Il volume delle tue bugie (cit.)

(E continui a dire al mondo che può starsene lontano, che hai già tutto quel che serve e che hai sempre la tua mano).

Il mare era immobile sotto la luce della luna, perché rifletteva, lui sì, prima di mostrare la sua parte più fragile. Io invece non sempre ci riuscivo e ogni tanto cadevo nell’errore, risultando ridicola prima ai miei occhi, poi a quelli degli altri. 

«Quello che vedi di me è quello che è» continuavo a dire. Non ho filtri, io, né maschere. Ma la verità era che i miei vicoli nascosti non li avrei fatti certo vedere al primo che passava, ché sono freddi, umidi e abitati da quei sorci verdi che vagano nei miei incubi. 

Ma d’altronde chi veramente avrebbe voluto vederli? Non è meglio il sorriso, quello a trentadue denti, e diecimilioni di lire dati dai miei al dentista vent’anni fa per correggere la mia masticazione inversa?

Io lo sentivo il calore della luna, quella notte. C’è chi sente quello del sole, che invade e schiaccia con la schiena a terra, mentre io sento quello della luna, astro che accarezza, amante indecente, soffiando piano sui pensieri, facendoli volare tra le stelle, tra Capitan Harlock e la Regina dei Mille Anni. 

L’aria calda di luglio ci sfiorava la pelle e accompagnava il nostro passo. D’un tratto una folata di vento più fredda alzò la mia gonna leggera e io cercai istintivamente di stringermi a quell’uomo che avevo a fianco e che mi aveva offerto la cena. Roberto, mio collega di università. Forse ora si aspettava un dopocena divertente da me, ma la verità era che non avevo deciso nulla. Mi aveva fatto ridere ed era stato brillante,  più di quanto meritassero i miei occhi verdi e le mie unghie laccate di rosa acceso, ma non c’era stata nessuna scintilla e ora camminavamo vicini sul lungomare, tra lampioni e panchine vuote, in silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri e in fondo già distanti. 

D’un tratto pensai che la passeggiata romantica sotto la luna fosse, forse, troppo. 

«Sediamoci su una panchina, ti va?» Gli chiesi.

Lui si fermò davanti a quella che stavamo quasi sorpassando.

«Qui?»

Io mi sedetti in risposta alla sua domanda e lui altrettanto, vicino, ma non troppo, che non si sa mai. 

Guardavamo il buio davanti a noi, e la spiaggia deserta, gli ombrelloni chiusi e i lettini ben accatastati vicino al magazzino del bagnino che si intravedevano appena. Le risate dei bambini, le loro corse sulla spiaggia, gli amori nati sugli asciugamani e sugli stessi già finiti, le chiacchiere e i gossip, la tintarella a tutti i costi, le mogli con i figli al mare e i mariti in città, i nonni in vacanza e i gruppi di adolescenti, che arrivavano alle undici con le occhiaie coperte dalle lenti scure, erano un ricordo volato via con la notte. Sarebbero tornati uguali, ma diversi, il giorno dopo, con il primo uomo mattiniero che avrebbe solcato la rena bagnata, magari a spasso con il suo cane, seguito via via da ogni personaggio che avrebbe popolato la vita del mare. Fino al bagnino, che avrebbe riposto l’ultimo secchiello dimenticato, e poi via la vita notturna altrove. 

Ma ora c’erano solo le onde che si infrangevano piano, sulla spiaggia.
Nessuno disse nulla, ma io sono brava nel gioco del silenzio. In fondo non so mai veramente che dire; ho pudore dei miei pensieri, mai abbastanza intelligenti per essere condivisi. 

Lui invece era uno di quelli che devono riempire l’aria, anche del loro ego, ed era in evidente imbarazzo. 

«Che mi racconti?» Usò la frase come un coltello per tagliare l’attesa. 

Aveva le mani appoggiate alle ginocchia e io misi la mia sinistra sulla sua destra, di fatto prendendola con me e portandola sul grembo. 

«Non ho nulla da raccontare» dissi a mia volta. E aprendo le gambe mi permisi di insinuare le sue dita nello spazio caldo tra di esse, scostando l’ampia gonna. 

Se rimase sorpreso dal mio gesto non lo diede a vedere. 

Rimase fermo, forse assaporando il calore proveniente dalle mie mutandine, ma non fece nulla, se non spostare lo sguardo verso l’orizzonte e la luna, che si stava piano piano alzando nel cielo, pronta a fare il suo consueto viaggio tra est e ovest. 
Poi tolse la mano, abbandonando la mia presa. 

