The world around my fog

Sali nella tua auto e alzi i Red Hot a tutto volume.

Lasci che l’urlo di Anthony Kiedis si srotoli in mezzo alla nebbia mentre ti mangi la pianura padana ai cento, con i capannoni che scorrono ai lati, tutti uguali, grigio più, grigio meno.

Pensi che sarà una giornata più difficile delle altre, perché è mancato qualcosa, anche se non sai ben definire cosa, se identificarlo con mancata speranza o cruda realtà.

La nebbia fa da controllo qualità per il tuo malessere, mentre lasci lungo la linea di mezzeria i tuoi vent’anni, la strada che percorrevi in bici, zaino in spalla, con la stessa musica che senti ora infilata nelle orecchie, quando sognavi come sogna chi è giovane, senza ritegno alcuno. Ma tu non sei più né ventenne, né sognatrice, anche se ogni tanto guardi ancora le nuvole dalla finestra.

Ripensi a tuo padre. A quando ieri lo hai scoperto vecchio all’improvviso, mentre avanzava verso di te a testa bassa in un parcheggio, camminando un po’ come fai tu senza guardare dritto, mettendo un piede avanti l’altro, le mani infossate nella giacca, i pensieri che rimbalzano sulla punta delle scarpe.

Di tua madre invece non hai mai capito nulla, meno che mai il motivo per cui è rimasta. Ripensi a tutte le volte che le hai visto fare le valigie e altrettante disfarle, a quando hai pensato solo a correrle dietro, sperando che ti portasse con sé, che non ti lasciasse sola.

Non nascondono più la loro vecchiaia. Cercano aiuto quando fino a poco fa te lo hanno sempre offerto. Ti chiedi che farai quando sarà il momento, quel momento, a cui non vuoi pensare, ma che se la vita seguirà il suo corso naturale, ti toccherà affrontare.

Poi ti dici che non si può sapere un cazzo di nulla, e che c’è già chi è arrivato primo in una gara che non voleva vincere nessuno, e di cui stai ancora piangendo l’assenza. Ti dai della stupida per questi pensieri, perché tanto lo sai che non servono a nulla.

Il contachilometri ti grida che vai ai centodieci, alzi il piede dal pedale aspettando la decelerazione, come un amore andato a mille poi lasciato morire di stenti.

La pianura ha tante cose da dirti, ma tu non le capisci a fondo. Ti attira a sé, perché è dove sei nata, ed è dove vorresti morire, ti dici sempre, ma non sai se sia vero. Ti parla di sveglie all’alba, di lavoro, di bestemmie dette forte, di preghiere masticate piano, a metà, fuori dalla chiesa.

Non sai più dov’è casa tua, a volte rientri e ti senti estranea, quasi bisognosa di chiedere permesso; guardi le foto sulle pareti e non le riconosci, se non parte di un passato che ti è scivolato in fretta sulla pelle, di cui hai perso il gusto, il sapore.

La musica urla ancora forte. Urla per te che non lo sai più fare, non sai più piangere e arrabbiarti e bestemmiare e sbattere le porte andando via, lasciando che tutto quello che avevi buttato fuori aleggiasse sulla stanza. Speravi che tutte quelle parole sarebbero servite e invece si sono affastellate le une sulle altre per creare muri troppo alti per essere scalati. Ti dici che in fondo non lo vuoi più fare. Che tutto quello che era semplice ora non lo è più. Hai perché da portare come pezza giustificativa, ma ti interessa di più il come.

Sei quasi arrivata. Scali le marce per fermarti, per entrare nel parcheggio. Abbassi la radio per non disturbare e pensi che vivi proprio così, urlando quando non c’è nessuno che ascolta, parlando piano il resto del tempo.

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Inscopabile

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“Culona inscopabile” stile Merkel e i suoi tailleur rosa pallido.

L’aveva etichettata così Marco, tempo prima, incrociando la sua nuova vicina nell’ascensore: lui saliva, lei scendeva; mentre ora lei gli incrociava le gambe sulla schiena, portando avanti il bacino, per far aderire il suo sesso, per sentirlo più a fondo, un colpo dietro l’altro.

Inscopabile.

Una settimana dopo averla incontrata nei due metri quadri dell’ascensore l’aveva rivista nell’androne, la maglietta pezzata sotto le ascelle dal troppo caldo aderiva al seno generoso, e lei sbuffava dall’afa e dal peso delle sporte della spesa. Uno sguardo appena, ricambiato di sfuggita; il sudore nel collo e nell’attaccatura dei capelli, i piccoli riccioli bagnati, completavano il quadro.

«Posso aiutarla?» Si ritrovò a dire Marco.

«Magari. Abbiamo pure l’ascensore guasto.» Le aveva detto lei. Con una voce dolce e uno sguardo aperto, che non si aspettava.

Lui prese le buste e le diede il passo sulle scale dove le guardò meglio il culo e il fisico tracagnotto e pensò che si era sbagliato, forse la Merkel era più magra.

E ora la stava fottendo con la rabbia di chi è stato catturato in una rete e ha bisogno di uscirne al più presto. Entrava e usciva da un cliché che vuole le donne taglia 42, il seno una terza, il vitino di vespa, e nessuna misura di personalità.

Lei l’aveva invitato dentro l’appartamento, e lui lo trovò più luminoso del suo per via della mancanza dei tendaggi e profumato di pittura fresca, con qualche scatolone ancora ben chiuso nell’ingresso, segnale inequivocabile del recente trasloco.

«Grazie, non ce l’avrei fatta ad affrontare anche le scale. Ti offro qualcosa, vuoi?» Gli disse asciugandosi la fronte con il palmo e dandogli del tu. «Fa caldissimo oggi.»

«Se hai dell’acqua e limone va benissimo.» Le rispose abbandonando anche lui le formalità. E guardò il suo sorriso incorniciato in due belle labbra alla Sophia Loren. E ci fece un primo pensiero. Mentre lei armeggiava in cucina quasi danzando tra uno sportellino e l’altro, non potè non notare la nuca scoperta dalla pettinatura raccolta in alto e i capelli sottili che lì nascevano. E ci fece un secondo pensiero.
Parlarono molto, davanti alla bibita e agli stuzzichini che lei aveva fatto apparire, simsalabim, da non si sa dove.

Parlarono del tempo, del condominio, di viaggi, di studi e di letture. Scoprì una persona nuova, ben diversa da come si era immaginato.
Una testa pensante, ironica e due occhi vispi che lanciavano lampi di malizia, ora che si era anche rinfrescata e il colore paonazzo aveva abbandonato le sue guance, lasciando invece una pelle chiara, rosata di salute.

Finchè non si ritrovarono semisvestiti, non si sa come. Le parole avevano fatto volare via tabù e convenzioni. Mani ovunque su quel mappamondo che era il suo seno e ansimi, dita che frugano, lingua in bocca per assaggiarsi a vicenda.

