La traccia

Il suo odore mi penetra nel naso, pungola, spinge, sbatte potente contro le narici senza chiedere permesso, poi arriva al cervello scaraventando ricordi a terra, rovesciandoli, frugando a fondo, e trovando quello giusto se ne impossessa, lo guarda, lo assaggia, lo lecca, lo morde e ci si fonde addosso.

Lo guardo mentre muore, o mentre dovrebbe farlo, ma non funziona, non con lui, che ha quest’odore che mi ha riportato indietro, dove non volevo stare più. In quel posto in cui ero stata così bene, in questo posto in cui sono stata così male senza di lui.

Mollo la presa.

È un errore, lo so. Lasciarli andare vivi è sempre un errore. Che siano uomini, che siano ricordi, è la stessa cosa. Bisogna ammazzarli prima che loro ammazzino te. Li devi triturare, prima staccandoli con gli incisivi, poi frantumarli con i molari, masticarli, polverizzarli, farne minuscoli pezzetti fino a che non esista più nulla. Che siano ricordi, che siano uomini.

Ed è per questo che lo riafferro mentre cerca di strisciare via.

Dove credevi di andare brutto stronzo, eh?

Mi guarda, non capisce. Perché dovrebbe in fondo? Non capisco nemmeno io. Eppure ne ho bisogno, oggi, ieri, ieri l’altro. Domani chissà. Domani ancora, lo so.

Era un gioco, dai. Non volevi giocare?

Eppure quando gliel’ho proposto l’ho vista la luce accendersi in fondo agli occhi. Ha illuminato quella sua giornata grigia, quello sbatterti tra una pratica difficile e la macchinetta del caffè mentre arrancava stanco verso mezzogiorno, per poi zigzagare verso l’orario di chiusura schivando dirigenti, clienti incazzati, colleghe brutte. Fino a sbattere contro di me.

Ho bisogno di scopare. Gliel’ho detto così, senza preamboli, mentre facevo mulinare il caffè nel bicchiere di plastica.

L’ho visto il suo sopracciglio alzato d’interesse e disappunto. Troppo diretta in fondo. Nessuna conquista, nessun piacere atavico della caccia. Macchisenefrega avrà pensato. Una come me si sbatte volentieri, senza pensarci troppo. E senza pensarci troppo si accetta di andare in una casetta isolata, appena fuori dal centro, appena dentro la campagna. Una come me non fa paura.

Non me l’aspettavo il suo odore così uguale. Eppure lo avevo scelto proprio per questo. La traccia. Lo avevo scelto per questo quest’omuncolo che non se lo merita, che non mi merita.

Lo prendo per i capelli, fermando la sua fuga. È debole, come solo chi è pieno di vino e di quella che chiamano droga dello stupro può essere. Calci e ancora calci, nelle costole, nel viso, nelle palle quando si gira sorpreso.

Gli sono ancora addosso mentre è sul pavimento. Mi guarda atterrito e mi eccita che non capisca. Nessuno lo capisce il dolore. Eppure ce lo iniettiamo addosso di continuo. Frasi a metà, sentimenti non ricambiati, baci risparmiati, sorrisi buttati a terra invece che lanciati contro. Persone che erano tutto e ora non sono più niente. Ed è difficile capirne il perché.

Come si adattano bene le mie mani al suo collo. Stringo, stringo ancora, stringo guardando il bianco degli occhi diventare giallo e rosso, la pupilla dilatarsi prendendo tutta l’iride, fino a farla sparire. Il nero che si impossessa del colore, come la morte della vita.

Poi rido e mi butto di lato. Lui fa lo stesso, tossendo. Cercando aria, cercando ancora di scivolare via.

Non lo hai capito che sei morto? Sei morto quando hai accettato di venire qui. In questo posto dimenticato da tutti, dimenticato da ogni dio che stai pregando, dimenticato da lui che ha dimenticato me.

Rido perché l’ultima volta ci ho fatto l’amore su questo pavimento. Lo abbiamo visto da terra il soffitto, come sta facendo lui ora, mentre noi ridevamo facendoci del bene, fronte contro fronte, occhi colati addosso, null’altro nella mia testa se non quell’odore che mi vestiva come abito da sposa il giorno delle nozze.

