La febbre

 

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Bacio sulla bua.

Facciamo due, anzi tre.

Facciamo che non smettiamo?

Ché mi curi solo tu tutta questa frenesia.

Quanto avrò? Quaranta e ho perso il conto. Quarantuno se la misuri tu.

 

Non ci voleva niente, un bacio è andato, un altro ancora.

Fai salire la febbre, tu.

O forse sono io.

O forse non è vero.

Bacia qui, passa tutto, vedrai.

 

Il triangolo no, non lo avevo considerato (cit.) – [Racconto erotico]

Come nel più classico filmetto di serie B quel giorno rientravo a casa prima dal pomeriggio con le amiche.
A Beba era scoppiato un gran mal di testa per una serie di notti insonni passate ad allattare e Lucia aveva perso completamente  la voglia di restare da quando suo marito le aveva scritto che la piccolina non aveva mangiato la frutta a merenda, facendo i capricci.

Da quando erano diventate madri il tempo che dedicavano a loro stesse era drasticamente diminuito e chi le era intorno, consapevole o no, faceva di tutto per farglielo pesare.

Fu così che mi ritrovai a girare la chiave di casa con ben due ore di anticipo.

Se con me ci fosse stata una telecamera avrebbe ripreso prima la mia faccia bloccata in un fermo immagine di incredulità e poi la scia di vestiti che dalla porta di ingresso si dipanava verso la camera da letto. Una gonna, un fagotto azzurro che identificai con una prima occhiata in un maglioncino, e la giacca di mio marito.

Non sono scema, sapevo già cosa avrei potuto trovare sul mio letto. Eppure quella giacca a terra mi fece montare una rabbia più della cruda realtà di sapere lo scontato copione che prevedeva mio marito a letto con un’altra.
Quell’indumento abbandonato in fretta rappresentava tutta la passione che avevamo perduto, da quanto tempo non ci saltavano addosso buttando i vestiti ovunque?

Tuttavia mi diressi verso la camera raccogliendolo, l’istinto di non lasciarlo sgualcito sul pavimento aveva avuto il sopravvento su tutto, persino sulla gelosia; e se fossi stata più lucida, avrei capito che anche questa era una risposta alla mia domanda.

Ma quando mi affacciai alla porta il sangue fece il giro ancora più forte.

Erano abbracciati l’uno all’altra come molte volte lo eravamo stati noi dopo aver goduto. Silvia stava con gli occhi chiusi assaporando il momento; lui, come un ometto qualunque, controllava il cellulare.

Cosa avrei dovuto fare? Farmi vedere e urlare tutta la mia rabbia o buttare la giacca a terra e andarmene?

In quel momento mi arrivò una notifica sull’I-Phone. Il suono fece balzare a sedere mio marito incredulo, mentre la mia amica Silvia aprì gli occhi.
“Ti ho appena scritto” riuscì a dirmi lui, con una frase assolutamente fuori luogo, come se avesse pensato che il messaggio mi avesse materializzata lì, all’istante.

Forse, da brava veneta, avrei dovuto sgranare tutti i santi del calendario da santa Maria madre a san Silvestro. O forse avrei dovuto picchiarli.
Non feci nessuna delle due cose, ma appoggiai la giacca sulla sedia che mi stava a fianco e che Gianni usava per mettere i suoi vestiti alla sera e togliermi le Converse senza abbassarmi, schiacciandone il tallone come fossi un’adolescente stanca. Poi fu la volta dei jeans, della felpa e del reggiseno.
Restai in mutande e fantasmini a guardarli.

Dire che mio marito era incredulo è usare un eufemismo. E se possibile, Silvia lo era ancora di più.

Poi mi avvicinai al lato del letto dove stava Gianni e mi sedetti lì vicino. Senza dire nulla cominciai ad accarezzargli il pene come facevo quando io avevo voglia e lui no, prendendoglielo ancora morbido in bocca e giocando con la lingua.

