IL BANCHETTO (Microracconto)

Gli invitati si gremirono attorno al tavolo quando arrivò la portata principale, accogliendola con un ooohh di meraviglia e stupore.

Si erano deliziati con gli antipasti, trastullati con il vino, dilettati con le crudité di verdure, sorbito piccole zuppe calde con intinti delicati crostini, ma la fame non era stata per nulla placata.

Perciò si avventarono sul grande piatto da portata, famelici e vogliosi.

Ci fu chi cominciò a tagliare sottilmente la pelle e la carne degli stinchi, scoprendo l’osso principale.
Chi si dedicò alle cosce, addentando la carne con evidente voluttà.

Toccò al padrone di casa occuparsi del petto, aperto piano, per non rovinare le interiora. Staccò la carne dalle ossa liberando la cassa toracica.

Arrivò al cuore.

L’ultima occhiata inorridita la lanciasti al bell’uomo distinto che da qualche settimana ti corteggiava delicatamente, con messaggi garbati e ironici, mai nulla fuori dalle righe, finendo per invitarti a cena a casa sua.

Poi il tuo cuore pulsò caldo nella sua mano, mentre versava il sale per insaporirlo un po’.

#microracconti

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Densità Natalizia

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Quando vide passare il vicino di casa con in mano borse e pacchetti natalizi, si staccò dalla finestra prima che lui la vedesse, o così sperò che fosse.

Eccola lì la verità: aveva mentito, non avevano parlato, ma anzi, a giudicare da tutti quei regali non lo avrebbero fatto. Un altro natale passato ad aspettare che la situazione si sbloccasse. Un altro natale da sola ad aspettare il futuro.

Era stanca.

Gli anni passavano – ormai ben tre – e lei rimaneva sola mentre le vite degli altri si arricchivano di figli, cani, mutui, macchine nuove e progetti declinati al plurale.

Il cellulare prese vita un attimo, come un cuore che tentava di battere nuovamente, per poi spegnersi.

Il messaggio arrivato, in fondo, se lo aspettava, ma non sapeva cosa rispondere.

Quel “Ci vediamo stasera?” dopo giorni di silenzio, la infastidì, anche se la voglia era sempre tanta tra loro. Questione di chimica, si dice così, no? Eppure ultimamente per lei non c’era più solo l’urgenza del sesso, ma il bisogno di contatto, di profumi, di sguardi, di abbracci, di dolcezza. Si era innamorata? Aveva letto che quando si arrivava a chiederselo la risposta fosse no, ma lei non ne era sicura. Semplicemente sentiva che stavano bene insieme e di non avere bisogno di altro.

Eppure i discorsi sul futuro non li aveva cominciati lei, non si sentiva in colpa per questo, mai e poi mai si sarebbe accollata l’etichetta della “rovina famiglie”, che poi… Quando si guarda altrove è già tutto rovinato, è così semplice il concetto. O ci sei o non ci sei.

“E allora?” un altro messaggio, chiaramente con un tono seccato questa volta. Aveva visualizzato senza rispondere, non erano da lei questi giochetti, semplicemente non sapeva che dire.

Avrebbe voluto spegnere il cellulare, come fosse stata una porta da chiudere, per non avere più nessun contatto, ma ormai tra facebook, instagram, whatsapp si era sempre in contatto, ma in fondo sempre più soli, ognuno a casa sua, a guardare dal buco di una serratura vite di altri, intrappolati in situazioni che non si volevano più, da cui non si sapeva come uscire.

“Ho voglia di sentire la tua lingua” il nodo che aveva alla gola finì dritto dritto nello stomaco, e poi giù dove si sciolse tra le gambe. Era incredibile come quelle parole, anche un po’ volgari, le facessero visualizzare flash di incontri di loro due come un qualcosa di perfetto; probabilmente edulcorati dalla mancanza e dal tempo, si disse, senza crederci davvero.

Avrebbe voluto rispondere “Anche io” e poi correre di là, in quella casa con l’albero scintillante in soggiorno, il presepe nel mobile alto a prova di cane, e quei regali che aveva visto prima, nascosti da qualche parte per preservare la favola ai bambini, e dire la verità davanti a tutti. Ma non era questa la strada giusta. Lo sapeva bene.

“Vieni tu?” Rispose senza rendersene conto. Avrebbe dovuto cancellare, ma il sistema avrebbe lasciato la colpevole notifica che il messaggio era stato eliminato. Dall’altra parte non ci fu esitazione: “Dammi mezz’ora”. Non rispose. Andò in bagno, si spogliò, si buttò sotto la doccia e chiuse gli occhi.