Poi finisce tutto. Un giorno ti svegli e lui ti dice che non se la sente più, che non ti sente più, mentre tu sei vestita ancora di quell’odore suo. E fa fatica ad andare via.

Lui invece va via in un attimo. Toglie lo spazzolino, il Pino Silvestre dalla doccia, la lametta dalla mensolina di vetro. Toglie i boxer dal cassetto che gli hai dato facendo spazio tra le tue cose. Che non volevi, che ti sembrava strano, mentre lui diceva che era necessario, che vivere insieme sarebbe stata la svolta naturale a mesi di frequentazione. Così hai buttato tacchi per mettere mocassini e scarpe da ginnastica, e per far spazio alle sue felpe hai gettato jeans taglia 42 che tanto hai detto non li metterò mai più.

E invece ora ti vanno larghi. L’amore ti consuma quando se ne va. Si prende la voglia di mangiare, i colori, la primavera che vedevi ovunque, e ti lascia sveglia alle tre e dieci. Tutte le notti.

Tossisce, lo stronzo. Tossisce cercando aria e una via di fuga.

Lo ammazzerò, come ho fatto con gli altri due. Loro emanavano una debole fragranza, un che di cannella e muschio. Mentre Alessandro sapeva di chiodi di garofano, di pepe, di un aroma caldo e avvolgente.

Lo ammazzerò come avrei dovuto fare con lui prima che se ne andasse. Lo farò a pezzi e ogni giorno ne farò sparire uno. Un dito gettato nel Tevere con la sigaretta fumata al tramonto, il lobo buttato nel cestino del Mc Donald, il piede nella stufa. Un pezzo al giorno, finché non si placherà quest’ansia che mi prende all’improvviso, l’aria che manca di colpo mentre guido nel traffico e non ci pensavo, il cuore che batte e ti chiedi ogni giorno come faccia, perché ti senti morta. E patetica.

Prendo una delle corde cadute mentre giocavamo sul letto. Mentre gli facevo credere che mi interessasse qualcosa farlo godere. Gli sono addosso. Non se lo merita di essere ancora vivo con quest’odore che, per me, era solo suo.

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3,04

Ci si veste di tutta l’attesa, per farsela togliere orgasmo dopo orgasmo. Ed è così che si rimane nudi.
Nudi di risposte, di vestiti e di tempo. Poi pian piano ci si riveste, si raccolgono gli abiti a terra, le emozioni sul letto, gli sguardi lanciati contro.
Si passa ubriachi quei corridoi curvi che ci riportano a essere un me e te, uguali, diversi, sicuramente vestiti, seppur ancora nudi per un po’.
Si lasciano i tre metri quadri del letto, sapendo che ce ne bastano sempre meno.

Nudi non si è mai, ti ho detto.
Nudi non si è mai, mi dici.

Eppure qualche dubbio l’ho avuto.