Mi piace sentirlo crescere, rendermi conto con la lingua della consistenza che via via si fa più soda per merito mio, dei baci, della labbra che sùggono, della lingua che si insinua tra la corona e il prepuzio.

Questa volta lo feci guardandolo dritto negli occhi come per volergli chiedere: “chi ti fa godere di più, io o lei?”.

E quando non mancò la sua reazione, lo scavalcai inginocchiandomi sul letto dando volutamente le spalle a Silvia, come per escluderla, in un gesto carico di gelosia. Perchè lui era mio marito, e lei, per me, in quel momento non esisteva.

Ma lei si mise alle mie spalle, mi tolse l’intimo e mi penetrò con due dita, forse tre, creando una catena di piacere che lo ammetto, non aveva mai trovato posto nella mia fantasia.

Fino ad allora.

Fu naturale quello che successe dopo e fu come se il piacere rimettesse tutto al suo posto. Tre persone che davano e ricevevano, eravamo solo questo. Nessuna “altra”, “marito” o “moglie”. Solo Silvia, Gianni ed Elena.

Quando tutto fu finito, tra sospiri, spinte, mani, sudore, capelli negli occhi, orgasmi, ritornammo sì noi, ma investiti di una nuova esperienza che in qualche modo ci univa.

E quando accompagnai alla porta Silvia, salutandola con un bacio sulla guancia le sussurrai all’orecchio: “Tesoro mio, ci vediamo domani, al solito motel”.

Il didietrologo


L’eminente professore Giovanni Godi, con studio a Bologna in via Venezia, 5, era un didietrologo molto stimato.

Sì, avete capito bene, uno di quelli che guardava i culi della gente e ti sapeva dire esattamente come stavano, a che pensavano, e se valeva la pena conoscerli.Perché son capaci tutti di dire “mi mostri la lingua”, ma “mi mostri il culo”, capite anche voi, che mica lo si può pronunciare così facilmente.

Il professore però era così eminente che dava diagnosi anche con i vestiti addosso. Sapeva dire con precisione il livello di culo delle persone.

Le più facili erano ovviamente quelle con la faccia come il culo. Un’occhiata dietro, una conferma davanti, e diagnosi spiattellata in faccia: “Lei ha il culo come la faccia, che il contrario è abusato”.

I culi più difficili da diagnosticare erano quelli abituati alle occhiate della gente. Insomma i famosi “guarda che culo”. A volte si sentivano sovraesposti, depressi, convinti che “oltre al culo c’è di più”, le tette per esempio. 

E poi c’erano i culi filosofici, ma quelli era inutile diagnosticarli. Perché convinti nel karma, nel destino, nel loro essere altro che in balìa degli eventi. 
Perché nella vita, si sa, è tutta una questione di culo.

Una notte come un’altra.

Era stata la loro ultima notte insieme, ma non lo sapevano ancora. Poi ognuno sarebbe andato per la sua strada, fatta di aspirazioni diverse e di diversi destini, ma che era stato bello intrecciare. Un po’ come quando intrecciavano le dita tenendosi per mano sorridendo per tutto e per nulla, e lo stesso gesto lo ripetevano nel momento dell’orgasmo, come a voler essere ancora più uniti, ancora più vicini.
Lui avrebbe riso ancora di gusto durante il sesso, guardando altri occhi, assaggiando altri sapori.

Lei gli occhi li avrebbe chiusi baciando qualcun altro; a volte sentendosi persa, altre volte no.

Eppure quella notte c’era la luna piena e nessuna nuvola. Nessun segnale divino, nessun presagio del cielo, con le stelle tutte appiccicate al solito posto, che qua mica è Hollywood, baby.

Una notte come un’altra in cui il panettiere del paese si sarebbe alzato alla solita ora, qualcuno sarebbe tornato dal turno di notte preoccupato per il lavoro, qualcun altro si sarebbe svegliato più volte per i peperoni della cena. 

Qualcosa sarebbe cambiato, certo, ma da domani.

 

 

 

Imponderabilia

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Fu la risata a farla rimanere.

