Profumo

Il tuo odore dalla mia mano se n’è andato in fretta, il tempo dell’autostrada mangiata viva dalle ruote e già non c’era più. 

Ho annusato le dita per tutto il viaggio di ritorno come fosse stato un bonus vinto ai dadi, il regalo che non ti aspetti, l’anello di plastica fluorescente nelle patatine. 

Lo devo aver finito a forza di buttarci sopra il naso, aspirandolo come droga.

Nonostante tutto.

Nonostante niente.

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Cosa fai a Ferragosto?

Sveglia alle otto, persiane serratissime, ventilatore a palla.
Trucco d’ordinanza, vestitino micro in maglina con balconcino in vista, occhiali da sole.

Primo post della giornata: “Auguri di buon Ferragosto a tutti!” Selfie pro barzotto con focus innocente sulle tette, completo di sguardo da troia che sbircia dalle lenti scure.

Ecco arrivare i primi like, dopo cinque minuti chat con due tipi vogliosi di sesso virtuale, abbandonati al loro destino immediatamente.

Ore otto e trenta: chiamata all’odiosa cognata. “Tesoro, sì, sì, sto partendo per una giornata a Milano Marittima con Manuèl (fico focoso), saluta tutti!”

Controllo meteo su Milano Marittima: nessun problema, previsto sole, 35 gradi, temperatura percepita 37.

Ore dieci e ventitre, immersione dei piedi nella sabbietta del gatto (pulita), spruzzatina di acqua del ferro da stiro per effetto bagnato, foto con smarphone, taglio accurato dei bordi, filtro uno per dare effetto sole, filtro due per evidenziare lo smalto corallo e il tatuaggio del piede.

Ricerca di frase adeguata su internet. Scelta caduta su aforisma di tale Baricco o Barricco o Barrico, insomma, cit.: “Il mare è senza strade, il mare è senza spiegazioni”. Like immediato di Gina Lobello gran troia conclamata.

Ore dieci e venti terzo post della giornata. Birra su tavolino di rattan del terrazzo (ricoverato il giorno prima), sfondo di poster del mare a cui si nasconde la scritta “Caraibi”. Intanto ottanta like sul primo post, chat aperte cinque. Birre bevute realmente: due.

Ore undici, suonano al citofono.

Sconosciuti.

Non si apre.

Si spegne il ventilatore.

Sconosciuti che provano a scassinare casa.

Merda, merda, merda.

Idea: chiamare la vicina. Tesoro, so che sei a casa, mi faresti un favore? Ho lasciato una chiave sotto lo zerbino, me la prendi e la tieni tu? C’è troppa brutta gente in giro! Lo faresti subito? Sì? Grazie cara!

Grida dal pianerottolo, scalpiccio di piedi.

Cellulare che squilla.

Come? Dei ladri? Omioddio! No, no, non entrare non occorre, grazie tesoro, sì, sì, partita stamattina con quel tipo di cui ti raccontavo. Sì, sì, l’animale da letto – risata isterica – sì ora vado. Te lo saluto, certo. Sei un tesoro!

Mezzogiorno, ai fornelli. Linguine con vongole e bottarga, che Cracco lévate.

Tavernello bianco su calice della bormioli, 80 punti da esselunga per la coppia.

Tovaglietta in lino fotografata sul lato senza patacche, piatto di ikea grande quanto una piastrella, crostini.

Foto condivisa pure su instagram che il cibo acchiappa un casino.

Hashstag: #adorable  #beautiful #bepopular #bestpicture #boyfriend #couple #followme #forever  #instabeauty #instacool #instafood

Ore quindici: stendere telo mare a forma di ciambella sul disimpegno con vicino un salvagente rosa fenicottero che quest’anno va di moda un casino.

Amazon prime sedici euro e cinquantacinque.

Posa da son fica son bella son fotomodella.

Paletto da selfie.

Cinque, pancia in dentro, quattro, sguardo porco, tre, bocca a culo di gallina, due, profilo migliore, uno, petto in fuori, cheese!

Filtri per scurire la carnagione, sbiancare i denti, evidenziare il trucco, pompare le tette. Tagli ad hoc per non far vedere le piastrelle.

Postare!

“Meraviglioso Ferragosto assieme al mio amore!” Tag al finto profilo del finto fidanzato Manuèl – fico focoso.

Chat aperte dopo il selfie tettifero: sei.

Ore diciotto: aperitivo su sdraio comprata all’esselunga il mese prima.

Ricerca del miglior bagno di Milano Marittina per geolocalizzare il post, patatine Amica Chips su ciotolina, tovagliolino in tinta con la sdraio, anello da tre euro con pietrozza da spacciare per regalo di Manuèl – fico focoso – in primo piano.

