Bang bang

Il biondino se ne sta con il braccio teso a mezz’aria, l’indice in resta e il pollice che punta in alto.

Fermo e serio, girato di tre quarti, con una gamba avanti e una indietro. Mi ricorda una S.S.; il pensiero mi disturba, poi si scioglie all’arrivo del piccoletto, di corsa, che si blocca quando lo vede.
L’altro spara, in un bang bang veloce, contraendo leggermente il braccio, come un vero rinculo del fucile, piegando il grillettopollice una, due, tre volte.

Il piccoletto cade morto, rispettando le regole che prevedono le mani al petto e un urlo straziante.
Il biondo si avvicina per dargli il colpo finale, prima di andarsene voltandogli le spalle, soffiando sull’unghia fumante. L’altro diventa un Gesù Cristo in croce, la testa di lato, gli occhi chiusi.
Riccioli biondi appare, scappata da chissà quale film Disney. Si butta al capezzale dell’amico, lo scuote per le spalle, si dispera.

Il biondo torna, si fa risata, si fa gridallegre, si fa salti di vittoria, il braccio non spara più. Risorge Piccoletto, non sbatte nemmeno i vestiti dalla polvere, tanto sa che tornerà a terra ancora, e la biondina non ha più lacrime, evaporate sotto il sole che tramonta.

Vociano, si spintonano ridendo, si rincorrono nuovamente nel parcheggio.

Io mi rintano in macchina, e non posso fare a meno di pensare che sarebbero proprio belle le guerre, così.

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La guardiana della fortuna [favola erotica]

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Mentre uno stormo rosa attraversava il cielo, Tomoko guardava il lago e la magia di quella nuvola che si posava sull’acqua. Piano piano tutte le gru finirono le manovre di atterraggio e l’orizzonte risultò un piumaggio roseo con il sole che andava a morire tra le dolci onde.
“E’ il momento” si disse Tomoko. “E’ il momento del mio sacrificio”.
La ragazza si alzò in piedi sulla pietra a picco sullo specchio d’acqua da cui osservava la scena e fece scivolare la bianca tunica a terra. Rimase bellissima, nuda e fiera mentre il giorno salutava l’avanzare della notte. Prese il flauto che era posato vicino ai suoi piedi e cominciò a suonare un’antica dolce melodia. Le note si sparsero sul lago, invadendo
gli spazi tra le rocce e le fessure, giocando con gli alberi e le nuvole, mentre le foglie, mosse dal vento, parevano danzare a ritmo. I grandi uccelli sull’acqua stavano immobili, come in attesa.
Un ultimo raggio di sole, prima di perdersi tra i flutti, baciò il suo corpo minuto, riscaldandolo di luce.

La luna, nel suo ultimo quarto, era già in cielo e diventava via via più vivida all’aumentare del buio. Calbalacrab spiccava rossa a sud est, ultima coda della costellazione dello Scorpione mentre il pianeta Venere era comparso sul confine tra cielo e mare, e come un diamante solitario veleggiava nella costellazione dell’Acquario già da qualche giorno.

Tomoko si tuffò.
Nuotò piano verso lo stormo, abbassando il capo sotto il pelo dell’acqua per poi rialzarlo in cerca d’aria. La traversata fu breve, e come ogni volta che si svolgeva il rito, il suo cuore accelerava i battiti, mentre la mente ritornava alla prima volta che aveva sentito la leggenda delle gru e della fortuna che esse portavano.
Fu suo nonno Hiroshi a raccontargliela, guardiano della fortuna prima di lei e sua bisnonna prima ancora, in un susseguirsi di generazioni tra discendenti maschi e femmine.
Quando sarà il momento toccherà a suo figlio, ma per ora lui è solo un pensiero che ogni tanto le attraversa la mente, nulla più.
E’ ancora giovane Tomoko e ha in sé tutta la bellezza delle donne orientali: fascino, grazia, lunghi capelli neri simili a fili di seta, occhi a mandorla e lineamenti delicati. E ha in sé tutta la tenacia delle donne orientali, capaci di soffrire per amore, di annullarsi, di diventare invisibili ma indispensabili.
A lei toccava questo compito ogni 23 maggio, da quasi cinque anni ormai.
Doveva donare il suo piacere e il suo dolore alle gru del lago e in cambio loro le avrebbero dato il potere di creare e donare fortuna.
Nonostante la distanza Tomoko raggiunse l’altra sponda con facilità, bracciata dopo bracciata. Le gru che si riposavano nell’acqua bassa la fecero passare senza spaventarsi, alcune abbassarono il lungo collo, come in una riverenza, altre aprirono le loro ali a simulare un abbraccio. La sacerdotessa uscì dall’acqua quando ormai la luna era alta nel cielo, vicino, seppur in prospettiva, al Grande Carro e si diresse lentamente verso una pietra solitaria, bassa e piatta, lievemente decorata, che sembrava un altare.
Vi si distese sopra, di schiena, con il viso alle stelle e al disco bianco e cominciò il rito.
Si passò le mani sul seno stuzzicando i capezzoli ancora induriti dal contatto con l’acqua fredda, chiuse gli occhi e cominciò a chiamare con il pensiero la gru della fortuna affinché planasse sopra di lei.

