All’inferno e ritorno [Racconto erotico]

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Fa caldo all’Inferno.

La vampa mi investe all’improvviso, quando apro la porta. Gesù, ma che mi aspettavo? Inferno: un nome, una garanzia, no?

Prendo il mio asciugamano e lo sistemo sul marmo, poi mi ci siedo sopra, le spalle un po’ curve, i capelli che cadono sul viso, le braccia tra le gambe, il respiro un po’ in affanno. Chiudo gli occhi, cerco di estraniarmi dal mondo, concentrarmi su me stessa. Sentire il corpo che risponde al calore, come se si volesse liberare di tutto ciò che di negativo c’è dentro di me, ed è veramente tanto in questo periodo. Li apro all’improvviso dopo pochi minuti: una risata e una folata di aria più fresca annuncia una coppia che entra, sono nudi e si tengono la mano scherzando come solo chi si ama sa fare, prendendosi in giro e ridendo. Si fermano quando mi vedono. Lei è bellissima, con i capelli corti neri che le mettono in risalto i lineamenti, oppure è il suo sorriso a renderla così: prende tutta la stanza, illuminandola, rendendo meno intenso il calore. Lui è un tipo né bello, né brutto, che brilla di luce riflessa, ma ha bei capelli mossi e lunghi da pirata dei Caraibi che tiene legati in un chignon. Forse si aspettavano di essere soli nel bagno turco.

Il fatto che i due siano senza costume non mi imbarazza, forse lo farebbe il contrario, ma lei mi si avvicina guardandomi schifata e perdendo quel fascino che mi aveva colpito: «Qui solo nudi, non hai letto cartello fuori?» Dice con un accento duro da donna teutonica, pur non avendone i tratti caratteristici, e io forse non ne avevo riconosciuta la provenienza per il fatto che non indossa vestiti abbinati male e scarpe ortopediche. Ah, i cliché, che rifugio sicuro per i pensieri banali.

Riesco a dire un no imbarazzato, più per essere stata sorpresa a violare una regola che non conoscevo che al fatto di dovermi veramente spogliare davanti a loro.

Mi si siedono davanti e già per i due non esisto più. Decido perciò di lasciarli soli; li saluto con un arrivederci buttato tra il vapore, ma non se ne accorgono nemmeno, tanto sono presi a parlottare fitto e a ridere, lei con le gambe sulle ginocchia di lui, il braccio che gli circonda le spalle, mentre l’uomo le cinge la schiena. Tengono le mani libere intrecciate, come immagino vorrebbero fare i loro corpi se non ci fossi io a fare da terzo incomodo. Per un attimo mi attraversa il pensiero assurdo che avermi avvisato che la regola è l’abito adamitico sia stato un invito velato a partecipare alle loro coccole, ma visto il chiaro accento tedesco propendo di più per il semplice rispetto delle regole.

Prendo la porta e me torno ad esplorare la Spa: è la prima volta che vengo, ho deciso di mandare tutto al diavolo per oggi dopo l’ennesima notte passata in bianco: mi sono presa alcune ore libere e lasciato la mia catasta di pratiche da sbrigare a decantare sulla scrivania.

Ventiquattrore di ritardo non farà la differenza, il mondo andrà avanti lo stesso, o almeno così spero.

Qui le varie zone sono state chiamate inferno, purgatorio e paradiso, forse Dante avrebbe trovato qualcosa da ridire, ma lo penso più ironico di quanto in realtà non lo si creda comunemente. É uno stabilimento di lusso in mezzo al traffico cittadino, con poche decine di euro e un pomeriggio libero si fugge da tutto, dimenticando la realtà, almeno per un po’.

Visto il giorno infrasettimanale le terme sono praticamente vuote, ci sono un paio di anziani nei pressi della piscina più bassa intenti a leggere il giornale squadernato davanti, sorseggiando tisane e muovendosi poi con passi corti, ma veloci, verso i bagni per l’effetto dei diuretici e un paio di signore sui cinquanta a mollo nell’idromassaggio che spettegolano su nuore incapaci e nipoti fenomenali, che: “pensa oggi Giacomino ha fatto la pipì da solo, un genio”.

La struttura è veramente grande, con più di un bagno turco, mi dirigo perciò in quello vicino. In effetti c’è un cartello appeso a lato della porta, non lo avevo proprio notato e indica di togliersi il costume prima di entrare, per motivi igienici sottolinea. Perciò mi adeguo, infilo il mio due pezzi in una tasca dell’accappatoio, ma quando apro la porta e vengo investita dal vapore mi accorgo che all’interno c’è già un uomo.

Esito un attimo, poi mi faccio coraggio ed entro.

Ci sono momenti che ti cambiano per sempre, sono istanti, flash improvvisi, decisioni che non pensavi di prendere, mai. Eppure ecco che varchi la soglia, rendi ciò che credevi impossibile, vero. Ma raramente ci accorgiamo che stiamo vivendo proprio questi snodi nella nostra vita. Quando si sceglie di conoscere qualcuno, quando si risponde a un sorriso con un altro sorriso, quando si decide di andare avanti invece di tornare sui propri passi.

Saluto appena, mi siedo e cerco di estraniarmi da tutto chiudendo gli occhi, riportando il centro dell’attenzione sui miei pensieri. Eppure c’è qualcosa che mi disturba. Apro gli occhi e vedo quelli dell’uomo fissi su di me. Io abbasso lo sguardo, forse più per istinto di protezione che per timidezza. Poi li risollevo e scopro che lui non si è spostato di un millimetro.

Mi sento più nuda di come sono veramente, ma accenno un sorriso per stemperare la tensione che sento e mi prendo del tempo per guardarlo anch’io, a mia volta.

Vuoi giocare? Giochiamo.

Perciò ritorno a mettergli gli occhi in faccia. Restiamo così alcuni minuti con il caldo che ci fa sudare e rende la nostra pelle lucida. Lui è totalmente depilato, una cosa che non ho mai apprezzato negli uomini, eppure seguo le goccioline che ha sul petto e mi immagino di leccargliele via, una ad una, coscienziosamente, un lavoro certosino, da gatta che liscia il pelo e poi fa le fusa, con la lingua che si sposta sulla pelle, sentendo il sapore del vapore misto al suo, apprezzando la consistenza dei suoi muscoli.

Lui si alza e annulla la distanza tra noi; io mi rendo conto che potrebbe diventare tutto reale. Invece afferra la doccia che pende alla mia destra e bagna il sedile di marmo su cui siedo, l’acqua fresca scorre dandomi sollievo alle natiche, poi sposta l’erogatore sulla schiena e io lancio un urlo. Il getto sulla pelle è freddissimo e non me lo aspettavo. Mi metto a ridere come una scema e ride anche lui mentre rimane dov’è, di fronte a me. Metto una mano sui suoi fianchi, lui l’appoggia sulla mia spalla e si abbassa.

