Il sorriso di Diana (Omaggio a)

Anche stanotte piangeva.

Ho sentito i singhiozzi soffocati dal cuscino; tirava su con il naso, come i bambini e come loro non se lo soffiava, tossiva dalla disperazione, dando pugni sul cuscino.
Battevano le due mentre succedeva e un’ora dopo ho sentito il suo respiro farsi quieto.
Sono uscito dal ripostiglio del monolocale, come faccio sempre quando Diana non c’è, sfidando la paura di essere visto e l’ho guardata dormire.

Era buttata di traverso, vestita, e la luce del lampione di via Roma s’infilava nella persiana mezza aperta regalandole sprazzi d’oro addosso.

Era tornata tardi, ubriaca come sempre da quando l’uomo che abitava qui se n’era andato.

Anche io vivo qui, l’avrete capito, ma vorrei viverle addosso, sulle sue gambe abbronzate, sull’ombelico infossato, sulla piega del seno, tra le scapole, sulla schiena. Sul bel sorriso che ha sempre, anzi aveva, prima che, sì, dai, avete capito, e invece me ne sto nascosto.

Psicopatico? Dite davvero? Io direi prudente.

Sono salito piano sul letto avvicinandomi al viso. Perché sì, la prudenza, come vi ho detto, ma volevo vederla da vicino, ora che si impregnava sempre più la sua pelle di luce. Forse sognava, o forse no, non saprei dire. Le pupille si muovevano sotto le palpebre chiuse e io avrei voluto infilarmi tra le ciglia, dirle che sono qui, da sempre.

Il respiro acido m’ha invaso mentre le sfioravo i capelli, ma lei ha lanciato un grugnito, aprendo gli occhi nel sonno senza vedermi veramente. Mi sono spaventato, rimanendo immobile, sperando di essere invisibile, mentre si è tirata su di scatto scendendo dal letto, fermandosi di colpo davanti alla porta del bagno e lì ha vomitato anche l’anima, non riuscendo ad arrivare al water. Io, piano, mi sono nascosto sotto il letto, tra la polvere e gli elastici dei capelli perduti nel sonno.

Il pomeriggio intenso la trovava ancora addormentata, con i capelli appiccicati alle guance, i vestiti sporchi di vomito. Dalla strada saliva il calore denso dell’estate, pregno di silenzio e cicale, rotto solo da qualche auto che sfidava la canicola.

Si è svegliata dicendo “Mi manchi”, piano, come il miagolio di un gattino.

Per un attimo ho pensato si riferisse a me.

L’ho guardata dal mio nascondiglio e aveva il telefono sul cuscino, lo fissava come si dovrebbe fare con l’alba sul mare, con la bocca aperta, piangendo di tanta bellezza.

“Mi manchi…” ha sfiorato lo schermo, poi lo ha gettato lontano tra le coperte ritornando ad affondare la faccia sul cuscino.

“Basta” ha detto dopo alcuni minuti, come un ordine a se stessa.

Basta mi sono detto anche io. Ora esco e le dico che sono qui, che ci sono, che tesserò con lei il futuro, se vorrà, se mi vorrà.

Ma Diana ha preso il telefono con rabbia e ha battuto le dita contro lo schermo, come fa sempre, come si fa contro una finestra. C’è nessuno? Ehi? Mi rispondi? Io sono qui, mi vedi?

Poi con voce risoluta di chi ha preso una decisione importante ha parlato contro il vetro: “Ciao, sono io, senti, lo so che non dovrei chiedertelo così, ma perché non vieni qui stasera? Una pizza… e… se vuoi…”
Ha lasciato in sospeso, come non servissero altre spiegazioni.
“Sì, lo so che ti ho sempre detto che l’amore, che l’amicizia, che noi…”
Pausa.
“Oh, senti, ora fai tu il prezioso? Dopo tutte le volte che c’hai provato! Vuoi scopare o no?”
Silenzio.
“Ottimo. A stasera.”
Se n’è andata in bagno ributtando il cellulare tra le lenzuola e ha aperto la doccia.

Intanto si era fatta sera. Le ombre s’allungavano sul parquet e la luce è diventata più morbida, come se i colori fossero stati sfumati con le dita.

Diana è entrata e uscita dal bagno, ha provato vestiti, li ha lanciati sul letto, si è guardata, ha negato l’approvazione alla sua immagine riflessa, ha tolto e aggiunto. Infine si è vestita con un abito nero che metteva in risalto tutto senza far vedere niente.

