IN TANDEM

Prima una, dopo l’altra. 

Una pompa con decisione, per spingere oltre, l’altra segue, a ruota.

Su e giù, su e giù. 

I muscoli sono tesi, la mascella contratta per la fatica, le gambe si piegano evidenziando il gluteo, gli occhi chiusi inseguono il momento.

Le guardi estasiato, trovi bellezza nei loro gesti, delicati ma decisi, dritte a raggiungere la meta.

Poi arriva la salita, si accelerano i movimenti, si sente lo spasmo dello sforzo e sembra che insieme si dicano: “spingi oltre, spingi ancora.”

Si inseguono in sincrono, in un giro di sangue più forte: vai ancora veloce, rinomina Dio che ti venga a trovare in questo momento.

Poi viene il traguardo, lampo di luce, con il sudore che imperla la fronte.

Allarghi anche tu il sorriso, finalmente siete giunti, ognuno ha afferrato il proprio obiettivo, felice. 

Le due donne mollano entrambe la presa, abbandonando lo strumento al suo destino, ora vogliono solo godere della tua soddisfazione.

E tu le guardi felice, come un allenatore che ha portato la sua squadra alla vittoria.

Perché nulla è meglio di un pompino in tandem!

#microracconti

#microeros

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Zero

 

– Trenta.

 

Una macchia sul muro, una merdosa macchia di umidità sul muro.

Ecco cosa ho pensato quando te ne sei andata.

La porta sbatteva e ti portavi via il mio amore e io ho pensato all’alone più scuro nell’angolo del soffitto.

Dovrò parlare con Bailo, quello stronzo del padrone di casa.

Con tutti i soldi di affitto che pago, c’è pure il tetto che perde.

Questo pensiero stupido mi gira in testa, mentre le tue belle gambe entrano nel taxi che hai chiamato, tra i singhiozzi, mezz’ora fa.

Ti sei portata via una valigia e il mio amore.

Ma tornerai, sei già tornata da me in passato.

Avevi detto che mi avresti amato per sempre. Per sempre.

 

– Ventinove.

 

“Allora, signor Massimo, come va la sua signora?” mi chiede la portinaia. Quella vecchia puttana non si fa mai gli affari suoi.

“Benissimo, è andata via qualche giorno.”

Mi guarda sospettosa, mentre io le fisso il naso e penso di non aver mai visto nulla di più brutto.

“L’ho vista agitata ieri, mentre usciva.”

Prendo la mia posta, mi fermo a rigirarla tra le mani. “La madre è molto malata.”

Chiudo la conversazione ed esco.

Vorrei che tu fossi lì, sotto casa, a dirmi che hai sbagliato e che vuoi che torniamo insieme.

Non mi hai chiamato ieri sera e nemmeno io ho provato a farlo.

Ma oggi, oggi sono già ventiquattro ore che stiamo lontani.

Sarai sicuramente alla macchina ad aspettarmi.

Cammino un po’ più veloce, allungo il passo.

Non ci sei. Non sei lì.

Apro la portiera, e mi infilo nel traffico.

“Sei solo una puttana” sibilo tra i denti. “Sei solo una puttana”

 

– Ventotto.

 

Ti ho chiamato stamattina.

Volevo solo sapere come stavi e non mi hai risposto.

Mi sto preoccupando. La lite era di livello “solito”.

Solita routine: ti volevi mettere quel vestito speciale, il mio vestito, per andare a lavorare.

“Dove te ne vai vestita così”?

Mi hai guardato interrogativa. “Al lavoro!” E l’hai detto come fosse la cosa più ovvia del mondo. Sembravi esasperata.

“Non sei troppo elegante?” Ho cercato di affrontare l’argomento alla lontana.

“Arriva un dirigente”

“Ah” E allora? Arriva un dirigente e ti metti in ghingheri? Ma sono riuscito a tenere per me quest’ultima considerazione.

“Sei troppo provocante.”

“Senti Massimo, smettila con questa storia! Sono solo una donna in minigonna. Siamo nel ventunesimo secolo, ricordi? Le donne possono vestirsi come vogliono!”

“Certo, anche come delle puttane e non meravigliarsi se poi gli uomini ci provano con loro!”

Poi il resto.

Il resto delle offese.

Il resto degli schiaffi.

Lo strapparti il vestito.

Il provare a fare sesso.

Hai chiamato il taxi tra le lacrime.

Ti ho mandata via come l’ultima delle troie.

Ma eri te che te ne andavi, non io che ti mandavo via.

Non era la prima volta che succedeva.

Non era la prima volta.

 

– Ventisette.

 

Ti ho mandato dei fiori in ufficio.

Dodici rose rosse a gambo lungo.

Centoeuro.

Ti ho aspettata all’uscita, in pausa pranzo.