E il mondo è tutto in questi pochi centimetri che ci dividono dal bacio. Tutto qui, in questo momento sospeso, come un nuotatore prima del salto dallo scoglio più alto. L’attimo prima di salire sul predellino del treno, prima del fischio e del semaforo verde. Un mondo racchiuso tra l’incrocio degli sguardi, le labbra socchiuse, la lingua pronta a lottare per perdere.

Perché alla fine un bacio è sempre un tragitto sconosciuto in cui ci si perde, un viaggio senza ritorno, di cui si conosce il punto di partenza, ma raramente si intuisce l’arrivo. E vengo immersa in pensieri vischiosi di corpi allacciati, sospiri, morsi, carezze, spinte, graffi, grida, orgasmi, con la mappa persa durante la strada e rare foto a ricordo.

E in questo momento non esistiamo che noi e le nostre labbra, il caldo umido della bocca, a volte i denti che si toccano, piccoli ding, i concorrenti all’angolo, per riprendere nuovamente le misure. Il sapore dell’uno e dell’altra che si mescola per crearne uno nuovo, unico, irripetibile: nostro.

Poi il piacere diventa più pastoso quando mi si siede vicino e mi mette una mano tra le gambe, trovandomi umida per il calore intorno e per l’eccitazione che mi crea la sua vicinanza, con dita abili accarezza le pareti interne del mio sesso. Sento montare l’orgasmo, inaspettatamente veloce, come già sazio dell’eccitazione degli sguardi e dei baci, come se non aspettasse altro. Vengo tra le sue dita, sfinita dal calore che ci avvolge.

Lui non sembra eccitato, e la cosa un po’ mi spiace, forse non mi trova abbastanza attraente, forse i baci gli lasciano un’altra sensazione, che non condividiamo. Eppure non se ne va, mi prende la mano e mi porta fuori verso le docce, ne apre una e mi butta praticamente sotto il getto forte, mi manca il fiato all’improvviso per lo choc tra il calore del bagno turco e la doccia fredda.

E siamo ancora più nudi, con tutte le cicatrici addosso e i perché rimasti inspiegati. Nudi sotto quest’acqua che ci toglie il respiro e si porta via tutto, valanga improvvisa, sembra voler scavare all’interno per restituirci un’immagine nuova di noi che in fondo non ci conosciamo, se non per questi pochi attimi.

E se il bacio te lo lascio su queste spalle lo riprenderai stanotte o lo butterai a lavare con la biancheria sporca? E se ti bacio qui, su questa tempia dove passano i pensieri ne farò parte anche io, dopo? E sarà importante saperlo? No. Siamo qui e ora, a dividerci i centimetri di pelle a cui stare attaccati, ad afferrarci le spalle come a volersi sostenere su questo momento. Guardandoci negli occhi e ridere con essi oltre che con la bocca.

Poi ci rivestiamo e ci spostiamo nell’idromassaggio, la sala enorme è tutta per noi, le sessantenni pettegole devono essere migrate altrove. Ci sono un paio di vasche in un tripudio di mosaici nei toni del mare, illuminate da faretti strategici che esaltano lo scintillio delle piccole onde che increspano la superficie dell’acqua. Entriamo e facciamo partire l’impianto, le bolle sono piccoli baci sulla pelle, schioccano veloci, solleticandola piacevolmente. Mi metto a cavalcioni su di lui, gli scosto il costume e gli prendo il cazzo, ora sì eccitato. Mi piace guardare la mano che sale e scende, scorre verso il basso lasciando scoperta la punta, poi la mano risale. Sono letteralmente ipnotizzata dal suo sesso che cresce nella mano, dalle carezze che riesco a dare. Non so resistere dal guardarlo e in realtà vorrei avere cento occhi per poter guardare i suoi e contemporaneamente sotto il pelo dell’acqua, poi il suo petto che si alza e abbassa, la vena sul collo che pulsa, gli schizzi che bagnano il suo viso. Cento occhi per non perdermi nessun momento, per bermi tutto, ingorda di emozioni. Infine, come una bimba che ha aperto il regalo di natale, guardo lo sperma che piano si espande tra i flutti.

Lo vedi questo sorriso? Lo abbino a questi occhi che hanno deciso di non chiudersi, di non abbassarsi, di guardarti in faccia. Lo vedi? Te lo dedico, perché sono stata bene e non serviva altro.

Non so se ci rivedremo e d’altronde come potremmo che non sappiamo niente uno dell’altra? Lo vorrei veramente? Il mio corpo risponde per me: sì. La mia testa non l’ascolto più, già partita verso mille recriminazioni, paure, paranoie. Ma ho vissuto il momento e tanto mi basta, del futuro ho deciso di non preoccuparmi più e poi non so il suo nome, non l’ho chiesto, come lui non ha chiesto il mio. Abbiamo parlato tanto, ma incredibilmente non ci siamo scambiati il numero quando ci siamo salutati.

Quando torno nello spogliatoio mentre cerco le chiavi dell’armadietto nella tasca dell’accappatoio trovo un bigliettino. É il secondo in ventiquattrore.
Quest’ultimo è scritto su un foglietto di block-notes a quadretti ripiegato in quattro, un nome: Stefano e un numero di cellulare. Deve averlo messo quando ci siamo fermati al bar del centro termale a prendere da bere.
Sorridendo infilo il pezzetto di carta nel portafoglio e di riflesso prendo l’altro che invece avevo trovato stanotte: un piccolo cartoncino sottile caduto dal libro a cui mi ero aggrappata nel pieno dell’insonnia. Durante la svendita di una libreria in centro avevo comprato un classico tascabile che non avevo mai letto pur conoscendone la storia; d’altronde chi non conosce Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde?  Pensavo mi avrebbe conciliato il sonno e invece mi sbagliavo di grosso. Risultò avvincente tanto che lo chiudevo soddisfatta ben tre ore dopo, ma giunta all’ultima pagina un foglietto giallino mi era caduto sul petto.
L’inimmaginabile è immaginabile – W. Szymborska, c’era una scritta sopra. Grazie al cazzo” avevo pensato, trovando la frase stucchevole al punto giusto.

Eppure non era stata questa la spinta a lasciare oggi il lavoro al suo destino e a prendermi una giornata per me? Non avevo pensato che ogni cosa potesse essere “stupore” bastava volerlo, assecondarlo, rendere ciò che crediamo impossibile, possibile? Lo accartoccio con la mano e lo lascio sul fondo dell’armadietto in cui avevo riposto la borsa e i vestiti. Non mi serve più, ho imparato la lezione.

Prendo il cellulare, rubrico il numero e mando un messaggio che non vedo l’ora venga letto.

 

Epilogo .

C’è questo sole di metà marzo che invade la tua cucina e poi ci sei tu che mi dici siediti qua, ho già preparato.