Così fu.

L’animale più imponente del gruppo si staccò dagli altri e con un balzo si librò nel cielo avvicinandosi con movimenti eleganti delle ali, alla pietra dove stava sdraiata.
L’uccello cominciò ad eseguire ampi giri concentrici sopra l’ara, sempre più piccoli e veloci.
Allo stesso modo le dita della fanciulla accarezzavano il clitoride, prima in ampi cerchi, poi sempre più frenetici.
Tomoko era entrata in trance e non si rese conto del momento in cui tutte le gru spiccarono il volo verso di lei, creando una nuvola rosa che aleggiava sul suo corpo nudo. Nel momento dell’orgasmo, l’uccello della fortuna lasciò cadere due piume che si posarono sul suo petto.
Fu un viaggio di andata e ritorno, come sempre, marea che va e viene, piccola morte.

Tornata in sé, scese dalla pietra, prese le due piume rosate e come fossero uno stiletto se le conficcò, prima una e dopo l’altra, nelle scapole. Il dolore non fu inaspettato come la prima volta. Era pronta a quella lesione, meno a quello che sarebbe successo dopo. Sentì infatti scorticarsi la pelle all’altezza delle spalle e le ossa espandersi in un crescendo di sofferenza e spasmi. Non era mai veramente pronta a questo, e il dolore pungente le fece rimpiangere il suo destino. Le piume piantate nella pelle candida cominciarono a crescere e a moltiplicarsi, fino a divenire due grandi ali. Vinta dal dolore, si accasciò a terra.
Durò pochi minuti. Il desiderio di compiere a pieno il rito era ormai impellente. Si rialzò e fece sbattere le nuove appendici in un movimento dapprima delicato e poi sempre più intenso.
Staccò da terra i piccoli piedi e cominciò a volteggiare. La grande gru si avvicinò al suo volo, seguendone la scia, in una comunione di azioni e direzioni.
Infine Tomoko scese e ripiegò sulla schiena le piumate estremità.
L’indomani si sarebbe svegliata con la capacità di donare buona sorte, delicato angelo protettore; quella notte però era solo una donna felice di avere le ali.

********

Da secoli l’origami della gru è simbolo di immortalità e portafortuna.
Secondo la leggenda chiunque pieghi mille gru vedrà i desideri del proprio cuore esauditi. Realizzare per sé o regalare i tradizionali “grappoli” di mille gru (折鶴 oridzuru) è quindi considerata una pratica simile agli ex voto della cultura cattolica: l’aneddoto più noto legato a questa tradizione è quello di Sadako Sasaki una bambina esposta alle radiazioni della bomba atomica di Hiroshima, sul proprio letto di morte a causa della leucemia. La bambina iniziò a piegare le mille gru, ma morì prima di riuscire a portare a compimento la propria opera: le venne eretta una statua nel Parco della Pace di Hiroshima, una ragazza in piedi con le mani aperte ed una gru che spicca il volo dalla punta delle sue dita, ogni anno questo monumento è adornato con migliaia di corone di mille gru.

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Quel giorno, che non ci ha visto insieme

Pensavo a quel giorno in cui non siamo stati insieme, al mare.

Alla luce che c’era intorno, anche senza noi.

Tutto quel blu che si rifletteva sul blu.

Era Picasso sull’acqua di Monet, un cielo di Giotto senza stelle, una campitura piena di Mondrian, racchiusa nel nero del non avvenuto, cornice reale del nostro tempo.

Tutto, anche se non è successo, è accaduto veramente.

