Una notte come un’altra.

Era stata la loro ultima notte insieme, ma non lo sapevano ancora. Poi ognuno sarebbe andato per la sua strada, fatta di aspirazioni diverse e di diversi destini, ma che era stato bello intrecciare. Un po’ come quando intrecciavano le dita tenendosi per mano sorridendo per tutto e per nulla, e lo stesso gesto lo ripetevano nel momento dell’orgasmo, come a voler essere ancora più uniti, ancora più vicini.
Lui avrebbe riso ancora di gusto durante il sesso, guardando altri occhi, assaggiando altri sapori.

Lei gli occhi li avrebbe chiusi baciando qualcun altro; a volte sentendosi persa, altre volte no.

Eppure quella notte c’era la luna piena e nessuna nuvola. Nessun segnale divino, nessun presagio del cielo, con le stelle tutte appiccicate al solito posto, che qua mica è Hollywood, baby.

Una notte come un’altra in cui il panettiere del paese si sarebbe alzato alla solita ora, qualcuno sarebbe tornato dal turno di notte preoccupato per il lavoro, qualcun altro si sarebbe svegliato più volte per i peperoni della cena. 

Qualcosa sarebbe cambiato, certo, ma da domani.

 

 

 

Imponderabilia

AbramovicImponderabilia

Fu la risata a farla rimanere.

Diversamente avrebbe abbandonato, non aveva le carte giuste per vincere la partita, questo lo sapeva già, ma quando lui le buttò in faccia il sorriso decise che valeva la pena restare, anche solo per risentirla nuovamente.

Stare nudi è facile, che ci vuole? Ci si toglie i vestiti uno dopo l’altro, lasciandoli cadere sul pavimento, manco fossero foglie d’autunno.

Difficile è sfiorarsi senza nericarsi l’animo, lasciando solo piccole risa che solleticano la pelle, come bolle nell’idromassaggio.

Come il sole all’improvviso.

 

 

I compiti delle vacanze natalizie – [Racconto erotico]

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«Professore?»

Busso piano alla porta socchiusa dell’ufficio, cercando di non dare l’aria di chi vuole imporsi troppo con gesti scortesi, ma nemmeno di passare per la sbarbatella timida che ha soggezione delle autorità.

Lui alza lo sguardo dal “Sole” squadernato davanti e mi fissa infastidito tra lo spiraglio della porta, in fondo lo sto disturbando nella sua ora di pausa.

«Ferreri, mi dica.»

Io entro guadagnando la stanza, i libri raccolti sottobraccio, la borsa con il resto a tracolla.

«Senta, le vorrei parlare dell’ultima ricerca che mi ha dato da fare per gennaio.»

Toglie gli occhiali da lettura e si stropiccia la faccia stirando i lineamenti, in un gesto carico di stanchezza.

«E cosa mi deve dire?» Guarienti è uno vecchio stampo; nonostante l’età, nemmeno quarant’anni, si rivolge a noi studenti dell’ultimo anno sempre con il “lei”, vista la maggiore età ci dice. Porta maglioni di lana fatti a mano, e basette troppo lunghe su un viso curato, con una corta barba in ordine, lontana dalla moda hipster del momento che vuole più peli in faccia che sul corpo, che chissà “c’avrà i toporagni nascosti dentro, quello lì”.

«I tempi Prof. Non ce la faccio a consegnare la ricerca di cinquanta pagine in due settimane.» dico d’un fiato. Ma appena smetto di parlare sbatte con forza la mano sulla scrivania, facendo oscillare pericolosamente l’acqua nel bicchiere accanto.

«Ferreri, lei non è nuova a queste richieste. Non le sembra di esagerare? Pure la volta scorsa mi ha chiesto una proroga!»

Poi abbassa lo sguardo forse pentito dell’irruenza, sposta gli occhiali richiudendoli, prende il giornale e lo piega con cura.

Io che me ne sto seduta a pizzo sulla sedia ho la tentazione di alzarmi e andarmene, lasciare perdere e dire “Mi scusi, mi scusi, vedrò di fare del mio meglio”. E invece me ne resto a fissare il giornale. Non posso veramente fare tutto quel lavoro in così poco tempo, devo fare qualcosa, convincerlo.