L’indeciso

Danilo è un ometto insicuro di sguardo e di parola.
Sposta in avanti la gamba destra come una ballerina nella posizione di riposo. Ci ripensa. Lo fa con la sinistra. Poi torna alla destra, alternandole di continuo, prima di qua, poi di là – hop, hop – creando un curioso balletto. Lo fa mentre parla, suda, si confonde, si riprende, cerca un minimo sorriso, poi fissa un punto concentrandosi, mi chiama “sinnoina” mangiandosi le lettere.
Cerco di trovare un filo logico da fargli seguire, lui sembra capire, gli si illumina lo sguardo, poi si perde ancora dietro “ai miei tempi”, i “si stava meglio quando si stava peggio”, “io, io, io” ripetuto in continuazione. “Sinnoina, vede, io, vorrei dire, avevo pensato, non so, io, no, non credo”.
Gli si imperla la fronte, il riporto è già appiccicato al cranio lucido, una goccia di sudore gli scende tra l’occhio e l’orecchio, nel viso ha chiazze rosse che spiccano sul colorito giallognolo. È curvo d’insicurezza, ansia, indecisione.
Continua il suo balletto: gamba destra avanti, braccio destro piegato, sinistro steso. Gamba sinistra avanti, braccio sinistro piegato, destro steso. Ha affinato talmente tanto la tecnica da non muovere nessun’altra parte del corpo mentre mima Arlecchino in cerca d’applausi dopo la commedia. Hop, hop. Io mi perdo nel suo tic. Gli fisso la testa che non si muove di un millimetro nel passaggio. Mi chiedo se non sia irrispettoso, ma non posso farne a meno. L’osservo mentre è orgoglioso di avere il discorso in mano per un paio di minuti, poi di botto non si sa più sbrogliare, incespica sulle parole, lancia sguardi d’aiuto alla figlia per finire una frase, un concetto che solo lui sa.
Lei lo guarda vuota, guarda me, poi alza gli occhi al soffitto, li porta al pavimento e scuote appena la testa chiudendo gli occhi. “Che ci vuoi fare?” mi dice con la mimica. Io sorrido stretto, il tempo è poco, è sempre poco per me, che avrei voluto stare con i piedi a mollo nei sogni altrui oggi, e invece sono qui a vedere sta casa, uguale a mille altre, eppure per loro diversa, speciale, unica in ogni angolo, crepa, ragnatela.
Pure io mimo un “no, non importa”, ma gli occhi vanno all’orologio smentendomi subito.
Guardo il telefono. Nessun messaggio.
Mi scollo con difficoltà e mai verbo rende di più l’idea.
Lo lascio al suo balletto dopo avergli stretto la mano, io sì più sicura di lui, di non voler avere nulla a che fare con la sua indecisione.

Lo vuoi?

“Lo vuoi?”

Le parole si fanno strada nel buio. Tentano di strapparmi al sogno che stavo facendo, riuscendoci in parte.

Mi esce un “uuuhmmmmm”. Che tradotto dal dizionario “Mugugni di prima mattina – Italiano” avrebbe voluto dire “lasciami stare”.

“Ehi, lo vuoi? Dimmi che lo vuoi.” Riesce a svegliarmi massaggiando il culo, lo impasta con una mano, mentre con l’altra immagino che se lo stia menando. Mi si butta sopra, come si fa con la preda, senza aspettare una reazione, senza stelle e cuori, sapendo che non ci sarebbe stata nessuna risposta negativa.

Come si fa a non volerlo? Duro e animale. La bocca e i denti sul collo. Mi morde mentre strofina il sesso su schiena e natiche. Mentre mi tiene bloccate le braccia e continua a lasciarmi morsi e baci, baci e morsi e pensieri a metà.

Poi si sposta di lato, dal culo trova la strada verso le grandi labbra, mentre io trovo lucidità, vedo la luce del mattino non ancora matura. Saranno le cinque, penso. Maledetto alzabandiera. Benedetto alzabandiera.

“Lo vuoi? Eh? Dimmi che lo vuoi.”

Non rispondo, non ne ho bisogno. Tutto di me dice che non voglio altro, soprattutto ora che sono completamente sveglia.

E il pompino è la risposta alla domanda. Fosse così facile pure nelle questioni di tutti i giorni.

Così il suo odore si mescola al mio sogno, alla saliva, alla luce dell’alba sulle lenzuola e ai suoi gemiti.

Che sì, lo voglio, si era capito.

Restlessness

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“Tu hai mai pensato alla morte?”
Federico era davanti alla finestra, la giacca con le frange anni ’70 addosso e l’aria da figlio dei fiori che sembrava aver capito tutto del mondo. Guardava fuori, con i palmi puntati sul parapetto, i gomiti in alto, pronto a saltare.
Lo guardavo, io, con gli occhi a palla increduli dal discorso proprio in quel momento, la mano sulla guancia per sostenermi il viso, stesa sul suo letto. In mente avevo solo l’urgenza di tornare a baciarlo. Chi mai può pensare alla morte quando si ha tanta vita da vivere? Quando poco prima imparavo la geografia del suo corpo? Quando si hanno sedici anni e un groviglio da sciogliere sullo stomaco?

“Sì, certo.” Detto tra gli incisivi e le labbra strette. Una bugia per fargli credere che avevo capito, per farmi credere che eravamo simili e invece condividevamo gli occhi verdi, ma non l’inquietudine di vivere.