Ho visto la sabbia, i tuoi piedi scalzi, i miei occhi semichiusi dal sole, e il nostro sorriso che ci sarebbe stato, ad accompagnare le nuvole.

Un po’ come si aspetta il caffè uscire dalla moka la mattina

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Il cazzo apparve in primo piano sullo schermo. Poi si spostò seduto su un divano rosso, attaccato al suo proprietario.

Debora lo osservava come avrebbe potuto osservare un lemure nel suo ambiente naturale, con curiosità naturalista.

L’uomo al di là del vetro, nella solitudine di un soggiorno di cui intravedeva alcuni mobili tristemente Ikea sullo sfondo, faceva andare la mano su e giù, accarezzandosi piano, scoprendo la punta rossa. Con l’altra batteva su una tastiera che non entrava nell’inquadratura, ma che lei intuiva.

Sulla finestrella in basso a destra le apparve una scritta.

– Ti piace?

“No”, avrebbe voluto rispondere.

Ma sapeva che il gioco sarebbe finito subito.

Perciò scrisse sì.

Guardava quelle due lettere solitarie, con il cursore che batteva il tempo a lato e si disse che non potevano bastare, e in effetti nemmeno a lei sarebbero state sufficienti.

Batté lentamente: “Mi piace il tuo cazzo…”

Poi aggiunse un “grosso”, anche se non era l’aggettivo giusto. Era un cazzo come un altro, né grande, né piccolo, di un uomo senza volto, che non conosceva e mai avrebbe voluto farlo.

Era stata adescata su una chat di incontri in cui si era iscritta in un pomeriggio più noioso che piovoso. Il tipo era stato diretto, al limite del brutale. “Vuoi vedere finché mi masturbo?”

Lei aveva risposto di sì, senza aggiungere altro.

Ed era cominciata così. Senza ciao, senza “da dv dgt”, senza come ti chiami. Con la sola fondata, ma non provata certezza dell’uomo che il suo nick “debbie1977” indicasse un essere femminile.

O forse pure quello era ininfluente. Probabilmente voleva solo farsi vedere, avere l’interesse di qualcuno, uomo, donna, che importava?

– Mi piacerebbe sentire le tue labbra sul cazzo. – lesse sul Pc.

Niente. Il tipo voleva una conversazione, degli stimoli, un motivo per masturbarsi davanti allo schermo. Non lo avrebbe fatto gratis e per amoris Dei come sperava. In fondo non lo cerchiamo tutti un motivo? Anche solo sapere di fare piacere, o di piacere, o l’illusione di essere in qualche modo speciali per qualcuno.

– Piacerebbe anche a me. – Scrisse. – Mi piacerebbe sentire la pelle dura sotto la lingua, giocare con la corona leccandola intorno, stuzzicare il frenulo, viaggiare andata e ritorno sull’asta.

Ecco, aveva fatto l’anatomia del pene, buttando lì frasi da raccontino erotico di serie B.

– Sei proprio troia. – rispose il cazzo ormai totalmente in primo piano sullo schermo.

Per un attimo se lo immaginò con gli occhi e la bocca che le parlava… No, no, non ci siamo. Ci mancava solo che si mettesse a ridere e questo non sarebbe venuto più.

– Sì, troia. Le donne sono tutte troie, non lo sapevi? Quando trovano cazzi come il tuo, lo diventiamo tutte.

Esagerata certo. Ma sincera in fondo. Non era esattamente il cazzo che trasformava una donna in troia, ma l’umano a esso attaccato, l’incontro, lo scontro e il combaciare di vari fattori. Purtroppo non era questo il momento di fare filosofia. Ne conveniva pure il Cazzo sullo schermo, ora vero protagonista del video, quasi un’entità a sé. La mano andava su e giù frenetica. Si era poi fermata un attimo e appoggiata con l’altra sulla tastiera.

– Ti stai toccando, vero?

– No, ti sto guardando. Dai vieni, voglio vederti venire. Vedere la tua sborra uscire, colare. Dai, fammi vedere.

Era stata assolutamente schietta. Voleva proprio quello, fin dal primo momento. Non lo sapeva spiegare, le piaceva vedere gli uomini venire, masturbarsi davanti a lei, osservare i movimenti della mano, gli occhi chiusi, la bocca semiaperta buttata indietro.