E se fosse vero quel che si dice? Qui in istituto le chiacchiere sono la linfa vitale, c’è sempre chi sa tutto di tutti e si diverte a ricamare storie e malignità.

Su Guarienti si dicono tante cose, che sia fissato con l’ordine, che l’otto lo dia con il lanternino, e che abbia una sua piccola debolezza.

Ed è a questa che mi aggrappo.

«E se mi scontasse delle pagine in cambio di…»

«Di cosa Ferreri?» Mi guarda di traverso, quasi in allarme.

«Suvvia, Prof., me lo dica lei cosa potrei fare.» Ormai sono lanciata, ma con la rete.

Mi alzo appoggiando i libri sulla scrivania e i gomiti lì vicino assumendo una posizione che gli amici non avrebbero remore a definire a novanta gradi, andandogli di conseguenza ad una trentina di centimetri dal viso.

Gli allargo un sorriso e con gli occhi indico il “Sole”.

«Perché non usa questo per farlo, eh?»

Abbassa anche lui lo sguardo e forse medita se scoprirsi o meno. Sottintendo senza dire, aspetto le sue mosse. Ma ha un’espressione indecifrabile, non saprei se sia sorpreso o meno. E tutto potrebbe finire qui, potrei dire che intendevo che userò il giornale economico come spunto per le mie ricerche e seppure in lontananza si sentano le unghie sugli specchi potrei ancora andarmene, quasi senza vergogna.

Ma lui si alza deciso e aggira la scrivania andando verso la porta, chiudendola con una mandata.

«Bene Giulia. Cosa dici, facciamo dieci sculacciate una pagina?»

Mi scappa una risata, di quelle che aprono i polmoni perché sento di avere la situazione in pugno.

«No, ma che scherza? Almeno un colpo cinque pagine!»

E mentre sono ancora a novanta gradi, con un grande sorriso sulla faccia che dice ho vinto, perché qualsiasi cosa è meglio che sgobbare sui libri sotto le feste di Natale, mi dice: «Ti dovrai mettere sulle mie ginocchia, però. Senza jeans ovviamente.»

Quando hai deciso di giocare lo si deve fare senza esitazioni, o avrai perso in partenza.

«Ovviamente, replico anche io.»

“Ovviamente un cazzo, ma d’altronde cosa mi aspettavo, un buffetto sul culo e via?”

Lui si rilassa, noto che abbassa le spalle, ora abbiamo il nostro patto, anche se non abbiamo concordato le regole fino in fondo.

Si risiede sulla sedia presidenziale a gambe larghe, in attesa.

«Dunque Giulia, dieci sculacciate una pagina in meno da scrivere, ma lo farò con le mani, il giornale non lo voglio spiegazzare. Tu sai perché alcune docenti mi chiamano “le Professeur?”»

«No», ammetto, anche se ho sentito la Donizzetti chiamarlo così ridacchiando con la Valente.

«Perché fa rima con “Fesseur”.»

Mi prende in castagna, il francese non lo conosco molto bene, avrò quattro in pagella questo quadrimestre, spero.

«E cosa significa?»

«Chi sculaccia, ovviamente.» E mi rigira davanti alla faccia le mani, ora mostrandomi i palmi, ora il dorso coperto dal reticolo delle vene, e mi rendo conto che le ha molto belle, ma anche molto grandi, e questo fa vacillare un po’ la mia decisione.

«E ti assicuro che lo faccio bene.»

Non ho dubbi vorrei rispondergli, ma tengo la battuta per me. E’ un gioco, anzi no, un’opportunità.

Queste cinquanta pagine sono troppe e io ho già la settimana bianca prenotata con i miei amici, col cazzo che passerò le mie vacanze a scrivere cose noiose.

«Bene, appoggiati pure Giulia.»

È già la seconda volta che mi chiama per nome, e se la prima volta mi era sembrata una confidenza, questa volta mi fa sentire nuda.

“Che cazzo dai! Saranno solo un po’ di manate sulle chiappe, che vuoi che sia? “

Come me le racconto io le cose, nessuno mai. Non ho mai provato ad essere sculacciata, escludendo quando avevo cinque anni e rispondevo male a mia madre un giorno sì e l’altro pure. Certo, ho ricevuto qualche schiaffo da Matteo durante il sesso, ma questa è un’altra cosa. Decisamente.