E ora era dentro e fuori di lei, il cazzo duro, il fiato corto, la bocca che cercava aria di fronte ai suoi occhi chiusi che rincorrevano il piacere, e che lei apriva d’un tratto piantadoglieli addosso ma senza vederlo veramente persa nel suo orgasmo, una volta in più, ancora.

L’aveva girata a pancia sotto tutta quella carne. E ce l’aveva davanti quel culo bianco latte, fatto per lasciare morsi e segni rossi e affondare, una volta in più. La inculò stringendo le natiche, con forza, piantando le unghie e il cazzo.

Lei accusò il colpo , tra dolore e piacere.Finché fu solo il secondo, per entrambi.Si accasciò sulla sua schiena, vinto.

Culona inscopabile.

Anche no.

Venerdì 17

Libero era un ragazzotto alto, dallo spiccato accento toscano, sui trentacinquebarraquaranta.

Né bello, né brutto, aveva dalla sua una parlantina da venditore, quale in effetti era, e due occhi azzurrissimi che ricordavano le prime giornate di primavera impermeate di luce accecante.

C’eravamo conosciuti qualche mese fa, quando l’avevo aiutato a prendere in affitto una mansardina in pieno centro storico.

Una ristrutturazione azzardata di una villa fine ottocento, in cui avevano ricavato appartamenti giocando a Tetris con le stanze e complice l’aura raffinata del luogo e le finiture di alto livello, era fuoriuscita quella che, con un po’ di fantasia scaduta da agente immobiliare, avevo definito una bomboniera.

Lui lasciava figlio e convivente per mettersi in fretta e furia con colei che sicuramente sarà stata “l’altra” per un po’. Cambiava città e lavoro, un salto che avevo trovato coraggioso.

Lei, molto più giovane di lui, l’avevo vista raggiante al suo fianco, mai a meno di trenta centimetri di distanza – sia mai le scappasse l’uomo da sotto gli occhi – misurava a passi la matrimoniale, magari immaginandosi protagonista del Kamasutra, mentre io me la vedevo già felice di inamidare camicie e piegare mutande, ignara che probabilmente il meglio per loro era passato.

Ero cinica? Forse sì. E sicuramente pure invidiosa del loro momento magico, che, diciamolo, è inusuale quanto una donna che ammette di avere torto, una cometa di Halley che dura ancor meno del suo passaggio.

Fatto sta che è lui che mi telefona stamattina, quando non ho nemmeno posato la borsa e tolto il cappotto. 
«Ciao Elisabetta, ti ricordi?»

«Sì, Libero, giusto? Ricordo!» Riconosco immediatamente la voce, l’accento toscano mi ha sempre fatto impazzire.

«Senti, lo so che sembra strano che ti chiami, ma ho un problema.» “Tesoro, qui chiamano tutti per i problemi… uno più, uno meno, che vuoi che sia.”

«Ma no, tranquillo, che succede?»

E sì ammetto di aver pensato che l’idillio con la tipa nuova fosse già finito e mi chiamasse per la disdetta da dare al proprietario.

«Sono rimasto a piedi con l’auto e sono lontano dal distributore.»

Io sposto la testa e inquadro la serigrafia sulla porta dell’ufficio, e sì, c’è ancora scritto “Agenzia Immobiliare” e non “Soccorso Stradale”.

«Veramente io…»

«Ti prego, non conoscono praticamente nessuno qui.»

Ah, che culo che ho. 

E oltre ad avere culo ho pure il cuore debole. 

«Guarda, spiegami dove sei che devo andare comunque fuori.»

Santa Elisabetta è oggi, non me ne sono dimenticata. Facciamo sto sforzo, va. 
Perciò raccatto le carte che avrei dovuto portare all’agenzia delle Entrate ed esco salutando la collega.

Trovo Libero e la sua Golf qualche chilometro inoltrato nella campagna con le quattrofrecce e il triangolo che mi aspetta come si aspettava il Messia intorno all’anno zero. 

«Mi hai salvato grazie!» mi dice buttandomi in faccia il suo sorriso aperto ed entrando nell’auto.

«Figurati, sarei comunque dovuta passare dalla tangenziale, ho solo allungato un po’, e, a proposito, buon venerdì diciassette! Rimanere senza benzina è sfiga nera, ma farlo oggi è scontato, dai!»

Lui sorride sollevato mentre viaggiamo nella Cinquecento verso il distributore, con Innuendo come sottofondo, e le chiacchiere del più e del meno che sfoderiamo prima una, poi l’altro, tanto per dire qualcosa. 

«Allora come va nell’appartamento nuovo?»

«Insomma…»

Ecco, fregata. Lo sapevo, è sempre sbagliato chiedere come va che poi ti prendono per la salvatrice della patria e ti raccontano tutte le rogne che hanno trovato. 

«Problemi?»

«Sì, ma non nell’appartamento, Angelica se n’è andata.»

«Ah, mi spiace…» e di più non so dire.

Che poi io sono l’agente immobiliare, mica la sua amica del cuore.

Eppure avevo pensato che l’avrebbe lasciata lui, magari per un’altra ancora più giovane, in una costante e serrata ricerca della felicità a cui sembriamo tutti votati, che non ci fermiamo per un amore che funziona, ma ne aspettiamo sempre uno nuovo, capace di emozionarci di più, regalarci più calore, farci battere il cuore o semplicemente resuscitare dalla morte, amen. 

Intanto arriviamo al distributore, lui scende, si fa mettere della benzina in una tanica e dare un imbuto.

Poi torniamo verso l’auto in panne, imboccando la stradina di campagna che avevamo già percorso all’andata.
«Grazie infinite, ti porterò un regalo in agenzia! Mi devo sdebitare!» mi dice tra le note di Bohemian Rhapsody. La chiavetta con le canzoni va in finta ricerca casuale, è la terza dei Queen di seguito.

Libero mi mette una mano sulla gamba, battendola come si farebbe con un amicone, scandendo le parole: ma-che-fortuna-che-sei-arrivata!

Io lo guardo abbandonando il focus sulla strada, il gesto mi ha spiazzato, soprattutto perché non ha più ritirato la mano.

La fa scorrere deciso sulle calze nere e poi sotto la gonna.

Io guardo la mano, poi lui, poi la strada, poi di nuovo lui aspettando che dica qualcosa.

E invece non dice niente, mentre le sue dita conquistano centimetri di pelle, dirette inequivocabilmente verso le mutandine.

Per un attimo ho la visione di me che masturbavo il mio fidanzato mentre guidava in autostrada ai centotrenta. Un gioco pericoloso ma eccitante avvenuto una vita fa, quando ancora il sesso tra noi significava qualcosa.