“Volevo gettarmi dalla finestra.”
Era uno che sapeva far male con l’assenza delle parole e la curva delle labbra.

“Non avresti la certezza di rimanere secco.” Uso ancora adesso il cinismo come arma di difesa.

“No, vero.” Me lo disse duro, senza inflessione nelle parole. Si era staccato dalla finestra per venirmi vicino, mentre io cominciavo già a perdermi tra i suoi dettagli. L’iride con lampi gialli, il riflesso chiaro di alcuni ricci, il naso piccolo quasi femminile, mentre i nodi all’altezza dell’inguine chiedevano di essere sciolti, dipanati sotto le sue mani, ammorbiditi dalle labbra.

Voleva da me risposte che non avrei mai potuto dargli, o forse iniziative che non sentivo, ferma allo stop della mia timidezza. Si era avvicinato senza tuttavia incontrare il mio sguardo.
“È tardi.” Mi disse, da chilometri.

“È tardi.” Risposi piano, sicura che in fondo la mia risposta non gli interessava.

Mi alzai e presi il giubbotto.
Anche a sedici anni si capisce quando si è di troppo.

L’istante dopo

La mano affonda nell’orgasmo già avvenuto prolungandone il piacere, scivolando in andata e ritorno, dilatando sensazioni, puntellando emozioni, creando una nuova scala per far partire il tuffo da uno scoglio più alto. Per poi tornare giù nuovamente, con l’onda che affoga, poi si spande, s’infrange, si ritira lasciando la rena umida e pregna.

La bocca invece è aperta per masticare l’aria e per ritrovare il fiato perso, e non ci sono parole: sciolte tutte nell’orgasmo. La testa ha però pensieri violenti che premono, gonfiati dal piacere. È un blob inarrestabile, vischioso, denso, umido di voglia.

Sono lampi rosso violacei, oro, argento piombo e infine neri di lutto per ogni secondo insieme ormai andato. E chissà quando – chissà dove – ancora, sarebbe successo.

Ma nel futuro non siamo. Si è qui, in questa mano che trova strade affollate e colline verdi e fiumi in secca e vulcani attivi e dossi profondi nel mio corpo; e in questa bocca che – sai – non sa più che dire.

Un Massagrande vista mare

(quadro di Matteo Massagrande – fonte web)

Tutte quelle tue stanze – vuote – piene di luce che acceca. Che deve essere bello passeggiarci dentro, un passo dietro l’altro, sulle marmette di graniglia bianche e nere, saltando sulle nostre fughe, così senza ragione, un ambarabà ciccì coccò che conta per noi.

Tutte quelle tue stanze – piene – di vuoti ricordi che non mi dirai. Perché ognuno tiene del segreto per sé, per non ferire e per non essere ferito nei bianchi e neri, nel buio che arriva di sera, che ammanta e non copre.

Dev’essere di maggio quel cielo, quello sbuffo di nuvola, le ombre sul muro, il colore del mare, il sole che entra di forza. Dev’essere di maggio, o giugno, o un altro tempo ancora per noi.

E se dev’essere, che sia la pittura che si scrosta e il pavimento un po’ sbilenco come i miei abbracci, quando ero ubriaca di pensieri, con le mani che han tremato e invece volevano essere sicure, il sorriso che ti ho appoggiato ovunque, anche lì, soprattutto lì, dove volevo restare ancora un po’, ancora cinque minuti prima di andare.

Perché deve esserci una ragione per toglierti i vestiti prima di chiederti come stai, guardarti veramente negli occhi solo dopo averti baciato, fidarsi della bocca che si apre e dell’orgasmo che arriva e si insinua sotto pelle, quando volevo dirti tutto e non ho detto nulla mentre eravamo uno dentro l’altro. Illudendomi di averlo fatto ugualmente.

Deve esserci una ragione anche se non la so, ma la immagino, la creo, la monto, la costruisco unendo i puntini da qui a lì, per poi tornare di nuovo sulla tua bocca che pareva aspettarmi davvero.

Come fossi un Massagrande vista mare, tutto per me.

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Per saperne di più http://www.puntosullarte.it/ita/artisti_galleria/massagrande.php