“Insomma Giulia, basta smenartela si va in scena.”

Slaccio le Converse ma tengo i calzini di spugna e sfilo i jeans, faticando un po’ a toglierli visto che sono aderenti. Resto in mutande a guardarlo.

«Non toglierle quelle, le abbasso io. Vieni qui.»

«Prima voglio definire gli accordi, non mi vanno bene dieci sculacciate una pagina. Facciamo cinque?»

«Sembra che le regole, qui, le detti io.»

«Si sbaglia, è lei che muore dalla voglia di farlo, lo vedo sa? Io semplicemente non voglio studiare sotto Natale.»

«Sei pure maleducata. Vieni qui subito.»

Tutto è meglio che studiare, quindi mi abbasso appoggiandomi sulle sue ginocchia, sento il suo profumo più vicino, e il suo maglione sa di tabacco e di antitarme. La stoffa dei jeans sulle cosce risulta ruvida, ma familiare.

La situazione è veramente strana, ma chi non risica non rosica.

Guarienti sembra che si stia prendendo del tempo per guardarmi. Poi mi prende per la vita e mi sposta ribilanciando il mio peso sulle sue gambe, e io so già che non potrò più scappare, la presa è energica.

Massaggia deciso come per spalmarmi della crema, e a me ricorda un dottore che prepara la parte da operare. Poi la sculacciata.

Forte, come non me l’aspettavo.

Sussulto e lo sento dire: – Meno uno, Ferreri, tenga il conto. E’ ripassato al lei, al distacco, mentre sento bruciare la natica.

Poi parte la raffica di colpi, e io mi dimeno, dimenticando l’unica cosa che avrei dovuto veramente fare: contare. Il dolore mi invade, vivo, quasi rosso acceso sotto le palpebre chiuse a ogni colpo e intanto sento un peso che cresce tra le gambe.

Rimassaggia dandomi il resoconto, siamo a meno dieci. Così pochi colpi finora? Eppure, sì, il dolore che al primo schiaffo era vivido ora si è come anestetizzato, forte sì, ma un attimo appena e poi si espande trovando la pelle già marchiata più sensibile che acutizza le sensazioni.

Poi abbassa le mutande e io istintivamente mi divincolo.

E riparte con i colpi, alterna i glutei, non batte sempre sullo stesso punto, a volte più in alto vicino alla cintura a volte a poca distanza dall’attaccatura della gamba.

«È di un bel rosso amaranto» e mentre me lo dice sento infiammarsi pure le guance. «Meno trenta, Ferreri. Si goda questo momento.»

Massaggia ancora proprio nel momento in cui sono al limite. E lo sembra sapere esattamente, quando urlerei “Basta basta, vaffanculo tu e la tua ricerca!

Poi sferra un ultimo colpo e mi mette una mano tra le gambe.

«Ehi!»

Ed è invasione che mi scopre bagnata, come non avrei immaginato d’essere.

Sembra che io non aspettassi altro che questa incursione dentro di me. La cosa mi stupisce, non avevo mai assocciato il fatto di sculacciare qualcuno come innesco per il sesso.

Il piacere liquido si espande, regalandomi sensazioni nuove, e se lui tocca me fisicamente, i miei sensi vengono come scoperti e rivoltati, rinnovati per un orgasmo intenso che nasce da un posto nuovo del mio essere. Non saprei dire se migliore o peggiore, messo a fuoco, ecco, un cambio di lenti che mi regala un’esperienza nuova.

Scivola fra le mie pieghe, mentre cerco con il bacino di sentirlo più in fondo, poi esce e ritorna con due dita, forse tre, in cerca di nuovi punti da toccare. Io mi abbandono e lascio che il piacere fluisca, come fossi uno strumento che ha trovato una musica nuova da suonare.

Quando la marea dell’orgasmo è passata, esce e mi appoggia una mano sul culo. Fa male dove ha colpito. Ma è un dolore dolce che non so veramente spiegare.

«Domani voglio vedere i lividi.» Mi dice abbandonando la presa attorno alla vita «Presentati qui alla stessa ora.»

Io cerco di rimettermi in piedi e le gambe un po’ cedono.

Riesco solo a dire «Va bene, prof.»

