Inevitabilmente – [Racconto erotico]

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Il sesso con l’amore non c’entra un cazzo.

A dispetto di tutti gli Harmony che invadevano la biblioteca di mia madre, e di Maupassant, Puškin, l’ottocento russo, Fabio Volo e Cento Vetrine. Il sesso era una cosa a parte, di questo ne ero convinta.

Come nasce l’attrazione? Avrei tante risposte, ma la più veritiera credo sia: culo.

 

Lo imparai quel giorno, non diverso dagli altri: la sveglia alle sette, la nebbia fitta di novembre, il bus alle sette e venti, il libro aperto durante il tragitto, la colazione al bar vicino all’azienda prima di entrare.

Un giorno uguale a tanti altri, con un protagonista in più, e chissà forse era lì vicino a me anche il giorno prima, o la settimana prima, ma di lui nei miei ricordi, nemmeno l’ombra.

Una battuta fatta al cameriere, e mi giro a guardarlo con il caffè a metà strada tra il bancone e le mie labbra. Forse l’ho fatto per il suo tono di voce, o forse per la risata che ne era seguita, o per la sicurezza che emanava come di chi era sempre stato lì, a casa sua. Lo guardo e sorrido anche io, anche se non ho capito la questione, lo faccio per empatia con la sua sciarpa a scacchi grigia e nera, e la coppola di fustagno un po’ calata. Lo faccio per il suo orecchino da pirata e per la mano sinistra che teneva il giornale arrotolato, mentre l’altra poggiava la tazzina vuota.

Anche lui si gira verso di me, un sorriso accennato, io ricambio e tutto finisce lì.

Lui se ne va e me ne vado anche io dopo aver pagato il mio “caffè macchiato con latte caldo in tazza grande con spolverata di cacao, zucchero di canna” e occhi al cielo del barista come fa ogni volta dopo che ha sentito la mia ordinazione.

Poi tutto viene archiviato in un angolo del mio cervello mentre varco il cancello dell’azienda, arriva il cliente rompicoglioni, la bolletta dell’Enel sbagliata, le telefonate e gli appuntamenti da fissare e infine il momento di uscire, tornare verso casa, riprendere l’autobus, il mio libro, il breve tragitto dalla stazione verso casa, con la nebbia che torna, mica ci lascia orfani; e i lampioni che illuminano male, la via.

 

Così il giorno dopo eccomi al bar. Lui che arriva, saluta tutti, ordina il suo caffè mentre io sto già bevendo il mio. La verità è che in fondo lo aspettavo. O ci speravo, o non so cosa, insomma, è solo bello che sia qui. Una battuta al barista, uno sguardo a me, un sorriso in più, poi ognuno per la sua strada. Poi ancora lavoro, le telefonate, le rogne, le mail, il caffè alla macchinetta con le colleghe.

Infine si torna a casa con solo la tv accesa a farmi compagnia nell’appartamento vuoto. Masterchef su Sky, i whatsapp con le amiche, qualche bacio virtuale al collega che mi fa il filo ma a cui mai la darò, nemmeno fosse l’ultimo uomo sulla terra. Io che mi addormento sul divano con il plaid e la tv che trasmette televendite, fino a quando mi trascino tipo zombie a letto alle tre di notte aspettando infine la solita sveglia.

 

Il giorno dopo si riprende, e al bar, il proprietario, quando mi vede già prende la tazza più grande, prima di sentire l’ordinazione. Mando giù la mia colazione guardando la tv attaccata alla parete che passa un video dei Red Hot Chilli Peppers mentre la radio fa sentire tutt’altro, come spesso accade, chissà perché.

E mentre sto lì a fantasticare su Anthony Kiedis e a quanto sia figo con i suoi tatuaggi e pure i capelli unti, ecco il Pirata, come l’ho chiamato io, con l’orecchino con il brillante, il capello un po’ lungo, quasi fuori tempo massimo, vista l’età, sui trentacinque.

«Buongiorno, un caffè.»

Ordina e squaderna il giornale sul bancone mentre Max pressa la polvere sul gruppo di erogazione della macchina.

«Sai Max che hanno aperto un piccolo ristobar qui vicino? Ti farò le corna oggi a pranzo.»

«Tanto è mio cugino. Resta tutto in famiglia.» Ribatte il barista facendogli l’occhiolino.

«Dove?» mi intrometto nella conversazione, interessata perché di mangiare da sola in ufficio il mio yogurt e i crackers, oggi non ne ho voglia.

«Dopo il tabaccaio, qui sulla destra.»

«Vengo anche io!» butto lì scherzando, mica tanto dopotutto.

«Ma volentieri, ti offro il pranzo, dai» fa il Pirata e mi dà appuntamento per le dodici e un quarto proprio davanti al locale e se ne va.

Pago anche io, lasciando Max a pulire il bancone, con il mio appuntamento in tasca e un pensiero diverso in mente, aspettando l’ora di pranzo.

 

É un pensiero che mi accompagna tutta la mattina, presente ma discreto, quasi in disparte. E mica so se sono più felice di questo diversivo dalla solita routine, con quest’uomo che conosco appena, ma che mi ha fatto simpatia da subito, o se sia la prospettiva di mangiare qualcosa di diverso dal solito a farmi arrivare a mezzogiorno in fretta, prendere la mia borsa, salutare tutti e avviarmi al mio appuntamento.

 

Sul marciapiede si affianca il Pirata. «Ehi, siamo arrivati insieme.» dice come saluto.