“Che vuoi?” Mi hai apostrofato.

“Vengo in pace”. Mani alzate e palmi in fuori.

“Vai via, non voglio parlarti.”

“Non hai ricevuto i miei fiori? Erano per te.”

“Va via!”

Allunghi il passo e raggiungi una tua collega che si era accorta che eri rimasta indietro e ti stava aspettando.

“Elena! Voglio solo parlare!”

“Troppo tardi, Massimo. Non ho niente da dirti!”

Ti attacchi al braccio della tua collega e insieme ve ne andate verso il ristorante all’angolo. Lei ride, ti starà chiedendo di me.

Mi accorgo solo ora che hai dei tacchi altissimi.

Per me, solo per me li portavi. Solo per me.

 

– Ventisei.

 

Non rispondi ai miei sms.

Te ne ho mandati un po’ quest’oggi.

 

“Buongiorno, amore”

Il silenzio più assoluto.

 

“Ti auguro una buona giornata”

Ancora nulla.

 

“Cosa stai facendo? Io penso a te!”

Niente.

 

“Mi manchi.”

Il nulla.

 

“Ho bisogno di parlarti”

E’ evidente che ti diverti a non rispondermi.

 

“Devo dirti alcune cose importanti”

Non hai cuore per me?

 

“Rispondi x favore”

Ancora silenzio.

 

“Stai bene?”

Il vuoto.

 

“Chiamami.”

Silenzio da parte tua.

 

“Stronza rispondi”

Niente.

 

“Sei solo una povera demente”

“Puttana”

“Con quanti hai trombato stanotte?”

“Hai goduto a prenderlo in culo?”

“Sei solo una troia”

Niente.

 

“Amore, mi manchi”

“Amore, scusami, mi manchi, mi manchi, mi manchi”

Nessuna risposta. Nessuna risposta.

 

– Venticinque.

 

Sono stato sotto casa tua.

Ho aspettato tutta la notte sotto la pensilina del tram.

Si è fermato pure uno a chiedermi una sigaretta. Ci mancava solo che lo prendessi a calci. Che ci faceva sotto casa tua? Era uscito dal tuo condominio.

Era venuto a scoparti?

Lo so che tu non ne hai mai abbastanza.

Ho aspettato e camminato su e giù.

E fumato. Dio quanto ho fumato.

 

– Ventiquattro.

 

E’ una settimana che non mi faccio la barba e non mi vesto decentemente.

E’ per questo che non mi vuoi parlare.

Tu odi quando ti pungo con la barba.

Mi sveglio presto e passo un’ ora in bagno a sistemarmi: barba, doccia, mani, deodorante, crema viso.

Mi metto il mio vestito più elegante, quello con cui dicevi assomigliassi a James Bond.

Passo al bar a prendere due cornetti per fare colazione insieme. Come piace a te.

Ti aspetto sotto casa, e appena mi vedi rallenti. Hai cambiato pettinatura.

“Sei bellissima!”

“Massimo, la devi smettere.”

“Ti ho portato i cornetti”

“Grazie.”

Li prendi e te ne vai.

Li prendi e mi lasci lì.

Li prendi e mi abbandoni sul marciapiede, saltando in macchina e inoltrandoti nel traffico.

Sei andata ancora via. Ancora via.

 

– Ventitre.

 

La prossima volta non andrai più via sgommando con la tua Mini.

La tua cara macchinina ha avuto un piccolo disguido.

Le ruote, accidentalmente, sono finite contro il mio coltello da cucina da 20 cm.

Un piccolo incidente, amore. Un piccolo incidente.

 

– Ventidue.

 

Sono stato chiamato in caserma.

Mi hai denunciato. Brutta troia, mi hai denunciato.

Il caramba continuava a farmi domande.

“E’ vero che ha mandato messaggi sconvenienti alla sig.ra Elena Vettorello?

“E’ vero che l’ha aspettata sotto casa con fare minaccioso?”

“E’ vero che l’ha tormentata al lavoro?”

“E’ vero che le ha tagliato le ruote della macchina?”

Ennò cazzo. Con chi pensano di avere a che fare?

Con un deficiente?

Sempre tacere. Mai ammettere. Devo chiamare un avvocato. “Pronto Avvocato?”

 

– Ventuno.

 

La storia dell’avvocato mi costa mille euro.

E’ tutta colpa tua Elena.

Perché lo hai fatto? Io ti amavo. Non volevo farti del male. Mai ti avrei fatto del male. Devi solo fare quello che ti dico io. Solo quello che ti dico io.

 

– Venti.

 

Ho trovato la tua foto su meetic.

Ragazza 27 anni cerca ragazzo sensibile e gentile. Anche solo per parlare. Ti fai chiamare piccola stella.

Anche solo per parlare? Si dice così adesso?