Il campanello la riscosse dai suoi pensieri sotto l’acqua. Guardò l’orologio, aveva anticipato un po’, ma erano passati lo stesso venti minuti. Aprì la porta in accappatoio, prese la sua mano tirandola a sé, racchiudendo tutti i suoi dubbi in quell’abbraccio, per poi gettarsi insieme a terra senza arrivare al letto, in disperati tentativi di toccarsi di più, di essere ancora insieme, nonostante tutto.

«Mi sei mancata», le disse, e furono parole capaci di far spostare nebbia e dubbi.

Nel frattempo, l’uomo di là, il vicino con i pacchetti, si chiedeva come mai sua moglie finisse così spesso lo zucchero pur non sfornando torte da tempo.

Sei tornato prima!

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Le giornate erano sempre più fredde: ormai l’inverno era definitivamente cominciato. Il solstizio avvenuto il giorno prima, aveva segnato l’inizio della stagione che odiavo con tutto il cuore, sia per le temperature per me difficili da sopportare e le giornate buie, che per tutte le scadenze che inevitabilmente c’erano. Inanellavo giornate pesanti una dopo l’altra sotto le feste di Natale. Se lavori nel commercio il periodo natalizio è il momento peggiore: non hai orari, non hai permessi, non hai nemmeno la facoltà di ammalarti senza rischiare di venire linciato dai colleghi o dal capo. Per non parlare delle mille cose da organizzare in famiglia. Non avevo avuto nemmeno il tempo e soprattutto la voglia di addobbare casa con l’albero, lasciandolo ben impacchettato in soffitta tra tutte le cose che si usavano raramente. E poi i regali: quelli per i nipoti, qualche pensierino per le amiche, un pensiero più importante per il compagno. E la suocera! Mica la puoi dimenticare. Ah, e mamma ovviamente. E zia Betta che innaffia sempre le piante sul balcone, il portinaio, la signora delle pulizie, la cugina che sicuramente verrà a salutare da Milano – se ne stesse a casa sua – accidenti! Poi, per non farci mancare nulla, ecco i parenti che si autoinvitavano per il cenone che “tanto hai la sala da pranzo bella grande e cucini bene e, mi raccomando, quest’anno stupiscici tu che guardi sempre Masterchef”.

Se mi sparavo facevo prima.

Era il 22 dicembre e la gente sembrava impazzita. Vedevo persone scegliere il più improbabile dei vestiti pur di fare un regalo. Alcuni di questi sarebbero stati in vendita su eBay già la sera di Natale, controllare per credere. Poi c’erano quelli che si compravano il vestito per le feste. Quello rosso con le paillettes che gridava “Natale! Natale! Natale!” Solo a guardarlo. Impazziti e maleducati. Non sapevo più quante volte al giorno entravo e uscivo dal magazzino per controllare se la merce fosse ancora disponibile, facevo pacchetti, tiravo nastri con la forbice per fare i fiocchi e litigavo con quelli che volevano da me lo sconto, il modello simile ma diverso, il colore più chiaro, più scuro, più “tendente al blu notte con pallido riflesso argenteo sullo sfondo”, se ne andassero a fanculo! Il delirio insomma. Arrivavo a sera arrancando, barcamenandomi tra le mille altre incombenze da fare: la bolletta, la spesa, la cena, un minimo di riordino tanto per essere sicuri che la famosa serie televisiva “Sepolti in casa” non scegliesse proprio me come testimonial italiano e in più erano quindici giorni che vedevo il mio compagno giusto dieci minuti: io me ne andavo a letto distrutta trascinandomi come uno zombie mentre lui rientrava tardi per via degli straordinari che l’azienda imponeva per chiudere tutte le commesse prima delle ferie. Di solito ci scambiavamo qualche informazione di servizio in quei momenti: la bolletta pagata, la nuova fantasiosa lamentela della Galvanin, la tizia del piano di sotto che se ne inventava ogni settimana una di diversa, il problema risolto o meno, al lavoro. Cose così insomma, che ci aiutavano ad andare avanti. Poi dopo un “ciao, notte” io mi avviavo verso il letto pronta a entrare in coma e lui mangiava guardandosi la tivù; cercando quel po’ di relax che quattordici ore fuori casa richiedevano.

E questa era stata la giornata pesante per eccellenza ed ero più stanca del solito. Ci mancava solo la lite con la commessa del reparto attiguo al mio, sfociata poi in lavata di capo per entrambe dal responsabile del personale: avevo solo bisogno di dormire. Perciò dopo una doccia veloce con cui cercai di lavare via la fatica mi catapultai a letto senza nemmeno togliermi l’accappatoio, né mangiare. “Ancora due giorni e poi sarà Natale, poi il tour de force del pranzo in famiglia con i parenti, infine il via ai saldi.” Mi dissi e pensai seriamente di cercare un volo verso le Bahamas e di piantare tutto. Il mio ultimo pensiero coerente fu invece che avrei dovuto scongelare la carne per preparare il ragù in tempo per metterlo nelle lasagne.