Io l’ho osservata, come sempre da quando abita qui, l’ho trovata bellissima anche con questo sorriso forzato che provava allo specchio, che scopre troppo i denti, tira di più il labbro, in un’espressione forzata d’allegria.
Ha suonato il citofono e lei ha detto solo “sali” premendo il bottone del portoncino.

Ed è entrato un ragazzo che avevo già visto qualche volta. Teneva due cartoni di pizza in una mano e una scatola di birre nell’altra. L’ho visto come si comportava di solito, quando veniva qui. La guardava avido in ogni gesto, come se volesse bersi la sua essenza. Anche ora annuiva sempre quando lei parlava, appeso a tutte le parole e si asciugava le mani sudate sui jeans.

Stasera era più imbarazzato del solito. Guardava in giro come se si aspettasse qualcuno uscire dal nulla e gridare “Sorpresa!”.

Lei invece era gentile, buttava indietro la testa ridendo, scopriva la gola, inclinava lo sguardo cercando di attirarlo a sé.

Ma lui era già suo, un po’ come me.

Prigioniero del suo sorriso.

Hanno mangiato la pizza, tagliando con il coltello pezzetti triangolari e tensione, hanno bevuto la birra, si sono seduti sul divano-letto guardando la tivù. Diana si è sciolta i capelli, lui si è sciolto guardandola muovere i ricci.

Ed è stata lei a baciarlo, mentre io morivo dentro.

Quelle labbra che mi sognavo la notte, che ho guardato nel sonno, che volevo toccare, ora sono sue.

Lui incespicava con le mani, spogliandola, incredulo che stesse capitando a lui.

Lei aveva l’occhio torbido di birra e lo sguardo di chi si prenderà tutto quel che c’è da prendere.

Io morivo, ve l’ho detto.

Anche lui la farà soffrire, facendole credere di essere migliore di quello prima; invece la lascerà sola, anche lui incapace di esserci nel momento giusto.

Ma io morivo, non avevo speranze, vedete?

Ho occhi in abbondanza e gambe forti, e lei preferiva buttarsi via con il primo che capitava.

Morivo mentre loro si amavano sul cuscino sporco di lacrime e rimmel e nella notte battevano le due.

Io sono uscito e sono andato verso la morte.

Mi sono arrampicato sul copriletto, muovendo veloce il mio corpo nero. Diana mi ha visto, o era persa nell’estasi dell’orgasmo. Sorrideva finalmente. Sorrideva ed era bellissima con le guance rosse e i capelli sugli occhi, la bocca semiaperta, la lingua che spiccava avida tra i denti bianchi. Sarebbe stato  meraviglioso morire lì, tra il rosso sangue.

Mi sono avvicinato e lei finalmente ha messo a fuoco il mio corpo di ragno.

Ha gridato di terrore e ribrezzo, come potrebbe altrimenti? Non sono mai stato niente, solo l’insetto sull’angolo scuro del soffitto.

Lui ha alzato una mano, io ho fatto in tempo solo a urlare “Diana, Ti a…”

Poi il buio.

******

“Il sorriso  di  Diana” è  il titolo  di  un cortometraggio  uscito nel 2002, diretto da Luca Lucini  e sceneggiato  da  Mauro Spinelli con Anita  Caprioli e Michele Venitucci. 

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14 thoughts on “Il sorriso di Diana (Omaggio a)

  1. Silvia ha detto:

    Molto bello, buon fine settimana! 😊

    ________________________________

  2. lamelasbacata ha detto:

    L’ho visto anni fa ed è molto bello. Intenso il tuo omaggio, brava!

  3. rodixidor ha detto:

    Gran bel pezzo. Bella dinamica, perfetti i personaggi, perfette le sensazioni, sembrava di sentire l’odore acido del vomito misto al piacere del corpo da donna da spiare. L’epilogo, poi, per me tutt’altro che scontato. Sei brava, ma questo già te l’ho detto. 🙂

  4. Sephiroth ha detto:

    Fantastica. Ho letto prima il tuo scritto e poi visto il corto. Sei una bomba a scrivere. 😊

  5. Bia ha detto:

    NON-MI-PIACE!!!
    Signur, sono aracnofobica anche nei racconti, non ce la posso fare 😵
    Comunque tvb 😘

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