bere ancora, per non soffocare, per non rispondere, per non scoppiare, per fuggire via da quella situazione. Si sentiva intrappolato. Bere, cazzo, doveva bere.

Simone si alza, ci prova, barcolla, ricade sul divano.

Ride e tossisce. E lo sguardo preoccupato della madre lo soccorre una volta in più, mentre suo padre decide che no, non la vuole rivedere quella scena vista e rivista un milione di volte e prende la porta, uscendo.

«Antonio dove vai?» Gli urla la moglie.

«Vado a fare un giro tanto qui non servo a niente.»

«Mi lasci qui, così?» Piange lei, mentre lo rincorre già sulla porta di casa, e dal passo incerto dimostra molto più dei suoi sessant’anni.

Lui si gira, la guarda. Ci sta tutta la frustrazione del mondo in quello sguardo. «Che posso fare qui?»

E si guadagna la porta verso un po’ d’aria, una situazione migliore, un sole che nonostante il freddo di gennaio scalda ancora.

E Simone intanto si è alzato. Fa piccoli passetti nella sua rigidità da ubriaco. Sembra quel robot insulso di Star Wars, C-3PO, solo che quello è dorato, mentre lui è livido, la pelle già olivastra di suo resa ancora più scura da tutto l’alcol che ha in corpo.

«Simone, dove vai?» La madre gli si para davanti.

«A bere.»

E prende anche lui la porta di casa. Suo padre è già partito, ma lui nemmeno se ne era accorto fosse uscito.

La madre invece si affaccia alla porta, cerca di coprirsi con la vestaglia che indossa ancora, mentre urla: «Resta a casa Simone!»

Ma lui è già oltre, cammina piano, è vero, ma con la testa sta già al bar. La sua scorta personale la berrà al pomeriggio, ora ha solo bisogno di andare via e non sentire più il gracchiare di quella donna rimbombargli in testa.

Capiva benissimo quando sentiva al tiggì che uno stronzo qualunque aveva fatto fuori tutta la sua famiglia. Ma lui voleva solo fuggire, andare chissà dove, per restare sempre in trappola in fondo, chè da te stesso non ci scappi mai.

Aveva una fidanzata troppo bella e troppo oca per capirlo veramente e un lavoro che non aveva scelto.

E tutti a dirgli che almeno aveva qualcuno, che almeno aveva un lavoro! Si fottessero tutti. Tutti.

Prese il corso principale di quell’insulso paesino in cui viveva: un cinema, un supermercato, tre bar, seimila anime.

Barcollava un po’, e camminava biascicando una continua litania di insulti a tutti. Poi la vide e sembrò che fosse l’unico. La gente era troppo impegnata a guardare quegli inutili telefoni, chi aveva lo sguardo affondato dentro e un sorriso scemo in faccia, chi invece li aveva all’orecchio e parlava in continuazione.

Lei era lì, piccola e indifesa. Una bimba in lacrime che avrà avuto sì e no quattro anni. Era all’altezza del supermercato, vicino al parcheggio, forse era uscita eludendo il controllo dei genitori. Si incrociarono con lo sguardo e per un attimo si rivide bambino, quel giorno in spiaggia in cui aveva sbirciato dentro la cabina e vi aveva intravisto sua madre armeggiare con il cazzo di uno sconosciuto. Era troppo piccolo per capire, se non il fatto che fosse andato a cercarla perché non la vedeva più e voleva un gelato. Si era sentito solo, abbandonato. Corse via sorpassando ombrelloni e sdraio, verso il mare, con gli occhi lucidi e i piedini che bruciavano dalla sabbia cotta dal sole: aveva perduto le ciabattine fuggendo.

Lo avevano ritrovato dopo un paio d’ore sperduto e impaurito, sporco di sabbia e pieno di fame, ma della madre vista con quell’uomo che non era suo padre non aveva mai parlato; aveva rimosso il dolore, facendo posto invece a una grande inquietudine.

Rivide la stessa paura di essere rimasta sola negli occhi di quella bimba, lo stesso terrore di essere stato dimenticato che aveva avuto quel giorno.

Fece due passi per andare incontro alla bambina, poi ci ripensò un attimo, girò su se stesso e si diresse verso il solito bar.

 

 

 

 

 

 

 

Annunci

5 thoughts on “Un’altra birra

  1. Diemme ha detto:

    Terribile… racconto splendido, contenuto angoscioso, e chissà quanto realistico!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...