Si alza anche lui e noto il rigonfiamento nei pantaloni. È indiscutibilmente eccitato.

«Rivestiti, direi che la ricerca è andata bene, ci penserò io ai tuoi crediti, ma aspettati interrogazione a gennaio.»

E mentre mi allaccio le scarpe con il culo che brucia sotto lo sfregamento dei jeans dico: «Oh beh,  al limite ci rivediamo dopo la Befana e ne riparliamo!»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel giallo del tram

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La mano sul culo era lì da un po’. Solo appoggiata, forse con il dorso, ma vista la situazione di emergenza, difficile pensare male. Sentiva il busto dell’uomo sulla sua schiena; il respiro da fumatore, sul collo. Anna cercava di stare in equilibrio tenendosi al palo che aveva davanti, rosso rabbia, come quella di tutti i passeggeri, lei compresa.

L’afa, il sudore dei corpi vicini, il caldo, l’avvolgeva. Teneva gli occhi bassi, non voleva soffermarsi sugli altri passeggeri. Stretti. Pure troppo. Non si dice sardine dentro a una scatola? Ma a lei sembrava di stare nel suo cassetto dei calzini. Appallottolata, pigiata all’inverosimile, pronta a balzare fuori non appena le porte del tram si fossero aperte come fosse stata un gioco a molla, di quelli che fai Aaaahh tra il riso e lo spavento quando s’aprono.

Con il nuovo piano di assetto l’azienda dei trasporti aveva accorpato le linee 19 e 23 creandone una unica e far straripare i tram che nemmeno il Seveso con le piene autunnali.

Un forte odore di dopobarba scadente veniva da un punto imprecisato, dietro di lei. Odore di muschio e sudore, di rancido, di cannella. Chissà se era dell’uomo a cui dava le spalle. Si sentì spinta in avanti e subito un “scusi, mi spingono” solleticarle il ciuffo di capelli sulla nuca. Una voce profonda, roca di sigarette fumate da sempre.

Anna tentò una risposta, ma il tram fece una manovra brusca, costringendola ad afferrare saldamente il tubo d’acciaio davanti a sé. L’uomo le afferrò le spalle, cercando di mantenersi in equilibrio. Lamentele colorite si alzarono da tutto il tram. Chi scomodò i santi e chi la madre del conducente. Uno, sfoderando tutta la sua passione politica, il sindaco. Tutti invitati verso un unico luogo, che cominciava con “Va” e finiva con “Ulo”.

“Scusi ancora signora, il conducente deve essere ubriaco”. Ma lei sapeva bene che non era così.

Conosceva bene Rodolfo. Quasi cinquantenne come lei, avevano fatto il liceo insieme. Guidava con due telefoni. Con uno litigava con la moglie via whatsapp, con l’altro chattava con le amanti, alcune vere, altre virtuali. Gestiva il suo harem con pugno di ferro e solo con la moglie era remissivo cedendo sempre alle sue paranoie, che vista la realtà non aveva tutti i torti di avere.

Anna ci parlava sempre mentre tornava dal turno di notte, verso le dieci, ed erano praticamente soli. Lui non mancava mai di provarci, con il suo fare allegro e piacione, che tradiva la sua origine romana.

Qualche volta aveva anche pensato di starci, ma si diceva, aveva bisogno della scintilla. Di quella cosa che non necessariamente voleva dire sentimento, non era così ingenua, voleva solo dire affinità di pensiero, feeling, calore e colore nei pensieri. Non sapeva definirlo diversamente.

Aveva sempre associato alle persone un colore. Suo marito era stato il blu, calmo e affidabile, solido, roccia su cui contare, sempre. Con gli anni si era trasformato in un grigio mare tempestoso, e lei non era stata capace di tenere la rotta, mandando a puttane il suo matrimonio.

La sua migliore amica era l’arancio, l’allegria, la passione per l’india e le sue spezie, le cene nei ristoranti etnici, i suoi viaggi, i libri, la curiosità di vivere che le invidiava.

Rodolfo era l’azzurro della camicia della divisa che indossava e del cielo di Roma a primavera. Solare certo, ma non abbastanza da farla capitolare.