Post minimale di una, significativa, parola: “Felice”.

Ore ventuno e otto, tramonto. Foto riciclata dal sito http://www.milanomarittima.it. Tagliata, tre filtri: hdr, contrasto tonale, sfumato i bordi. Post romantico e nostalgico.

Like immediato di Gina Lobello che non ha un cazzo da fare.

Ore ventidue, chat di gruppo con le amiche su quanto Manuèl – figo focoso – sia buonogentilegenerosodolcecomprensivo e, ovviamente, figo focoso.

Ore ventitre e trenta. Registrazione alla discoteca Papeete di Milano Marittima (RA). Foto con sfondo neutro, di tre quarti, vestitino inguinale con profonda scollatura sulla schiena, trucco che Clio makeup non è nessuno, tacco quindici. Sorriso durbans.

“E ora si ballaaaaaaa!!!!!”

Ore quattro e diciasette, sveglia dall’I-phone per foto di bocca rosa carminio che sta per addentare croissant Bauli con zucchero a velo spruzzato sopra. E fa subito pasticceria. Foto condivisa su instagram. “Piccolo peccato di gola”

Ore otto del 16 agosto. Condivisione della nota pagina il Milanese Imbruttito. “E anche questo ferragosto ce lo siamo tolto dai coglioni!”

Il sorriso di Diana (Omaggio a)

Anche stanotte piangeva.

Ho sentito i singhiozzi soffocati dal cuscino; tirava su con il naso, come i bambini e come loro non se lo soffiava, tossiva dalla disperazione, dando pugni sul cuscino.
Battevano le due mentre succedeva e un’ora dopo ho sentito il suo respiro farsi quieto.
Sono uscito dal ripostiglio del monolocale, come faccio sempre quando Diana non c’è, sfidando la paura di essere visto e l’ho guardata dormire.

Era buttata di traverso, vestita, e la luce del lampione di via Roma s’infilava nella persiana mezza aperta regalandole sprazzi d’oro addosso.

Era tornata tardi, ubriaca come sempre da quando l’uomo che abitava qui se n’era andato.

Anche io vivo qui, l’avrete capito, ma vorrei viverle addosso, sulle sue gambe abbronzate, sull’ombelico infossato, sulla piega del seno, tra le scapole, sulla schiena. Sul bel sorriso che ha sempre, anzi aveva, prima che, sì, dai, avete capito, e invece me ne sto nascosto.

Psicopatico? Dite davvero? Io direi prudente.

Sono salito piano sul letto avvicinandomi al viso. Perché sì, la prudenza, come vi ho detto, ma volevo vederla da vicino, ora che si impregnava sempre più la sua pelle di luce. Forse sognava, o forse no, non saprei dire. Le pupille si muovevano sotto le palpebre chiuse e io avrei voluto infilarmi tra le ciglia, dirle che sono qui, da sempre.

Il respiro acido m’ha invaso mentre le sfioravo i capelli, ma lei ha lanciato un grugnito, aprendo gli occhi nel sonno senza vedermi veramente. Mi sono spaventato, rimanendo immobile, sperando di essere invisibile, mentre si è tirata su di scatto scendendo dal letto, fermandosi di colpo davanti alla porta del bagno e lì ha vomitato anche l’anima, non riuscendo ad arrivare al water. Io, piano, mi sono nascosto sotto il letto, tra la polvere e gli elastici dei capelli perduti nel sonno.

Il pomeriggio intenso la trovava ancora addormentata, con i capelli appiccicati alle guance, i vestiti sporchi di vomito. Dalla strada saliva il calore denso dell’estate, pregno di silenzio e cicale, rotto solo da qualche auto che sfidava la canicola.

Si è svegliata dicendo “Mi manchi”, piano, come il miagolio di un gattino.

Per un attimo ho pensato si riferisse a me.

L’ho guardata dal mio nascondiglio e aveva il telefono sul cuscino, lo fissava come si dovrebbe fare con l’alba sul mare, con la bocca aperta, piangendo di tanta bellezza.

“Mi manchi…” ha sfiorato lo schermo, poi lo ha gettato lontano tra le coperte ritornando ad affondare la faccia sul cuscino.

“Basta” ha detto dopo alcuni minuti, come un ordine a se stessa.

Basta mi sono detto anche io. Ora esco e le dico che sono qui, che ci sono, che tesserò con lei il futuro, se vorrà, se mi vorrà.

Ma Diana ha preso il telefono con rabbia e ha battuto le dita contro lo schermo, come fa sempre, come si fa contro una finestra. C’è nessuno? Ehi? Mi rispondi? Io sono qui, mi vedi?