Guardò l’orologio e sbottò in un «è tardi, ci vediamo domani in facoltà.»

Si alzò lasciandomi lì, un po’ spiazzata dalla sua fuga, e riuscii solo a dire un «ciao» strascicato dalla sorpresa. 

Non vi fu nessuna vera scintilla, in fondo, nemmeno per lui. Non ci eravamo capiti, questo è quanto, e chi lo sa? Forse fu meglio così.

Lo vidi incamminarsi sotto quella luna così piena da scoppiare, sapendo di aver perso un’altra occasione per costruire qualcosa con qualcuno, qualsiasi cosa volesse dire. 

Ma ognuno di noi è il frutto delle esperienze passate e, se sposti un sassolino vicino al burrone, per qualcuno diventa l’appoggio per arrampicarsi, per altri frana ingestibile.

Quando lui divenne un piccolo puntino in fondo alla via, mi rassegnai ad aver sbagliato e mi convinsi del fatto che sicuramente avevo offeso il suo amor proprio. 

Forse qualsiasi altro uomo non avrebbe perso l’occasione che gli stavo offrendo, ma Roberto era diverso e io non l’avevo capito.

Ero stata sola troppe volte, mentre troppe volte c’era stata troppa gente nella mia vita. 

E nella fattispecie tanti uomini che cercavano solo emozioni gestibili. Nessuna complicazione, qualche letto sfatto e rare telefonate, più per non precludersi un’eventuale nuovo giro di lenzuola  che per sapere realmente come stavo, a cosa stavo pensando, come mai piangevo la notte.

E ho avuto giornate vuote passate a casa, da sola, a guardare il soffitto con la tivù accesa solo per farmi compagnia, con nessuna voglia di uscire e soprattutto nessuno con cui farlo.
Ben mi sta, pensai, così imparo a voler fare la donna disinibita al primo appuntamento con un collega.

Mi ripromisi di parlargli il giorno dopo, all’università, sperando almeno di chiarire, di salvare quella che definivo una bella amicizia. 

Lui mi piaceva e sapevo di piacergli anche io, ma era evidente che tra noi non c’era stata la sintonia necessaria per andare oltre: in fondo non era necessario farlo. Il sesso non è la risposta a tutto e io avevo sbagliato.
Si alzò ancora il venticello freddo che fece correre le nuvole veloci nel cielo; le vedevo attraversare il cerchio giallo pallido per poi sparire alla mia vista: troppa luce dai lampioni per osservare veramente le stelle. 

C’eravamo seduti in un angolo leggermente scostato dalla strada, ma in ogni caso non c’era praticamente nessuno in giro. Sentivo delle voci provenire dalla carreggiata, probabilmente delle amiche che passeggiavano verso i negozi illuminati del centro. Le sentivo sghignazzare e parlare tra loro, ma sempre più piano, come se si stessero allontanando e sicuramente fu così. 

Poi venne il silenzio inframezzato da qualche rara macchina che passava lontano e andava chissà dove, forse verso casa, forse verso qualche discoteca della Riviera. 
Ripensai alla mano che avevo tenuto stretta, pochi minuti prima. Sentirla tra le gambe non mi era spiaciuto. Misi le dita sotto la gonna, alzando la stoffa e insinuandole tra il pizzo del perizoma e le mie pieghe. 

Non mi trovai bagnata come mi aspettavo, ma la voglia aveva bisogno di crescere ed essere appagata. Misi quindi l’indice in bocca per bagnarlo di saliva, per tornare poi al clitoride. 

Scivolai sulla mia pelle e pensai alle mani delle decine di uomini che avevo avuto. A come non bastasse mai una mano in mezzo alle gambe per far partire il desiderio, a come questo sia in fondo una magia data da vari ingredienti e che raramente si trova l’amalgama perfetta, il giusto sapore. 

Chiusi gli occhi, isolandomi dal mondo esterno, anche se toccarmi così all’aria aperta, seppur in una zona defilata, mi aveva fatto accelerare il battito del cuore e tendere l’orecchio agli eventuali rumori che avrebbero annunciato l’arrivo di qualcuno. 
Chiusi gli occhi e inspirai con la bocca aperta, immettendo aria fredda nei polmoni.