E se come stai, hai fatto buon viaggio, me lo hai già detto, non so che altro potremmo aggiungere al sorriso che ci lanciamo contro, arma impropria, per sedurci più di quanto sia possibile.

Mi guardi, quindi, e sorridi.

E io sto seduta in questa luce che promette estate, prima ancora di darci la primavera.

Ti guardo, allora, ma con gli occhi ti faccio domande a cui stai aspettando di rispondere, per non rovinare la sorpresa.

Poi fai la magia ed estrai dal cilindro il piatto del pranzo.
Una cosa semplice, mi dici, e per me che non ha mai cucinato nessuno sembra invece un regalo inaspettato.

Poi versi vino, perché mi vuoi già ubriacare, penso, più ancora di così, più ancora del viaggio e della luce e del mare che si vede dalla finestra.

Entra un vento fresco e le tende bianche si scompigliano creando una curiosa danza. Io so già che berrò vino, mangerò questa pasta con le vongole direttamente dalla tua forchetta e mi stenderò nuda su questo tavolo guardando il mare lontano e i tuoi occhi qui vicino, mentre scoperemo, mentre ci scopriremo.

 

 

 

 

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Come sulla linea di mezzeria

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In bilico, stanno questi necessari baci inutili.
Rotolano e g(i)alleggiano.
Scivolano dal collo verso l’osso sacro. E ritorno. Corrono su tutti quei pensieri che affollano, spingono, premono per uscire, fino agli occhi che ti pianterei addosso.

Dal vorrei al non ancora, non oggi, non domani, forse presto, ti prometto presto. Dall’averti al non averti. Scivolano su questa linea di mezzeria sulla spina dorsale, strada a due corsie di andata e ritorno, asse d’equilibrio al centro della tua schiena, àncora di salvezza quando mi perdo in questa nebbia umida di voglie, che nasconde – male – i pensieri che le butto incontro, a testa bassa, un passo dietro l’altro.

Perdendomi ancora.

Un gioco nuovo

Scriveva una lettera e poi lasciava un bacio in quel petto aperto nell’attimo prima di un abbraccio, in cui tutto può essere, in cui tutto può cambiare.
Lui, una pagina bianca per le sue fantasie, dove poter scrivere i pensieri più indecenti: era questo il gioco.

Mentre muoveva lento il pennarello sulla pelle per costruire la frase, lei affondava i suoi peccati in quel gesucristo con i polsi legati ai lati del letto, e una benda sugli occhi al posto della corona di spine.
Non era ancora il momento in cui gli umori si sarebbero definitivamente confusi, in cui non si sarebbero più distinti il sudore, la saliva, il piacere.
Dovevano partire per quel viaggio, erano ancora sul predellino del treno.

Potevano ancora dirsi: “Quella goccia sulla tua tempia l’ho fatta io, e ora te la lecco via, per impossessarmi di tutto quello che hai, di tutto quello che mi stai dando”.
Ed era per questo che mentre lei scriveva non smetteva di baciarlo. Ci sarebbe stato poi un momento di estasi in cui si sarebbe fusa ogni cosa: e una bocca non sarebbe più stata una bocca, ma lingua e denti e saliva e nervi e gengive e pure tonsille. Tutto teso, ma infine sciolto nel piacere, confuso, ubriaco di vita e orgasmo.
Come il cazzo non sarebbe più stato un cazzo, che ora annegava nei colpi, uno dietro l’altro, eppure lenti, che a lui sembrava di morire, ma sarebbe stato cera che si scioglie vicino al fuoco.

Lui sentiva la punta morbida del pennarello scivolargli sulla pelle, e immaginava il sorriso della donna che gli stava sopra, mentre scriveva.
Ma non sapeva che era un sorriso da bambina, di quelli che si fanno prima di aprire il regalo di Natale, con gli occhi che brillano di eccitazione e sorpresa.

Poi lei inarcò la schiena e pestò con il sesso in quello di lui, come per spremere le ultime gocce di piacere; e si staccò lasciandolo orfano.
Non era previsto, non nella sua testa.
Mugulò di protesta, ma pensò a un gioco nuovo, ché forse lei si era già stancata, ora che era sazia.

Sentiva tacchi che battevano sul pavimento, e zip che si chiudevano.
“Dove vai?” Le chiese con un tono che voleva essere ironico e invece non riuscì a nascondere un po’ d’ansia, che aumentò quando lei non rispose.
Poi riecco l’alito caldo e un po’ acido vicino al viso. Aprì la bocca, per ricevere la sua, ma non arrivò. Sentì invece una stoffa ruvida sulla lingua che il cervello registrò come i suoi boxer.

Lì ebbe paura, e la tensione che aveva tra le gambe e che desiderava essere soddisfatta lo abbandonò.
I tacchi che si allontanavano e la porta che si chiudeva gli diedero la certezza di quello che stava accadendo.

Ma la scritta sul suo petto l’avrebbe scoperta solo più tardi, con l’aiuto della donna delle pulizie: “Fottiti da solo, stronzo.”

La finestra di notte (*)

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[Night Windows (1928). E. Hopper]

Appare all’improvviso.

Nel buio la finestra sembra uno schermo al led che trasmette il tuo telefilm preferito. Si staglia nel nero, mandando in onda una rappresentazione tutta per te che aspettavi da mesi, ormai, e in cui non speravi più.

La osservi da un po’, da prima che si accendessero le luci, da prima che arrivasse a occupare il primo piano di quello che appare come il proscenio di un palco, con il pavimento in listoni di legno, tende pesanti granata da sipario.

È entrata e uscita dai quadrati di luce delle finestre accanto, chinandosi a raccogliere un vestito, una scarpa, mettendo pigramente ordine nel soggiorno, per poi avvicinarsi alla cucina, trafficare con i piatti, far scorrere l’acqua, sedersi ad un tavolo senza tovaglia per mangiare. Ora sta appoggiata al parapetto e fuma una sigaretta, buttando fuori il fumo verso l’altro, per guardarlo poi catturato dalle folate di vento e disperso nella notte.

Tu invece sei nascosto nell’ombra, un po’ lontano, ma sei sicuro di sentire l’aroma di tabacco. Te ne appropri tirando su con il naso, assaporandolo come hai sempre fatto con il fumo delle sigarette di tua madre.

Le guardi il polso sottile, il movimento delle dita, il mento puntato verso la strada. Studi tutto, immagini, soppesi, fantastichi su consistenze e odori. Sul vestito leggero che appena si intravede dalla ringhiera. L’aria lo sposta piano, attaccandolo alle gambe, alzandolo appena, mostrando la coscia per poi nuovamente nasconderla.

Incantevole. Ecco la parola giusta. Incantevole e tentatrice come un melograno maturo appena fuori dal muro di recinzione, pronto da cogliere.

