Micione

– Leccami le palle. –

Odio quando me lo dice. Lo odio perché vuole dire stare tra i suoi coglioni almeno un’ora, con lui che il più del tempo se ne sta in silenzio e io accucciata come una cagna ad andare su e giù con la lingua, ed è proprio il caso di dire: che due palle.

Ripenso al laptop rosa della Apple che ho appena scartato, togliendo il fiocco fucsia e rompendo la carta marchiata Harrods: la faccia stupita, che ben mascherava la frustrazione. Mando giù il mio orgoglio con un altro sorso di champagne, poi mi metto in posizione: lui in piedi di fianco al letto, io inginocchiata ai suoi piedi. Con le labbra cerco di dargli piacere. Ma è da subito evidente che non gli basta.

– Più forte.-  “Più forte cosa? Vuoi che te li stacchi a morsi?”

Non lo dico, ovviamente. Provo solo a metterci più impegno, e gli prendo un testicolo completamente in bocca manco fosse una palla di profiterole, glielo succhio, mentre lui emette un grugnito che dovrebbe essere di piacere.

“Finirà presto, non ci pensare.” È il mio mantra finché cerco di darmi da fare per quest’uomo, per cui sono solo una delle tante, forse quella con il culo più sodo, forse quella che gli dà meno problemi, forse quella che corre sempre appena chiama.

E se è vero che avrà speso duemila euro per me, è pur vero che per lui una cifra del genere è una bazzecola.

Mi chiedo ancora come ci sono finita così. Una come me, che tutti dicevano che sarebbe dovuta andare in tivù, con quel culo che hai, con quel bel viso che hai, con il corpo che ti ritrovi.

Mi sento un po’ buttata via in fondo. Non mi ha neppure baciato; subito al sodo, in fondo siamo qui per scopare.

Come dargli torto.

Non sono nemmeno registrata all’albergo, non sia mai che la moglie controlli lui come controlla il settanta per cento della sua azienda, pur non lavorando, mica scema lei. E come al solito mi ha fatto entrare in un secondo momento, perché già una volta lei aveva ingaggiato un investigatore. Mica scema e mica stupida. Cornuta sì, ma questo non è affar mio. Non più da quando lui mi ha detto chiaro e tondo, proprio dieci minuti fa, che con me vuole solo scopare, facendo crollare ogni mio tentativo di guardare con gli occhiali rosa questo nostro rapporto.

Io sono volata a Londra con il mio tacco tredici Jimmy Choo e il biglietto pagato Milano Linate – Londra Heathrow. Lui è stato gentile ed è pure venuto a prendermi in aeroporto. Di solito mi manda un taxi.

– Cosa vuoi di più? Ci divertiamo, non paghi nulla, giri pure il mondo.- Già, cosa voglio di più?

– Andato bene il viaggio? – mi aveva chiesto appena ero entrata nella sua macchina, una lussuosa Bentley nera, e mentre provavo a raccontargli del ritardo dovuto ad un allarme terroristico poi risolto con l’arresto del solito mitomane, si è attaccato al telefono per affari e non l’ha più spento per tutto il tragitto fino all’albergo.  

E chiamarlo albergo è riduttivo: almeno non bada a spese quando deve pernottare. Questa volta è uno splendido hotel cinque stelle di fronte a Hyde Park. Qui non mi aveva mai portato: ci sono camere da seimila euro a notte, cesto di frutta nel piccolo salottino, Dom Pérignon nel cestello del ghiaccio e più cuscini nel letto che frange nel tappeto. In fondo io sono l’oggetto meno costoso qui dentro.

– Tieni.-  e mi ha dato il pacchetto finché armeggiava con la bottiglia. – Il tuo regalo di Natale.- L’ultima volta, un mese fa, era un I-Phone 6 per il mio compleanno, pagati, come mi ha fatto sapere, con una carta di credito internazionale, anonima, legata ad un conto estero di cui la moglie non conosce l’esistenza e in cui vanno a finire gran parte dei soldi in nero che sottrae all’azienda. Il post coito rende molti uomini loquaci e molte volte lui si è divertito a raccontarmi come fa fessa la consorte. E, vero, posso dire tante cose di lui, ma non che non sia generoso con me, né che si dimentichi la mia data di nascita,  che, ovvio, c’è sempre facebook che si preoccupa di farglielo sapere, ma l’illusione c’è.