Guardava avida la punta aspettandosi di vedere il liquido panna da un momento all’altro. Un po’ come si aspetta il caffè uscire dalla moka la mattina. Insomma, più o meno.

Il tizio si protese ancora di più verso la telecamera, poteva vedere chiaramente la lunetta delle unghie bianche e l’anulare racchiuso nella fede brillava alla luce dello schermo. Non si era resa conto che l’uomo fosse mancino. La mano ormai si muoveva veloce, per poi rallentare come gli ultimi giri di giostra.

Il liquido lattiginoso colò sulla mano fino a spandersi sulla lunghezza del cazzo.

Debora si ritenne soddisfatta, premette la X per togliere il collegamento e si alzò per chiudere la sua di telecamera puntata sul pc.

Il giorno dopo avrebbe contattato il tipo dal divano rosso e l’anulare lucente proponendogli uno scambio economico per lei interessante, per lui forse un po’ meno.

 

AL BUIO

Lei era la donna che gli aveva sorriso nel tram, prima di scendere.

Quella che non aveva mai voluto parlare con lui, quella a cui mandava la buonanotte “sperando che”.

Vestita di buio era la ex compagna di banco di cui era innamorato da sempre, quella troia che la dava a tutti tranne che a lui, la cugina più grande con la quinta di seno. Annegata nel buio era la vicina di casa Svedese, la velina di Striscia, la pornostar al minuto tre e quaranta del video di YouPorn.

Era tutte le donne che gliel’avevano fatto venire duro passandogli accanto, muovendo il culo, zompettando sui tacchi. Era il buco caldo in cui sborrare, fatto di sospiri tenuti insieme da gemiti, due labbra vogliose,  pelle anonima con mille volti.

Nel buio benedetto dal suo orgasmo lei era tutte, ed era nessuna.

Un’altra birra

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Una lattina di Moretti vuota, una più grande piena a metà, una Ceres, perché il primo amore non si scorda mai, e un cartone di Tavernello, bianco.

Era tutto nascosto per bene, oh sì. Tutto nascosto talmente bene che era sicuro che le bottiglie non sarebbero state viste. Le aveva messe nell’angolo tra il divano e il muro, un piccolo nido di coraggio, la sua personale scorta di vita per un po’ di ore.

Eppure i suoi occhi vacui e l’espressione persa già alle otto del mattino parlavano per lui.

Ubriaco, senza se e senza ma.

Li vedeva gli occhi preoccupati di suo padre, li vedeva ma non gli restavano appiccicati sulla pelle.

Li sorpassava: un salto con l’asta e via non ci pensiamo più. Esisto solo io, amo solo io, soffro solo io. E invece prendeva con sé tutta la sofferenza del mondo. Come facevano a non capire? Come facevano a pensare che tutto fosse facile per lui?

La vedeva la preoccupazione della madre. Tutta nelle rughe sotto gli occhi e in quel modo veloce di muovere le mani nell’aria, mentre diceva: «Simone, Simone, mi farai morire.»

Ma che importava quel che diceva. Beveva anche per lei, per tutta la delusione che gli aveva appiccicato addosso negli anni. Farai, sarai, dirai, e invece cosa aveva fatto? Era pieno di malessere che non riusciva a eliminare, lo allattava con il pessimo vino che si trova nei cartoni, lo cullava con qualche birra e credendo di anestetizzarlo lo faceva invece crescere.

O forse beveva perché gli piaceva e basta. Un sorso e indossi un caldo cappotto per un po’. Un cappotto fatto di indifferenza, di che cazzo me ne frega, di che muoiano tutti, di tanto sono forte solo io. Ti scalda il fegato e forse pure il cuore. Perché tutti i mali del mondo vanno giù con un sorso. Che cazzo ne sapete voi che vivete di perfezione? Si beve e si va avanti. Si beve e si è altrove. Si beve e non ci sei. Non ci sei. Non ci sei, finalmente.

Sedeva con la testa ciondoloni nel divano di casa sua. Oggi non sarebbe andato al lavoro per nulla al mondo. Sua madre invece scuoteva la sua di testa a destra e sinistra come cercasse di aggrapparsi con lo sguardo a qualcosa che non trovava. Alla rassegnazione forse.

Lei gli parlava, ma tutto quel che capiva era la delusione di vederlo ancora ubriaco. Una volta in più. «Eppure ci vai al Sert! Hai litigato ancora con la Sonia? E’ il lavoro che non va? Cosa ti manca?»