Io vado molto più piano su un lembo d’asfalto scalcagnato, mentre la sua mano va veloce e si insinua tra le gambe, accarezza il nylon e me sotto. 

Io non so che fare, la strada corre e il mio respiro con lei. 

Sposto il bacino in avanti cercando di fare più spazio, e Libero si avvicina srotolandomi nell’orecchio un “mi devo sdebitare”, soffiato caldo, sul padiglione. 

Strofina le dita sulla stoffa che piano si bagna. I chilometri finiscono e arriviamo all’auto parcheggiata di sghembo sulla strada. Sosto anche io, giro la chiave e la radio si spegne. 

La mano di Libero invece continua a toccarmi, e lui sorride come uno che abbia vinto al lotto.

Accarezza e spinge in profondità, sempre più veloce, sempre attraverso i vestiti. Raggiungo un orgasmo sbiadito che avrebbe avuto bisogno di molto altro per espandersi. Butto fuori l’aria chiudendo gli occhi e Libero ritira la mano. Se la porta al naso, la annusa guardandomi, non dice niente, scende dall’auto per prendere la tanica e l’imbuto dal portabagagli, mi strizza l’occhio e se ne va a trafficare vicino alla sua Golf.

Io faccio ciao con la mano, metto in moto e vado via.

The skies are not clear for Calamity Jane

3 CJ Martha Jane Canary (1852-1903), known as Calamity Jane (4)
                                                                      16 luglio 1876, Deadwood
Jane, sei piombata nella mia vita come una iattura, degna del nome che ti
porti. Sia maledetto il giorno che ti ho incontrato.
Ti maledico per sempre.
Bill
*****
Era il marzo del 1876, lo ricordo bene e conobbi Martha Jane Cannary al bancone del Saloon n. 10 di Deadwood. Era ubriaca fradicia di whiskey e chissà cos’altro. Lì per lì la scambiai per un uomo. Vestiva come un indiano: giacca di pelle con le frange, pantaloni e mocassini. Si voltò verso di me attraversandomi con lo sguardo. Era sfatta d’alcool e puzzava. Lei doveva vedere i suoi occhi. Cristosanto, degli occhi bellissimi, di un verde pallido come lo si vede solo nelle prime foglie primaverili sugli alberi.
La dovevo salvare capisce? La dovevo salvare da sé stessa, per questo le proposi di lavorare per me.
La sua fama era enorme, divisa tra leggenda e verità. Si faceva chiamare Calamity Jane ed era veramente una calamità di donna, ti cambiava la vita incontrarla.

(estratto di un’intervista di Madame Dora Dufran per il Whashington Post – 1920)
*****
.
Calamity Jane sedeva sempre con la faccia rivolta alla porta quando era al tavolo da gioco. Naturalmente per vedere chi entrava nel saloon e non essere impreparata a eventuali sorprese alle spalle. Non faceva eccezione nemmeno quel giorno. Un giorno pigro di un luglio che dava il meglio di sé sfoggiando caldo afoso e zanzare. Quindi non le sfuggì l’uomo alto che entrò nel Saloon n. 10 di Deadwood. Lo vide aprire la porta a spinta, che emise il solito cigolio stridente, e fermarsi a gambe larghe per controllare gli avventori, l’aria strafottente e i pollici nel cinturone, a cui erano appese due Colt con il manico d’avorio. Appena gli occhi dell’uomo si abituarono al fumo del locale e alla luce più fioca, incrociarono i suoi.
Lei lo conosceva bene. O meglio, conosceva la sua faccia, visto che era appesa nella bacheca del comune da sempre. Lui era Wild Bill Hickok e la locandina diceva che era la stella dello spettacolo di Buffalo Bill. Si era fermata molte volte a guardare quella foto, lo trovava decisamente affascinante, con quegli occhi chiari, i capelli lunghi e i baffi ben curati. Lo conosceva di fama come una persona amante della legge e dell’ordine, era stato perfino sceriffo, anche se non ricordava esattamente in quale città. Si chiese cosa ci facesse in paese e per istinto mise la mano destra alla pistola nella fondina. Teneva sempre le carte nella sinistra per quello, per essere libera di maneggiare l’arma all’occorrenza.

La presenza dell’uomo alla porta non sfuggì ai clienti che passavano i loro pomeriggi oziosi tra alcool e carte, spendendo i pochi dollari guadagnati spaccandosi la schiena per cercare l’oro con le ragazze del locale: oneste prostitute che li facevano sentire veri uomini.

Si fece perciò un silenzio di tomba: in molti lo avevano riconosciuto e in molti si accorsero che aveva puntato Jane.
L’uomo si avvicinò al tavolo con la tipica andatura di chi è sicuro di sé: gambe larghe e bacino proteso. Nel curioso silenzio forzato che aleggiava nella stanza, il tintinnio degli speroni e i tacchi che battevano sul tavolato bisunto del pavimento sembravano assordanti.
«Calamity, naturalmente» disse l’uomo arrivato a due passi dal tavolo.
«Naturalmente» rispose lei e gli lanciò uno sguardo interrogativo.
«Mi manda madame Dora Dufran.» Jane non riuscì a nascondere la sorpresa. Come mai la sua amica le mandava quest’uomo?
«Che vuoi?» Jane era una che badava al sodo, pochi convenevoli e dritti all’obiettivo.
«Mi manda per quel lavoro di cui ti ha accennato.»

Era vero. Dora gliene aveva parlato la notte che l’aveva conosciuta.
Seppur persa nei fumi dell’alcool se lo ricordava bene. «Ti farò avere un lavoro, così la finirai di oziare al bancone del saloon» le aveva detto quella sera. Lei aveva pensato che non era poi così male oziare tutto il giorno, ma i soldi stavano per finire, l’alcool la faceva star solo male e aveva bisogno di sentirsi meno inutile di un barbiere in una comunità di amish.

Si era affidata totalmente a quella donna che le ricordava la madre persa durante l’infanzia, nel viaggio intrapreso con la sua famiglia, alla ricerca di un posto migliore dove stare. Madame Dora Dufran era la tenutaria di un paio di bordelli della zona e pure Jane aveva pensato di fare quella vita. Ma lei non era esattamente la donna giusta per fare quella vita. Aveva un cattivo carattere, non si risparmiava nemmeno le bestemmie e gli uomini ne avevano più soggezione che desiderio.

«Aspetta qualche mese e riprenditi. Non toccare più l’alcool e vedrai che prima dell’estate troverò un lavoro per te» le aveva detto il giorno in cui si erano conosciute, nello stesso saloon dove si trovava ora. Quella sera era ubriaca fradicia. Troppi whiskey e troppi pensieri trasformati in fantasmi. L’amicizia con Dora era stata la sua fortuna: con il suo aiuto era riuscita a non bere per i mesi successivi e a riprendersi un po’ di quella dignità che aveva vomitato tante volte, dopo l’ennesima bottiglia di quello che gli indiani chiamavano acqua di fuoco.