Scartando il pacco ho fatto ciò che richiedeva il copione: sorpresa, giubilo, urletti, saltelli, abbraccio, bacio sulla guancia e gridato graziegraziegrazie. Io per lui ho portato il mio culo taglia 38 fasciato in una culotte di pizzo nero, altro suo regalo, di cui disporrà come vorrà, ovviamente.

– Più forte, lecca di più, mettici più lingua, dai.- Oggi proprio non gli va bene come lo faccio, di solito non si lamenta così, anzi, ogni volta che finivo mi diceva: – Brava, succhi meglio di quella da Torino.-  Una frase che prendevo come battuta, e che liquidavo con un: – Ma quanto sei scemo.- Ma che ora prende una luce diversa. Perché ho avuto per un po’ l’illusione di essere importante per lui, e invece ai miei ultimi tentativi di regolarizzare la nostra situazione mi ha fatto chiaramente capire che non ci potrà mai essere nulla di più, prendere o lasciare. Perché mica posso legarmi a te, capisci vero?

Capisco, certo.

Poi all’improvviso mi mette una mano sulla testa e mi afferra i capelli, tirandoli e facendomi male. Vuole darmi il ritmo, scoparmi lui la bocca. <<Dai succhiami l’uccello.>> Era da una vita che non sentivo un uomo chiamarsi il cazzo, uccello. Da ridergli in faccia praticamente.

Dov’è finito il mio amor proprio? E’ vero che ho fatto una scelta consapevole, ma cosa cerco da questa relazione? Se di relazione si può parlare, visto che lui chiama ogni tanto o manda un messaggio: “Sono a Milano, ti mando a prendere.” Nemmeno il punto interrogativo mette più. Tanto lo sa già che gli dico di sì. Lo sa che la bella vita che mi fa fare quando siamo insieme è tutto ciò che desideravo per me. Mi porta a cena, mi sfoggia alle feste come un cagnolino addestrato, ogni tanto un regalino e poi il sesso, a volte nel bagno del ristorante, a volte in lussuosi hotel, come ora. E io che mi illudevo di essere importante, che gli mandavo le mie poesie che mai leggeva, che avevo ripreso a studiare diritto per poterlo stupire con qualche termine adatto.

– Dai, fammi sentire la lingua. Che hai oggi? Sei moscia.-

Mi stacco bruscamente rischiando una ciocca di capelli e lo guardo da sotto, accucciata. Ha la pancia prominente, il fisico non proprio tonico, la pelle con il sole delle Maldive addosso che evidenzia le rughe dei suoi sessant’anni, il capello lungo e grigio che fa tanto latin lover de’ noaltri, legato con un codino basso; cosa mai avrò visto in lui.  

– Scusa, sarà la stanchezza del viaggio – dico, e mi alzo barcollando nei tacchi per riprendere il mio bicchiere, butto giù un altro po’ di vino e cerco il coraggio nell’etichetta scudata.

– Facciamo un gioco Micione? – Provo a cambiare registro, e se io non chiamerei Micione nemmeno il mio gatto, lui sembra che si diverta parecchio quando glielo dico.

– Cosa Gattina? – “Gattina… Il vomito.” E mi lancia la stessa occhiata che ho io davanti alla vetrina di Tiffany.

– Vieni, andiamo nella vasca che ho visto di là, ti farò impazzire, vedrai. – E mi giro in quella direzione, facendo ondeggiare la mia biancheria La Perla come mi ha insegnato Sophia Loren nei film anni sessanta che amo tanto guardare.

La suite ha una sala da bagno enorme, con una vasca idromassaggio in cui potrebbero trovare posto sei giocatori da rugby e starci ancora larghi. Mosaici Bisazza sui toni del bronzo e oro fanno da sfondo al resto dei sanitari e a una doccia grande quanto tutto il bagno del mio misero appartamento da settanta metri quadri dell’hinterland Milanese, cinquecento euro di rata del mutuo al mese, tasso variabile con Cap e firmi qui che un’occasione così non le ricapiterà mai più.

