Eros

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Eros era un uomo con spalle larghe da nuotatore e occhi chiari, difficili da guardare senza abbassare lo sguardo.

Poi la descrizione da romanzo finiva lì; portava la frangia alta, come amava dire, parlando dei suoi pochi capelli e aveva la pancetta coltivata alzando birre in ripetizioni da otto e serie da tre, al venerdì, con gli amici.

Il sorriso era la parte migliore, di quelli con aperti pure gli occhi e i denti bianchi stesi al sole.

Nascondeva insicurezze dietro silenzi improvvisi, per non mostrarsi vulnerabile al mondo.

E fu nelle rughe sotto gli occhi che trovai posto. Come fossero un’amaca stesa tra il prugno e l’albicocco del giardino.

Restai lì per molto, anche quando non avrei più dovuto. Ma in fondo non disturbavo poi tanto, chiedevo solo una carezza al mattino, quando staccava con i polpastrelli i sogni notturni, e una la sera, prima di immergermi nei suoi tanti sogni.

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Feeling

Newcastle Beach, New South Wales, Australia, 2000; photograph by Trent Parke

Era l’attimo prima del sorriso, prima di scoprire i denti, buttare la testa indietro, scoprire la vena pulsante nella gola.

O era la scintilla nello sguardo, che dice senza parlare, e che promette, e quando lo fa promette bene.

Il respiro sospeso prima del bacio, quando gli occhi si abbassano cercando chissà cosa e poi le labbra lo trovano, inevitabilmente.

O forse il buio senza parole, in cui si sta bene uguale.

 

 

Caterina

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Caterina era una madonna del Caravaggio, una Venere di Tiziano. Raramente avevo visto una donna così bella. Gli occhi scuri, gli zigomi alti, la pelle perfetta, quasi impalpabile. E una cascata di capelli ricci che contornavano una dolcezza della voce e dei modi disarmante. Ci eravamo perse di vista nonostante abitiamo nello stesso paese, ognuna persa nel suo quotidiano.

L’ho rivista da poco.

Il viso era segnato da qualche ruga come fossero state scritte sulla fronte da troppi pensieri e l’occhio era un po’ più spento. Non aveva tracce di trucco, nessun sorriso aperto.

Parlava piano Caterina, quasi più piano di me. E sempre piano mi ha fatto intendere delusioni che non ti immagini da una madonna del Caravaggio.

Ma la dolcezza era rimasta uguale anche se forse stonava con l’aura dimessa che la circondava.

E me la sono immaginata regina che ha perso il suo regno.

Una risata ci denuderà

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E poi sarà semplice, sai, trovare tutto quello che ho da dire.

Si trova tra l’arco di cupido e la lingua, quando si apre al sorriso, mostrandosi nuda.

Sarà da capire se vale la pena ascoltare, che questo non lo so, non l’ho mai saputo.

E forse sarà solo un passo avanti, magari poi qualcuno indietro.

E indietro sarà meraviglioso guardare, sai, con tutto quello che ha dato, con le ali spiegate, i pensieri mai capiti, i sogni capitati e infine capitolati, arresi.

Ma avanti, sai, ci può essere solo il sorriso. E nessuno meglio di me può sapere di quanto sia bello, nonostante tutto.