«Bene allora, accomodati al tavolo» disse Jane a Bill. «Albert se ne stava andando» e lanciò un’occhiata alla sua destra all’uomo calvo che portava dei piccoli occhialetti da dottore. L’ometto la vide sgranare gli occhi verdi su di lui, e si alzò precipitosamente dicendo che aveva un appuntamento dal sarto. Conosceva bene il carattere di Calamity e non aveva nessuna intenzione di vederla arrabbiata. Una volta un tizio aveva osato deriderla per il suo abbigliamento maschile. Si era ritrovato una pallottola in una spalla, e mentre lei gli puntava una pistola alla tempia, l’aveva ringraziata mentre lacrimava per il dolore, per la magnanimità dimostrata nel risparmiargli la vita.

Wild Bill prese quindi posto alla destra di Jane.
«Che ne dici di una partita, mentre mi spieghi di che lavoro si tratta?»
«Veramente sono al verde» rispose l’ex sceriffo. «Io troverei divertente farti credito. Soprattutto pensando a quello che potresti darmi in cambio» e si stampò in faccia un sorrisetto allusivo.

Il pistolero non se lo aspettava. Le donne non erano mai esplicite con gli uomini a meno che non lavorassero in un saloon e in quel caso lo facevano ovviamente per soldi, ma lei che vestiva abiti inusuali lo incuriosiva alquanto. Aveva sentito parlare molto di Calamity e delle sue avventure, vere o presunte. In un certo senso le ricordava la moglie, proprio perché il suo esatto contrario.

Aveva lasciato Agnes a casa per andare in cerca di fortuna appena pochi mesi dopo il loro matrimonio. Gli mancavano molto la sua dolcezza e il suo corpo che aveva esplorato con passione per un periodo troppo breve. Era ormai un anno che non andava con una donna, e seppur le occasioni non gli mancassero di certo, il ricordo di lei e la voglia di rimanerle fedele erano più forti del bisogno fisico.

Ma questa donna dagli occhi verde prato l’attirava, e molto: non la si poteva definire bellissima. Aveva capelli neri raccolti, anche se da sotto quel cappellaccio da cowboy delle ciocche sparse. Le mani erano forti, callose, di chi lavora. Lo sguardo, fiero, emanava una forte personalità, confermata anche dall’atteggiamento ossequioso degli altri uomini nei suoi confronti. Il corpo era tutto da femmina, il seno generoso quasi straripava dalla giacca da cercatore d’oro, e i fianchi e il bacino riempivano i jeans in un modo inequivocabile. Era decisamente ben fatta.

«Bando ai convenevoli, Jane. Si tratta di accompagnare madame Dufran verso est per portare della merce e al ritorno accompagnare dei pionieri verso ovest, evitando gli indiani.»
«Dipende da quanto si guadagna.»
«Partiamo domani, non te ne pentirai.»

Madame Dora Dufran aveva preso la richiesta di un gruppo di pionieri come una palla al balzo e aveva deciso di sbrigare alcuni suoi affari sospesi che aveva nell’altra costa. In più partecipando al viaggio sarebbe riuscita a non lasciare da sola Jane. Non si fidava ancora del tutto di lei e non credeva che da sola riuscisse a stare lontano dall’alcool. Quindi aveva fatto stipare due carri di merce diretta a est e Calamity Jane si ritrovò seduta a cassetta di un carro; sull’altro c’era Wild Bill Hickok. Madame Dufran invece se ne stava tutto il tempo chiusa dentro a leggere.

Per Jane era come avere la madre con sé. La donna, più vecchia di lei di una decina d’anni, le impediva di bere e le ricordava di non bestemmiare. D’altronde era l’unica persona che aveva una tale influenza su di lei. Si sentiva tutta sbagliata Jane. Donna in abiti da uomo, carattere forte in un mondo di maschi, che lei sfidava e sbeffeggiava continuamente. Come un libro stampato al contrario. Eppure a saperlo leggere si apriva un mondo, fatto di solitudine, di notti passate sotto il cielo stellato, apparentemente
libera, ma soprattutto fatto di gesti buoni: aveva sempre un pensiero per i poveri del paese, Jane. Non dimenticava di essere stata povera pure lei. Il suo problema, il suo vero padrone, la sua parte cattiva, era l’alcool, quindi in fondo non era così libera come pensava.

Dora Dufran riusciva a mitigare il suo carattere ed era convinta che l’avrebbe riportata sulla retta via. Con lei accanto era da qualche mese che Jane riusciva a non bere. Una vittoria in un certo senso. Ora questo viaggio e la fiducia che la donna riponeva in lei la riempiva di orgoglio. In più c’era Bill. Esempio di onestà conclamata, integerrimo fino al midollo ma con quegli occhi chiari che si era ritrovata a fissare troppo spesso. Come pure si ritrovava a guardarlo al mattino quando si lavava al fiume, mezzo svestito, desiderandolo, ma ben consapevole che era sposato.

Wild Bill Hitkock controllava il fuoco immerso nei suoi pensieri.
Di notte lui e Jane facevano i turni mentre madame Dora dormiva. Pensava a casa e alla moglie, lasciata sola per andare in cerca di fortuna. Ora questo viaggio in compagnia di due donne così diverse: Madame Dora era una donna fondamentalmente buona, con un grande intuito sugli affari, ma anche materna e protettiva.
Per lei i bordelli non erano solo un’occasione per arricchirsi, ma anche per dare un’opportunità a delle donne che non avrebbero avuto occupazione in nessun altro posto, lì nel selvaggio west. E poi Jane, che Wild Bill non riusciva a inquadrare del tutto.

La notte precedente aveva sognato di prenderla nel sonno, nel suo momento più fragile, forse più femminile. Nel sogno le aveva abbassato i pantaloni e l’aveva penetrata, affamato e quasi violento, con l’intenzione chiara di prevaricarla. I suoi gemiti erano sembrati così reali che si era svegliato madido di sudore, duro e voglioso.

Per tutto il giorno l’aveva guardata, distogliendo lo sguardo subito e aveva sorpreso anche lei a fissarlo. Si sentiva in colpa però verso la moglie a casa. In un anno che era lontano non l’aveva mai tradita. Osservava il fuoco e la sua danza, perso in questi pensieri.

«Sono venuta a darti il cambio.» Bill sussultò, sorpreso dalla voce.
Si maledisse mentalmente per la sua distrazione. Un indiano l’avrebbe avuta vinta su di lui.
«Non è ancora ora Jane, torna a dormire.»
«Non ho più sonno.»
Si sedette accanto a lui, e si mise anche lei a guardare il fuoco.