Diversamente avrebbe abbandonato, non aveva le carte giuste per vincere la partita, questo lo sapeva già, ma quando lui le buttò in faccia il sorriso decise che valeva la pena restare, anche solo per risentirla nuovamente.

Stare nudi è facile, che ci vuole? Ci si toglie i vestiti uno dopo l’altro, lasciandoli cadere sul pavimento, manco fossero foglie d’autunno.

Difficile è sfiorarsi senza nericarsi l’animo, lasciando solo piccole risa che solleticano la pelle, come bolle nell’idromassaggio.

Come il sole all’improvviso.

 

 

I compiti delle vacanze natalizie – [Racconto erotico]

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«Professore?»

Busso piano alla porta socchiusa dell’ufficio, cercando di non dare l’aria di chi vuole imporsi troppo con gesti scortesi, ma nemmeno di passare per la sbarbatella timida che ha soggezione delle autorità.

Lui alza lo sguardo dal “Sole” squadernato davanti e mi fissa infastidito tra lo spiraglio della porta, in fondo lo sto disturbando nella sua ora di pausa.

«Ferreri, mi dica.»

Io entro guadagnando la stanza, i libri raccolti sottobraccio, la borsa con il resto a tracolla.

«Senta, le vorrei parlare dell’ultima ricerca che mi ha dato da fare per gennaio.»

Toglie gli occhiali da lettura e si stropiccia la faccia stirando i lineamenti, in un gesto carico di stanchezza.

«E cosa mi deve dire?» Guarienti è uno vecchio stampo; nonostante l’età, nemmeno quarant’anni, si rivolge a noi studenti dell’ultimo anno sempre con il “lei”, vista la maggiore età ci dice. Porta maglioni di lana fatti a mano, e basette troppo lunghe su un viso curato, con una corta barba in ordine, lontana dalla moda hipster del momento che vuole più peli in faccia che sul corpo, che chissà “c’avrà i toporagni nascosti dentro, quello lì”.

«I tempi Prof. Non ce la faccio a consegnare la ricerca di cinquanta pagine in due settimane.» dico d’un fiato. Ma appena smetto di parlare sbatte con forza la mano sulla scrivania, facendo oscillare pericolosamente l’acqua nel bicchiere accanto.

«Ferreri, lei non è nuova a queste richieste. Non le sembra di esagerare? Pure la volta scorsa mi ha chiesto una proroga!»

Poi abbassa lo sguardo forse pentito dell’irruenza, sposta gli occhiali richiudendoli, prende il giornale e lo piega con cura.

Io che me ne sto seduta a pizzo sulla sedia ho la tentazione di alzarmi e andarmene, lasciare perdere e dire “Mi scusi, mi scusi, vedrò di fare del mio meglio”. E invece me ne resto a fissare il giornale. Non posso veramente fare tutto quel lavoro in così poco tempo, devo fare qualcosa, convincerlo.

E se fosse vero quel che si dice? Qui in istituto le chiacchiere sono la linfa vitale, c’è sempre chi sa tutto di tutti e si diverte a ricamare storie e malignità.

Su Guarienti si dicono tante cose, che sia fissato con l’ordine, che l’otto lo dia con il lanternino, e che abbia una sua piccola debolezza.

Ed è a questa che mi aggrappo.

«E se mi scontasse delle pagine in cambio di…»

«Di cosa Ferreri?» Mi guarda di traverso, quasi in allarme.

«Suvvia, Prof., me lo dica lei cosa potrei fare.» Ormai sono lanciata, ma con la rete.

Mi alzo appoggiando i libri sulla scrivania e i gomiti lì vicino assumendo una posizione che gli amici non avrebbero remore a definire a novanta gradi, andandogli di conseguenza ad una trentina di centimetri dal viso.

Gli allargo un sorriso e con gli occhi indico il “Sole”.

«Perché non usa questo per farlo, eh?»