 

Le coperte che si muovevano nel letto mi fecero registrare che Alessandro era ormai tornato. Sentii il materasso cedere dalla sua parte e lui che si stendeva; la camera era immersa nel buio più totale: evidentemente aveva spento la piccola abat-jour che tenevo sempre accesa quando lui non c’era, fosse stata anche tutta la notte perché in trasferta per lavoro. Se dormivo sola trovare un po’ di luce nei miei frequenti risvegli notturni mi dava calma e sicurezza.

«Mmmhh ciao, hai già mangiato?…» riuscii a dire, al limite tra il conscio e l’inconscio, non riuscendo nemmeno a girare il viso dal cuscino tanto ero stanca.

Lui si avvicinò senza rispondere e cominciò a baciarmi piano il collo, in quei dieci centimetri quadrati tra il lobo e la spalla. Mi scappò un “oh” di stupore. Negli ultimi mesi l’intimità tra noi era scarseggiata, e gli impegni reciproci e queste feste imminenti non aiutavano. Il nostro rapporto aveva raggiunto una certa stabilità emotiva e se la routine di vivere ormai assieme ci permetteva di condurre una vita relativamente tranquilla, la quotidianità si era mangiata tutta la nostra passionalità, fagocitando i buoni propositi che ci eravamo fatti l’un l’altro, prima di compiere il grande passo della convivenza.

Fui sorpresa e stupita dell’approccio. Erano mesi che non venivo baciata sul collo e questa era una gran bella novità. La sua bocca vagava senza fretta, prima succhiava il lobo, poi piano lo mordicchiava, facendomi fare piccoli gridolini divertiti e provocandomi la pelle d’oca ovunque. Erano leggeri come petali i suoi baci, eppure sentivo la mia pelle bruciare. Poi cominciò ad accarezzarmi. Passava le dita dal collo alla clavicola, scostando sempre più l’accappatoio e trovando la mia pelle nuda. E poi ancora i suoi baci, che, come minuscoli timbri, marchiavano ovunque. Ero confusa, sembrava che fossero piccoli salvagenti a cui ancorarmi per emergere dal mio torpore. E io non volevo altro che essere salvata in effetti.

«Hai deciso di svegliarmi, eh?» dissi ormai eccitata.

Mise la mano sotto la spugna dell’accappatoio e trovò il mio seno sinistro che chiuse fra le dita. Cominciò poi a stimolare il capezzolo con la bocca, che si indurì sotto la sua lingua.

Nel buio cercai di districarmi dalle lenzuola e dalla spugna che avevo addosso. Ma Alessandro non ci pensava minimamente a lasciarmi spazio di manovra, scese infatti fra le mie gambe.

Cominciò a leccare scopandomi con la lingua e le labbra, facendomi fremere dal piacere, mordicchiava il clitoride mentre lanciavo piccoli gridolini di piacere. “Ho come l’impressione che la Galvanin domani mattina si lamenterà ancora se continuiamo così” pensai, immersa nel mio languido piacere. Le braccia abbandonate sopra la testa in segno di resa e la testa che cominciava a girare, seppur ferma, seppure immersa nel buio.

«Allora è vero che il peperoncino fa bene» mi venne da sorridere mentre glielo dicevo, con la voce più alta di un’ottava, quasi in affanno. Avevo aggiunto del peperoncino piccante ai fagioli della cena, ma mai avrei pensato di suscitare questi risultati, dovevo farlo più spesso!

Lui si fermò, forse mi lanciò uno sguardo nel buio, ma ancora non disse nulla. Poi riprese con più foga di prima. Mise le sue mani sotto le mie natiche per sollevarmi e arrivare così più a fondo con la lingua. Si stava sfamando di me in modo animale con ardore e passione e non sembrava intenzionato a smettere tanto velocemente quanto piuttosto a portarmi dritta all’orgasmo, cibandosi dei miei umori. Arrivò trovandomi impreparata. Un orgasmo fatto di miele caldo che si spandeva sul mio sesso. Sentivo chiaramente la pelle bagnata, umida della sua saliva e del mio piacere. «Oddio, tu vuoi farmi morire». Ero letteralmente sopraffatta dal piacere, come mai prima d’allora. Che ne era stato del mio compagno che amava più il calcio che il sesso? Possibile che la fame di noi si fosse riaccesa dalla cena? Erano domande stupide, e nemmeno volevo la risposta. “La vita va presa come viene”, mi diceva sempre mio padre e immersa nel mio bagno di piacere non potevo che dargli ragione.