«Oggi avrei proprio bisogno di bere» disse, rompendo il silenzio.
«Bere ti fa male, Jane, sai bene che non riesci a fermarti. Ti fai dominare. Una come te dovrebbe comandarlo e decidere quando smettere, non farsi controllare dall’alcool.»
«Una come me?»
«Sì, una donna forte come te.»
Lei non disse nulla e si alzò per prendere il pentolino del caffè per metterlo sul fuoco. Nell’abbassarsi sentì due braccia muscolose che la cingevano. Si irrigidì d’istinto. Sentì l’odore di Bill, le sue labbra sul collo. Un brivido la percorse. D’improvviso, aveva la pelle d’oca. Era una sensazione che non sentiva da tanto, troppo tempo.

«Bill…» provò a protestare Jane, con poca convinzione.
«Ho avuto voglia di te dal primo momento, non parlare…»
Bill appoggiò le mani sui fianchi della pistolera e il solo rendersi conto che sotto quei vestiti da uomo c’era un corpo di donna lo eccitò. Fece aderire la sua erezione al corpo di Jane. Lei si sciolse dall’abbraccio e si girò, guardandolo diritto negli occhi: brillavano, riflettendo i bagliori del fuoco. “Vaffanculo” pensò e si attaccò alla bocca dell’uomo come affamata di lui e lo spinse verso il carro.

Bill si ritrovò con la schiena appoggiata alla stoffa che ricopriva il pianale di legno ruvido, con la bocca appesa a quella di lei.
Fu come mangiare i funghi ipnotici degli indiani, un bacio allucinogeno nel quale Wild Bill Hitckok perse letteralmente la testa.
Le lingue si cercavano muovendosi sinuosamente in una danza conosciuta da sempre. Le labbra erano lì a succhiarsi, sfiorarsi, mordersi, prima piano, poi forte, per poi ritornare a ribaciarsi dolcemente e a cercarsi con la lingua.

Poi Jane si abbassò, slacciò i calzoni dell’ex sceriffo e gli estrasse il membro turgido. Lo portò alla bocca come le avevano insegnato le prostitute di Madame Dufran. Giocò con la lingua e stuzzicò l’asta nella sua lunghezza, per poi riprenderlo e cominciare a succhiarlo.
Bill cominciò ad ansimare: evidentemente Jane aveva imparato bene dalle saloon-girls. Al momento del piacere lui le prese i capelli facendola affondare con la gola più verso i peli pubici e lei sentì il liquido caldo invaderla.

Jane trattenne lo schifo e il senso di vomito. Lo sperma nella bocca era l’unica cosa che non riusciva a sopportare di questa pratica, ma aveva imparato a dissimulare ben sapendo che era una cosa che faceva impazzire gli uomini e quando lui uscì, vinto dal piacere, sputò a terra il liquido pulendosi con la manica la bocca.

Lui la guardò: sorpreso dal proprio orgasmo e nel contempo ben consapevole di quel che era successo.
Il prenderlo in bocca era una cosa che la moglie non aveva mai voluto fare. Lei la considerava una pratica da prostitute e si rifiutava categoricamente, pur non disdegnando affatto i piaceri della carne, e lui dopo un paio di richieste, aveva rinunciato. Non era sicuramente la prima volta che Wild Bill provava la sensazione di piacere che davano due labbra sotto il cinturone, ma Jane era sicuramente
la prima che glielo prendeva con fame di sesso e voglia.

E la prima che non avrebbe chiesto soldi dopo.
Jane era ancora ai suoi piedi e lui si ritrovò ancora voglioso e pulsante. Si chiese che sapore avesse una donna così libera eppure così fragile. Era questo che lo attirava: questa mescolanza di bene e male che sembrava muoversi in lei. Come due cavalli che tiravano uno a nord-est e l’altro a nord-ovest ma che, proprio per questo, facevano avanzare il carro.
Lei si alzò e si sbatté la stoffa dei pantaloni per far andar via la polvere rossa dalle ginocchia.
«Jane…» disse Bill.
«Cosa c’è?»
«Vieni qui.»
«Lascia stare Bill, sei sposato, consideralo un regalo.»

Ma Bill non rispose. Con una presa alle spalle e un gioco di gambe la fece cadere a terra e le fu sopra con tutto il suo peso. Cominciò a baciarla ricambiando la voracità che lei aveva dimostrato prima, mentre armeggiava con i bottoni della camicia da cow boy.
Riuscì ad aprirla con facilità e a scoprirle i seni generosi, accarezzandoli delicatamente e sentendo i capezzoli che si inturgidivano.
Armeggiò poi con i pantaloni, glieli abbassò sino alle caviglie e affondò la bocca nella peluria che nascondeva le sue labbra bagnate.
Nessun uomo aveva mai osato baciarla tra le gambe. Lì per lì Jane si sentì perduta, ma poi si abbandonò al piacere che nessuno le aveva mai dato mugolando come la più squallida delle donnette.

«Scopami, Bill…» rantolò Jane.
E lui affondò in lei scopandola come lei voleva, e liberando finalmente mesi di frustrazione tra le sue pieghe.
Madame Dora li scoprì abbracciati all’alba. Non si scompose, in fondo erano un uomo e una donna, ma osò far pensieri felici per la sua protetta.

La vita, però, fa sempre quel che vuole.
Nonostante la grande attrazione che c’era tra i due, Bill era troppo legato alla moglie. Il pensiero di Jane tuttavia lo aveva stregato e non riusciva a non pensare alla loro notte insieme. Eppure cominciò a comportarsi come se la detestasse. Non faceva altro che rispondere con dei grugniti a quello che lei diceva e raramente lui cominciava un discorso. Lei invece non perdeva occasione per toccarlo ancora in qualche modo: prendendogli le redini teneva la mano più del necessario su quelle di lui, oppure scacciava una mosca dalla sua guancia dandogli quasi una carezza. Bill sembrava
profondamente infastidito.

La notte dormivano ancora a turni, ma lei non tornò più a fargli compagnia durante la sua veglia. Lo sguardo sfuggente di Bill aveva fatto capire a Jane che per lui era stato un errore. Lo odiava per questo: in fondo aveva fatto tutto da solo, o quasi. “Se lui non avesse provocato, io non avrei continuato…“ cercava di giustificarsi tra sé.

Evidentemente Bill cercava di tenere lontana Calamity per non perdere nuovamente la testa.
Un mattino Jane non trovò più Bill: aveva pensato di tornarsene a casa, senza dir niente a nessuno. In condizioni normali sarebbe stato uno scherzo per lei tornare a Deadwood, anche con due vetture da guidare, ma la fuga di Bill e il ritrovamento di un suo bigliettino nella bisaccia la fece precipitare verso la cassa di whiskey che era nel carro di Dora. Erano parecchi mesi che non beveva ma quel mattino le scivolarono in gola tutti i suoi sforzi in meno di un’ora.