Lui mi segue e io apro il rubinetto dorato e faccio scorrere l’acqua calda, mi abbasso come richiede il film porno che in fondo vuole vedere: gambe dritte, leggermente aperte, spingo le natiche in fuori e inarco un po’ la schiena. Non manco di far oscillare i miei lunghi capelli biondi.

E, infatti, lui si attacca al culo, me lo stringe con le mani, mi abbassa il pizzo da settanta euro la culotte, centoventi il reggiseno, e mi penetra bruscamente.

Nemmeno si preoccupa se sono pronta. Una volta mi ha detto che ne ho presi talmente tanti dietro che ormai non mi fa più male. E “stronzo” è l’unico pensiero coerente che ho in questo momento.  E se è una cosa che in fondo è vera, mi da’ fastidio ripensarci ora. “Manchi di senso dell’umorismo” provo ad ammonirmi, ma decisamente “stronzo” mi piace di più come frase da far girare nella mente.

Mi appoggio al muretto che fa da contorno alla Jacuzzi e fisso decisa una tessera maiolicata dorata, per resistere al suo assalto. Sento i suoi coglioni sbattere contro il mio culo, e la cosa incredibilmente mi eccita. Come una monta. E come un’animale vorrei essere scopata, ché abbiamo detto che sono qui per questo. Vorrei sentirlo forte, la presa salda ai miei fianchi, le dita che lasciano un’impronta più chiara sulla pelle da quanto stringono.

Dura poco e viene dentro dopo pochi colpi, lasciandomi insoddisfatta.

– Hai sempre un gran culo. – mi dice staccandosi e sento delle gocce di sperma bagnarmi i polpacci, – peccato che con la bocca hai lasciato a desiderare, oggi. –

Io mi rialzo, con addosso ancora la frustrazione di non aver goduto, mi tolgo il completino che metto solo per lui e mi tuffo nell’acqua dell’idromassaggio cercando di placare la voglia e di farmi passare il bisogno di piacere che non si è preoccupato di darmi.

Si immerge anche lui, creando una piccola onda con la sua mole che mi lambisce i capezzoli rimasti ad affrontarlo ritti, vogliosi.

Me lo guardo per bene alla luce dei led che sbucano dal controsoffitto, che, come una piccola volta celeste, incorniciano la zona della vasca. Non ci vedo più nulla di buono in lui, né fuori, né dentro. E io sono niente ai suoi occhi. Un buco in cui fottere, una da pagare con un regalino tanto per darsi l’illusione di non essere andato con una puttana. Perché la verità è solo questa, che sono una puttana.

Mi immergo completamente e lascio che i miei capelli fluttuino tra le bolle. Trattengo il respiro, conto fino a cinque e poi riemergo ed esco, abbandonando il dolce massaggio dell’acqua, lasciando l’impronta dei miei piedi tra le piccole tessere del rivestimento.

Mi avvolgo con l’asciugamano tinta crema con ricamata in rosso pompeiano una B con grandi volute, dal nome dell’hotel: Baglioni, e prendo il phon dall’armadietto, attaccandolo alla presa.

– Gattina, non rompere le palle con quel rumore, ho voglia di riposare. – Mi dice con gli occhi chiusi e la nuca appoggiata al bordo arrotondato della vasca. Il suo codino grigio galleggia tra la schiuma, sembra la coda di un ronzino. Sento lo schifo che mi fa quest’uomo, ma anche quello che in fondo devo fare io a lui. Poi ho un pensiero: e io, come mi sento?

– Hai ragione, scusa – dico accendendo il phon e lanciandolo nell’acqua.

E’ solo un attimo. Mi guarda con gli occhi sbarrati, sorpreso dal rumore che non pensava di sentire, mentre il mio sguardo è inespressivo, ho riversato tutte le mie emozioni nel vedere il volo di quel piccolo elettrodomestico acceso, come si lancia una moneta: testa o croce, o la va o la spacca, vita o morte.

E ora è immobile, gli occhi fissi a guardare il vapore uscire dall’acqua, la bocca semiaperta che non dirà più nulla.

– Ora riposa Micione. – sussurro piano al suo orecchio.

