Lei


Lei era una ragazza più alta di me, gambe da gazzella e il fisico asciutto dei suoi diciott’anni.

Io ero la sua migliore amica, non si sa perché, forse perché gli opposti si attraggono.

Lei, la prima scelta dei maschi quando si faceva la classifica della più figa della classe.

Io, buona per copiare il compito a casa.

Ma eravamo amiche, come solo a quell’età si può vivere intensamente un sentimento.

Amiche per la vita, amiche complici e amiche fedeli.

Ma il mio era un sentimento di dipendenza, almeno fino al giorno del suo primo bacio.

Fino al giorno in cui mi disse di essersi innamorata di un amico comune. Mentre io lo ero di lei, senza rendermene conto.

Da quel giorno le cose cambiarono, diventai taciturna e imbronciata, incazzata con il mondo. Lei era felice, io morivo dentro e non me ne rendevo conto.

L’omosessualità non era un problema, semplicemente non capivo.

Pensò che io fossi gelosa, gelosa della nostra amicizia esclusiva incrinata da questo fidanzato, ed in un certo senso era così.

Poi un giorno ci fu l’invito delle amiche ad una festa, si festeggiava il compleanno di una della classe.

Pizza e discoteca in un locale della provincia.

Lei aveva già la macchina e fu naturale andare assieme, mentre io che compivo gli anni più tardi stavo ancora facendo le guide di prova.

Arrivò sotto casa con la sua Lancia Y usata, profumata di vaniglia e con i capelli ancora un po’ umidi; aveva negli occhi una certa agitazione.

–         Che hai? – le chiesi

–         Ho litigato con lo stronzo. –  Era evidente chi fosse lo stronzo del caso.

–         Ti passerà come sempre –  chiosai, forse però dal tono non riuscii a trattenere una certa soddisfazione.

Lei non disse nulla e mise un cd. La strada davanti e lo sguardo sicuro.

Com’era bella nella sua mini con le ballerine.

Mi resi conto che il pensiero lo avevo pronunciato a voce alta solo quando si girò verso di me e mi sorrise.

–         Anche te non sei male. 

–         Sì, certo…  – e pensai alle parole che mi diceva sempre mio padre da piccola: “Non sei brutta. Solo che quelle belle sono fatte in maniera differente”. Io non ero mai stata la principessa del papà. Non ero mai stata la principessa di nessuno.

Arrivammo al locale sulle note dei Green Day. Un posto con un bel giardino estivo dove prima si mangiava e poi si ballava sopra ai tavoli. Facemmo la fila per parcheggiare, era affollatissimo. “Fortuna che cè la crisi… ” fu il nostro facile commento.

Ci incontrammo con le altre e con Elena, la festeggiata. Una ragazza fin troppo zuccherosa.

Non ci sedemmo vicine ma non ce ne importava, eravamo assieme al gruppo e andava bene così. C’era qualche fidanzato o pseudotale, alcuni amici che non avevo mai visto e alcuni imbucati.

Lei fece subito amicizia con uno dell’ultima categoria citata. Avrà avuto sicuramente trent’anni. Sfoggiava sicurezza e dispensava battute. Lei faceva l’oca per compiacerlo. Forse solo per prendersi una rivincita dal litigio con lo stronzo.

Ordinai troppa birra, per tre volte, e la pizza non la finii, la guardavo far la scema con il tizio e già stavo male, bevevo con disperazione e rassegnazione. Quasi per consolarmi mi dicevo che in fondo non guidavo io e volevo solo divertirmi.

Lei andò a ballare. Io rimasi a guardarli in compagnia di un rhum e coca.

Ad un certo punto lui la cinse con le braccia e le mise le mani sul culo. Io non capii più nulla e barcollai verso il bagno. C’era la fila come sempre.

Mi avviai verso il giardino sperando che l’aria della sera mi svegliasse un po’.

Mi sentii toccare su una spalla. Era lei che mi aveva seguita. Mi prese per i fianchi e mi accompagnò a camminare. — Muoviti un po’ che ti passa la balla –  continuava a dirmi.

Sentivo la sua mano sul fianco che bruciava come fuoco e mai avrei voluto staccarmi.

Barcollando andammo dietro il palco del deejay. La musica si sentiva meno: le casse erano tutte orientate dall’altro lato.

Mi appoggiai a lei e cominciai a piangere, e lei con carezze mi tolse le lacrime.

–         Oh, che hai?

–         Ho bevuto troppo… lo sai che dopo piango…

–         Te sei scema. Gli altri si esaltano e te piangi.

Le afferrai le mani e gliele baciai. Mi aspettavo che le ritraesse, invece continuò a dirmi di stare tranquilla.

Le sbottonai la camicetta e le scoprii il reggiseno.

Mi lasciò fare.

Le presi un seno fra le mani e mi avvicinai per leccarglielo, la sentii gemere o forse protestare, ero troppo in confusione per capire, ma non si ritrasse e non si incazzò. Semplicemente non fece nulla per fermarmi.

La spinsi per terra, fra l’erba umida e alcuni fili dell’impianto e le fui sopra non sapendo esattamente cosa fare.

Il sesso con un uomo lo avevo sperimentato solo l’anno prima, fu più scoperta di me che vero amore, e avevo ben chiara la dinamica.

Con lei… con lei non sapevo che fare, volevo penetrarla ma ovviamente mi mancava l’attributo, pensai di leccarla e le alzai la mini sulla pancia, le abbassai le mutandine che trovai già umide e mi avvicinai al suo sesso caldo, e con le dita le trovai il clitoride e lo titillai finchè non lo sentii indurirsi.

Ancora gemiti o proteste e ancora non fece nulla per fermarmi.

Con la lingua la leccai, come se volessi possederla, mangiarla, entrare in lei… e lei mi spinse la testa come a voler dire di fare più forte.

Allora mi spostai e le infilai due dita e con decisione cominciai ad entrare e uscire e la accompagnai all’orgasmo, fermandomi dentro di lei alla fine, quasi come volessi esaltare questa sua sensazione.

Lei dopo l’orgasmo si mise ginocchioni, come me. Si avvicinò. Sentii il suo alito caldo sul viso, mi diede un bacio sulla guancia e mi lasciò lì.

Tornai a casa con altri amici e non parlammo più dell’accaduto.

Son passati anni ormai e lei domani si sposa.

Stasera addio al nubilato. Io e lei.

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