Abbassa anche lui lo sguardo e forse medita se scoprirsi o meno. Sottintendo senza dire, aspetto le sue mosse. Ma ha un’espressione indecifrabile, non saprei se sia sorpreso o meno. E tutto potrebbe finire qui, potrei dire che intendevo che userò il giornale economico come spunto per le mie ricerche e seppure in lontananza si sentano le unghie sugli specchi potrei ancora andarmene, quasi senza vergogna.

Ma lui si alza deciso e aggira la scrivania andando verso la porta, chiudendola con una mandata.

«Bene Giulia. Cosa dici, facciamo dieci sculacciate una pagina?»

Mi scappa una risata, di quelle che aprono i polmoni perché sento di avere la situazione in pugno.

«No, ma che scherza? Almeno un colpo cinque pagine!»

E mentre sono ancora a novanta gradi, con un grande sorriso sulla faccia che dice ho vinto, perché qualsiasi cosa è meglio che sgobbare sui libri sotto le feste di Natale, mi dice: «Ti dovrai mettere sulle mie ginocchia, però. Senza jeans ovviamente.»

Quando hai deciso di giocare lo si deve fare senza esitazioni, o avrai perso in partenza.

«Ovviamente, replico anche io.»

“Ovviamente un cazzo, ma d’altronde cosa mi aspettavo, un buffetto sul culo e via?”

Lui si rilassa, noto che abbassa le spalle, ora abbiamo il nostro patto, anche se non abbiamo concordato le regole fino in fondo.

Si risiede sulla sedia presidenziale a gambe larghe, in attesa.

«Dunque Giulia, dieci sculacciate una pagina in meno da scrivere, ma lo farò con le mani, il giornale non lo voglio spiegazzare. Tu sai perché alcune docenti mi chiamano “le Professeur?”»

«No», ammetto, anche se ho sentito la Donizzetti chiamarlo così ridacchiando con la Valente.

«Perché fa rima con “Fesseur”.»

Mi prende in castagna, il francese non lo conosco molto bene, avrò quattro in pagella questo quadrimestre, spero.

«E cosa significa?»

«Chi sculaccia, ovviamente.» E mi rigira davanti alla faccia le mani, ora mostrandomi i palmi, ora il dorso coperto dal reticolo delle vene, e mi rendo conto che le ha molto belle, ma anche molto grandi, e questo fa vacillare un po’ la mia decisione.

«E ti assicuro che lo faccio bene.»

Non ho dubbi vorrei rispondergli, ma tengo la battuta per me. E’ un gioco, anzi no, un’opportunità.

Queste cinquanta pagine sono troppe e io ho già la settimana bianca prenotata con i miei amici, col cazzo che passerò le mie vacanze a scrivere cose noiose.

«Bene, appoggiati pure Giulia.»

È già la seconda volta che mi chiama per nome, e se la prima volta mi era sembrata una confidenza, questa volta mi fa sentire nuda.

“Che cazzo dai! Saranno solo un po’ di manate sulle chiappe, che vuoi che sia? “

Come me le racconto io le cose, nessuno mai. Non ho mai provato ad essere sculacciata, escludendo quando avevo cinque anni e rispondevo male a mia madre un giorno sì e l’altro pure. Certo, ho ricevuto qualche schiaffo da Matteo durante il sesso, ma questa è un’altra cosa. Decisamente.

“Insomma Giulia, basta smenartela si va in scena.”

Slaccio le Converse ma tengo i calzini di spugna e sfilo i jeans, faticando un po’ a toglierli visto che sono aderenti. Resto in mutande a guardarlo.

«Non toglierle quelle, le abbasso io. Vieni qui.»

«Prima voglio definire gli accordi, non mi vanno bene dieci sculacciate una pagina. Facciamo cinque?»

«Sembra che le regole, qui, le detti io.»

«Si sbaglia, è lei che muore dalla voglia di farlo, lo vedo sa? Io semplicemente non voglio studiare sotto Natale.»

«Sei pure maleducata. Vieni qui subito.»