È la seconda volta che la vedi questa settimana; la prima, di giorno, l’hai vista arrivare con una piccola utilitaria caricata fino all’inverosimile. È uscita dall’abitacolo portando con sé uno zaino per poi venire inghiottita dall’androne del palazzo e risbucare nella cornice delle finestre che apriva una ad una. L’avevi osservata fare la spola dalla macchina all’appartamento trasportando all’interno borse e valigie, probabilmente tutta la sua vita, per poi spogliarsi prima dei jeans e poi della maglietta, mostrandoti la schiena nuda listata a lutto dalla fascia del reggiseno e sparire in direzione di quel che sapevi essere il bagno.

Non te lo aspettavi più, ormai.

Gli ultimi inquilini del palazzo di fronte erano stati due anziani. Due vecchi di cui non ti importava nulla e che per fortuna erano schiattati presto, prima uno e dopo l’altra. Prima di loro invece era stata la volta di Samantha, con l’acca in fondo, come aveva precisato quando l’avevi conosciuta. Una ragazza zuccherosa del nord con cui eri riuscito a tessere una relazione durata un anno, ma che poi era scappata dall’oggi al domani. Ogni tanto ti chiedevi dove avesse trovato la forza di fuggire, visto che era ormai completamente nelle tue mani, succube di un amore fatto di “bastone e carota”, buona per alimentare il tuo ego, ma anche lei in fondo interscambiabile, come le altre.

La guardi godersi il fresco notturno, incendiare il mozzicone, trattenere il fumo in bocca e poi buttarlo fuori, con le labbra mezze aperte, sensuali, con cui scopre appena gli incisivi bianchi. Tiene il filtro tra l’indice e il medio, facendolo dondolare piano, quasi stesse soppesando i pensieri, per poi buttarli assieme alla cenere nella notte. Ha spalle aperte, da nuotatrice, e muscoli definiti, nervosi sotto pelle, come pronti a scattare in caso di pericolo.

Rivedi la stessa sigaretta nelle tue mani di fronte a Samantha, ormai mesi prima, quando piagnucolava per essere liberata dalle corde, mentre ti rifiutavi di farlo. Volevi vedere fino a che punto sarebbe arrivata per compiacerti quando le hai detto che ti stava deludendo, che la credevi più forte, più tenace. Ricordi ancora le lacrime che si portavano via rimmel e fiducia. Avevi spinto troppo, forse era per questo che un mese dopo se ne era andata. Ma in fondo che importava? Eri rimasto sorpreso della sua fuga, certo, ma di donne così se ne trovano ovunque. Si attaccano a qualsiasi cosa assomigli all’amore, e tu sei bravo – oh, sì – a farle innamorare. Attenzioni assidue, complimenti esagerati a cui tutte (tutte, indistintamente) credevano: regali, sorprese, moine, premure. Le circuivi con metodo e passione facendole sentire uniche. E uniche lo erano veramente per un po’, per poi diventare un peso quando cominciavi a staccarti. Diventavano oppressive con mille domande su dove eri stato, con chi, per quanto tempo. Asfissianti, gelose, possessive. Completamente succubi, a quel punto. Ormai inutili.

Vorresti fumare anche tu, imitarne i gesti, sentirla in qualche modo affine, ma temi che la brace si possa vedere nel buio. Ti limiti a guardarla chiudere gli occhi mentre il vento le scompiglia i capelli lunghi, portandoglieli sul viso per poi sbuffare divertita togliendoseli di dosso con la mano libera. Il vestito aderisce di più al suo corpo, mostra la curva dolce della pancia, e quella più prominente del seno che il vestito a vestaglia fa leggermente intravedere. Te la immagini senza biancheria sotto, come fosse un gioco concordato tra voi, mentre fa finta di fumare mostrandoti via via pezzi di sé: prima la spalla scoperta per caso, poi la curva del seno slacciandosi un bottone, infine la gamba alzandosi il vestito, e poi su, piano, sempre più su. Una partita di seduzione, un match in cui lei avrebbe vinto, senza se e senza ma.

La ragazza butta il mozzicone a terra, poi mima il twist con il piede per spegnerlo, si accoscia, lo raccoglie e sparisce all’interno per poi passare come in un fotogramma nelle finestre vicine. La vedi camminare in quel soggiorno che conosci bene, prendersi lo spazio, esserne padrona. Sovrastare con la sua bellezza gli angoli ammuffiti, i mobili ordinari, il pavimento datato. Non tornerà più alla finestra per stasera, ormai ne sei certo. La immagini nella doccia, l’acqua calda che scavalca la clavicola per poi scenderle nel petto, i capelli bagnati che si attaccano alla schiena, come alghe allo scoglio, la schiuma che si porta via il sudore della giornata. Ti chiedi che lavoro possa fare, la vedi cameriera, insegnante, guida turistica, titolare di un negozio. La immagini a contatto con la gente, parlare, gesticolare, ridere gettando indietro la testa e ti chiedi come potrebbe essere fare parte del suo mondo per un po’, e sei sicuro che avverrà presto. Prestissimo.

Ma su un punto ti sbagliavi. Torna alla finestra avvolta in un asciugamano blu con alcuni fiori disegnati sopra. Si pettina con una spazzola mentre guarda nella tua direzione, come se stesse scrutando se sei ancora alla tua postazione. Per un attimo ti senti scoperto e la cosa ti infastidisce, ma sei certo che non ti possa vedere. Con Samantha avevi fatto mille prove, anche dal suo appartamento e mai una volta hai avuto un dubbio. Poi d’improvviso l’asciugamano cade. È un attimo. Si china veloce per raccoglierlo, ma il bianco dei seni e il bruno del pube lo hai visto bene. Si fa strada nelle tue fantasie, l’immagine collega veloci sinapsi, cavalca pensieri, fa girare il sangue più forte. La vedi distesa su un letto candido, con le braccia e le gambe aperte, il sesso esposto, la gola nuda, pulsante di paura, una “donna vitruviana” tutta per te, a tua completa disposizione, per farle del bene, per farle del male, per farti del bene, soprattutto del bene. Poi le imposte si chiudono regalandoti la fine dello spettacolo, giù il sipario.

L’attesa dura alcune settimane. Ne impari gli orari, le abitudini. Sai che fa la spesa al supermercato vicino a piazza Trieste, che alle diciannove va in palestra, ma solo al mercoledì e al venerdì e che ordina troppo spesso cibo take away e la cosa in fondo ti piace, odi quelle che stanno sempre attente alla linea, sono donne insipide, incapaci di godersi la vita. Sai che non vengono mai amiche a trovarla e che una volta è uscita con un uomo, un collega forse, facendoti provare un leggero fastidio, quasi gelosia.