Non erano più le mie dita che titillavano il clitoride, ma quelle di uno, due, cinque, dieci uomini che avevo frequentato negli ultimi tempi. Di alcuni ricordavo il sorriso, di altri sapevo tutto, di altri ancora conoscevo appena il nick name che usavano nelle chat. Nessuno mi aveva veramente stregato, con tutti avevo goduto e tutti avevo cercato di far godere. 

Ma dopo un primo appuntamento, raramente ne accettavo un secondo: mica avevo bisogno di qualcuno, io. Dei pochi amanti stabili, sopportavo la tenacia di cercarmi nonostante tutto e in fondo si scopava senza tanti pensieri. Grattacapi non ne davo, le mie frustrazioni me le facevo passare da sola, scrivendo di notte, piangendo la mia solitudine sul cuscino, godendo con le dita come fossero amanti generosi, come in quel momento.

E infilai l’indice e il medio dentro, trovandomi finalmente bagnata e cominciai a darmi consolazione come solo io sapevo fare: nessun altro mi appagava così tanto. In fondo avevo già in me tutto quel che serviva per stare bene. Avevo me stessa, le mie passioni, il lavoro, la mia vita e le mie dita che spostai verso il centro del piacere, per farlo crescere, ancora. Trattenni il fiato e immagini confuse di braccia e labbra mi si affollarono nella mente. Poi ripensai a Roberto e all’abbraccio deciso che mi aveva dato quando c’eravamo ritrovati nel parcheggio, pronti per andare a cena. 

Fu con il pensiero delle sue labbra carnose che venni buttando fuori l’aria dal naso e dalla bocca, di colpo, come un drago che sputava fuoco; io espellevo la mia tensione in quel gesto, mentre con le dita facevo piccoli cerchi concentrici dove le piccole labbra si univano, con decisione però, come volessi spalmare il mio piacere ovunque. Poi i muscoli contratti si distesero e riaprii gli occhi ancora immersa nel piacere. 
Il mare era ancora immobile e la luna vi si specchiava vanitosa… chissà se era l’orgasmo a farmela vedere così bella.

Poi sentii una presenza alle mie spalle. 

Persi dieci anni di vita dallo spavento che presi. 

Roberto. 

Era tornato indietro per scusarsi e mi aveva visto con le mani sotto la gonna, anche se non sapeva che il punto più alto del piacere lo avevo raggiunto pensando a lui. 

Divenni rossa, anzi no, fucsia, porpora, magenta e infine bianca cadaverica. Passai la scala Celsius da più quaranta a meno dieci in cinque secondi netti. 
«R-Roberto…» riuscii a dire, confusa. 

Lui si avvicinò di più e mi baciò il collo. Poi passò al lobo dell’orecchio scostandomi i capelli, facendomi venire la pelle d’oca. Infine raggiunse il viso e assalì la guancia, riempiendola di piccoli baci, dati piano, sussurrando il mio nome. Quando mi baciò sulla bocca, quasi timido, mi parve un bacio che chiedeva il permesso di entrare tra le labbra e io le aprii, protendendo la lingua, cercando la sua, invitandolo in me. 
Fu un bacio dolcissimo, ed erano troppi anni che non ne ricevevo e non ne donavo così.

Mi prese lo stomaco; se mai avevo avuto farfalle lì dentro erano volate via da moltissimo tempo. Ritornarono in volo da me in un attimo o forse resuscitarono invase dall’energia che mi aveva trasmesso. Mi ritrovai a provare dentro di me un turbinio di emozioni degno di una quindicenne impacciata alle prese con la scoperta della propria sessualità. 

Fu un bacio diverso dai tanti che avevo ricevuto e non saprei spiegare bene il perché, ma fu intenso, eccitante, e nello stesso tempo come un tassello di un puzzle che si incastrava. 
Erano sempre troppe le bugie che mi raccontavo. Le cose erano chiare per me: chi spera nell’amore si fa male e non lo so se era amore quel bacio. Avevo troppo rispetto per quella parola per usarla a caso. Ma qualsiasi cosa fosse fece crollare una a una tutte le bugie che mi raccontavo e che dicevo io stessa per tenere distanti le persone, per non soffrire, perché sapete come si dice, no? Niente amore, nessun dolore. 
Bugie su bugie. 

Che caddero sotto la sua lingua che accarezzava la mia, la cercava, la inseguiva; se ne era impossessato e io sentivo crescere il nostro desiderio. 

Lo guardai poi negli occhi, azzurri come il mare che avevo davanti. E io navigai a vista nel piacere che mi dava, non pensando più a niente. Né al passato, né al domani. 