Ad un certo punto si sentì artigliare una natica, e sobbalzò. Non credeva possibile che l’uomo che le aveva appena parlato in maniera così gentile avesse osato tanto. Eppure non c’erano altre spiegazioni. Cercò di girarsi per guardarlo in faccia, ma non riuscì bene. Il colore che ebbe in visione di sfuggita fu il giallo, un colore che adorava, ma difficile da trasmettere veramente. Un uomo alto, più di lei, che portava un giubbino da motociclista, pieno di scritte. La mano aveva già abbandonato la presa, era stata solo una palpata. Poi il ginocchio si fece spazio tra le sue gambe. E chiaramente non era dovuto all’andamento a onde di Rodolfo. Spingeva con la coscia sul culo, mentre la mano si assestò sul fianco.

“Vorrei decidere io se sia il caso che ti strusci” Glielo disse girandosi del tutto, facendosi spazio tra gli altri.

Ma questa volta il colore aveva mentito. Meglio spostarsi altrove, che no, non era il caso. 

Era solo un giallo tram, mentre lei voleva il giallo sole.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La tua puttana (Nessuna poesia)

 

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Dicevi che ero la tua puttana, la tua troia, la tua marchettara, la tua zoccola. E non so quante altre cose dello stesso genere. E io, per farti piacere dovevo rispondere che era vero, che lo sapevo, che ero la tua troia, la tua marchettara, la tua puttana, la tua zoccola.

(da L’attenzione di A. Moravia)

Sai, questo è tutto quel che vorrei darti. L’eccitazione, la condivisione dei sensi, gli occhi puntati negli occhi, per sfida. E dirti che so dove voglio arrivare in questo gioco. E che qui comando io, anche se sono la tua puttana. Perché scelgo di esserlo, oggi ancora una volta. Come è stato ieri, e ieri l’altro, ma non posso sapere se lo sarò domani.

E’ una scelta, la mia.

Guardami, io non abbasserò lo sguardo. So cosa voglio da te e so come prendermelo.

Nessuna poesia. Non c’è rima nel sesso sporco; niente nuvole, tramonti, cieli tinti di arancio al mattino. Siamo solo sesso, comprato con le lusinghe, con le minacce, con le mani strette con forza dietro la schiena. Solamente una bocca pronta a tutto, una lingua che non vuole altro, mani che impastano seni, natiche, cosce.

Animali che fottono, null’altro.

E siamo eccitazione. Il desiderio intenso di aversi. La chimica che prende il posto del buon senso, del pensare comune, della logica.

Siamo morsi sulle spalle e unghie che graffiano, che lasciano piccole cicatrici, che dicono “qui sono passata io”.

Lo vedi? Ti ricorderai della tua zoccola guardando quei segni. Li accarezzerai distrattamente, sotto la camicia, finché parlerai con un tuo cliente al telefono. E stirerai il labbro al ricordo, perdendo il filo del discorso, mentre verrai catapultato in quel letto dove io ero la tua puttana e tu eri mio. Dove tutti i tabù erano caduti come Buddha di Bamiyan sotto le cariche dei talebani.

Non è l’arte a farci vivere, né la letteratura, ma è la tua barba ispida che mi arrossa la pelle, il mio odore che si mescola al tuo, le secrezioni, le dita bagnate, il respiro corto, gli orgasmi soffocati per non gridare.

E da brava puttana poi andrò via, una volta avuto ciò che mi spetta.

Bacio di sole

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Francesco stava disteso tra i suoi tredici anni e il pavimento.

Appena aveva sentito la porta di casa chiudersi alle spalle dei suoi genitori, si era infatti tolto i vestiti e si era sdraiato nel quadrato di luce che la porta finestra lanciava sul marmo chiaro del soggiorno.

Il sole illuminava il suo corpo allampanato, che come gli diceva sempre nonna Ines non era né carne, né pesce. Un corpo in divenire, che cresceva però in fretta.

Era steso sulla schiena, e guardava prima il soffitto riquadrato dagli stucchi in gesso, poi i quadri alle pareti e infine le mantovane che nascondevano il binario delle tende. Era un punto di vista diverso dal solito, che gli permetteva una visione nuova della solita sala e di alcune piccole crepe sull’intonaco che non aveva mai notato.