 

Ma lui non era intenzionato a far finire la cosa lì evidentemente, e in effetti nemmeno io lo volevo. Nel sesso l’orgasmo dell’altro è fondamentale, ed è come mettere la polvere di cioccolato sopra il tiramisù. Senza il dolce è buono uguale, ma se è presente dà senso al tutto. Mi prese nuovamente sotto le natiche e mi girò, e io mi misi carponi. Viaggiavo ancora nella marea di sensazioni del dopo orgasmo e sentivo bisogno di riprendermi, ma lui aveva tutt’altra idea. Sentii nuovamente la sua lingua che mi esplorava, oltre che tra le gambe, pure tra le natiche. Il desiderio riprese nuovamente vigore e avevo assoluto bisogno di sentirlo tra le mie gambe e lui mi penetrò con foga tenendomi le mani sui fianchi. La passione era palpabile, aleggiava su di noi come nebbia d’autunno e io sentivo il mio orgasmo nuovamente vicino. Ora volevo anche il suo e ci muovevamo a ritmo sempre più crescente. Successe però qualcosa di inaspettato. Si fermò e si sfilò, facendomi rimpiangere la sua scelta: volevo solo venire e sentirlo venire su di me. Poi un colpo mi gelò. Sentii uno schiaffo ben assestato sul gluteo destro che mi fece sobbalzare di stupore. Non mi aveva mai colpito e non riuscii nemmeno a capire se era una cosa che mi fosse piaciuta o meno perché non feci in tempo a chiedermelo: me ne arrivò un altro, sulla natica sinistra. Ma il mio corpo rispose prima della ragione. Emisi un gemito che era più di piacere che vero dolore e sentivo la pelle che chiedeva ancora le sue mani aperte. Alessandro sembrava avesse capito, mi penetrò con due dita facendomi inarcare la schiena e colpì ancora, ripetutamente. Sentivo le gambe molli e non riuscii a tenere la posizione a carponi. Franai perciò sulle lenzuola con il corpo pervaso da questa nuova sensazione. Ero come un’equilibrista sul filo tra il piacere e il dolore. Volevo che durasse per sempre e nello stesso tempo ero smaniosa di sentire il mio orgasmo e il suo.

Poi fece ancora qualcosa di inatteso. Il fatto che ci conoscevamo ormai da tanti anni aveva reso il sesso tra noi, non dico prevedibile, ma sicuramente legato a quello che ci piaceva di più e raramente uscivamo da quei binari. Ma non questa volta.

Tolse ancora le dita, lasciandomi nuovamente orfana della sua presenza dentro di me, e desiderosa di avere il mio orgasmo. Si avvicinò al culo con le dita umide dei miei umori e cominciò ad allargare la mia intima fessura.

Il sesso anale non era tra le cose che preferivo fare, seppure tra noi avessimo sdoganato pure quello. Eppure ero talmente eccitata che desideravo sentirlo ovunque. Mi penetrò. Fu un dolore acuto che mi fece irrigidire, ma poi sentii il bisogno di accoglierlo, averlo dentro, sentirlo ancora e ancora. E il dolore prese il posto alla smania di sentirlo sempre più. Lui spingeva con forza aggrappandosi a me. Finchè non ebbi un orgasmo così intenso da lasciarmi non solo senza fiato ma anche senza punti di riferimento. Un viaggio di andata verso la piccola morte, in cui fluttuavo nel piacere, navigando a vista tra le onde dell’orgasmo. Poi vi fu il ritorno, lento e lascivo, alla realtà. Alessandro si accasciò su di me vinto anch’egli dal piacere.

«Wow.» Solo questo riuscii a dire mentre buttavo fuori l’aria e altra ne chiedevo per tornare a respirare.

Rimanemmo abbracciati poi per un tempo che mi parve indefinito. Lui lasciava piccoli e teneri baci su di me, mentre io, se avessi potuto, avrei fatto le fusa come una gatta. Non era mai stato tanto dolce nei miei confronti e pensai che forse volesse farsi perdonare qualcosa, come quegli uomini che arrivano con il mazzo di rose rosse dopo il tradimento. Ma non avevo voglia di farmi mille domande, mi beavo del piacere ricevuto e tanto mi bastava.

«Cazzo il ragù!» dissi d’un tratto sciogliendomi dall’abbraccio e scendendo dal letto come se mi avesse morso una tarantola. «Devo togliere dal congelatore la carne altrimenti non riesco a prepararlo per domani, e addio lasagne!»

Mi avviai perciò verso la cucina, nuda com’ero, e sentivo le gambe cedermi, ero un po’ provata per la battaglia appena avvenuta sul nostro letto.

Arrivai in cucina e prima di aprire il frigo controllai il cellulare. C’era un messaggio di Alessandro che mi avvisava che avrebbe fatto tardi, controllai l’ora ed erano le 10.30; probabilmente era poi riuscito a liberarsi dagli impegni.

Misi da parte il cellulare e aprii il vano del congelatore in cui c’era il pacchetto con la carne da usare e lo presi.

«Ti sei data al nudismo?»