Ti prepari con cura. Hai la barba di qualche giorno, i jeans scuri senza strappi – perché non sei mica un ragazzino – la camicia bianca con le maniche arrotolate. Sai di essere affascinante, lo confermano le occhiate delle segretarie, donne con scritto in faccia che cercano qualcuno con cui accasarsi. Con alcune sei anche uscito, ma con loro non c’era il piacere della conquista. Erano solo desiderose di montare su un Q7 come se non avessero mai visto un’auto, farsi offrire la cena, smaniose di accalappiare il dirigente divorziato. Controlli i capelli, indossi gli occhiali scuri e l’aspetti all’angolo in cui arriva di solito con le sporte della spesa. Potresti contare i secondi che mancano al momento in cui sbucherà, fingi di guardare il cellulare e le vai addosso, facendola rovinare a terra.

Lei cade e tu ci finisci sopra, il contatto con il suo corpo ti piace, è più morbido di come te lo eri sognato. Ti rialzi subito con aria imbarazzata, mentre le porgi la mano per aiutarla e raccogli alcuni frutti rotolati fuori.

«Fatta male?»

«No, no, tutto bene…»

Ha una voce sottile, quasi da bambina. Ti sembra più bassa di come pareva vedendola da lontano.

«Scusami, ero distratto, non volevo, mi dispiace…» le dici porgendole la borsa in cui hai infilato un kiwi che era sfuggito.

Lei sorride, scoprendo i denti bianchi. «Alla fine non ci siamo fatti nulla, conta questo.»

«Mi devo scusare, ti offro una cosa al bar, ti prego.»

Lei sembra nicchiare, guarda a terra, guarda l’orologio.

«Dai ce n’è proprio uno dietro l’angolo, prendiamo solo un caffè, due minuti!» e ti stampi in faccia il tuo miglior sorriso; se potessi faresti apparire un’aureola sopra la testa.

Lei accetta, incredibilmente, e le chiedi se puoi portarle almeno una borsa, precisando che no, non sei un ladro di spesa fatta alla Conad. Ride, si rilassa. È fatta.

Anche scambiarsi il numero è stato fin troppo facile. Quasi non ti diverti più. Quando ti ha detto che aspettava l’idraulico, ma che erano due giorni che non arrivava, proporsi di aiutarla – sono socio onorario di Leroy Merlin, sul serio – è stata la logica conseguenza.

Le hai promesso che l’avresti chiamata entro domani per concordare un orario per aggiustarle il sifone, ma hai fatto passare ben 48 ore prima di mandarle un messaggio a cui lei ha fatto seguire una telefonata.

«Ciao, non mi sono dimenticato, scusa… il lavoro… »

«Capisco.» fredda, più del necessario. La cosa ti piace.

«Che ne dici se vengo ora? Prendo gli attrezzi e arrivo!»

Lei si lascia sfuggire un “magari”, per poi darti l’indirizzo che non hai chiesto.

L’appartamento di fronte è proprio come lo avevi visto mesi fa. Ci sono ancora gli stessi mobili del Mercatone e la stessa parete color malva, spugnata malamente da qualche vecchio inquilino per risparmiare e mai ritinteggiata dal proprietario.

Ti aspetta in infradito e abito leggero, con una pinza tra i capelli che scopre la nuca. Porta gli occhiali, non glieli avevi mai visti, probabilmente li usa per leggere, o forse ha le lenti.

Ti trattieni dall’andare direttamente in bagno, aspetti che ti ci accompagni passando vicino alla camera e non resisti nel lanciare un’occhiata dentro. Noti il letto sfatto, le lenzuola scomposte e una coperta che tocca a terra. Non è così maniaca della pulizia come la tua prima moglie e nemmeno moderatamente ordinata come la ragazza che abitava qui. Il suo modo di tenere la casa ti piaceva: pulito ma non esasperato. Questa invece è più disordinata, ci sono ancora alcune valigie in un angolo, come se non avesse finito di fare il trasloco.

«Ecco, il sifone è questo, l’acqua non scarica bene.»

Tu traffichi nel tentativo di aggiustarlo, ma la presenza alle spalle ti crea un imbarazzo che non ti aspettavi. Di solito sei tu che lo provochi alle donne, intimorendole. Ti ricorda tua madre che controllava se facevi bene i compiti, se stavi composto a tavola, se tenevi in ordine i libri, per poi rimproverarti al primo sbaglio.

Dopo un’ora di lavoro finalmente riesci a risolvere il problema, le sarebbe costato un bel po’ aspettare l’idraulico e non perdi l’occasione per farglielo notare.

«Hai ragione, ti offro la cena per ricambiare? Cucino un sugo che fa resuscitare i morti.»

Accetti perché vuoi vederla in azione da vicino mentre riempie la pentola d’acqua e pesa la pasta.

Arriva con uno Chardonnay e ti fa accomodare su una sedia per poi sedersi a cavalcioni su di te, questo approccio non te lo aspettavi. Di solito sei tu che prendi l’iniziativa, che guidi il gioco. Ma il vino scivola in gola fresco e in fondo ti piace questa situazione nuova. Ti bacia il collo, mentre si struscia sul tuo sesso. Ti butta in faccia uno sguardo carico di promesse, quando ti fa alzare e ti accompagna in camera. Poi la stanza comincia a girare e il letto è così vicino, ti ritrovi fra le lenzuola sfatte senza accorgertene.

Riemergi dal torpore chiedendoti dove ti trovi. Hai delle manette ai polsi, e i piedi sono legati ai lati del letto. Il gioco non ti piace più, ti guardi intorno cercando la ragazza. È vicina allo stipite della porta e fuma una sigaretta.

«Ben svegliato.»

«Cosa mi hai fatto?»

«Alle domande stupide non rispondo.»

Si avvicina con la sigaretta tra le dita e uno sguardo pieno d’odio. La dolce ragazza sembra scomparsa per far posto a una donna di cui hai timore.

«Chi sei? Che vuoi da me?»

«Quante domande inutili che fai. Ti dico solo un nome: Samantha, ti dice niente?»

Sgrani gli occhi, non capisci. «È mia sorella, le hai fatto molto male, è entrata in terapia per colpa tua e alterna depressione a mitomania» Non sai che dire, vorresti urlare che non hai fatto niente, ma non è proprio vero. Sai di aver esagerato con lei, che era fragile, e che più di una volta hai spinto l’acceleratore su alcune situazioni limite.

«Bene, ora resterai qui a meditare su quello che hai fatto. Non ti preoccupare, ho affittato sotto falso nome questo appartamento per qualche mese, e ho già pagato in anticipo. Non ti verrà a disturbare proprio nessuno. Divertiti nel frattempo, io stacco la corrente, si fa così prima di andare in ferie.»

La ragazza prende l’ultima valigia rimasta nell’angolo, la sposta verso l’uscita della stanza e chiude le imposte da cui l’hai spiata tante volte, una ad una, lasciandoti al buio, dall’altro lato della finestra.

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(*) “La finestra di notte” è liberamente ispirato al racconto “Finestre di notte” di Jonathan Santlofer contenuto nella raccolta “Ombre” edito da Einaudi – per la collana “Stile libero big”.