Poi con voce risoluta di chi ha preso una decisione importante ha parlato contro il vetro: “Ciao, sono io, senti, lo so che non dovrei chiedertelo così, ma perché non vieni qui stasera? Una pizza… e… se vuoi…”
Ha lasciato in sospeso, come non servissero altre spiegazioni.
“Sì, lo so che ti ho sempre detto che l’amore, che l’amicizia, che noi…”
Pausa.
“Oh, senti, ora fai tu il prezioso? Dopo tutte le volte che c’hai provato! Vuoi scopare o no?”
Silenzio.
“Ottimo. A stasera.”
Se n’è andata in bagno ributtando il cellulare tra le lenzuola e ha aperto la doccia.

Intanto si era fatta sera. Le ombre s’allungavano sul parquet e la luce è diventata più morbida, come se i colori fossero stati sfumati con le dita.

Diana è entrata e uscita dal bagno, ha provato vestiti, li ha lanciati sul letto, si è guardata, ha negato l’approvazione alla sua immagine riflessa, ha tolto e aggiunto. Infine si è vestita con un abito nero che metteva in risalto tutto senza far vedere niente.

Io l’ho osservata, come sempre da quando abita qui, l’ho trovata bellissima anche con questo sorriso forzato che provava allo specchio, che scopre troppo i denti, tira di più il labbro, in un’espressione forzata d’allegria.
Ha suonato il citofono e lei ha detto solo “sali” premendo il bottone del portoncino.

Ed è entrato un ragazzo che avevo già visto qualche volta. Teneva due cartoni di pizza in una mano e una scatola di birre nell’altra. L’ho visto come si comportava di solito, quando veniva qui. La guardava avido in ogni gesto, come se volesse bersi la sua essenza. Anche ora annuiva sempre quando lei parlava, appeso a tutte le parole e si asciugava le mani sudate sui jeans.

Stasera era più imbarazzato del solito. Guardava in giro come se si aspettasse qualcuno uscire dal nulla e gridare “Sorpresa!”.

Lei invece era gentile, buttava indietro la testa ridendo, scopriva la gola, inclinava lo sguardo cercando di attirarlo a sé.

Ma lui era già suo, un po’ come me.

Prigioniero del suo sorriso.

Hanno mangiato la pizza, tagliando con il coltello pezzetti triangolari e tensione, hanno bevuto la birra, si sono seduti sul divano-letto guardando la tivù. Diana si è sciolta i capelli, lui si è sciolto guardandola muovere i ricci.

Ed è stata lei a baciarlo, mentre io morivo dentro.

Quelle labbra che mi sognavo la notte, che ho guardato nel sonno, che volevo toccare, ora sono sue.

Lui incespicava con le mani, spogliandola, incredulo che stesse capitando a lui.

Lei aveva l’occhio torbido di birra e lo sguardo di chi si prenderà tutto quel che c’è da prendere.

Io morivo, ve l’ho detto.

Anche lui la farà soffrire, facendole credere di essere migliore di quello prima; invece la lascerà sola, anche lui incapace di esserci nel momento giusto.

Ma io morivo, non avevo speranze, vedete?

Ho occhi in abbondanza e gambe forti, e lei preferiva buttarsi via con il primo che capitava.

Morivo mentre loro si amavano sul cuscino sporco di lacrime e rimmel e nella notte battevano le due.

Io sono uscito e sono andato verso la morte.

Mi sono arrampicato sul copriletto, muovendo veloce il mio corpo nero. Diana mi ha visto, o era persa nell’estasi dell’orgasmo. Sorrideva finalmente. Sorrideva ed era bellissima con le guance rosse e i capelli sugli occhi, la bocca semiaperta, la lingua che spiccava avida tra i denti bianchi. Sarebbe stato  meraviglioso morire lì, tra il rosso sangue.

Mi sono avvicinato e lei finalmente ha messo a fuoco il mio corpo di ragno.

Ha gridato di terrore e ribrezzo, come potrebbe altrimenti? Non sono mai stato niente, solo l’insetto sull’angolo scuro del soffitto.

Lui ha alzato una mano, io ho fatto in tempo solo a urlare “Diana, Ti a…”

Poi il buio.

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“Il sorriso  di  Diana” è  il titolo  di  un cortometraggio  uscito nel 2002, diretto da Luca Lucini  e sceneggiato  da  Mauro Spinelli con Anita  Caprioli e Michele Venitucci. 

T’ho chiamato amore

T’ho chiamato amore nel limbo sospeso del piacere, dopo che ci siamo stati dentro. 

Tu, dentro di me; io, nelle tue voglie.

T’ho chiamato amore senza rendermene conto, come l’ovvio, l’evidente, il certo, vedi, è naturale.

T’ho chiamato amore e non hai sentito, perché parlo sempre piano per paura di sbagliare.

E ho pensato che in fondo sia stato meglio così.