Ti posso rovinare Elena.

Lo posso fare. Ho quel video in cui ti trombo in tutte le posizioni.

Lo metto su Youporn.

Ti rovino Elena. Ti rovino.

 

– Diciannove.

 

Non l’ho fatto. Il mio avvocato ha detto di non mettere nulla su internet. Quello stronzo mi legge nel pensiero.

Non l’ho fatto per ora. Per ora.

 

– Diciotto.

 

Sono venuto alla ciclabile dove corri la mattina.

Mi hai visto e sei sbiancata.

Ho goduto quando ti ho vista indecisa se continuare per la tua strada e passarmi vicino o cambiare direzione evitandomi.

Hai scelto di evitarmi.

Sei solo una stronza.

Non puoi evitarmi per sempre. Non puoi.

 

– Diciassette.

 

Ho creato un finto profilo meetic per parlare con te.

Ti ho chiesto l’amicizia. Ti ho mandato un colpo di fulmine.

Mi hai mandato la mail. E che veloce sei stata. Hai proprio bisogno di un cazzo per trombare eh? Per ora cercherò di guadagnare la tua fiducia. Voglio un appuntamento con te. Voglio che tu ti fidi di me. Di me.

 

– Sedici.

 

From Piccolastella27@gmail.com

To Dolcecucciolo72@yahoo.it

 

Ciao, dolce cucciolo! Quando mi dirai il tuo nome? (Son curiosa! :-P)

Anche io vivo a Torino, nel quartiere vicino al Valentino.

Conosci?

Mi hai chiesto se ho qualcuno… no… esco da una storia tormentata… non ne voglio parlare…

Prenderei volentieri un ape con te.

Ma prima mi dici il tuo nome! Dai… su… solo il nome!! 🙂

 

– Quindici.

 

From Dolcecucciolo72@yahoo.it

To Piccolastella27@gmail.com

 

Ciao Elena,

certo che conosco il parco del Valentino… moooolto romantico! Che ne dici, ci troviamo nei pressi per l’ape?

Io avrò un libro con la copertina rossa in mano (rosso passione, modestamente)

Dai, non vuoi parlare del tuo ex… Ma gli volevi bene? Gliene vuoi ancora?

Facciamo per domani sera?

Il nome? Vuoi sapere il nome? Cos’è un nome? La rosa senza il suo nome non avrebbe il suo profumo? Cos’è un nome?

 

– Quattordici.

 

Hai fatto una scenata.

Quando mi hai visto al parco del Valentino con il libro rosso in mano, hai fatto una scenata.

Vuol dire che ti interesso ancora. Altrimenti non avresti dato di matto.

Dio se hai dato di matto.

 

– Tredici.

 

Lo stronzo dell’avvocato ha detto che hai fatto richiesta perché ti stia lontano almeno 500 metri.

E che se non rispetterò la sentenza del giudice mi chiederai pure i danni morali.

Ho già caricato la chiavetta sul portatile.

Ti faccio vedere io. Ti faccio vedere io.

 

– Dodici.

 

Wow. 1500 visualizzazioni in una notte. Sei forte tesoro!

Nel video ti si vede chiaramente. Forse si vede di più il culo, e il vibra che ti infilo finché godi. La faccia si vede meno, ma dai, non mi lamento! Ho fatto delle ottime riprese quella volta.

1500 visualizzazioni. Però! Sei proprio forte! Proprio forte!

 

– Undici.

 

Sono sbronzo. Ho scolato otto Ceres. E un mojito.

La tipa del cubo mi agita il culo davanti alla faccia.

La musica mi rimbomba nel cervello.

Il culo della tipa non mi fa né caldo né freddo.

Ripenso al tuo.

Ho un’erezione.

Vado nel bagno di questo cesso di discoteca.

Me lo meno pensando a te. Ma non vengo. Troppo sbronzo. Vomito nel cesso. La testa nel cesso.

 

– Dieci.

 

Sono quindici giorni che mi do’ malato al lavoro.

Cazzo vogliono. Io sono senza di te. Non ragiono, non ce la faccio a sedermi in un posto e prendere il telefono e far finta che vada tutto bene. E signora che ne dice, facciamo dieci lavatrici? Dieci lavastoviglie? Massì le faccio un pagamento dilazionato!

Non ce la posso fare. Senza te. Senza te.

 

– Nove.

 

Sono forte! Posso stare senza di te!

Non ti vedo da giorni, da quando ti ho dato appuntamento al Valentino.

E ti eri messa carina.

Ma non per me.

Pensavi che fossi un altro, il tuo dolce cucciolo… solo un frocio può avere un nick del genere.

E come sai io non sono frocio. Sono forte. Sono forte.

 

– Otto.

 

Ho affittato una pagina di giornale per te.