Solo le nostre labbra come focus, così perfette nella loro unione da non poterle immaginare lontane tra loro. 

Chissà se avevo veramente mai baciato nella mia vita, visto che mi sembrava di farlo ora per la prima volta. 

Infine ci staccammo, Roberto ancora alle mie spalle, io con il busto e la testa girata verso di lui. 

«Sono felice che tua sia tornato indietro» gli sussurai «temevo di averti spaventato».

«Un po’ sì, ma non per la mano tra le gambe, ma perché mi sembrava una nota stonata in quel momento, come una forzatura.»
Poi si rimise vicino, per guardare l’orizzonte davanti a noi, il mare come un’immensa pozza di petrolio, con la notte attorno e i nostri pensieri persi chissà dove, forse a far baldoria con le farfalle nel mio stomaco. 

Nessuno disse nulla, perché in fondo non c’era proprio nulla da dire. Avevamo trovato un punto di incontro e io, che vivevo alla giornata nei rapporti con gli uomini, me lo sarei fatto bastare, fosse anche che tra noi ci sarebbe stato solo quell’unico bacio. 
«Voglio portarti in posto, domani» mi disse prendendomi la mano. 

E quel domani mi parve la parola più bella del mondo, perché significava che ci saremmo rivisti, che dava una possibilità al bacio che c’eravamo dati. 
«E dove vorresti andare?»

«Non lo so, intanto rivediamoci.»

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Questo racconto fa parte dell’antologia di autori vari Sabbia Bollente edito da Damster.

Angela

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Angela con un occhio ti guardava in faccia e con l’altro l’orizzonte, in un misto di consapevolezza e malinconia.

Di uomini che avevano scavalcato il suo strabismo ne aveva avuti alcuni: chi le aveva squadrato il culo, che non era male; chi il portafoglio, discretamente fornito; chi aveva semplicemente spento la luce.

Non è facile trovare chi ti legga il cuore in questo mondo allattato a veline e facce di Barbie.

Camminava avvitata nel cappotto, con i pugni affondati nelle tasche profonde, buone per scontrini e centesimi di resto, ma non abbastanza per scaldare le mani senza guanti.

C’era un freddo pungente quella sera di dicembre e le vetrine provavano a colpi di lucette e lustrini a convincere che questo Natale sarebbe stato diverso: sentirete il calore, ci crederete veramente, comprate da noi! Comprate da noi, coraggio!

Ma la poca gente girava soffiando fumo come draghi mancati, quasi dei Grisù con sogni troppo grandi per loro, schiacciati dalla routine, spaventati dal volo.

Ci mise un minuto di più per arrivare alla fermata del 15 barrato e quello se n’era già andato via, eccolo che svoltava per via Panfilio, là in fondo. Un po’ come capita nella vita, quando perdi il treno delle occasioni quello mica torna indietro; al limite aspetti il prossimo, se ti va bene.

Decise quindi di proseguire a piedi, che ci vuole, dicono che bisogna fare movimento, e poi di stare ferma con questo freddo, non ne aveva la minima voglia.

Poi una vetrina più calda delle altre la chiamò, come Circe in mezzo al mare. E tanto ormai sarebbe arrivata tardi per prepararsi qualcosa di decente da mangiare, tanto valeva cenare fuori.

Strano però, non ricordava quel locale, che risultava intimo e caldo con i soffitti di legno e le luci soffuse. Notò subito l’uomo seduto al bancone. Probabilmente perché aveva un’aria navigata, impastata con un bel profilo e un cappello a tesa larga.

L’intesa ci fu subito, quasi che entrambi avessero fiutato la preda. Si ritrovarono così a parlare della vita, delle sue ingiustizie con i sogni troppo belli e di come invece fosse puttana con tutto il resto. Toglieva più che dare. E dopo un aperitivo, uno stuzzichino, un “Ne prendi un altro?”, “ Te lo offro io”, seguirono “Che bel sorriso hai” e “Quanto sei bella” detti dritti guardando l’occhio buono.

E cos’è l’amore se non trovare qualcuno che ti accetti per come sei? Che trovi deliziosi i tuoi occhi, anche quando uno guarda a destra e l’altro dritto. Una persona a cui piaccia la tua pancetta, non noti la cellulite, o si accomodi tra le rughe intorno agli occhi per starti più vicino.

Ecco. Forse è questo.

E non dirò che quello poi se ne fuggì con la borsetta e il cellulare, siamo a Natale dopotutto.