Domande, domande, domande. Una serie inutile di fottute domande dette con l’enfasi della tragedia greca. Se ne doveva stare zitta, quella puttana. Se ne doveva stare zitta e muta e lasciarlo in pace.

E si sentiva sempre più come una pentola a pressione. Aveva bisogno di bere ancora, per non soffocare, per non rispondere, per non scoppiare, per fuggire via da quella situazione. Si sentiva intrappolato. Bere, cazzo, doveva bere.

Simone si alza, ci prova, barcolla, ricade sul divano.

Ride e tossisce. E lo sguardo preoccupato della madre lo soccorre una volta in più, mentre suo padre decide che no, non la vuole rivedere quella scena vista e rivista un milione di volte e prende la porta, uscendo.

«Antonio dove vai?» Gli urla la moglie.

«Vado a fare un giro tanto qui non servo a niente.»

«Mi lasci qui, così?» Piange lei, mentre lo rincorre già sulla porta di casa, e dal passo incerto dimostra molto più dei suoi sessant’anni.

Lui si gira, la guarda. Ci sta tutta la frustrazione del mondo in quello sguardo. «Che posso fare qui?»

E si guadagna la porta verso un po’ d’aria, una situazione migliore, un sole che nonostante il freddo di gennaio scalda ancora.

E Simone intanto si è alzato. Fa piccoli passetti nella sua rigidità da ubriaco. Sembra quel robot insulso di Star Wars, C-3PO, solo che quello è dorato, mentre lui è livido, la pelle già olivastra di suo resa ancora più scura da tutto l’alcol che ha in corpo.

«Simone, dove vai?» La madre gli si para davanti.

«A bere.»

E prende anche lui la porta di casa. Suo padre è già partito, ma lui nemmeno se ne era accorto fosse uscito.

La madre invece si affaccia alla porta, cerca di coprirsi con la vestaglia che indossa ancora, mentre urla: «Resta a casa Simone!»

Ma lui è già oltre, cammina piano, è vero, ma con la testa sta già al bar. La sua scorta personale la berrà al pomeriggio, ora ha solo bisogno di andare via e non sentire più il gracchiare di quella donna rimbombargli in testa.

Capiva benissimo quando sentiva al tiggì che uno stronzo qualunque aveva fatto fuori tutta la sua famiglia. Ma lui voleva solo fuggire, andare chissà dove, per restare sempre in trappola in fondo, chè da te stesso non ci scappi mai.

Aveva una fidanzata troppo bella e troppo oca per capirlo veramente e un lavoro che non aveva scelto.

E tutti a dirgli che almeno aveva qualcuno, che almeno aveva un lavoro! Si fottessero tutti. Tutti.

Prese il corso principale di quell’insulso paesino in cui viveva: un cinema, un supermercato, tre bar, seimila anime.

Barcollava un po’, e camminava biascicando una continua litania di insulti a tutti. Poi la vide e sembrò che fosse l’unico. La gente era troppo impegnata a guardare quegli inutili telefoni, chi aveva lo sguardo affondato dentro e un sorriso scemo in faccia, chi invece li aveva all’orecchio e parlava in continuazione.

Lei era lì, piccola e indifesa. Una bimba in lacrime che avrà avuto sì e no quattro anni. Era all’altezza del supermercato, vicino al parcheggio, forse era uscita eludendo il controllo dei genitori. Si incrociarono con lo sguardo e per un attimo si rivide bambino, quel giorno in spiaggia in cui aveva sbirciato dentro la cabina e vi aveva intravisto sua madre armeggiare con il cazzo di uno sconosciuto. Era troppo piccolo per capire, se non il fatto che fosse andato a cercarla perché non la vedeva più e voleva un gelato. Si era sentito solo, abbandonato. Corse via sorpassando ombrelloni e sdraio, verso il mare, con gli occhi lucidi e i piedini che bruciavano dalla sabbia cotta dal sole: aveva perduto le ciabattine fuggendo.

Lo avevano ritrovato dopo un paio d’ore sperduto e impaurito, sporco di sabbia e pieno di fame, ma della madre vista con quell’uomo che non era suo padre non aveva mai parlato; aveva rimosso il dolore, facendo posto invece a una grande inquietudine.

Rivide la stessa paura di essere rimasta sola negli occhi di quella bimba, lo stesso terrore di essere stato dimenticato che aveva avuto quel giorno.