«Ciao, eh sì.» E me lo guardo, e penso che è proprio bello. Di quella bellezza diversa dai giornali patinati, più vera nonostante non sia perfetto, ma ha quell’armonia che alla fine ho sempre apprezzato negli uomini. Un misto di sicurezza e ironia, e belle mani.

E d’un tratto mi butta dentro un portone e si incolla a me. Non sono nemmeno riuscita a urlare, tanto sono stupita, eppure non lo so se lo voglio fare, dopotutto. Ha gli occhi fissi sui miei, mentre io abbasso i miei a guardare la sua bocca.

 

Come nasce l’attrazione? Forse da questo profumo che sento.

O dai suoi occhi castani.

O dal sorriso beffardo.

O dal suo corpo appiccicato al mio.

 

Forse dovrei essere spaventata, eppure non lo sono, in fondo con una ginocchiata ben assestata e una piccola corsa potrei tornare sulla via principale, ma sono più che altro incuriosita da cosa voglia fare.

«Non hai nemmeno urlato.» Prova a scherzare lui.

«Dovevo?» gli rispondo guardandolo interrogativa, e un sorriso che vorrebbe dimostrare sicurezza.

«Solo se non ti fa piacere essere qui.» e allenta un po’ la pressione al mio corpo, e a me un po’ spiace, perché sentirmelo addosso era una bella sensazione.

E per tutta risposta taccio. No, non mi spiace essere qui, mi piace il peso che sento all’altezza del bacino, e sentire che non gli sono indifferente dentro i pantaloni.

«Chi tace acconsente.» e mi bacia, mentre io apro le labbra facendogli capire che sì, acconsento decisamente.

Ed è un bacio pieno di chimica. Difficile spiegarlo, ma non è solo un bacio: l’incontro della sua lingua con la mia e del suo sapore con il mio mi fa perdere la testa, e non capisco più chi sono, dove sono, perché. E ho solo voglia di baciarlo ancora, di assaggiarlo, di infilare la mia lingua ancora sulla sua bocca, di baciargli le labbra carnose, succhiarle, leccarle, e poi ritornare con la lingua sulla sua. E non è vero che non so praticamente nulla di lui. Ora so che le nostre lingue stanno tanto bene insieme.

Poi sposta la mano e la insinua sotto la gonna, trova le mutandine e ci infila un dito dentro.

«Vai subito al sodo.» dico staccandomi dal bacio, già affannata, ma cercando di agevolare i suoi movimenti allargando le gambe.

E poi si sposta lasciandomi libera, mi prende le spalle e mi fa girare, e ho la fronte verso il muro un po’ scrostato di quest’androne che ci fa da rifugio improvvisato, mi prende le braccia e le porta sopra la mia testa, tenendomi ferma con una mano mentre con l’altra cerca di slacciarsi i pantaloni e riportando poi il suo peso sul mio corpo.

 

Mi alza la gonna scoprendo le natiche, abbassa le mutande e mi penetra, così, senza protezioni e senza pensarci un attimo, trovandomi già pronta, bagnata per lui.

Il pensiero di “che cazzo sto facendo, manco so come si chiama” mi attraversa appena un secondo, per poi abbandonarmi subito annientata dai colpi, che abbattono le mie resistenze, deboli in effetti, come un piccone un muro.

E vengo in fretta, senza nessun preliminare, parola dolce, sguardo languido, come l’animale che in fondo sono, siamo. Eccitazione e basta, che mi ha preso alla testa e tra le gambe, come una droga.

Inevitabile.

E quando sente che ho avuto il mio orgasmo e che il mio respiro si fa più lento si stacca e si mena veloce, sborrando sul pavé dell’androne.

Poi ci guardiamo, quasi a scusarci per quella situazione, ma io gli sorrido chiedendomi se penserà che in fondo non sia solo una troia senza pudore.

Ma alla fine non ha importanza.

Così mi ricompongo, aspetto che anche lui si pulisca con un fazzolettino, raccolgo la mia borsa che era finita a terra, e dico: «Allora, andiamo a mangiare?»

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4 thoughts on “Inevitabilmente – [Racconto erotico]

  1. tramedipensieri ha detto:

    Brava!
    Ecco che piano ti riaffacci con la bella scrittura che sai, bel racconto! 😊

    Avanti così….

  2. rodixidor ha detto:

    Termino la lettura e mi nasce una domanda: “Come si scrive un buon racconto erotico?” Perché il tuo lo è indubbiamente. Non è di certo la trama che finisce sempre per ripercorrere storie già lette, Penso sia per la scrittura che qui è vivace, crea un buon ritmo e con la cronistoria di azioni quotidiane che non hanno niente di erotico in sé fanno diventare il lettore intimo del protagonista narrante. Penso che sia la simpatia che la tua scrittura riesce ad instaurare tra noi lettori e la giovane donna che prova empatia per una sciarpa a scacchi e beve un latte e caffè ostinandosi a chiamarlo caffè macchiato il successo del tuo racconto. Hai saputo renderci intimi del personaggio, descrivendo i suoi pensieri e la sua vita, al punto tale che ci piace tanto l’epilogo nell’androne del portone, che senza tutto questo avremmo trovato artificioso. Piacere leggerti 🙂

    • itacchiaspillo ha detto:

      Un buon racconto erotico, e in fondo spero che questo lo sia, quantomeno accettabile insomma, credo sia costruito come è costruita l’intesa tra due persone. Che magari parte da una cosa quotidiana, per poi arrivare alla vera magia. Grazie, piacere anche mio leggere te 🙂

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