Polentoni

I cartelli “vendesi” si susseguono uno dietro l’altro.
Stanno aggrappati alle finestre dei capannoni ormai vuoti, o alle cancellate di recinzione in parte scrostate dall’abbandono, come fossero alla ricerca del posto migliore per farsi notare, in un mondo che non è più metà da vendere e metà da comprare, ma ormai costantemente in saldo.

Il reticolo delle strade della zona artigianale è desolato, il vuoto sembra trasudare dall’asfalto, la crisi ha risparmiato ben pochi e il luogo che prima ospitava un andirivieni di camion, auto, T.I.R., sembra ormai arrendersi alla campagna, pronta a prendersi ciò che le hanno tolto, attaccando le pareti di confine con edere e rampicanti.

Guido, claudicante nella sua imponente mole da ormai cinque bestemmiati anni, snocciola nuovi santi del paradiso dal laboratorio del suo capannone agli uffici del personale.

Fa caldo. No, il termine non rende l’idea. È come se all’inferno avessero deciso di mangiarsi umani a cena: probabilmente laggiù avevano acceso il fuoco e messo il vino in frigo, d’accompagnamento.

Fa caldo e il fatto che sia domenica e non abbia acceso l’impianto d’aerazione non aiuta, ma cazzo se costa tenere il culo fresco alle sue due zitelle di impiegate e l’aria respirabile a quei quattro marocchini di merda che si ritrovava come operai.

Che poi non siano veramente tutti del marocco, erano dettagli. Sempre stranieri insomma, sempre a piangersi addosso, la moglie con la pancia alta, incinta un anno sì, l’altro pure, più figli che sedie in casa.

Aspetta un camion dall’estero e nessuno si era offerto di fare lo straordinario, ma certo, doveva fare tutto lui, mandare avanti la baracca, ecchecazzo, gli altri a farsi i cazzi loro in spiaggia, e poi al lunedì sarebbero tornati a lamentarsi dello stipendio, sti figli di puttana,

Nemmeno il suo di figlio aveva detto “papà, hai bisogno?”, no, lui aveva preso la sua Maserati senza chiedere ed era andato al mare. Che buono a nulla, tutto sua madre, che stava a casa dalla mattina alla sera a pulire e diceva che era sempre stanca, cazzo faceva tutto il giorno, eh? E lui, mica sarebbe morto se avesse sacrificato una festa!

Il clacson sulla strada lo riporta all’umida realtà, è arrivato il trasportatore. Almeno è stato puntuale.
Il carico di ferro che aspetta e che poi avrebbe fatto piegare a quei quattro imbecilli proviene dalla Grecia, ma arriva da più lontano: un lungo giro di import – export di cui non gliene fregava proprio niente, ma di cui sa che tra agevolazioni e iva sul plafond risparmia un bel po’ e con quella che poi avrebbe evaso in altro modo riesce a difendersi dallo Stato, da Roma ladrona che si inventava una tassa nuova ogni giorno, e dal suo commercialista, un avvoltoio come pochi. D’altronde era terrone, ma almeno, quelli come lui, abituati alla mafia e a succhiare dallo Stato in ogni momento, ogni tanto una dritta per risparmiare gliela davano.

Preme il pulsante per far aprire il cancello automatico, prende l’ordine che gli aveva lasciato sulla scrivania Maria, e sempre con il suo movimento da Ercolino sempre in piedi, ritorna verso il retro per aprire il portone e far entrare il camion.

Il dottore gli consigliava riposo, ma se avesse mollato, l’azienda sarebbe andata a puttane; guarda qua, toccava fare tutto a lui, porca miseria, pure la domenica.

A luglio ci sarebbe stato il blocco totale degli autoarticolati, pure di sabato, poi gli ordini chi li avrebbe evasi, stavano sempre a pensare a fare festa tutti quanti, ma dove cazzo se ne andavano a sudare sotto il sole?

Cazzo se fa caldo. Sente le gocce di sudore scendergli dalle tempie e bagnargli il collo. Fa scorrere il portone per permettere al mezzo di entrare e viene investito da un’ondata di calore proveniente dall’esterno. Il camion entra in retromarcia mentre lui dà indicazioni e contemporaneamente fa partire il carroponte.

«Ciao Capo!» dice l’autista sfoderando un sacco di denti bianchi che contrastano con la pelle nera. Che cazzo c’avranno da ridere sempre.
«Ciao, ciao, dai facciamo presto.»
«Sì, Capo, dai. Tu fa presto, io vado bagno. Tu ha bagno?»
«Ma sì, ma sì, va là in fondo. Dove c’è quella porta gialla, la vedi?»
“Tocca fare tutto a me, anche questo qua, ma per chi mi ha preso, per un bar in cui si va a pisciare?”

Guido, arrancando, sale sul camion. Ormai non ha più l’età in cui si alzava alle cinque, trombava la moglie, andava al lavoro, trombava in bagno quel cesso di Gianna – chissà che fine aveva fatto – correva come un pazzo per le consegne e magari ci scappava pure un pompino in tangenziale. Che bei tempi. Un leone. Lui sì che ce l’aveva sempre duro, come Bossi.