Fece due passi per andare incontro alla bambina, poi ci ripensò un attimo, girò su se stesso e si diresse verso il solito bar.

 

 

 

 

 

 

 

Micione

– Leccami le palle. –

Odio quando me lo dice. Lo odio perché vuole dire stare tra i suoi coglioni almeno un’ora, con lui che il più del tempo se ne sta in silenzio e io accucciata come una cagna ad andare su e giù con la lingua, ed è proprio il caso di dire: che due palle.

Ripenso al laptop rosa della Apple che ho appena scartato, togliendo il fiocco fucsia e rompendo la carta marchiata Harrods: la faccia stupita, che ben mascherava la frustrazione. Mando giù il mio orgoglio con un altro sorso di champagne, poi mi metto in posizione: lui in piedi di fianco al letto, io inginocchiata ai suoi piedi. Con le labbra cerco di dargli piacere. Ma è da subito evidente che non gli basta.

– Più forte.-  “Più forte cosa? Vuoi che te li stacchi a morsi?”

Non lo dico, ovviamente. Provo solo a metterci più impegno, e gli prendo un testicolo completamente in bocca manco fosse una palla di profiterole, glielo succhio, mentre lui emette un grugnito che dovrebbe essere di piacere.

“Finirà presto, non ci pensare.” È il mio mantra finché cerco di darmi da fare per quest’uomo, per cui sono solo una delle tante, forse quella con il culo più sodo, forse quella che gli dà meno problemi, forse quella che corre sempre appena chiama.

E se è vero che avrà speso duemila euro per me, è pur vero che per lui una cifra del genere è una bazzecola.

Mi chiedo ancora come ci sono finita così. Una come me, che tutti dicevano che sarebbe dovuta andare in tivù, con quel culo che hai, con quel bel viso che hai, con il corpo che ti ritrovi.

Mi sento un po’ buttata via in fondo. Non mi ha neppure baciato; subito al sodo, in fondo siamo qui per scopare.

Come dargli torto.

Non sono nemmeno registrata all’albergo, non sia mai che la moglie controlli lui come controlla il settanta per cento della sua azienda, pur non lavorando, mica scema lei. E come al solito mi ha fatto entrare in un secondo momento, perché già una volta lei aveva ingaggiato un investigatore. Mica scema e mica stupida. Cornuta sì, ma questo non è affar mio. Non più da quando lui mi ha detto chiaro e tondo, proprio dieci minuti fa, che con me vuole solo scopare, facendo crollare ogni mio tentativo di guardare con gli occhiali rosa questo nostro rapporto.

Io sono volata a Londra con il mio tacco tredici Jimmy Choo e il biglietto pagato Milano Linate – Londra Heathrow. Lui è stato gentile ed è pure venuto a prendermi in aeroporto. Di solito mi manda un taxi.

– Cosa vuoi di più? Ci divertiamo, non paghi nulla, giri pure il mondo.- Già, cosa voglio di più?

– Andato bene il viaggio? – mi aveva chiesto appena ero entrata nella sua macchina, una lussuosa Bentley nera, e mentre provavo a raccontargli del ritardo dovuto ad un allarme terroristico poi risolto con l’arresto del solito mitomane, si è attaccato al telefono per affari e non l’ha più spento per tutto il tragitto fino all’albergo.  

E chiamarlo albergo è riduttivo: almeno non bada a spese quando deve pernottare. Questa volta è uno splendido hotel cinque stelle di fronte a Hyde Park. Qui non mi aveva mai portato: ci sono camere da seimila euro a notte, cesto di frutta nel piccolo salottino, Dom Pérignon nel cestello del ghiaccio e più cuscini nel letto che frange nel tappeto. In fondo io sono l’oggetto meno costoso qui dentro.

– Tieni.-  e mi ha dato il pacchetto finché armeggiava con la bottiglia. – Il tuo regalo di Natale.- L’ultima volta, un mese fa, era un I-Phone 6 per il mio compleanno, pagati, come mi ha fatto sapere, con una carta di credito internazionale, anonima, legata ad un conto estero di cui la moglie non conosce l’esistenza e in cui vanno a finire gran parte dei soldi in nero che sottrae all’azienda. Il post coito rende molti uomini loquaci e molte volte lui si è divertito a raccontarmi come fa fessa la consorte. E, vero, posso dire tante cose di lui, ma non che non sia generoso con me, né che si dimentichi la mia data di nascita,  che, ovvio, c’è sempre facebook che si preoccupa di farglielo sapere, ma l’illusione c’è.