Sulla Stampa. Millecinquecentoeuro.

Tesoro ritorna da me!

E la nostra foto insieme.

Quella foto dove sorridi.

Quella foto dove eravamo felici. Felici.

 

-Sette.

 

Mi aspettavo una tua mail, un tuo sms, una tua telefonata.

Ho fatto un gesto plateale per te.

Mi sono reso ridicolo per te.

Ho speso millecinquecento euro per te.

E nemmeno un cenno. Nemmeno un cenno.

 

– Sei.

 

Hai cambiato numero di telefono.

L’utente chiamato è inesistente.

Porca troia.

Hai cambiato appartamento.

Non torni più alla sera in via Sacchi.

Sei proprio stronza.

Credi di liberarti di me? Non puoi liberarti di me.

 

– Cinque.

 

Dormo tre ore a notte. Ho gli incubi e sudo freddo. Ho preso il Tavor.

Non riesco a dormire lo stesso.

Più ti neghi e più ti penso.

Ti odio, Elena. Ti odio. E più ti odio e più ti amo. Più ti amo.

 

– Quattro.

 

Mi è arrivata una lettera di licenziamento per giusta causa.

Dicono che non ero in casa al momento della visita fiscale.

Che vadano a fanculo. Che tutto il mondo vada a fanculo.

 

– Tre.

 

Ho scoperto dove stai. Sei tornata dai tuoi eh?

Ho chiamato il fisso e hai risposto. Ho taciuto.

“Pronto?” silenzio.

“Pronto?” silenzio.

“Massimo sei tu?” silenzio.

Lo stesso silenzio che mi hai dato in questi giorni.

 

– Due.

 

Ti ho tormentato ancora tre quattro volte con il telefono. Alla fine l’hai staccato. Quando ho cominciato ad ansimare l’hai staccato. Sapevo che eri dall’altra parte del telefono e mi era venuto duro. Mi hai staccato il telefono. Troia! Sei solo una troia! Non lo senti quanto ti amo? Non lo senti?

 

– Uno.

 

Lo devo fare, per te e per noi. Per te e per noi.

 

Zero.

 

Tu sei lì, a terra, gli occhi fissi nel vuoto, spaventati, la mano allo stomaco, sporca di sangue.

Io ti guardo, esaltazione e dolore. Incredulità e piacere. Ora, finalmente, tu non sei più di nessuno. Non sei più mia, certo, da un po’,ma ora non saresti stata mai più di nessuno. Mai più di nessuno.

 

Sirene, in lontananza.

La porta che viene sfondata.

La pistola puntata al petto.

La sorpresa dei poliziotti.

Lo sgomento dei poliziotti, quando ti hanno visto.

“Non vedete il mio amore?”

“Non vedete la mia passione?”

“Amore diglielo che l’ho fatto per te, per noi!”

“Diglielo, cazzo, diglielo!”

Mi inchiodano al muro, mi mettono le mani sulla testa.

Mi trascinano per le scale, per quelle stesse scale in cui ti ho rincorso, per spiegarti il mio amore, per dirti che non saresti più stata di nessuno.

Mai più di nessuno.
Zero fa parte dell’omonima antologia edita da Damster – Eroxè, in cui troverete altri racconti di molti altri autori (e un altro mio) sulle dipendenze.

Illusion

Bernulia-lartista-del-caffè

Il  caffè s’è freddato, prima che finisse il tiggì, prima che ci dicessero le solite cose, le palazzine crollate, l’invasione di migranti, il caldo africano e bevete molto.

Prima che venisse buio, con quella luna così grande appiccicata nel cielo, che a volte sembra volerci dire che non siamo soli se la guardiamo insieme, io qui e tu lì; per poi scoprire che lo siamo ancora di più, proprio perché tu sei lì e io qui.

L’ho bevuto d’un fiato, freddo e amaro, come certi giorni di gennaio in cui aspetti il sole e mai arriva, mai scalda abbastanza. Invece siamo già a luglio e ti illudi che il freddo in qualche modo serva, pure se è caffè.

Ma le illusioni han cominciato a starmi strette, neanche fossero quei jeans nascosti in fondo l’armadio, quelli che non si sa mai.

Invece lo si sa bene. Lo si sa bene che non servono. A niente.

 

Io, che non avevo baciato mai

C’era la sagra di luglio, i fuochi la notte, il caldo d’estate e tu.

Io, che non avevo baciato mai.

Che quando mi hai urlato “ti bacerei” ho risposto no, tirando la “o” lunga come un elastico, ridendo di te, di noi, della musica intorno, per poi riprenderti il braccio, il sorriso e te, ché non volevo nient’altro.

Ho avuto sedici anni, la tua mano nella mia, il vento che sollevava la gonna e un bacio sotto le luci della festa.

Per me, che non avevo baciato mai.