I compiti delle vacanze natalizie – [Racconto erotico]

sculacciata_erotica_06

«Professore?»

Busso piano alla porta socchiusa dell’ufficio, cercando di non dare l’aria di chi vuole imporsi troppo con gesti scortesi, ma nemmeno di passare per la sbarbatella timida che ha soggezione delle autorità.

Lui alza lo sguardo dal “Sole” squadernato davanti e mi fissa infastidito tra lo spiraglio della porta, in fondo lo sto disturbando nella sua ora di pausa.

«Ferreri, mi dica.»

Io entro guadagnando la stanza, i libri raccolti sottobraccio, la borsa con il resto a tracolla.

«Senta, le vorrei parlare dell’ultima ricerca che mi ha dato da fare per gennaio.»

Toglie gli occhiali da lettura e si stropiccia la faccia stirando i lineamenti, in un gesto carico di stanchezza.

«E cosa mi deve dire?» Guarienti è uno vecchio stampo; nonostante l’età, nemmeno quarant’anni, si rivolge a noi studenti dell’ultimo anno sempre con il “lei”, vista la maggiore età ci dice. Porta maglioni di lana fatti a mano, e basette troppo lunghe su un viso curato, con una corta barba in ordine, lontana dalla moda hipster del momento che vuole più peli in faccia che sul corpo, che chissà “c’avrà i toporagni nascosti dentro, quello lì”.

«I tempi Prof. Non ce la faccio a consegnare la ricerca di cinquanta pagine in due settimane.» dico d’un fiato. Ma appena smetto di parlare sbatte con forza la mano sulla scrivania, facendo oscillare pericolosamente l’acqua nel bicchiere accanto.

«Ferreri, lei non è nuova a queste richieste. Non le sembra di esagerare? Pure la volta scorsa mi ha chiesto una proroga!»

Poi abbassa lo sguardo forse pentito dell’irruenza, sposta gli occhiali richiudendoli, prende il giornale e lo piega con cura.

Io che me ne sto seduta a pizzo sulla sedia ho la tentazione di alzarmi e andarmene, lasciare perdere e dire “Mi scusi, mi scusi, vedrò di fare del mio meglio”. E invece me ne resto a fissare il giornale. Non posso veramente fare tutto quel lavoro in così poco tempo, devo fare qualcosa, convincerlo.

E se fosse vero quel che si dice? Qui in istituto le chiacchiere sono la linfa vitale, c’è sempre chi sa tutto di tutti e si diverte a ricamare storie e malignità.

Su Guarienti si dicono tante cose, che sia fissato con l’ordine, che l’otto lo dia con il lanternino, e che abbia una sua piccola debolezza.

Ed è a questa che mi aggrappo.

«E se mi scontasse delle pagine in cambio di…»

«Di cosa Ferreri?» Mi guarda di traverso, quasi in allarme.

«Suvvia, Prof., me lo dica lei cosa potrei fare.» Ormai sono lanciata, ma con la rete.

Mi alzo appoggiando i libri sulla scrivania e i gomiti lì vicino assumendo una posizione che gli amici non avrebbero remore a definire a novanta gradi, andandogli di conseguenza ad una trentina di centimetri dal viso.

Gli allargo un sorriso e con gli occhi indico il “Sole”.

«Perché non usa questo per farlo, eh?»

Abbassa anche lui lo sguardo e forse medita se scoprirsi o meno. Sottintendo senza dire, aspetto le sue mosse. Ma ha un’espressione indecifrabile, non saprei se sia sorpreso o meno. E tutto potrebbe finire qui, potrei dire che intendevo che userò il giornale economico come spunto per le mie ricerche e seppure in lontananza si sentano le unghie sugli specchi potrei ancora andarmene, quasi senza vergogna.

Ma lui si alza deciso e aggira la scrivania andando verso la porta, chiudendola con una mandata.

«Bene Giulia. Cosa dici, facciamo dieci sculacciate una pagina?»

Mi scappa una risata, di quelle che aprono i polmoni perché sento di avere la situazione in pugno.

«No, ma che scherza? Almeno un colpo cinque pagine!»

E mentre sono ancora a novanta gradi, con un grande sorriso sulla faccia che dice ho vinto, perché qualsiasi cosa è meglio che sgobbare sui libri sotto le feste di Natale, mi dice: «Ti dovrai mettere sulle mie ginocchia, però. Senza jeans ovviamente.»

Quando hai deciso di giocare lo si deve fare senza esitazioni, o avrai perso in partenza.

«Ovviamente, replico anche io.»

“Ovviamente un cazzo, ma d’altronde cosa mi aspettavo, un buffetto sul culo e via?”

Lui si rilassa, noto che abbassa le spalle, ora abbiamo il nostro patto, anche se non abbiamo concordato le regole fino in fondo.

Si risiede sulla sedia presidenziale a gambe larghe, in attesa.

«Dunque Giulia, dieci sculacciate una pagina in meno da scrivere, ma lo farò con le mani, il giornale non lo voglio spiegazzare. Tu sai perché alcune docenti mi chiamano “le Professeur?”»

«No», ammetto, anche se ho sentito la Donizzetti chiamarlo così ridacchiando con la Valente.

«Perché fa rima con “Fesseur”.»

Mi prende in castagna, il francese non lo conosco molto bene, avrò quattro in pagella questo quadrimestre, spero.

«E cosa significa?»

«Chi sculaccia, ovviamente.» E mi rigira davanti alla faccia le mani, ora mostrandomi i palmi, ora il dorso coperto dal reticolo delle vene, e mi rendo conto che le ha molto belle, ma anche molto grandi, e questo fa vacillare un po’ la mia decisione.

«E ti assicuro che lo faccio bene.»