 

 

C’è più afa, ora, in questa stanza

Il primo orgasmo è rosa pallido. Sbiadito come lo sguardo di chi non si ama più, di chi evita gli occhi perché in fondo non dicono più nulla, nessuna domanda che aspetta un sì per risposta. E’ montato lento, salendo pensieri spremuti dalle palpebre chiuse, ormai avidi di immagini, staccati dalle dita che frugavano senza trovare, senza donare, senza capire che c’è solo bisogno di volersi bene. Anche da soli. Soprattutto da soli.
Percorre lento la pelle – onda tellurica forza due – in andata, perdendosi poi al ritorno. Debole, fiacco. Emozione senza eco, che muore giovane, schiantata nella realtà.

Il secondo orgasmo è magenta. S’è impastato tra le dita mentre cercavo una seconda occasione, altre emozioni per sfamarmi, sperando fossero meno insipide, meno slavate, che non fossero senza contorni come le case nascoste dalla nebbia di gennaio in pianura Padana. Ed è cresciuto pensando ai suoi occhi, ora ben vivi nella testa, mentre mi guardavano, mentre lo guardavo, mentre avrei voluto essere ovunque in quel momento, tranne così lontana.
S’è sciolto tra le cosce, rendendole molli di piacere, desiderose di mille baci che non sarebbero arrivati.

Eppure non serve proprio nulla in più alla pelle lucida di piacere. Attraversata da mille bocche, occhi, mani, corpi, respiri. Tutti addosso, contro, fino a soffocare i miei pensieri, ormai fermi, inutili, come il respiro, che s’è fermato. Non ci sono più nomi, luoghi, situazioni. Solo le mie dita che mescolano un orgasmo, l’ultimo, rosso borgogna.

Andrà tutto bene

morti-mare

 

Quando Amina sentì l’impatto del corpo sull’acqua, capì che era veramente finita.

Le si strinse lo stomaco, ma non sgorgarono altre lacrime dai suoi occhi scuri.

Non guardò nella direzione in cui avevano portato Hassan, ma fisso davanti a sé, inebetita dal suo dolore, incredula fosse successo.

“Andrà tutto bene” le aveva promesso quando le propose di lasciare tutto per tentare l’impresa. Aveva gli occhi guizzanti di speranza e il sorriso di chi sa cosa è giusto fare.

“Andrà tutto bene” aveva ripetuto un mese dopo, in agosto, spingendola sul barcone e aiutandola a salire.

Con le tasche vuote di chi non ha più nulla e i piedi a mollo nell’acqua calda del Mediterraneo, tutti in fila per prendere posto, lei guardò un’ultima volta indietro, per trovare traccia di rimpianto nella loro scelta, tra le rive immerse nella luce della sera.

Non fu così. Nessun rimpianto verso un paese che non dava futuro.

Si era poi stretta vicino a lui, cercando di non guardare gli altri uomini: gli occhi bassi, di chi sa di non dover provocare.

Un bambino piangeva vicino. Il braccio della madre intorno al suo corpicino magro faceva da scudo verso il mondo, e lui gemeva spinto dalla stanchezza e dalla paura.

Accennò un sorriso alla donna che le sedeva accanto, ma lei guardava fisso il suo misero bagaglio sistemato tra piedi: una borsina di plastica gialla, da cui spuntavano le orecchie di un coniglio di pezza. La madre dava colpetti leggeri ma decisi al figlio, cercando di confortarlo o forse di rassicurare sé stessa.

Amina tornò perciò a guardarsi i sandali. Sperava non fosse così freddo in Italia, d’inverno, come le avevano raccontato. Ma tutto è meglio della guerra, pensò.

Quando due ore dopo intuì nel buio della notte la sagoma di suo marito accasciarsi sul pianale del barcone, non aveva capito cosa fosse successo. Lui si era allontanato per parlare con l’uomo che li aveva fatti salire. Lo scafista aveva avuto modi bruschi e spicci con tutti loro, urlando di sbrigarsi: voleva partire in fretta.

Pensò a un malore, alla stanchezza, perfino che stesse cercando qualcosa caduto. Eppure c’era troppa concitazione intorno.

Si alzò ben sapendo di perdere l’ottimo posto che avevano guadagnato e si fece largo tra i profughi. Gli uomini accanto ad Hassan gridavano, spintonandosi l’un l’altro mentre lui era a terra.

Amina cercò di avvicinarsi, non vedeva bene tra tutta quella gente ammassata e il movimento ondulatorio del peschereccio.

“Ora si alza” continuava a pensare. “Ora si alza e torniamo vicino al bambino che piange”.

Ma piangeva lei stessa lacrime involontarie, come se avesse già capito cosa fosse successo.

Non respirava già più quando gli fu vicino. Com’è veloce la vita a lasciarci.

Non sapeva che fare, gli occhi annebbiati dal pianto, e i perché gridati al buio.

Un uomo nero come la notte intorno, le prese un braccio e piano le ripeteva: “tu viens avec moi”, con la voce nasale degli africani.

Le diede il suo posto vicino a una donna che la rinchiuse in un abbraccio, mentre il mondo girava intorno a lei e tutto si faceva nebbia scura.

Poi il tonfo sordo dell’ultimo viaggio di Hassan la riportò alla realtà.

No, non era andato tutto bene.

Rope Space

(Foto Mefisto Zanardi)

Mentre suono al nome indicato nel biglietto sento distintamente il campanello in lontananza che risuona nell’appartamento in cui devo entrare. Mi piace immaginare come si propaghi in un luogo che non ho mai visto, arrivando prima di me, per annunciare che sono qua.
Un minuto di attesa e il rumore di sblocco del portoncino segnala l’apertura.
«Terzo piano.» – dice una voce metallica dal citofono.
Io annuisco pur sapendo che nessuno mi vede e spingo il cancelletto lasciandolo andare alle mie spalle una volta entrata, e il clang di chiusura mi prende alla sprovvista. Sembra un segnale di partenza verso questa esperienza che sento di fare, o meglio, ho bisogno di fare.

Scelgo di non prendere l’ascensore, me li voglio fare a piedi questi tre piani di scale. Mi bevo tutto, dai turni per la pulizia segnati nella bacheca condominiale, alle piante grasse negli angoli dei pianerottoli, alcune con grossi fiocchi di carta bianca, come si usa nei regali di matrimonio. E gli zerbini davanti alle porte, ognuno il suo, che dicono molto, o non dicono affatto, riguardo al padrone di casa. Un blindato ha ancora appesa una ghirlanda di natale, diventata evidentemente parte dell’arredamento e penso che anche io, in fondo, ho tolto le lucine dal terrazzo solo un mese prima. E siamo a luglio.