Scartando il pacco ho fatto ciò che richiedeva il copione: sorpresa, giubilo, urletti, saltelli, abbraccio, bacio sulla guancia e gridato graziegraziegrazie. Io per lui ho portato il mio culo taglia 38 fasciato in una culotte di pizzo nero, altro suo regalo, di cui disporrà come vorrà, ovviamente.

– Più forte, lecca di più, mettici più lingua, dai.- Oggi proprio non gli va bene come lo faccio, di solito non si lamenta così, anzi, ogni volta che finivo mi diceva: – Brava, succhi meglio di quella da Torino.-  Una frase che prendevo come battuta, e che liquidavo con un: – Ma quanto sei scemo.- Ma che ora prende una luce diversa. Perché ho avuto per un po’ l’illusione di essere importante per lui, e invece ai miei ultimi tentativi di regolarizzare la nostra situazione mi ha fatto chiaramente capire che non ci potrà mai essere nulla di più, prendere o lasciare. Perché mica posso legarmi a te, capisci vero?

Capisco, certo.

Poi all’improvviso mi mette una mano sulla testa e mi afferra i capelli, tirandoli e facendomi male. Vuole darmi il ritmo, scoparmi lui la bocca. <<Dai succhiami l’uccello.>> Era da una vita che non sentivo un uomo chiamarsi il cazzo, uccello. Da ridergli in faccia praticamente.

Dov’è finito il mio amor proprio? E’ vero che ho fatto una scelta consapevole, ma cosa cerco da questa relazione? Se di relazione si può parlare, visto che lui chiama ogni tanto o manda un messaggio: “Sono a Milano, ti mando a prendere.” Nemmeno il punto interrogativo mette più. Tanto lo sa già che gli dico di sì. Lo sa che la bella vita che mi fa fare quando siamo insieme è tutto ciò che desideravo per me. Mi porta a cena, mi sfoggia alle feste come un cagnolino addestrato, ogni tanto un regalino e poi il sesso, a volte nel bagno del ristorante, a volte in lussuosi hotel, come ora. E io che mi illudevo di essere importante, che gli mandavo le mie poesie che mai leggeva, che avevo ripreso a studiare diritto per poterlo stupire con qualche termine adatto.

– Dai, fammi sentire la lingua. Che hai oggi? Sei moscia.-

Mi stacco bruscamente rischiando una ciocca di capelli e lo guardo da sotto, accucciata. Ha la pancia prominente, il fisico non proprio tonico, la pelle con il sole delle Maldive addosso che evidenzia le rughe dei suoi sessant’anni, il capello lungo e grigio che fa tanto latin lover de’ noaltri, legato con un codino basso; cosa mai avrò visto in lui.  

– Scusa, sarà la stanchezza del viaggio – dico, e mi alzo barcollando nei tacchi per riprendere il mio bicchiere, butto giù un altro po’ di vino e cerco il coraggio nell’etichetta scudata.

– Facciamo un gioco Micione? – Provo a cambiare registro, e se io non chiamerei Micione nemmeno il mio gatto, lui sembra che si diverta parecchio quando glielo dico.

– Cosa Gattina? – “Gattina… Il vomito.” E mi lancia la stessa occhiata che ho io davanti alla vetrina di Tiffany.

– Vieni, andiamo nella vasca che ho visto di là, ti farò impazzire, vedrai. – E mi giro in quella direzione, facendo ondeggiare la mia biancheria La Perla come mi ha insegnato Sophia Loren nei film anni sessanta che amo tanto guardare.

La suite ha una sala da bagno enorme, con una vasca idromassaggio in cui potrebbero trovare posto sei giocatori da rugby e starci ancora larghi. Mosaici Bisazza sui toni del bronzo e oro fanno da sfondo al resto dei sanitari e a una doccia grande quanto tutto il bagno del mio misero appartamento da settanta metri quadri dell’hinterland Milanese, cinquecento euro di rata del mutuo al mese, tasso variabile con Cap e firmi qui che un’occasione così non le ricapiterà mai più.

Lui mi segue e io apro il rubinetto dorato e faccio scorrere l’acqua calda, mi abbasso come richiede il film porno che in fondo vuole vedere: gambe dritte, leggermente aperte, spingo le natiche in fuori e inarco un po’ la schiena. Non manco di far oscillare i miei lunghi capelli biondi.