L’amica la trovò ubriaca fradicia, come non lo era mai stata. Jane si era scolata cinque bottiglie, con la fredda determinazione dettata dalla disperazione: si sentiva avvilita, vinta e probabilmente, per la prima volta, innamorata.

Nel suo delirio da whiskey Jane continuava a ripetere alla donna di essere la quinta carta in una mano con una doppia coppia. “Chissà che vuole dire” si chiedeva
Dora, ma aspettò paziente che la sbronza passasse. Superato il brutto momento, Calamity non ricordava assolutamente di aver pronunciato quella frase sconnessa. Con fatica riuscirono a tornare a Deadwood. Jane ancora una volta era sconfitta: aveva perso la nuovamente la dignità, i soldi, un lavoro e il sogno di un amore.

Alcune settimane dopo, mentre Bill Hitckock scivolava lentamente dalla sedia di un saloon verso la morte, che stava arrivando alle sue spalle, gettò il suo ultimo sguardo alle carte che aveva in mano: una doppia coppia, due assi e due otto, neri. Stava per scoprire la quinta carta della mano, rimasta coperta fino a quel momento, quando la pallottola lo attraversò. Fece appena in tempo a vedere che era una donna di quadri.

Bill l’associò a Calamity Jane e a quello che sarebbe potuto essere e non era stato.

Fu il suo ultimo pensiero accasciandosi sul pavimento.


Questo racconto fa parte dell’antologia “Arcani maggiori vietati ai minori” – autori vari – edizioni Damster. 

Il volume delle tue bugie (cit.)

(E continui a dire al mondo che può starsene lontano, che hai già tutto quel che serve e che hai sempre la tua mano).

Il mare era immobile sotto la luce della luna, perché rifletteva, lui sì, prima di mostrare la sua parte più fragile. Io invece non sempre ci riuscivo e ogni tanto cadevo nell’errore, risultando ridicola prima ai miei occhi, poi a quelli degli altri. 

«Quello che vedi di me è quello che è» continuavo a dire. Non ho filtri, io, né maschere. Ma la verità era che i miei vicoli nascosti non li avrei fatti certo vedere al primo che passava, ché sono freddi, umidi e abitati da quei sorci verdi che vagano nei miei incubi. 

Ma d’altronde chi veramente avrebbe voluto vederli? Non è meglio il sorriso, quello a trentadue denti, e diecimilioni di lire dati dai miei al dentista vent’anni fa per correggere la mia masticazione inversa?

Io lo sentivo il calore della luna, quella notte. C’è chi sente quello del sole, che invade e schiaccia con la schiena a terra, mentre io sento quello della luna, astro che accarezza, amante indecente, soffiando piano sui pensieri, facendoli volare tra le stelle, tra Capitan Harlock e la Regina dei Mille Anni. 

L’aria calda di luglio ci sfiorava la pelle e accompagnava il nostro passo. D’un tratto una folata di vento più fredda alzò la mia gonna leggera e io cercai istintivamente di stringermi a quell’uomo che avevo a fianco e che mi aveva offerto la cena. Roberto, mio collega di università. Forse ora si aspettava un dopocena divertente da me, ma la verità era che non avevo deciso nulla. Mi aveva fatto ridere ed era stato brillante,  più di quanto meritassero i miei occhi verdi e le mie unghie laccate di rosa acceso, ma non c’era stata nessuna scintilla e ora camminavamo vicini sul lungomare, tra lampioni e panchine vuote, in silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri e in fondo già distanti. 

D’un tratto pensai che la passeggiata romantica sotto la luna fosse, forse, troppo. 

«Sediamoci su una panchina, ti va?» Gli chiesi.

Lui si fermò davanti a quella che stavamo quasi sorpassando.

«Qui?»

Io mi sedetti in risposta alla sua domanda e lui altrettanto, vicino, ma non troppo, che non si sa mai. 

Guardavamo il buio davanti a noi, e la spiaggia deserta, gli ombrelloni chiusi e i lettini ben accatastati vicino al magazzino del bagnino che si intravedevano appena. Le risate dei bambini, le loro corse sulla spiaggia, gli amori nati sugli asciugamani e sugli stessi già finiti, le chiacchiere e i gossip, la tintarella a tutti i costi, le mogli con i figli al mare e i mariti in città, i nonni in vacanza e i gruppi di adolescenti, che arrivavano alle undici con le occhiaie coperte dalle lenti scure, erano un ricordo volato via con la notte. Sarebbero tornati uguali, ma diversi, il giorno dopo, con il primo uomo mattiniero che avrebbe solcato la rena bagnata, magari a spasso con il suo cane, seguito via via da ogni personaggio che avrebbe popolato la vita del mare. Fino al bagnino, che avrebbe riposto l’ultimo secchiello dimenticato, e poi via la vita notturna altrove. 

Ma ora c’erano solo le onde che si infrangevano piano, sulla spiaggia.
Nessuno disse nulla, ma io sono brava nel gioco del silenzio. In fondo non so mai veramente che dire; ho pudore dei miei pensieri, mai abbastanza intelligenti per essere condivisi. 

Lui invece era uno di quelli che devono riempire l’aria, anche del loro ego, ed era in evidente imbarazzo. 

«Che mi racconti?» Usò la frase come un coltello per tagliare l’attesa. 

Aveva le mani appoggiate alle ginocchia e io misi la mia sinistra sulla sua destra, di fatto prendendola con me e portandola sul grembo. 

«Non ho nulla da raccontare» dissi a mia volta. E aprendo le gambe mi permisi di insinuare le sue dita nello spazio caldo tra di esse, scostando l’ampia gonna. 

Se rimase sorpreso dal mio gesto non lo diede a vedere. 

Rimase fermo, forse assaporando il calore proveniente dalle mie mutandine, ma non fece nulla, se non spostare lo sguardo verso l’orizzonte e la luna, che si stava piano piano alzando nel cielo, pronta a fare il suo consueto viaggio tra est e ovest. 
Poi tolse la mano, abbandonando la mia presa. 

Guardò l’orologio e sbottò in un «è tardi, ci vediamo domani in facoltà.»

Si alzò lasciandomi lì, un po’ spiazzata dalla sua fuga, e riuscii solo a dire un «ciao» strascicato dalla sorpresa. 

Non vi fu nessuna vera scintilla, in fondo, nemmeno per lui. Non ci eravamo capiti, questo è quanto, e chi lo sa? Forse fu meglio così.

Lo vidi incamminarsi sotto quella luna così piena da scoppiare, sapendo di aver perso un’altra occasione per costruire qualcosa con qualcuno, qualsiasi cosa volesse dire. 

Ma ognuno di noi è il frutto delle esperienze passate e, se sposti un sassolino vicino al burrone, per qualcuno diventa l’appoggio per arrampicarsi, per altri frana ingestibile.