Attacca i ganci al primo carico, e lo vede.
O meglio, vede un ammasso di vestiti muoversi.
«Ehi, chi cazz…»
L’uomo si gira spaventato, ha gli occhi fuori dalle orbite e il viso trasfigurato dal caldo: una maschera di sudore.
Lo guarda con la bocca aperta senza sapere che dire. Poi spiccica qualcosa che sembra inglese, o forse francese. Lui le lingue non le sa, se compra all’estero era merito di suo figlio, almeno fa quello di buono.

Non è stupido, Guido, ha sentito parlare di quelli che si nascondono nei camion per poi entrare illegalmente in Italia. Tutti ladri, delinquenti.
Lo guarda ancora, poi impreca. Rotola giù dal camion, e con la sua andatura incerta si dirige verso l’ufficio.

“Ma che cazzo, ma stare a casa sua, no? Tutti qua devono venire, tutti qua a rubare a stuprare a portare via il lavoro. Ma una pistolettata in testa a quei quattro politici di sinistra che abbiamo. Ma di tutto entra, di tutto.”

Questo si dice durante il tragitto di andata e ritorno.
Si ributta sul camion, sempre più con il fiato corto.
«Eh, tu.» dice cercando il profugo.
Si era spostato, ma non nascosto bene.
«Prendi.»
Gli mette due bottiglie d’acqua in mano.
«Da bere.» E fa il gesto con il pollice verso la bocca, come se l’altro non avesse mai visto una bottiglia in vita sua.

«Ma mettiti meglio, porca troia, ti ho visto subito!». Poi cerca di spiegargli il concetto a gesti, come con i bambini. «Tu» dito contro, «no, qui» oscillazione dell’indice che poi punta a terra. «Ti vedono». Sgrana gli occhi, si porta le mani vicino al viso.
«Mettiti là dietro». E con il gesto di chi si manda affanculo lo fa spostare.

«Ma guarda che mi tocca fare».
Si ferma, estrae cinquanta euro dal portafoglio, glieli mette in mano.
«Non farti beccare, ok?»
Poi, imprecando, si dedica alle operazioni di scarico.

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Vuoi fare il verde con me? (cit.)

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Mischiarci, confonderci, mescolarci i sogni.

Se tu d’azzurro mare trovassi spazio per questo giallo sporco potrebbe risultare un verde bosco fatto di ombre fresche e muschio a nord, o un verde palude in cui ci si infanga ancora, purtroppo.

Un verde bottiglia in cui annegare ogni altro pensiero, buttare il vuoto a rendere tra le onde, senza nessun messaggio al suo interno.

O creare un verde menta con rum e lime, per un mojito sulla spiaggia, la musica lontana, i passi freddi sulla sabbia bagnata.

E con i riflessi d’argento sul verde smeraldo del mare abbinarci il zaffiro intenso, il topazio, il diaspro rosso del tramonto, gioielli nuovi di cui vestirci.

 

 

Elogio del pompino

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Un pompino non è mai banale: né per chi lo riceve, né per chi lo fa.

Una tana calda e umida che ti accoglie, coccola, eccita, consola; la bocca aspira, pompa, lecca, bacia, sugge, lambisce, cercando di dare il massimo piacere e, nel contempo, di riceverne.

Non era la bocca la prima forma di piacere per Freud? La cosiddetta fase orale. La suzione infantile: tutto il mondo di un bimbo racchiuso nel piacere delle sue labbra, nel ricevere il cibo, la vita stessa, succhiando latte dal seno materno, ma anche tutto l’amore e la consolazione possibile, anche col pollice o col ciuccio, che proteggono dalle paure, dalle solitudini e dalle delusioni. Infine la scoperta del mondo, mettendo ogni cosa in bocca, per appropriarsene: “perché esisto solo io, ho bisogno solo io, tutto deve passare da me per capire, dare confini, fare esperienza e, tutto sommato, crescere”.

Ma senza scomodare la psicologia, un pompino, farlo e riceverlo, stimola un piacere sicuramente diverso tra chi ne è esecutore materiale e chi ne viene fatto oggetto, anche se entrambi, in questo atto, trovano la perfetta unione.

Un pompino, per chi lo fa, sopperisce all’ancestrale bisogno di auto-affermarsi, possedendo egoisticamente con il proprio organo principale, la bocca appunto, l’altro.

Perché in realtà, chi domina chi? Chi viene spompinato o chi spompina? Domina chi decide il ritmo e l’intensità del piacere, o chi lo prova? Ed è sottomesso chi è in ginocchio con in mano, pardon, in bocca, la chiave per il godimento, o chi è subordinato all’altro per riceverlo?

Bisogna riconoscere che, essere il centro delle attenzioni, captare ogni parola che la bocca dice senza parlare, solo con la pressione più o meno intensa delle labbra, è beatitudine pura.

Ed è senz’altro vero che il sesso è una forma di comunicazione, ma in quello orale, a dispetto del nome, si comunica senza parlare.

(Da Faccia di pietra- di Itacchiaspillo – ed. Attimi Infiniti, uscita n. 18)