Il lavoro nobilita l’uomo (e pure la donna)

Alessandra fissa il foglio sulla scrivania da cinque minuti buoni, immobile, nemmeno avesse visto una Gorgone, chissà, forse Medusa delle tre.

Lo fissa senza sentire il telefono che squilla reclamando attenzione e senza sentire la porta del suo ufficio aprirsi, i passi calmi del collega delle vendite farsi avanti.

«Ale?» le dice accompagnandolo ad un piccolo colpo di tosse, finto come una banconota da trecento euro.

Solo allora la ragazza alza gli occhi, vacui in realtà, su di lui.

«Si-ii»

«Ti senti bene? Hai il telefono che suona da un po’.»

«Ah, oddio…» 

Alessandra rialza le spalle, quasi in affanno e prende il telefono.

Ascolta un attimo, strascica un “ti richiamo io”; poi ha un sussulto. 

«Sicura, tutto bene?»
Lei chiude gli occhi e butta fuori l’aria, come rassegnata.

«Sì. Tutto. Bene.» Scandito parola per parola, quasi una rinuncia cadenzata.

«Bene allora ti lascio qui la pratica Molveni»

Paolo esce pensando che ormai la collega sia esaurita. In fondo lavora troppo, si intrattiene sempre oltre l’orario di chiusura. Povera, povera, ragazza.

Alessandra guarda la porta chiudersi alle spalle di quel baciapile del ragioniere, spinge indietro la sedia a rotelle, si abbassa e guardando l’uomo accucciato sotto la scrivania gli lancia un bacio. 

«La tua lingua è sempre magnifica, tesoro».

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2 thoughts on “Il lavoro nobilita l’uomo (e pure la donna)

  1. rodixidor ha detto:

    Grande. Sai sempre come creare tensione nel racconto, anche con poche righe.
    Geniale il foglio di carta sulla scrivania usato come falso obiettivo per il lettore fino allo svelamento finale. 🙂

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