Quando lui divenne un piccolo puntino in fondo alla via, mi rassegnai ad aver sbagliato e mi convinsi del fatto che sicuramente avevo offeso il suo amor proprio. 

Forse qualsiasi altro uomo non avrebbe perso l’occasione che gli stavo offrendo, ma Roberto era diverso e io non l’avevo capito.

Ero stata sola troppe volte, mentre troppe volte c’era stata troppa gente nella mia vita. 

E nella fattispecie tanti uomini che cercavano solo emozioni gestibili. Nessuna complicazione, qualche letto sfatto e rare telefonate, più per non precludersi un’eventuale nuovo giro di lenzuola  che per sapere realmente come stavo, a cosa stavo pensando, come mai piangevo la notte.

E ho avuto giornate vuote passate a casa, da sola, a guardare il soffitto con la tivù accesa solo per farmi compagnia, con nessuna voglia di uscire e soprattutto nessuno con cui farlo.
Ben mi sta, pensai, così imparo a voler fare la donna disinibita al primo appuntamento con un collega.

Mi ripromisi di parlargli il giorno dopo, all’università, sperando almeno di chiarire, di salvare quella che definivo una bella amicizia. 

Lui mi piaceva e sapevo di piacergli anche io, ma era evidente che tra noi non c’era stata la sintonia necessaria per andare oltre: in fondo non era necessario farlo. Il sesso non è la risposta a tutto e io avevo sbagliato.
Si alzò ancora il venticello freddo che fece correre le nuvole veloci nel cielo; le vedevo attraversare il cerchio giallo pallido per poi sparire alla mia vista: troppa luce dai lampioni per osservare veramente le stelle. 

C’eravamo seduti in un angolo leggermente scostato dalla strada, ma in ogni caso non c’era praticamente nessuno in giro. Sentivo delle voci provenire dalla carreggiata, probabilmente delle amiche che passeggiavano verso i negozi illuminati del centro. Le sentivo sghignazzare e parlare tra loro, ma sempre più piano, come se si stessero allontanando e sicuramente fu così. 

Poi venne il silenzio inframezzato da qualche rara macchina che passava lontano e andava chissà dove, forse verso casa, forse verso qualche discoteca della Riviera. 
Ripensai alla mano che avevo tenuto stretta, pochi minuti prima. Sentirla tra le gambe non mi era spiaciuto. Misi le dita sotto la gonna, alzando la stoffa e insinuandole tra il pizzo del perizoma e le mie pieghe. 

Non mi trovai bagnata come mi aspettavo, ma la voglia aveva bisogno di crescere ed essere appagata. Misi quindi l’indice in bocca per bagnarlo di saliva, per tornare poi al clitoride. 

Scivolai sulla mia pelle e pensai alle mani delle decine di uomini che avevo avuto. A come non bastasse mai una mano in mezzo alle gambe per far partire il desiderio, a come questo sia in fondo una magia data da vari ingredienti e che raramente si trova l’amalgama perfetta, il giusto sapore. 

Chiusi gli occhi, isolandomi dal mondo esterno, anche se toccarmi così all’aria aperta, seppur in una zona defilata, mi aveva fatto accelerare il battito del cuore e tendere l’orecchio agli eventuali rumori che avrebbero annunciato l’arrivo di qualcuno. 
Chiusi gli occhi e inspirai con la bocca aperta, immettendo aria fredda nei polmoni.

Non erano più le mie dita che titillavano il clitoride, ma quelle di uno, due, cinque, dieci uomini che avevo frequentato negli ultimi tempi. Di alcuni ricordavo il sorriso, di altri sapevo tutto, di altri ancora conoscevo appena il nick name che usavano nelle chat. Nessuno mi aveva veramente stregato, con tutti avevo goduto e tutti avevo cercato di far godere. 

Ma dopo un primo appuntamento, raramente ne accettavo un secondo: mica avevo bisogno di qualcuno, io. Dei pochi amanti stabili, sopportavo la tenacia di cercarmi nonostante tutto e in fondo si scopava senza tanti pensieri. Grattacapi non ne davo, le mie frustrazioni me le facevo passare da sola, scrivendo di notte, piangendo la mia solitudine sul cuscino, godendo con le dita come fossero amanti generosi, come in quel momento.

E infilai l’indice e il medio dentro, trovandomi finalmente bagnata e cominciai a darmi consolazione come solo io sapevo fare: nessun altro mi appagava così tanto. In fondo avevo già in me tutto quel che serviva per stare bene. Avevo me stessa, le mie passioni, il lavoro, la mia vita e le mie dita che spostai verso il centro del piacere, per farlo crescere, ancora. Trattenni il fiato e immagini confuse di braccia e labbra mi si affollarono nella mente. Poi ripensai a Roberto e all’abbraccio deciso che mi aveva dato quando c’eravamo ritrovati nel parcheggio, pronti per andare a cena. 

Fu con il pensiero delle sue labbra carnose che venni buttando fuori l’aria dal naso e dalla bocca, di colpo, come un drago che sputava fuoco; io espellevo la mia tensione in quel gesto, mentre con le dita facevo piccoli cerchi concentrici dove le piccole labbra si univano, con decisione però, come volessi spalmare il mio piacere ovunque. Poi i muscoli contratti si distesero e riaprii gli occhi ancora immersa nel piacere. 
Il mare era ancora immobile e la luna vi si specchiava vanitosa… chissà se era l’orgasmo a farmela vedere così bella.

Poi sentii una presenza alle mie spalle. 

Persi dieci anni di vita dallo spavento che presi. 

Roberto. 

Era tornato indietro per scusarsi e mi aveva visto con le mani sotto la gonna, anche se non sapeva che il punto più alto del piacere lo avevo raggiunto pensando a lui. 

Divenni rossa, anzi no, fucsia, porpora, magenta e infine bianca cadaverica. Passai la scala Celsius da più quaranta a meno dieci in cinque secondi netti. 
«R-Roberto…» riuscii a dire, confusa. 

Lui si avvicinò di più e mi baciò il collo. Poi passò al lobo dell’orecchio scostandomi i capelli, facendomi venire la pelle d’oca. Infine raggiunse il viso e assalì la guancia, riempiendola di piccoli baci, dati piano, sussurrando il mio nome. Quando mi baciò sulla bocca, quasi timido, mi parve un bacio che chiedeva il permesso di entrare tra le labbra e io le aprii, protendendo la lingua, cercando la sua, invitandolo in me. 
Fu un bacio dolcissimo, ed erano troppi anni che non ne ricevevo e non ne donavo così.

Mi prese lo stomaco; se mai avevo avuto farfalle lì dentro erano volate via da moltissimo tempo. Ritornarono in volo da me in un attimo o forse resuscitarono invase dall’energia che mi aveva trasmesso. Mi ritrovai a provare dentro di me un turbinio di emozioni degno di una quindicenne impacciata alle prese con la scoperta della propria sessualità. 