E, infatti, lui si attacca al culo, me lo stringe con le mani, mi abbassa il pizzo da settanta euro la culotte, centoventi il reggiseno, e mi penetra bruscamente.

Nemmeno si preoccupa se sono pronta. Una volta mi ha detto che ne ho presi talmente tanti dietro che ormai non mi fa più male. E “stronzo” è l’unico pensiero coerente che ho in questo momento.  E se è una cosa che in fondo è vera, mi da’ fastidio ripensarci ora. “Manchi di senso dell’umorismo” provo ad ammonirmi, ma decisamente “stronzo” mi piace di più come frase da far girare nella mente.

Mi appoggio al muretto che fa da contorno alla Jacuzzi e fisso decisa una tessera maiolicata dorata, per resistere al suo assalto. Sento i suoi coglioni sbattere contro il mio culo, e la cosa incredibilmente mi eccita. Come una monta. E come un’animale vorrei essere scopata, ché abbiamo detto che sono qui per questo. Vorrei sentirlo forte, la presa salda ai miei fianchi, le dita che lasciano un’impronta più chiara sulla pelle da quanto stringono.

Dura poco e viene dentro dopo pochi colpi, lasciandomi insoddisfatta.

– Hai sempre un gran culo. – mi dice staccandosi e sento delle gocce di sperma bagnarmi i polpacci, – peccato che con la bocca hai lasciato a desiderare, oggi. –

Io mi rialzo, con addosso ancora la frustrazione di non aver goduto, mi tolgo il completino che metto solo per lui e mi tuffo nell’acqua dell’idromassaggio cercando di placare la voglia e di farmi passare il bisogno di piacere che non si è preoccupato di darmi.

Si immerge anche lui, creando una piccola onda con la sua mole che mi lambisce i capezzoli rimasti ad affrontarlo ritti, vogliosi.

Me lo guardo per bene alla luce dei led che sbucano dal controsoffitto, che, come una piccola volta celeste, incorniciano la zona della vasca. Non ci vedo più nulla di buono in lui, né fuori, né dentro. E io sono niente ai suoi occhi. Un buco in cui fottere, una da pagare con un regalino tanto per darsi l’illusione di non essere andato con una puttana. Perché la verità è solo questa, che sono una puttana.

Mi immergo completamente e lascio che i miei capelli fluttuino tra le bolle. Trattengo il respiro, conto fino a cinque e poi riemergo ed esco, abbandonando il dolce massaggio dell’acqua, lasciando l’impronta dei miei piedi tra le piccole tessere del rivestimento.

Mi avvolgo con l’asciugamano tinta crema con ricamata in rosso pompeiano una B con grandi volute, dal nome dell’hotel: Baglioni, e prendo il phon dall’armadietto, attaccandolo alla presa.

– Gattina, non rompere le palle con quel rumore, ho voglia di riposare. – Mi dice con gli occhi chiusi e la nuca appoggiata al bordo arrotondato della vasca. Il suo codino grigio galleggia tra la schiuma, sembra la coda di un ronzino. Sento lo schifo che mi fa quest’uomo, ma anche quello che in fondo devo fare io a lui. Poi ho un pensiero: e io, come mi sento?

– Hai ragione, scusa – dico accendendo il phon e lanciandolo nell’acqua.

E’ solo un attimo. Mi guarda con gli occhi sbarrati, sorpreso dal rumore che non pensava di sentire, mentre il mio sguardo è inespressivo, ho riversato tutte le mie emozioni nel vedere il volo di quel piccolo elettrodomestico acceso, come si lancia una moneta: testa o croce, o la va o la spacca, vita o morte.

E ora è immobile, gli occhi fissi a guardare il vapore uscire dall’acqua, la bocca semiaperta che non dirà più nulla.

– Ora riposa Micione. – sussurro piano al suo orecchio.

Raccatto la mia roba ed esco dall’albergo, sospesa nel mio tacco tredici, il laptop rosa sottobraccio e le unghie laccate rosso borgogna che fanno il numero del pronto taxi nel display dell’I-Phone. Ho un pensiero in meno nella testa, una carta di credito anonima nel portafoglio Louis Vuitton e un piccolo sorriso stampato in faccia: ora sì, mi sento meglio.