L’uomo con la valigia in mano

L’uomo con la valigia in mano è sbucato tra la nebbia e il buio, mentre inseguivo pensieri troppo banali ferma ad uno stop.

Ha attraversato la strada, quasi claudicante dal peso, rompendo il filo dei miei ragionamenti, passandomi davanti come sul set di un film.

Ero in una strada al limite della periferia, lontana dalla stazione degli autobus e dal centro storico; poteva essere solo una persona pronta a partire vista la direzione.

O forse era appena arrivato e stava tornando a casa e le mie idee su dove stesse andando erano tutte sbagliate. Del resto da una che viaggia con il navigatore per non perdersi tra via tiepolo e via caravaggio, capite anche voi che non si può pretendere oltre. 

Portava la valigia con la destra, pendendo inevitabilmente dall’altra parte. Una valigia troppo grande, senza ruote, di quelle che così, ormai, non se ne vedono più. Credo sia stato questo il particolare che mi ha fatto fermare a guardarlo. 

Fuori tempo, fuori luogo.

L’ho seguito con lo sguardo mentre si faceva mangiare vivo dalla nebbia, e ho pensato che in fondo, almeno lui, sembrava sapere bene dove andare.

Trovandosi a tratti

Si sveglierà e si stupirà di avere in testa un nome nuovo.
Poi richiuderà gli occhi pensando che avrebbe dovuto dormire ancora.

Uscirà incontrando gente con il sorriso incerto, con lo sguardo basso. Altri avranno strette forti e parole rassegnate.

Guarderà interni di vite, foto appese di speranze, ricordi inutili.

Dovrà farseli scivolare addosso cercando di non pensarci.

Sentirà aliti di caffè vicini in confidenza; dopo le sirene della sera odoreranno di vino su occhi liquidi.

Vedrà carte che indicano esistenze, che vantano diritti. La rosa dei venti le farà fare un sorriso, incontrare ricordi.

Ripenserà a quel nome, si chiederà se si è sbagliata, se sia sbagliata.

Si risponderà di sì con rassegnazione alla seconda domanda.

Tornerà a casa troppo tardi, e comunque troppo presto per sognare.

Guarderà i figli sentendosi in colpa di non esserci stata, di volere solo che vadano a dormire.

Sentirà l’angoscia di un giorno andato cercando di mettere insieme la cena.

Cercherà se stessa sotto le coperte, tra le lenzuola.

Trovandosi a tratti.
 

Numb

«Non è che possiamo farli venire tutti qua. Capisci? Non c’è mica lavoro per tutti!»

Marta guardava fuori dal finestrino, con la musica infilata nelle orecchie, ma le parole dei passeggeri seduti dietro passavano lo stesso, nonostante cercasse di tenere il volume alto, di staccarsi da tutto. Dicevano le solite cose, quelle che si dicono quando si ha la pancia piena e un tetto, ed erano in qualche modo condivisibili, bastava annuire, fare sì-sì con la testa, che in fondo lei un tetto sotto cui dormire ce l’aveva.

Con la fronte stava appoggiata al vetro bollente del bus. Ogni tanto sentiva qualche scossone, ma ci era abituata. Chiuse gli occhi e si fece trasportare dalla musica. Da quando aveva saputo che era morto Chester dei Linkin Park non faceva altro che riascoltare Numb. Se ne era dimenticata di quel pezzo, ma dopo aver appreso la notizia dai social lo aveva ritrovato tra i file dell’mp3. Lo aveva ascoltato tanto in passato, facendoselo scorrere nelle vene, come fosse stato scritto proprio per lei, come tutto ciò che è arte, specchio per noi, nel bene e nel male.

Le prime volte lo aveva risentito con la pelle d’oca, come una brutta notizia data all’improvviso, come una partecipazione a un funerale; poi basta, perché ci si abitua a tutto, anche alle mancanze, anche alle parole che ti scavano dentro. Ora lo faceva andare solamente, lasciando che tutto scorresse come pioggia su un ombrello, come su una superficie impermeabile.

I’m tired of being what you want me to be

Feeling so faithless, lost under the surface

Sulla strada, le case si susseguivano una dietro l’altra. Conosceva l’ordine a memoria. Prima quella con il giardino fiorito, poi quella con i balconi sempre chiusi, a seguire quella dalla siepe alta e poi mille altre, che dicevano sono qui io, tu pure, vedi? Sei qui e fai la stessa strada ogni giorno, noi ti aspettiamo. Un copione sempre uguale della sua vita.