Fu un bacio diverso dai tanti che avevo ricevuto e non saprei spiegare bene il perché, ma fu intenso, eccitante, e nello stesso tempo come un tassello di un puzzle che si incastrava. 
Erano sempre troppe le bugie che mi raccontavo. Le cose erano chiare per me: chi spera nell’amore si fa male e non lo so se era amore quel bacio. Avevo troppo rispetto per quella parola per usarla a caso. Ma qualsiasi cosa fosse fece crollare una a una tutte le bugie che mi raccontavo e che dicevo io stessa per tenere distanti le persone, per non soffrire, perché sapete come si dice, no? Niente amore, nessun dolore. 
Bugie su bugie. 

Che caddero sotto la sua lingua che accarezzava la mia, la cercava, la inseguiva; se ne era impossessato e io sentivo crescere il nostro desiderio. 

Lo guardai poi negli occhi, azzurri come il mare che avevo davanti. E io navigai a vista nel piacere che mi dava, non pensando più a niente. Né al passato, né al domani. 

Solo le nostre labbra come focus, così perfette nella loro unione da non poterle immaginare lontane tra loro. 

Chissà se avevo veramente mai baciato nella mia vita, visto che mi sembrava di farlo ora per la prima volta. 

Infine ci staccammo, Roberto ancora alle mie spalle, io con il busto e la testa girata verso di lui. 

«Sono felice che tua sia tornato indietro» gli sussurai «temevo di averti spaventato».

«Un po’ sì, ma non per la mano tra le gambe, ma perché mi sembrava una nota stonata in quel momento, come una forzatura.»
Poi si rimise vicino, per guardare l’orizzonte davanti a noi, il mare come un’immensa pozza di petrolio, con la notte attorno e i nostri pensieri persi chissà dove, forse a far baldoria con le farfalle nel mio stomaco. 

Nessuno disse nulla, perché in fondo non c’era proprio nulla da dire. Avevamo trovato un punto di incontro e io, che vivevo alla giornata nei rapporti con gli uomini, me lo sarei fatto bastare, fosse anche che tra noi ci sarebbe stato solo quell’unico bacio. 
«Voglio portarti in posto, domani» mi disse prendendomi la mano. 

E quel domani mi parve la parola più bella del mondo, perché significava che ci saremmo rivisti, che dava una possibilità al bacio che c’eravamo dati. 
«E dove vorresti andare?»

«Non lo so, intanto rivediamoci.»

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Questo racconto fa parte dell’antologia di autori vari Sabbia Bollente edito da Damster.

Angela

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Angela con un occhio ti guardava in faccia e con l’altro l’orizzonte, in un misto di consapevolezza e malinconia.

Di uomini che avevano scavalcato il suo strabismo ne aveva avuti alcuni: chi le aveva squadrato il culo, che non era male; chi il portafoglio, discretamente fornito; chi aveva semplicemente spento la luce.

Non è facile trovare chi ti legga il cuore in questo mondo allattato a veline e facce di Barbie.

Camminava avvitata nel cappotto, con i pugni affondati nelle tasche profonde, buone per scontrini e centesimi di resto, ma non abbastanza per scaldare le mani senza guanti.

C’era un freddo pungente quella sera di dicembre e le vetrine provavano a colpi di lucette e lustrini a convincere che questo Natale sarebbe stato diverso: sentirete il calore, ci crederete veramente, comprate da noi! Comprate da noi, coraggio!

Ma la poca gente girava soffiando fumo come draghi mancati, quasi dei Grisù con sogni troppo grandi per loro, schiacciati dalla routine, spaventati dal volo.

Ci mise un minuto di più per arrivare alla fermata del 15 barrato e quello se n’era già andato via, eccolo che svoltava per via Panfilio, là in fondo. Un po’ come capita nella vita, quando perdi il treno delle occasioni quello mica torna indietro; al limite aspetti il prossimo, se ti va bene.

Decise quindi di proseguire a piedi, che ci vuole, dicono che bisogna fare movimento, e poi di stare ferma con questo freddo, non ne aveva la minima voglia.

Poi una vetrina più calda delle altre la chiamò, come Circe in mezzo al mare. E tanto ormai sarebbe arrivata tardi per prepararsi qualcosa di decente da mangiare, tanto valeva cenare fuori.

Strano però, non ricordava quel locale, che risultava intimo e caldo con i soffitti di legno e le luci soffuse. Notò subito l’uomo seduto al bancone. Probabilmente perché aveva un’aria navigata, impastata con un bel profilo e un cappello a tesa larga.

L’intesa ci fu subito, quasi che entrambi avessero fiutato la preda. Si ritrovarono così a parlare della vita, delle sue ingiustizie con i sogni troppo belli e di come invece fosse puttana con tutto il resto. Toglieva più che dare. E dopo un aperitivo, uno stuzzichino, un “Ne prendi un altro?”, “ Te lo offro io”, seguirono “Che bel sorriso hai” e “Quanto sei bella” detti dritti guardando l’occhio buono.

E cos’è l’amore se non trovare qualcuno che ti accetti per come sei? Che trovi deliziosi i tuoi occhi, anche quando uno guarda a destra e l’altro dritto. Una persona a cui piaccia la tua pancetta, non noti la cellulite, o si accomodi tra le rughe intorno agli occhi per starti più vicino.

Ecco. Forse è questo.

E non dirò che quello poi se ne fuggì con la borsetta e il cellulare, siamo a Natale dopotutto.

L’uomo con la valigia in mano

L’uomo con la valigia in mano è sbucato tra la nebbia e il buio, mentre inseguivo pensieri troppo banali ferma ad uno stop.

Ha attraversato la strada, quasi claudicante dal peso, rompendo il filo dei miei ragionamenti, passandomi davanti come sul set di un film.

Ero in una strada al limite della periferia, lontana dalla stazione degli autobus e dal centro storico; poteva essere solo una persona pronta a partire vista la direzione.

O forse era appena arrivato e stava tornando a casa e le mie idee su dove stesse andando erano tutte sbagliate. Del resto da una che viaggia con il navigatore per non perdersi tra via tiepolo e via caravaggio, capite anche voi che non si può pretendere oltre. 

Portava la valigia con la destra, pendendo inevitabilmente dall’altra parte. Una valigia troppo grande, senza ruote, di quelle che così, ormai, non se ne vedono più. Credo sia stato questo il particolare che mi ha fatto fermare a guardarlo. 

Fuori tempo, fuori luogo.

L’ho seguito con lo sguardo mentre si faceva mangiare vivo dalla nebbia, e ho pensato che in fondo, almeno lui, sembrava sapere bene dove andare.