Al terzo piano dovrei cercare l’interno M, ma la porta è già socchiusa ed entro chiedendo permesso, come mi ha insegnato la mamma: ringrazia sempre, chiedi permesso, dì scusa se hai sbagliato.
Un “Arrivo” mi giunge dalla parte della casa in cui immagino ci siano le stanze da letto, e io mi bevo pure il soggiorno con la voglia di dissetarmi con qualsiasi dettaglio di quest’oggi, fosse anche l’angioletto Thun con la candelina un po’ storta che mi spia dalla libreria.

La stanza è grande, illuminata da due porte finestre che fanno entrare la luce viva del giorno. Un tappeto nero e bianco è ai piedi di due grandi divani di pelle chiara, sistemati ad angolo. Poche fotografie artistiche in bianco e nero alle pareti completano il quadro.
E arriva lei: con corti capelli rosso Aperol sparati in alto e rossetto in tinta. Indossa un semplice abito estivo a piccoli fiori e mi porge la mano che stringo con forza, dimostrandole tutta la mia gratitudine per aver accettato la mia richiesta, sorridendo a mia volta in risposta al suo sorriso tutto denti bianchi e occhi verdi.
In fondo non ci conosciamo, anche se abbiamo qualche amico in comune in rete e scambiato qualche battuta sotto post altrui.

«Benvenuta, accomodati.» Mi dice indicando il divano. «Io prendo le corde.»

Le corde.
Sono qui per questo. Per provare la sensazione di essere legata.

Spiegarlo non è facile e nemmeno ci provo, semplicemente nella vita ad un certo punto compaiono dei bisogni o delle curiosità che senti di avere e di dover soddisfare.
«Tu mettiti comoda.» E se fossimo state in una chat questa frase sarebbe stata seguita da una faccina gialla con l’occhiolino, mentre lei me lo fa per davvero.

“Non sei nel virtuale Jo. Sei qui veramente e hai preso la metro B e due fermate di autobus, attraversando tutta Roma per venire.” penso mentre mi tolgo le Converse e mi siedo sul divano aspettandola.

Arriva con un vassoio e due bicchieri con un po’ di acqua e menta. Era una vita che non vedevo lo sciroppo di menta mescolato all’acqua, me lo preparava sempre mia mamma nelle calde e umide giornate estive quando ancora abitavamo in Veneto. Quelle in cui lei era ancora una bella donna dalle labbra carnose, il carattere deciso, gli occhi pieni di vita. Mentre ora è l’ombra di se stessa, mangiata dal dolore che la vita le ha messo davanti, senza tanti sconti. Erano giornate piene di sole, di lavori casalinghi e nel negozio, di piccoli gesti felici dedicati ai suoi figli. Di acqua e menta mescolata veloce con il cucchiaino nei bicchieri della Nutella, a creare un vortice da guardare ipnotizzati.
E’ come un segnale positivo: quelle cose che accadono di contorno mentre stai facendo altro e che sembra ti dicano che è la cosa giusta da fare.

«Allora Giovanna, in chat mi dicevi che non hai mai avuto esperienze di legatura.»
«No, mai. Beh… se escludiamo le mani dietro la schiena per giocare un po’ prima del sesso.»
«Già qualcosa. Che sensazione ti hanno dato?»
«Panico.»
«E allora perché vuoi provare?»

Taccio, e faccio spallucce; non la so la verità. So solo che vorrei provare, mentre mesi fa lo trovavo ridicolo, come se ora fosse cambiato qualcosa in me. Finisco la mia bibita mentre lei si alza, chiude le imposte creando penombra e accende una piccola abat–jour di carta di riso, con impresse fiori e foglie. Mi dico che anche se non so bene il motivo per cui sono qui, se tutto va per il verso giusto lo scoprirò presto. La stanza alla luce della lampada sembra più piccola, e la donna che si fa chiamare Stella D’Oro sul web, accende lo stereo, inserendo un cd. Una musica di ispirazione giapponese si propaga. Io guardo le corde che ha portato: sono di diversi colori, gialle, rosse, blu e verde. “Sarai come un’opera d’arte” mi aveva detto un’amica che lo aveva provato, ma io non ero sicura che fosse questo il motivo per cui ero lì.

«Spogliati restando con il body come avevamo concordato.» Obbedisco.
«Inginocchiati. La schiena dritta, gli occhi chiusi.» Io eseguo e resto in attesa.

Stella si mette dietro di me, sento le sue ginocchia sulla mia schiena, mi prende i capelli e me li chiude in una coda, alta sulla testa. Si inginocchia anche lei e mi cinge le spalle con le braccia nude. Sento la sua pelle liscia sulla mia. Non ho mai avuto contatti così ravvicinati con una donna che non fosse mia madre, nemmeno con le amiche più intime. Mi ricorda un abbraccio materno, mentre sento il suo respiro leggero sul mio collo e mi si alza la pelle d’oca sulle gambe in un riflesso incondizionato. Ora che è così vicina sento il suo calore e il suo profumo, Opium, inconfondibile. Sto ancora con gli occhi chiusi, la mente che tenta di seguire la musica, di farsi rapire da essa.

Si stacca un attimo da me. E io mi sento già orfana. Forse sta prendendo una corda. Infatti mi stringe gli avambracci, mentre mi cinge ancora. Mi tira indietro, mentre annoda, le corde che costringono, la mia mente che cerca di evadere, rincorrere la musica, non pensare a nulla. Mentre sono già inebriata da quel profumo, e d’un tratto ricordo la prima volta che l’ho annusato, mille anni prima.
Tutte le nonne sanno di violetta, la mia sapeva di Opium di Yves Saint Laurent. Lo custodiva all’interno del suo armadio, dove io lo scoprii un giorno, per caso, mentre giocavo nella sua camera ad aprire le ante dell’armadio per creare un gioco con gli specchi interni, mille mondi che si riflettevano uno dentro l’altro all’infinito. E in un angolo tra la cipria e il borotalco nel classico barattolo di plastica verde scuro, ecco la boccetta ambrata. Non posso pensare che anche questo sia un caso.

Stella mi passa una fune leggera sulle spalle, facendomela scorrere anche sotto il mento, provocandomi un brivido, avvicinando il suo viso al mio, appoggiando la sua guancia alla mia. Non mi aspettavo un contatto così intimo, in realtà non so nemmeno cosa dovevo aspettarmi: avevo solo visto le foto di donne legate con questa tecnica antica chiamata shibari, ma non avevo mai assistito agli spettacoli che sapevo si tenevano in feste esclusive.