Raccatto la mia roba ed esco dall’albergo, sospesa nel mio tacco tredici, il laptop rosa sottobraccio e le unghie laccate rosso borgogna che fanno il numero del pronto taxi nel display dell’I-Phone. Ho un pensiero in meno nella testa, una carta di credito anonima nel portafoglio Louis Vuitton e un piccolo sorriso stampato in faccia: ora sì, mi sento meglio. 

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Blanc de nuit

Chiudi gli occhi.

Più forte.
Tienili chiusi, vedrai che passerà tutto.
Vedrai, fidati di me.”

Ma non era successo, non cambiava nulla. Mai. Non bastava chiudere gli occhi e sognare di essere altrove: dalla cucina provenivano ancora le urla isteriche di mamma e i pugni che batteva sul tavolo, un tam-tam inascoltato. In risposta le frasi secche e dure di papà. Ognuno feriva a modo suo, com’era capace, come gli veniva meglio.

Ad Elena sembrava che ogni notte succedesse sempre la stessa cosa, che i suoi litigassero, o per un motivo o per un altro. Ormai le sapeva a memoria quelle urla, quelle recriminazioni. Erano sempre le stesse, gli stessi punti di vista spaiati. Le stesse mancanze, disattenzioni, piccole coltellate inferte al rapporto, poi alcool etilico buttato sopra per ferire di più sul momento, disinfettare, ricominciare.
Se ne stava con gli occhi chiusi, sotto le coperte, con solo le palpebre che la dividevano dal mondo. Come minuscole saracinesche che la proteggevano dall’odio che i suoi si vomitavano addosso. Fantasmi di colore continuavano a farle compagnia da sotto le ciglia; immagini inconsistenti che sfociavano con il tempo nel bianco latte, la sua luce nella notte, il tunnel che le sarebbe piaciuto attraversare, che l’avrebbe portata nel suo luogo felice, che sembrava lì, talmente vicino da intravedere l’azzurro cielo, in lontananza. 

Elena, immersa nel buio, strizzava ancora di più gli occhi, magari sarebbe capitato anche a lei come in quel telefilm con il genio che sbatteva le palpebre e faceva avverare qualsiasi cosa. Avrebbe stretto più forte gli occhi e mamma avrebbe smesso di urlare. Ancora più forte e avrebbe visto papà sciogliere le braccia da davanti al petto per abbracciare mamma. Strizzarli fino a farli lacrimare e si sarebbero voluti bene. Come nelle favole.
Il buio era denso. Trappola vischiosa per i suoi pensieri negativi. Il mattino dopo avrebbe voluto svegliarsi già grande, liberata dal ruolo di spettatore muto di un brutto film.

E il mattino dopo sarebbe stata veramente più grande, avrebbe capito che la magia, no, non esiste.

Il lavoro nobilita l’uomo (e pure la donna)

Alessandra fissa il foglio sulla scrivania da cinque minuti buoni, immobile, nemmeno avesse visto una Gorgone, chissà, forse Medusa delle tre.

Lo fissa senza sentire il telefono che squilla reclamando attenzione e senza sentire la porta del suo ufficio aprirsi, i passi calmi del collega delle vendite farsi avanti.

«Ale?» le dice accompagnandolo ad un piccolo colpo di tosse, finto come una banconota da trecento euro.

Solo allora la ragazza alza gli occhi, vacui in realtà, su di lui.

«Si-ii»

«Ti senti bene? Hai il telefono che suona da un po’.»

«Ah, oddio…» 

Alessandra rialza le spalle, quasi in affanno e prende il telefono.

Ascolta un attimo, strascica un “ti richiamo io”; poi ha un sussulto. 

«Sicura, tutto bene?»
Lei chiude gli occhi e butta fuori l’aria, come rassegnata.

«Sì. Tutto. Bene.» Scandito parola per parola, quasi una rinuncia cadenzata.

«Bene allora ti lascio qui la pratica Molveni»

Paolo esce pensando che ormai la collega sia esaurita. In fondo lavora troppo, si intrattiene sempre oltre l’orario di chiusura. Povera, povera, ragazza.

Alessandra guarda la porta chiudersi alle spalle di quel baciapile del ragioniere, spinge indietro la sedia a rotelle, si abbassa e guardando l’uomo accucciato sotto la scrivania gli lancia un bacio. 

«La tua lingua è sempre magnifica, tesoro».