Feci un salto gridando dallo spavento e mi girai. Il mio compagno era sulla soglia, vestito di tutto punto con la borsa del lavoro in mano.

Lo guardai sconcertata. «Ma tu che ci fai vestito così?»

«Sono appena tornato, non hai visto il messaggio?»

Ero inebetita. «Certo che l’ho visto…»

Mi guardai meglio attorno, in effetti la tavola era ancora apparecchiata come se nessuno vi avesse cenato.

Poi la folgorazione.

Corsi verso la camera in tutta fretta e accesi la luce.

Il letto era vuoto, le lenzuola, uniche testimoni dell’amplesso appena avvenuto, giacevano scomposte sul letto e la finestra era aperta.

Alessandro mi seguì in camera: «Che succede? Con il freddo che c’è la finestra è aperta.»

Andai verso di essa e la richiusi. Guardai fuori, ma la strada era vuota. «Nulla, non succede nulla.» Raccolsi poi il mio accappatoio caduto dal letto e indossandolo dissi: «Fa proprio freddo stasera.»

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Questo racconto fa parte dell’antologia “Noi” – edita da Damster 

Dentro ai tuoi occhi

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Ci voleva l’abbraccio che mi ha riportato dentro ai tuoi occhi.

Mi sentivo andare via, quasi fossi stata il fumo che si spande dai camini, d’inverno. Scaldare camere vuote e tempi non nostri per poi non esserci, non come avevamo bisogno.

Invece sei arrivato e mi hai tenuto.

Un pezzo che si è incastrato, lì, più a fondo, mentre scambiavamo sorrisi per orgasmi. Poche ore per ricordi fermi. Pelle con pelle, mai abbastanza.

Nuvole ad est

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«Vuoi giocare con me?»

Glielo dice mostrandogli la lama, facendola oscillare nella mano, accompagnandola con un sorriso un po’ forzato, l’occhio che lo guarda di sbieco, la voce che tira lungo, sul finale.

«Oh, ma sei fuori?» Giorgio si alza a sedere, abbandonando la posizione a quattro di spade che teneva tra i due cuscini del letto.

«Uffa.» Lei mette il broncio, come se le avessero tolto il suo gioco più caro. È bella Anna con quell’espressione, Giorgio lo sa, probabilmente lo sa anche lei.

«Non capisci la mia ironia.»

«Chiamala ironia…»

«Va beh, gusto del macabro.» E intanto appoggia il coltello sul comodino, disarmandosi di lame e luci strane negli occhi e si mette proprio dove prima stava lui, sperando in un abbraccio, che non arriva.

«Hai da fumare?»

«Da quando fumi?»

«Da ora. Ce l’hai?»

«No, tu non fumi.» Giorgio le va sopra, richiudendola in quell’abbraccio che le serviva per ritornare a casa. «Non fumi, cara mia. Sei già abbastanza psicopatica così.»

«Perché chi fuma è psicopatico?» Lo guarda staccandosi un po’, per metterlo a fuoco. Per fargli lo sguardo da maestrina che le riesce bene.

«No.» E le stampa un bacio sul broncio. «Oggi che hai?»

«Niente.»

«Ahia.»

«Ti giuro.»

«Quel niente che poi scopro che sei incazzata con me e dovrei sapere perché?»

«Ma no. Sì… forse…» Lei ride. Si avvicina. Lo ribacia ingoiandosi il broncio e mettendosi un sorriso al suo posto. Apre piano la bocca cercandogli la lingua.

Le nuvole son già dirette altrove.

 

 

 

All’inferno e ritorno [Racconto erotico]

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Fa caldo all’Inferno.

La vampa mi investe all’improvviso, quando apro la porta. Gesù, ma che mi aspettavo? Inferno: un nome, una garanzia, no?

Prendo il mio asciugamano e lo sistemo sul marmo, poi mi ci siedo sopra, le spalle un po’ curve, i capelli che cadono sul viso, le braccia tra le gambe, il respiro un po’ in affanno. Chiudo gli occhi, cerco di estraniarmi dal mondo, concentrarmi su me stessa. Sentire il corpo che risponde al calore, come se si volesse liberare di tutto ciò che di negativo c’è dentro di me, ed è veramente tanto in questo periodo. Li apro all’improvviso dopo pochi minuti: una risata e una folata di aria più fresca annuncia una coppia che entra, sono nudi e si tengono la mano scherzando come solo chi si ama sa fare, prendendosi in giro e ridendo. Si fermano quando mi vedono. Lei è bellissima, con i capelli corti neri che le mettono in risalto i lineamenti, oppure è il suo sorriso a renderla così: prende tutta la stanza, illuminandola, rendendo meno intenso il calore. Lui è un tipo né bello, né brutto, che brilla di luce riflessa, ma ha bei capelli mossi e lunghi da pirata dei Caraibi che tiene legati in un chignon. Forse si aspettavano di essere soli nel bagno turco.