Tutto è meglio che studiare, quindi mi abbasso appoggiandomi sulle sue ginocchia, sento il suo profumo più vicino, e il suo maglione sa di tabacco e di antitarme. La stoffa dei jeans sulle cosce risulta ruvida, ma familiare.

La situazione è veramente strana, ma chi non risica non rosica.

Guarienti sembra che si stia prendendo del tempo per guardarmi. Poi mi prende per la vita e mi sposta ribilanciando il mio peso sulle sue gambe, e io so già che non potrò più scappare, la presa è energica.

Massaggia deciso come per spalmarmi della crema, e a me ricorda un dottore che prepara la parte da operare. Poi la sculacciata.

Forte, come non me l’aspettavo.

Sussulto e lo sento dire: – Meno uno, Ferreri, tenga il conto. E’ ripassato al lei, al distacco, mentre sento bruciare la natica.

Poi parte la raffica di colpi, e io mi dimeno, dimenticando l’unica cosa che avrei dovuto veramente fare: contare. Il dolore mi invade, vivo, quasi rosso acceso sotto le palpebre chiuse a ogni colpo e intanto sento un peso che cresce tra le gambe.

Rimassaggia dandomi il resoconto, siamo a meno dieci. Così pochi colpi finora? Eppure, sì, il dolore che al primo schiaffo era vivido ora si è come anestetizzato, forte sì, ma un attimo appena e poi si espande trovando la pelle già marchiata più sensibile che acutizza le sensazioni.

Poi abbassa le mutande e io istintivamente mi divincolo.

E riparte con i colpi, alterna i glutei, non batte sempre sullo stesso punto, a volte più in alto vicino alla cintura a volte a poca distanza dall’attaccatura della gamba.

«È di un bel rosso amaranto» e mentre me lo dice sento infiammarsi pure le guance. «Meno trenta, Ferreri. Si goda questo momento.»

Massaggia ancora proprio nel momento in cui sono al limite. E lo sembra sapere esattamente, quando urlerei “Basta basta, vaffanculo tu e la tua ricerca!

Poi sferra un ultimo colpo e mi mette una mano tra le gambe.

«Ehi!»

Ed è invasione che mi scopre bagnata, come non avrei immaginato d’essere.

Sembra che io non aspettassi altro che questa incursione dentro di me. La cosa mi stupisce, non avevo mai assocciato il fatto di sculacciare qualcuno come innesco per il sesso.

Il piacere liquido si espande, regalandomi sensazioni nuove, e se lui tocca me fisicamente, i miei sensi vengono come scoperti e rivoltati, rinnovati per un orgasmo intenso che nasce da un posto nuovo del mio essere. Non saprei dire se migliore o peggiore, messo a fuoco, ecco, un cambio di lenti che mi regala un’esperienza nuova.

Scivola fra le mie pieghe, mentre cerco con il bacino di sentirlo più in fondo, poi esce e ritorna con due dita, forse tre, in cerca di nuovi punti da toccare. Io mi abbandono e lascio che il piacere fluisca, come fossi uno strumento che ha trovato una musica nuova da suonare.

Quando la marea dell’orgasmo è passata, esce e mi appoggia una mano sul culo. Fa male dove ha colpito. Ma è un dolore dolce che non so veramente spiegare.

«Domani voglio vedere i lividi.» Mi dice abbandonando la presa attorno alla vita «Presentati qui alla stessa ora.»

Io cerco di rimettermi in piedi e le gambe un po’ cedono.

Riesco solo a dire «Va bene, prof.»

Si alza anche lui e noto il rigonfiamento nei pantaloni. È indiscutibilmente eccitato.

«Rivestiti, direi che la ricerca è andata bene, ci penserò io ai tuoi crediti, ma aspettati interrogazione a gennaio.»

E mentre mi allaccio le scarpe con il culo che brucia sotto lo sfregamento dei jeans dico: «Oh beh,  al limite ci rivediamo dopo la Befana e ne riparliamo!»