Ama


Ama, lo sai fare bene.

Non chiudere gli occhi con lei, piantali nell’iride scura, nel bagliore dorato, nell’attimo fragile dell’imbarazzo.

Bacia e ridi, ridi forte.

Tocca la vena che pulsa nel collo, vi gira la vita più forte, soccorri il piacere.

Sussurra il suo nome, intreccia le mani.

(Org)a(s)mala. 

La voglia

«Lo facciamo?»
«Qui?»

«Sì, dai, ho troppa voglia.»

Io lo guardo, incerta. Troppa gente in questo parco pubblico, potrebbero vederci. Ma lui mi prende la mano. 
«Dai, ti prego.»
Mi supplica, non solo con gli occhi. 

Anch’io ho voglia, sono sincera. Sentirmelo in bocca, il profumo inebriante, il gusto intenso.

Ma le ricordo bene le regole. Oltraggio al pudore. Dai due ai cinque anni di carcere. 
Intanto due vicino a noi si stanno spogliando sopra una panchina: lui fa cadere i vestiti come foglie d’autunno sull’erba. 
Si baciano come se fossero affamati, si percepisce il desiderio da tanta frenesia. Manuel mi guarda, ho lasciato la mia mano sospesa a mezz’aria tra la sua, incantata dai due. 

«Lasciali perdere, pensa a noi, dai…»
«Ma… se ci vedessero…»

Il rumore di un’auto dal vicino parcheggio ci interrompe. Un’altra coppia è arrivata. Scendono, lei si appoggia sul cofano, lui abbassa la lampo dei jeans e le fruga sotto la gonna.
«Ma non vuoi scopare?» 
Mi guarda di traverso. «Ancora? Io ho voglie diverse…»

Niente, non riesco a toglierglielo dalla testa.
«Ma l’abbiamo fatto a mezzogiorno!»

«Sì, ma a casa… vuoi mettere farlo qui sull’erba? Il cielo, gli uccellini…»

«E se ci vedessero?»

La coppia arrivata per ultima sta dando il meglio di sé. Lei ormai è abbandonata sul cofano in piena estasi, lui, colpo dopo colpo, fa muovere la macchina in un dondolio ipnotico.
«Cucciola, ti prego, tiralo fuori.»
Riguardo il mio ragazzo. Quando si fa dolce non gli so negare nulla.

«Mi porterai le arance in carcere?» Dico per sdrammatizzare e forse farmi coraggio.
Lui mi si butta contro infilandomi la lingua in bocca. Mi lascia senza fiato da tanta foga.

»Farò di meglio, ti farò evadere.» Mi sussurra piano e mi strizza l’occhio.

Mi ha convinta, in fondo ne ho voglia anch’io. Armeggio con la lampo e glielo metto tra le mani.
La coppia sulla panchina ha smesso di baciarsi e ci guarda contrariata. Lei commenta con un “che schifo, depravati”

Io sono in imbarazzo, ma non voglio nemmeno deludere Manuel.

Anche l’uomo che scopava sul cofano ora ci guarda. La donna si è ricomposta e fruga nella borsa forse in cerca del cellulare: “merda, chiamerà la polizia”.

«Fa presto, sbrigati, cazzo!»
Manuel non se lo fa ripetere due volte e inebriato da tutto quel ben di Dio, fa sparire in due bocconi il panino con la Mortazza.

Al limite del piacere, con ancora la bocca piena, mi grugnisce un “fantastico, ti amo tesoro”.
Inutile dire che non me ne ha lasciato nemmeno una briciola.

Tutti egoisti, gli uomini.

Doccia a doccia

Si nasce nell’acqua.
A volte ci si muore pure, per poi rinascere nuovamente, sempre uguali, ma un passo oltre, un passo avanti e il sorriso aperto.

Nudi, con tutte le cicatrici addosso e i perché rimasti inspiegati.

Nudi sotto quest’acqua che toglie il respiro e si porta via tutto, valanga improvvisa, almeno per un po’.

Nudi fuori, forse meno dentro, che non è mai facile, che non paga come dovrebbe, un tanto al chilo.

E scivola sui nostri corpi di d’annunziana memoria, più reali che silvani. 

Ha strappato un sorriso, ricucendo quello strappato.

Sorridevo, sì. 
Pure tu.

Il mondo era tutto lì

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Il mondo era tutto in quei pochi centimetri che li dividevano dal bacio. Tutto lì, in quel momento sospeso, come un nuotatore prima del salto dallo scoglio più alto. L’attimo prima di salire sul predellino del treno, prima del fischio e del semaforo verde. Un mondo racchiuso tra l’incrocio degli sguardi, le labbra socchiuse, la lingua pronta a lottare per perdere.

Perché letteralmente si perdevano.

Non esistevano che loro e le loro labbra, il caldo umido della bocca, a volte i denti che si toccavano, piccoli “ding“, i concorrenti all’angolo, per riprendere nuovamente le misure. Il sapore dell’uno e dell’altra che si mescolava per crearne uno nuovo, unico, irripetibile. E i baci erano sempre un viaggio senza ritorno, di cui si conosceva il punto di partenza, ma raramente si intuiva l’arrivo.

Tornavano confusi, immersi in pensieri vischiosi di corpi allacciati, sospiri, morsi, carezze, spinte, graffi, grida, orgasmi, con la mappa persa durante il tragitto e rare foto a ricordo.