Il fatto che i due siano senza costume non mi imbarazza, forse lo farebbe il contrario, ma lei mi si avvicina guardandomi schifata e perdendo quel fascino che mi aveva colpito: «Qui solo nudi, non hai letto cartello fuori?» Dice con un accento duro da donna teutonica, pur non avendone i tratti caratteristici, e io forse non ne avevo riconosciuta la provenienza per il fatto che non indossa vestiti abbinati male e scarpe ortopediche. Ah, i cliché, che rifugio sicuro per i pensieri banali.

Riesco a dire un no imbarazzato, più per essere stata sorpresa a violare una regola che non conoscevo che al fatto di dovermi veramente spogliare davanti a loro.

Mi si siedono davanti e già per i due non esisto più. Decido perciò di lasciarli soli; li saluto con un arrivederci buttato tra il vapore, ma non se ne accorgono nemmeno, tanto sono presi a parlottare fitto e a ridere, lei con le gambe sulle ginocchia di lui, il braccio che gli circonda le spalle, mentre l’uomo le cinge la schiena. Tengono le mani libere intrecciate, come immagino vorrebbero fare i loro corpi se non ci fossi io a fare da terzo incomodo. Per un attimo mi attraversa il pensiero assurdo che avermi avvisato che la regola è l’abito adamitico sia stato un invito velato a partecipare alle loro coccole, ma visto il chiaro accento tedesco propendo di più per il semplice rispetto delle regole.

Prendo la porta e me torno ad esplorare la Spa: è la prima volta che vengo, ho deciso di mandare tutto al diavolo per oggi dopo l’ennesima notte passata in bianco: mi sono presa alcune ore libere e lasciato la mia catasta di pratiche da sbrigare a decantare sulla scrivania.

Ventiquattrore di ritardo non farà la differenza, il mondo andrà avanti lo stesso, o almeno così spero.

Qui le varie zone sono state chiamate inferno, purgatorio e paradiso, forse Dante avrebbe trovato qualcosa da ridire, ma lo penso più ironico di quanto in realtà non lo si creda comunemente. É uno stabilimento di lusso in mezzo al traffico cittadino, con poche decine di euro e un pomeriggio libero si fugge da tutto, dimenticando la realtà, almeno per un po’.

Visto il giorno infrasettimanale le terme sono praticamente vuote, ci sono un paio di anziani nei pressi della piscina più bassa intenti a leggere il giornale squadernato davanti, sorseggiando tisane e muovendosi poi con passi corti, ma veloci, verso i bagni per l’effetto dei diuretici e un paio di signore sui cinquanta a mollo nell’idromassaggio che spettegolano su nuore incapaci e nipoti fenomenali, che: “pensa oggi Giacomino ha fatto la pipì da solo, un genio”.

La struttura è veramente grande, con più di un bagno turco, mi dirigo perciò in quello vicino. In effetti c’è un cartello appeso a lato della porta, non lo avevo proprio notato e indica di togliersi il costume prima di entrare, per motivi igienici sottolinea. Perciò mi adeguo, infilo il mio due pezzi in una tasca dell’accappatoio, ma quando apro la porta e vengo investita dal vapore mi accorgo che all’interno c’è già un uomo.

Esito un attimo, poi mi faccio coraggio ed entro.

Ci sono momenti che ti cambiano per sempre, sono istanti, flash improvvisi, decisioni che non pensavi di prendere, mai. Eppure ecco che varchi la soglia, rendi ciò che credevi impossibile, vero. Ma raramente ci accorgiamo che stiamo vivendo proprio questi snodi nella nostra vita. Quando si sceglie di conoscere qualcuno, quando si risponde a un sorriso con un altro sorriso, quando si decide di andare avanti invece di tornare sui propri passi.

Saluto appena, mi siedo e cerco di estraniarmi da tutto chiudendo gli occhi, riportando il centro dell’attenzione sui miei pensieri. Eppure c’è qualcosa che mi disturba. Apro gli occhi e vedo quelli dell’uomo fissi su di me. Io abbasso lo sguardo, forse più per istinto di protezione che per timidezza. Poi li risollevo e scopro che lui non si è spostato di un millimetro.

Mi sento più nuda di come sono veramente, ma accenno un sorriso per stemperare la tensione che sento e mi prendo del tempo per guardarlo anch’io, a mia volta.

Vuoi giocare? Giochiamo.

Perciò ritorno a mettergli gli occhi in faccia. Restiamo così alcuni minuti con il caldo che ci fa sudare e rende la nostra pelle lucida. Lui è totalmente depilato, una cosa che non ho mai apprezzato negli uomini, eppure seguo le goccioline che ha sul petto e mi immagino di leccargliele via, una ad una, coscienziosamente, un lavoro certosino, da gatta che liscia il pelo e poi fa le fusa, con la lingua che si sposta sulla pelle, sentendo il sapore del vapore misto al suo, apprezzando la consistenza dei suoi muscoli.