Muoveva la testa a destra e sinistra, sentendo chiaramente le ossa del cranio ruotare sul marmo.
Il freddo del pavimento contrastava con il calore che il sole passava attraverso i vetri, senza tuttavia riuscire a vincere su di esso.

Si mise a sedere con le gambe incrociate, puntando lo sguardo sul suo sesso.
Sua madre lo chiamava “pisello” quando gli raccomandava di lavarsi bene, aggiungendo “anche dietro le orecchie, mi raccomando”, come se le due parti fossero in qualche modo collegate tra loro.

Aveva ancora pochi peli sul pube e alcuni altri stavano spuntando sul mento. Li guardava e li riguardava ogni mattina, cercandone di nuovi. Aveva anche provato a tagliare quelli sopra il labbro, insaponandoli con il grande pennello dal manico di legno che suo padre teneva sopra la mensolina di vetro vicino allo specchio del bagno. La lametta Bic aveva fatto il suo dovere decapitandone una decina.

Era una pigra domenica di giugno, di quelle immobili, scandite dal frinire delle cicale che a volte si zittivano di botto rendendo ben chiara tutta la solitudine che c’era nell’isolato. Non passava nessuno sulla via, se non qualche cinquantino in lontananza seguito dal vociare dei ragazzi più grandi che si avviavano verso la piazza del paese.

I suoi erano andati a trovare nonna Ines, lasciandogli la libertà di stare pure a casa da solo, che tanto ormai non era più un bambino.
Non si era fatto scappare l’occasione di evitare le chiacchiere degli adulti che continuavano a parlare di quel “Moro” trovato morto chissà come, e cercando una scusa che desse consistenza a questa opportunità disse loro che avrebbe preferito rimanere a casa a studiare, visto il compito in classe di storia del giorno dopo.

La scuola stava ormai per finire, ma invece che sui libri il suo sguardo era ora tra le gambe.

Il suo organo genitale ultimamente era diventato un pensiero scomodo, a volte talmente denso e vischioso da soverchiare qualsiasi altra cosa. Si infilava dappertutto, tra i calzettoni bianchi delle compagne di classe, tra i seni generosi della bidella e sulla vita sottile di sua cugina Antonella.

Aveva perciò bisogno di maneggiarlo spesso, di toccarlo, di scoprirsi, di vederlo gonfiare e poi di sfogarsi con una soddisfazione intensa ma purtroppo breve e andare ancora oltre, finché non sentiva fastidio, quasi dolore.

Il calore del sole sembrava ora tutto concentrato sui testicoli, come un occhio di bue che illuminava un palco. E questi si comportavano da protagonisti muovendosi con piccoli scatti, quasi si stessero stiracchiando dopo un lungo sonno. Anche il pene sembrava assorbisse l’energia proveniente dal sole e si muovesse di conseguenza.

Il glande emerse pian piano dai lembi di pelle e il sesso cominciò a sussultare come avesse preso vita in quei minuti, grazie al calore.

Francesco si alzò e andò scalzo verso la camera dei suoi genitori. C’era un grande specchio attaccato all’armadio e quando vi si mise davanti la sua figura si moltiplicò all’infinito  in un rimbalzo di immagini con quello sopra il comò.

Vedeva mille sé stesso, nudo. Mille dita sul suo cazzo. Mille braccia pronte a riceverlo.
Con la mano cominciò a far scorrere la pelle, prima piano, poi sempre più forte, avvolto nel buio delle palpebre chiuse da bocche rosse, seni nudi, culi generosi che aveva intravisto su quei giornalini che sua madre definiva “sporchi” ma di cui aveva trovato una copia in cantina, chissà di chi.

Provò un orgasmo senza saperne il nome e il glande si bagnò di alcune gocce di liquido chiaro, quasi trasparente. Era un piacere intenso che lo lasciava a volte colpevole anche se non capiva esattamente di cosa e a volte semplicemente desideroso di averne ancora.

Poi tornò nel soggiorno, riprese il libro di storia che aveva abbandonato sul divano e studiò così, nudo, fino a che non sentì la 127 dei suoi genitori attraversare il vialetto e corse in camera a raccattare i suoi vestiti.

Il giorno dopo prese un otto per la storia che aveva imparato, ma fu un voto più alto per quella che stava scoprendo di sé stesso.