Non ho dubbi vorrei rispondergli, ma tengo la battuta per me. E’ un gioco, anzi no, un’opportunità.

Queste cinquanta pagine sono troppe e io ho già la settimana bianca prenotata con i miei amici, col cazzo che passerò le mie vacanze a scrivere cose noiose.

«Bene, appoggiati pure Giulia.»

È già la seconda volta che mi chiama per nome, e se la prima volta mi era sembrata una confidenza, questa volta mi fa sentire nuda.

“Che cazzo dai! Saranno solo un po’ di manate sulle chiappe, che vuoi che sia? “

Come me le racconto io le cose, nessuno mai. Non ho mai provato ad essere sculacciata, escludendo quando avevo cinque anni e rispondevo male a mia madre un giorno sì e l’altro pure. Certo, ho ricevuto qualche schiaffo da Matteo durante il sesso, ma questa è un’altra cosa. Decisamente.

“Insomma Giulia, basta smenartela si va in scena.”

Slaccio le Converse ma tengo i calzini di spugna e sfilo i jeans, faticando un po’ a toglierli visto che sono aderenti. Resto in mutande a guardarlo.

«Non toglierle quelle, le abbasso io. Vieni qui.»

«Prima voglio definire gli accordi, non mi vanno bene dieci sculacciate una pagina. Facciamo cinque?»

«Sembra che le regole, qui, le detti io.»

«Si sbaglia, è lei che muore dalla voglia di farlo, lo vedo sa? Io semplicemente non voglio studiare sotto Natale.»

«Sei pure maleducata. Vieni qui subito.»

Tutto è meglio che studiare, quindi mi abbasso appoggiandomi sulle sue ginocchia, sento il suo profumo più vicino, e il suo maglione sa di tabacco e di antitarme. La stoffa dei jeans sulle cosce risulta ruvida, ma familiare.

La situazione è veramente strana, ma chi non risica non rosica.

Guarienti sembra che si stia prendendo del tempo per guardarmi. Poi mi prende per la vita e mi sposta ribilanciando il mio peso sulle sue gambe, e io so già che non potrò più scappare, la presa è energica.

Massaggia deciso come per spalmarmi della crema, e a me ricorda un dottore che prepara la parte da operare. Poi la sculacciata.

Forte, come non me l’aspettavo.

Sussulto e lo sento dire: – Meno uno, Ferreri, tenga il conto. E’ ripassato al lei, al distacco, mentre sento bruciare la natica.

Poi parte la raffica di colpi, e io mi dimeno, dimenticando l’unica cosa che avrei dovuto veramente fare: contare. Il dolore mi invade, vivo, quasi rosso acceso sotto le palpebre chiuse a ogni colpo e intanto sento un peso che cresce tra le gambe.

Rimassaggia dandomi il resoconto, siamo a meno dieci. Così pochi colpi finora? Eppure, sì, il dolore che al primo schiaffo era vivido ora si è come anestetizzato, forte sì, ma un attimo appena e poi si espande trovando la pelle già marchiata più sensibile che acutizza le sensazioni.

Poi abbassa le mutande e io istintivamente mi divincolo.

E riparte con i colpi, alterna i glutei, non batte sempre sullo stesso punto, a volte più in alto vicino alla cintura a volte a poca distanza dall’attaccatura della gamba.

«È di un bel rosso amaranto» e mentre me lo dice sento infiammarsi pure le guance. «Meno trenta, Ferreri. Si goda questo momento.»

Massaggia ancora proprio nel momento in cui sono al limite. E lo sembra sapere esattamente, quando urlerei “Basta basta, vaffanculo tu e la tua ricerca!

Poi sferra un ultimo colpo e mi mette una mano tra le gambe.

«Ehi!»

Ed è invasione che mi scopre bagnata, come non avrei immaginato d’essere.

Sembra che io non aspettassi altro che questa incursione dentro di me. La cosa mi stupisce, non avevo mai assocciato il fatto di sculacciare qualcuno come innesco per il sesso.

Il piacere liquido si espande, regalandomi sensazioni nuove, e se lui tocca me fisicamente, i miei sensi vengono come scoperti e rivoltati, rinnovati per un orgasmo intenso che nasce da un posto nuovo del mio essere. Non saprei dire se migliore o peggiore, messo a fuoco, ecco, un cambio di lenti che mi regala un’esperienza nuova.

Scivola fra le mie pieghe, mentre cerco con il bacino di sentirlo più in fondo, poi esce e ritorna con due dita, forse tre, in cerca di nuovi punti da toccare. Io mi abbandono e lascio che il piacere fluisca, come fossi uno strumento che ha trovato una musica nuova da suonare.

Quando la marea dell’orgasmo è passata, esce e mi appoggia una mano sul culo. Fa male dove ha colpito. Ma è un dolore dolce che non so veramente spiegare.

«Domani voglio vedere i lividi.» Mi dice abbandonando la presa attorno alla vita «Presentati qui alla stessa ora.»

Io cerco di rimettermi in piedi e le gambe un po’ cedono.

Riesco solo a dire «Va bene, prof.»

Si alza anche lui e noto il rigonfiamento nei pantaloni. È indiscutibilmente eccitato.

«Rivestiti, direi che la ricerca è andata bene, ci penserò io ai tuoi crediti, ma aspettati interrogazione a gennaio.»

E mentre mi allaccio le scarpe con il culo che brucia sotto lo sfregamento dei jeans dico: «Oh beh,  al limite ci rivediamo dopo la Befana e ne riparliamo!»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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4 thoughts on “I compiti delle vacanze natalizie – [Racconto erotico]

  1. Sephiroth ha detto:

    Molto erotico. 😊

  2. enricogarrou ha detto:

    Bella, una descrizione avvolgente.

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