Era quasi arrivata alla fermata. I tizi dietro avevano continuato il loro comizio, gli stranieri che rubano, che delinquono, che violentano le loro donne. “Loro”, possessivo. Ci tenevano a rimarcarlo, ci tenevano a dire che gli stranieri erano qui a invadere. Lei in verità conosceva solo la sua vicina di casa, albanese. Con cui ogni tanto scambiava qualche parola nell’androne. Frasi che si dicono con tutti, nella normalità più assoluta. Una volta l’aveva sorpresa a litigare nella lingua madre al telefono. Continuava a fare su e giù per le scale, nervosa, urlando e piangendo contro l’apparecchio. Era una telefonata d’addio, non ci voleva tanto a capirlo. E si sorprese a pensare a una cosa stupida e ovvia: di come in fondo i sentimenti siano universali, e che sentirsi dire un addio in albanese o in italiano, alla fine conta poco, sempre male fa.

Marta guardò il cellulare, rispose a un messaggio delle amiche con la faccetta sorridente, anche se non c’era un cazzo da ridere, poi chiuse gli occhi.

I’ve become so numb, I can’t feel you there

Become so tired, so much more aware

By becoming this all I want to do

Is be more like me and be less like you

Si sentiva anche lei intrappolata in qualcosa che non sentiva più. Una mosca che continuava a sbattere sullo stesso vetro. C’era il sole fuori, come mai non riusciva a raggiungerlo? Tutto sembrava possibile con un clic, bastava aprire un qualsiasi social per entrare in comunicazione con chiunque, eppure si sentiva lo stesso sola e molto spesso inadeguata a quello che chiedeva il mondo. Lontana dalla perfezione di Instagram, dalla leggerezza di Facebook, dalla falsa profondità di Tumblr. Voleva semplicemente sentirsi Marta, che non sapeva cucinare, che odiava truccarsi al mattino e che aveva il senso dell’umorismo scaduto.

I’ve become so numb, I can’t feel you there

I’m tired of being what you want me to be

Il bus fece una schinca, andando a parcheggiare vicino alla tettoia.

Ad aspettare ci stavano le facce che vedeva ogni mattina, a cui dava il cambio. Lei scendeva e loro salivano, magari diretti in qualche via più in là, al lavoro o a casa. Per un attimo prese la borsa, per scendere.

Avrebbe salutato di corsa il conducente, buttando il ciao verso i gradini e poi si sarebbe diretta verso il lavoro, come ogni mattina.

Poi ci ripensò. Numb era ancora in loop sull’mp3. Chiuse gli occhi e fece finta di dormire. Il bus riprese la strada.

Quaranta

Quaranta sogni buttati in aria come palline di un clown.

Quaranta baci, alcuni dati per dimenticare, altri per ricordare. 

Quaranta notti passate in bianco.

Quaranta storie scritte, quaranta vissute, quaranta inventate.

Quaranta persone ferite, ignorate, a cui ho voltato le spalle.

Quaranta sbagli, quaranta bugie.

Quaranta vittorie.

Quaranta volte ti amo, ti voglio bene, mi manchi, ti chiamo, ci sei, ti voglio.

Quaranta chilometri scavalcati d’un soffio e pochi centimetri mai attraversati.

Quaranta passi, quaranta corse.

Quaranta mani strette nel momento dell’orgasmo, quaranta luci spente, quaranta occhi chiusi.

Quaranta sì, son qui. 

Quaranta non più.

Quaranta ti vorrei ancora.

Quaranta mai più, mai più, mai più.

Quaranta lacrime appena sveglia, quaranta incubi, quaranta addii.

Quaranta amiche, quaranta confidenze, quaranta sorelle.

Quaranta birre bevute sui gradini.

Quaranta buttate nello scarico.

Quaranta madri che non mi han capito, che non ho capito. Quaranta padri che ho capito più io, o più loro, o chissà.

Quaranta mariti presenti nell’assenza, e io assente nella presenza.

Quaranta nuvole scambiate per draghi, e pomeriggi passati a guardarle passare.

Quaranta libri letti di notte, quaranta parole inventate, altrettante scordate.

Quaranta messaggi mai spediti, baci non dati, abbracci rimandati.

Quaranta sorrisi, sorrisi e sorrisi. Anche se fa male. Soprattutto se fa male.

Quaranta volte nello specchio a guardarmi negli occhi, quaranta sui miei tacchi, quaranta a piedi nudi.

Quaranta volte il due ottobre.

Quarant’anni.