Lui si alza e annulla la distanza tra noi; io mi rendo conto che potrebbe diventare tutto reale. Invece afferra la doccia che pende alla mia destra e bagna il sedile di marmo su cui siedo, l’acqua fresca scorre dandomi sollievo alle natiche, poi sposta l’erogatore sulla schiena e io lancio un urlo. Il getto sulla pelle è freddissimo e non me lo aspettavo. Mi metto a ridere come una scema e ride anche lui mentre rimane dov’è, di fronte a me. Metto una mano sui suoi fianchi, lui l’appoggia sulla mia spalla e si abbassa.

E il mondo è tutto in questi pochi centimetri che ci dividono dal bacio. Tutto qui, in questo momento sospeso, come un nuotatore prima del salto dallo scoglio più alto. L’attimo prima di salire sul predellino del treno, prima del fischio e del semaforo verde. Un mondo racchiuso tra l’incrocio degli sguardi, le labbra socchiuse, la lingua pronta a lottare per perdere.

Perché alla fine un bacio è sempre un tragitto sconosciuto in cui ci si perde, un viaggio senza ritorno, di cui si conosce il punto di partenza, ma raramente si intuisce l’arrivo. E vengo immersa in pensieri vischiosi di corpi allacciati, sospiri, morsi, carezze, spinte, graffi, grida, orgasmi, con la mappa persa durante la strada e rare foto a ricordo.

E in questo momento non esistiamo che noi e le nostre labbra, il caldo umido della bocca, a volte i denti che si toccano, piccoli ding, i concorrenti all’angolo, per riprendere nuovamente le misure. Il sapore dell’uno e dell’altra che si mescola per crearne uno nuovo, unico, irripetibile: nostro.

Poi il piacere diventa più pastoso quando mi si siede vicino e mi mette una mano tra le gambe, trovandomi umida per il calore intorno e per l’eccitazione che mi crea la sua vicinanza, con dita abili accarezza le pareti interne del mio sesso. Sento montare l’orgasmo, inaspettatamente veloce, come già sazio dell’eccitazione degli sguardi e dei baci, come se non aspettasse altro. Vengo tra le sue dita, sfinita dal calore che ci avvolge.

Lui non sembra eccitato, e la cosa un po’ mi spiace, forse non mi trova abbastanza attraente, forse i baci gli lasciano un’altra sensazione, che non condividiamo. Eppure non se ne va, mi prende la mano e mi porta fuori verso le docce, ne apre una e mi butta praticamente sotto il getto forte, mi manca il fiato all’improvviso per lo choc tra il calore del bagno turco e la doccia fredda.

E siamo ancora più nudi, con tutte le cicatrici addosso e i perché rimasti inspiegati. Nudi sotto quest’acqua che ci toglie il respiro e si porta via tutto, valanga improvvisa, sembra voler scavare all’interno per restituirci un’immagine nuova di noi che in fondo non ci conosciamo, se non per questi pochi attimi.

E se il bacio te lo lascio su queste spalle lo riprenderai stanotte o lo butterai a lavare con la biancheria sporca? E se ti bacio qui, su questa tempia dove passano i pensieri ne farò parte anche io, dopo? E sarà importante saperlo? No. Siamo qui e ora, a dividerci i centimetri di pelle a cui stare attaccati, ad afferrarci le spalle come a volersi sostenere su questo momento. Guardandoci negli occhi e ridere con essi oltre che con la bocca.

Poi ci rivestiamo e ci spostiamo nell’idromassaggio, la sala enorme è tutta per noi, le sessantenni pettegole devono essere migrate altrove. Ci sono un paio di vasche in un tripudio di mosaici nei toni del mare, illuminate da faretti strategici che esaltano lo scintillio delle piccole onde che increspano la superficie dell’acqua. Entriamo e facciamo partire l’impianto, le bolle sono piccoli baci sulla pelle, schioccano veloci, solleticandola piacevolmente. Mi metto a cavalcioni su di lui, gli scosto il costume e gli prendo il cazzo, ora sì eccitato. Mi piace guardare la mano che sale e scende, scorre verso il basso lasciando scoperta la punta, poi la mano risale. Sono letteralmente ipnotizzata dal suo sesso che cresce nella mano, dalle carezze che riesco a dare. Non so resistere dal guardarlo e in realtà vorrei avere cento occhi per poter guardare i suoi e contemporaneamente sotto il pelo dell’acqua, poi il suo petto che si alza e abbassa, la vena sul collo che pulsa, gli schizzi che bagnano il suo viso. Cento occhi per non perdermi nessun momento, per bermi tutto, ingorda di emozioni. Infine, come una bimba che ha aperto il regalo di natale, guardo lo sperma che piano si espande tra i flutti.

