Nel giallo del tram

Fantasia-sul-tram

La mano sul culo era lì da un po’. Solo appoggiata, forse con il dorso, ma vista la situazione di emergenza, difficile pensare male. Sentiva il busto dell’uomo sulla sua schiena; il respiro da fumatore, sul collo. Anna cercava di stare in equilibrio tenendosi al palo che aveva davanti, rosso rabbia, come quella di tutti i passeggeri, lei compresa.

L’afa, il sudore dei corpi vicini, il caldo, l’avvolgeva. Teneva gli occhi bassi, non voleva soffermarsi sugli altri passeggeri. Stretti. Pure troppo. Non si dice sardine dentro a una scatola? Ma a lei sembrava di stare nel suo cassetto dei calzini. Appallottolata, pigiata all’inverosimile, pronta a balzare fuori non appena le porte del tram si fossero aperte come fosse stata un gioco a molla, di quelli che fai Aaaahh tra il riso e lo spavento quando s’aprono.

Con il nuovo piano di assetto l’azienda dei trasporti aveva accorpato le linee 19 e 23 creandone una unica e far straripare i tram che nemmeno il Seveso con le piene autunnali.

Un forte odore di dopobarba scadente veniva da un punto imprecisato, dietro di lei. Odore di muschio e sudore, di rancido, di cannella. Chissà se era dell’uomo a cui dava le spalle. Si sentì spinta in avanti e subito un “scusi, mi spingono” solleticarle il ciuffo di capelli sulla nuca. Una voce profonda, roca di sigarette fumate da sempre.

Anna tentò una risposta, ma il tram fece una manovra brusca, costringendola ad afferrare saldamente il tubo d’acciaio davanti a sé. L’uomo le afferrò le spalle, cercando di mantenersi in equilibrio. Lamentele colorite si alzarono da tutto il tram. Chi scomodò i santi e chi la madre del conducente. Uno, sfoderando tutta la sua passione politica, il sindaco. Tutti invitati verso un unico luogo, che cominciava con “Va” e finiva con “Ulo”.

“Scusi ancora signora, il conducente deve essere ubriaco”. Ma lei sapeva bene che non era così.

Conosceva bene Rodolfo. Quasi cinquantenne come lei, avevano fatto il liceo insieme. Guidava con due telefoni. Con uno litigava con la moglie via whatsapp, con l’altro chattava con le amanti, alcune vere, altre virtuali. Gestiva il suo harem con pugno di ferro e solo con la moglie era remissivo cedendo sempre alle sue paranoie, che vista la realtà non aveva tutti i torti di avere.

Anna ci parlava sempre mentre tornava dal turno di notte, verso le dieci, ed erano praticamente soli. Lui non mancava mai di provarci, con il suo fare allegro e piacione, che tradiva la sua origine romana.

Qualche volta aveva anche pensato di starci, ma si diceva, aveva bisogno della scintilla. Di quella cosa che non necessariamente voleva dire sentimento, non era così ingenua, voleva solo dire affinità di pensiero, feeling, calore e colore nei pensieri. Non sapeva definirlo diversamente.

Aveva sempre associato alle persone un colore. Suo marito era stato il blu, calmo e affidabile, solido, roccia su cui contare, sempre. Con gli anni si era trasformato in un grigio mare tempestoso, e lei non era stata capace di tenere la rotta, mandando a puttane il suo matrimonio.

La sua migliore amica era l’arancio, l’allegria, la passione per l’india e le sue spezie, le cene nei ristoranti etnici, i suoi viaggi, i libri, la curiosità di vivere che le invidiava.

Rodolfo era l’azzurro della camicia della divisa che indossava e del cielo di Roma a primavera. Solare certo, ma non abbastanza da farla capitolare.

Ad un certo punto si sentì artigliare una natica, e sobbalzò. Non credeva possibile che l’uomo che le aveva appena parlato in maniera così gentile avesse osato tanto. Eppure non c’erano altre spiegazioni. Cercò di girarsi per guardarlo in faccia, ma non riuscì bene. Il colore che ebbe in visione di sfuggita fu il giallo, un colore che adorava, ma difficile da trasmettere veramente. Un uomo alto, più di lei, che portava un giubbino da motociclista, pieno di scritte. La mano aveva già abbandonato la presa, era stata solo una palpata. Poi il ginocchio si fece spazio tra le sue gambe. E chiaramente non era dovuto all’andamento a onde di Rodolfo. Spingeva con la coscia sul culo, mentre la mano si assestò sul fianco.

“Vorrei decidere io se sia il caso che ti strusci” Glielo disse girandosi del tutto, facendosi spazio tra gli altri.

Ma questa volta il colore aveva mentito. Meglio spostarsi altrove, che no, non era il caso. 

Era solo un giallo tram, mentre lei voleva il giallo sole.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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13 thoughts on “Nel giallo del tram

  1. ilgattosyl ha detto:

    mi fai rimpiangere di andare in auto al lavoro…anche se a me difficilmente palperebbero il culo 😉

  2. rodixidor ha detto:

    Il giallo è sempre un inganno, fra il rosso di fermarsi ed il verde di andare. 🙂

  3. tramedipensieri ha detto:

    La mia amica fa la sarta e gira con il suo astuccio puntaspilli 😀

  4. Gigi Atene ha detto:

    Ah, il trasporto pubblico!!! 🙂

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