Non posso più muovere le braccia, ora legate dietro la schiena, parallele e il petto è in fuori evidenziato dal passaggio delle corde, sopra e sotto il seno.
E io risento l’abbraccio a morsa in cui mi stringeva Gianni i primi anni che vivevamo assieme, perché di veri gesti d’affetto non era capace e se ti dava un abbraccio era solo così, un po’ brusco, accompagnato dalle parole: “E ora non scappi più”.
Ma tanto lo sapeva che non volevo andarmene da nessuna parte. E me lo guardavo in attesa di un bacio, che arrivava a stampo perché i baci veri, quelli fatti di lingua e saliva, non erano per noi, semplicemente.
Feci le valigie per fuggire veramente solo molti anni dopo, stanca di manifestazioni di affetto rare e insipide, incapace io stessa di dare slancio al rapporto, adagiandomi nei miei errori. E lasciai la casa che ci aveva visti insieme, pure felici, ma più volte soli, dapprima con la mente e poi buttando dentro la valigia le prime cose che trovai nell’armadio, andandomene sbattendo la porta, gridando vaffanculo, piangendo, più impaurita che delusa.

«Alzati.» Il suono della sua voce mi riporta nel soggiorno.
Piego una gamba in avanti e mi alzo, apro gli occhi e incontro i suoi ad altezza dei miei.
Hanno lo stesso colore degli occhi di mio fratello, ed eravamo esattamente nella stessa posizione la sera prima, solo che le mie braccia cingevano il suo corpo barcollante mentre i suoi occhi mi attraversavano con lo sguardo. Non mi vedeva nemmeno, offuscato com’era dai fumi dell’alcol, come tutti i giorni, da settimane ormai.
E mi riprende l’ansia, l’urgenza, il panico.
Perché dovrei essere accanto a lui a convincerlo ad entrare in casa di cura, una volta in più, ma non ne ho più la forza, non ho più speranze, non ne ha più nessuno per lui, che non riesce a liberarsi dai suoi fantasmi, creandone di nuovi per tutti quelli che gravitano intorno a lui.

E invece sono qui, in questo quartiere romano che non avevo mai visitato, a farmi legare come un arrosto, non si sa bene per cosa, non si sa bene perché.

«Va tutto bene? Vuoi che andiamo avanti?»
Stella è proprio brava come mi avevano detto. Ha capito che c’è qualcosa che non andava,
«Sì, tutto bene. Andiamo avanti.»

Si abbassa per prendere un’altra corda e la srotola piano davanti a me, mantenendo il contatto visivo: è rossa, mentre quella che mi ha legato attorno al dorso, gialla.
«Sarai bella come una scultura quando avremo finito.» Mi sussurra in un orecchio, ripetendo lo stesso pensiero della mia amica.
Io non mi sento affatto così, ma non voglio deluderla.

Per un attimo mi vedo da fuori, una donna né bella né brutta, quasi quarantenne, legata in un appartamento di cui conosce solo il soggiorno, le sue scarpe e i suoi vestiti in un angolo, la cellulite, la pancetta, i piedi nudi, il seno piccolo evidenziato dalle corde e un’assurda musica giapponese a far da colonna sonora. E una domanda in testa: “Cosa ci faccio qui?” lo penso e lo dico poi, a voce alta:
«Stella, cosa ci faccio qui?»

Lei mi guarda, mi sorride e dice l’ovvio, che forse tanto ovvio non è: «Sei qui per farti legare, chiudi gli occhi se vuoi.»

Ma io non li chiudo e la guardo ai miei piedi mentre mi passa la corda fra le gambe, per legarmi le cosce. Fa nodi che segnano il mio intimo, il clitoride, le grandi labbra e dentro le piccole, che, seppur al riparo dalla stoffa del body, cominciano a bagnarsi.
E chissà se le corde si impregnano dei miei umori, del mio intimo profumo.

Sento che mi stringono, mentre Stella mi fa ristendere a terra e io mi sento al sicuro, non posso fare nulla, indifesa, abbandonata, con lei che mi scosta i capelli dal viso e mi accarezza dicendomi che sono brava, che sono bellissima, che il mio corpo è magnifico attraversato da queste linee colorate. Avvicina la bocca alla mia senza baciarmi, facendomi sentire la sua presenza, un contatto che vuole dire protezione, e io sono nelle sue mani: non esiste più nulla, né il lavoro il giorno dopo, né le bollette da pagare, né la casa vuota e il letto freddo, mia madre, mio fratello, Gianni, gli uomini che ti vogliono ma non ti cercano, le ferite che ho fatto e quelle che ho ricevuto.
Sono sospesa.
E non voglio più andar via.

Piano.
Slegami piano.

Non voglio abbandonare queste corde. Fanno male e bene insieme.
Ero indifesa, ma ero protetta.
Ero nuda, ma vestita.
Ero Jo e Giovanna. Ero io e non lo ero più.

Stella non dice più nulla ma comincia a slegare le corde. Le fa scivolare piano sulla mia pelle e vorrei dirle di lasciarmi così, con la mia malinconia, il volto rivolto al soffitto e le palpebre chiuse, a pensare a nulla, a stare ferma quando tutto intorno a me corre.

Slegami piano.
Ti prego, piano.

Tremo e ho gli occhi chiusi.
E mi libera gambe e spalle, lentamente, sciogliendo i nodi, facendo scivolare la corda sul mio corpo, baciando e accarezzando la pelle dove l’ha fatta scorrere, dov’è rimasto il segno. Mentre quella che passa tra le cosce la lascia ancora lì.
Accarezza con un dito tra esse, mentre io sento la sua mano tra la stoffa del body e le funi.
Preme, gioca con le corde, le sfiora casualmente prima loro e poi me.
E non è più una donna che tocca un’altra donna, ma una persona che tocca una persona, che mi ha portato oltre e ora sembra voglia ancora di più.

Si insinua, sposta il body, raggiunge il mio intimo e guardandomi negli occhi infila due dita bruscamente, toccando la mia voglia liquida. Mi sfugge un gemito fatto di sorpresa e piacere, perché non pensavo di essere così eccitata.

Stella entra ed esce più forte, è finito il momento di fare piano, della delicatezza. E mentre ansimo e chiudo gli occhi, e cerco di chiudere le gambe per sentirla ancora di più, lei sposta le dita sulle pareti della vagina, raggiungendo punti che non pensavo di avere, accompagnandomi verso un orgasmo violento come pochi, dandomi ancora qualcosa in più, come se non fosse bastato fin’ora. Il mio corpo risponde, senza vergogna, prendendo quel che c’è da prendere a grandi bocconi mandati giù senza masticare. Torno a fatica in me, e la sento stendersi vicino e abbracciarmi da dietro, richiudendomi tra le sue braccia, e prima di sprofondare nel sonno riesco a pensare che il suo abbraccio sostituisce le corde, ed è in fondo più vero e umano: illude meno, ma protegge e contiene le mie emozioni.

Me ne vado dopo un’ora con un’esperienza nuova in tasca, una nuova conoscenza, la pelle segnata, un orgasmo che ricorderò, la consapevolezza che il mio corpo mi ha detto di cercare le mie radici e il mio vissuto.
Per un nuovo punto di partenza.

Ripubblico questo racconto che è stato inserito nell’antologia Inferno e Paradiso edito da ErosCultura.