Lo vedi questo sorriso? Lo abbino a questi occhi che hanno deciso di non chiudersi, di non abbassarsi, di guardarti in faccia. Lo vedi? Te lo dedico, perché sono stata bene e non serviva altro.

Non so se ci rivedremo e d’altronde come potremmo che non sappiamo niente uno dell’altra? Lo vorrei veramente? Il mio corpo risponde per me: sì. La mia testa non l’ascolto più, già partita verso mille recriminazioni, paure, paranoie. Ma ho vissuto il momento e tanto mi basta, del futuro ho deciso di non preoccuparmi più e poi non so il suo nome, non l’ho chiesto, come lui non ha chiesto il mio. Abbiamo parlato tanto, ma incredibilmente non ci siamo scambiati il numero quando ci siamo salutati.

Quando torno nello spogliatoio mentre cerco le chiavi dell’armadietto nella tasca dell’accappatoio trovo un bigliettino. É il secondo in ventiquattrore.
Quest’ultimo è scritto su un foglietto di block-notes a quadretti ripiegato in quattro, un nome: Stefano e un numero di cellulare. Deve averlo messo quando ci siamo fermati al bar del centro termale a prendere da bere.
Sorridendo infilo il pezzetto di carta nel portafoglio e di riflesso prendo l’altro che invece avevo trovato stanotte: un piccolo cartoncino sottile caduto dal libro a cui mi ero aggrappata nel pieno dell’insonnia. Durante la svendita di una libreria in centro avevo comprato un classico tascabile che non avevo mai letto pur conoscendone la storia; d’altronde chi non conosce Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde?  Pensavo mi avrebbe conciliato il sonno e invece mi sbagliavo di grosso. Risultò avvincente tanto che lo chiudevo soddisfatta ben tre ore dopo, ma giunta all’ultima pagina un foglietto giallino mi era caduto sul petto.
L’inimmaginabile è immaginabile – W. Szymborska, c’era una scritta sopra. Grazie al cazzo” avevo pensato, trovando la frase stucchevole al punto giusto.

Eppure non era stata questa la spinta a lasciare oggi il lavoro al suo destino e a prendermi una giornata per me? Non avevo pensato che ogni cosa potesse essere “stupore” bastava volerlo, assecondarlo, rendere ciò che crediamo impossibile, possibile? Lo accartoccio con la mano e lo lascio sul fondo dell’armadietto in cui avevo riposto la borsa e i vestiti. Non mi serve più, ho imparato la lezione.

Prendo il cellulare, rubrico il numero e mando un messaggio che non vedo l’ora venga letto.

 

Epilogo .

C’è questo sole di metà marzo che invade la tua cucina e poi ci sei tu che mi dici siediti qua, ho già preparato.

E se come stai, hai fatto buon viaggio, me lo hai già detto, non so che altro potremmo aggiungere al sorriso che ci lanciamo contro, arma impropria, per sedurci più di quanto sia possibile.

Mi guardi, quindi, e sorridi.

E io sto seduta in questa luce che promette estate, prima ancora di darci la primavera.

Ti guardo, allora, ma con gli occhi ti faccio domande a cui stai aspettando di rispondere, per non rovinare la sorpresa.

Poi fai la magia ed estrai dal cilindro il piatto del pranzo.
Una cosa semplice, mi dici, e per me che non ha mai cucinato nessuno sembra invece un regalo inaspettato.

Poi versi vino, perché mi vuoi già ubriacare, penso, più ancora di così, più ancora del viaggio e della luce e del mare che si vede dalla finestra.

Entra un vento fresco e le tende bianche si scompigliano creando una curiosa danza. Io so già che berrò vino, mangerò questa pasta con le vongole direttamente dalla tua forchetta e mi stenderò nuda su questo tavolo guardando il mare lontano e i tuoi occhi qui vicino, mentre scoperemo, mentre ci scopriremo.

 

 

 

 

Come sulla linea di mezzeria

nebbia-1

In bilico, stanno questi necessari baci inutili.
Rotolano e g(i)alleggiano.
Scivolano dal collo verso l’osso sacro. E ritorno. Corrono su tutti quei pensieri che affollano, spingono, premono per uscire, fino agli occhi che ti pianterei addosso.

Dal vorrei al non ancora, non oggi, non domani, forse presto, ti prometto presto. Dall’averti al non averti. Scivolano su questa linea di mezzeria sulla spina dorsale, strada a due corsie di andata e ritorno, asse d’equilibrio al centro della tua schiena, àncora di salvezza quando mi perdo in questa nebbia umida di voglie, che nasconde – male – i pensieri che le butto incontro, a testa bassa, un passo dietro l’altro.

Perdendomi ancora.