Fraintendimenti

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La parte migliore della donna non era il suo silenzio, ma lei lo impastava con la paura di parlare troppo e soffrire ancora. Lo serviva a chiunque, perché non sai mai chi sia veramente il tuo nemico.

La parte più bella dell’uomo era invece il sorriso.
Un boccone di denti bianchi in fila come soldati. Lui glielo mise addosso, indecente, come a volere dire cose che a stento si sarebbero potute sussurrare senza risultare sconveniente.

Lei gli piantò addosso i suoi occhi.
Li usava come arma contro il mondo. A volte duri, accompagnati dalla bocca sottile che non riusciva a sciogliersi, a volte umidi, pregni di ricordi non necessariamente brutti.

Oggi li aveva pieni di speranza, credendo di aver trovato finalmente un luogo sicuro tra quelle labbra.

Poi lui le si avvicinò, e poté sentire l’alito caldo sul viso; aveva un vago sentore di tabacco, come di chi è stato a lungo vicino a un fumatore.

Quando lui parlò, si trovò impigliata in quella lingua rossa che spiccava tra tanto bianco.

Ma furono la mano agitata a mezz’aria e la voce in falsetto a destarla dal suo sogno.

“Senti tesoro, hai un meraviglioso vestito, ne vorrei uno uguale, dove l’hai comprato?”

Il piacere

L’attesa del piacere non è essa stessa piacere? 

Cazzate. 
L’attesa del piacere è solo attesa. 

Il piacere è sentirmelo addosso, con questo suo profumo così buono di sudore ed eccitazione.

Ed è anche la lama dei sui occhi, troppo azzurri per queste giornate grigie, che sembra vogliano andare oltre il mio sguardo per rubare tutti i pensieri indecenti che si affollano.

Chiudo perciò gli occhi per paura di far vedere troppo. Come quegli aborigeni che avevano timore di perdere l’anima con una foto, ho paura anch’io.

Perché confondo ancora troppo spesso questi orgasmi con me stessa.

Credo

Credo nell’orgasmo e in tutti i pensieri che si fanno dopo. A quando vorrei fuggire perché il meglio lo abbiamo dato e a quando invece vorrei solo restare per respirare un odore così buono.

Credo nelle mie dita quando battono veloci sulla tastiera e ci credo di più quando mi consolano di tutta la solitudine. 
Credo nei baci, nel viaggio che regalano senza ritorno. 

E nella magia che alcune persone ti lasciano dentro. 

Friends with benefits

“Noi.”
Ho cominciato a pensare al plurale da un po’. Noi. Non più Roberto e Sara, che si “frequentano”, ora si dice così, “friends with benefits”, scopamici insomma, ma noi: una coppia.

Eravamo due persone distinte ovvio, con le nostre peculiarità, idiosincrasie, tic, manie, perversioni, qualche positività e tante seghe mentali. Ci vedevamo quasi ogni settimana nonostante la distanza, ogni tanto si dormiva insieme quando il lavoro lo permetteva, qualche vacanza, le serate con gli amici, tanto sesso, tante risate.

Facevamo coppia fissa insomma, poi ognuno tornava a casa sua, saluti e baci, nessun progetto per il futuro, solo la parte migliore del rapporto.

Ho pensato a quel “noi” e ho tremato.

Perché io per prima non credevo più in questo pronome che vorrebbe racchiudere in così poche lettere un mondo.

Non dopo le esperienze passate. La convivenza precedente mi aveva soffocato, tarpato le ali, deluso, tradito, abbandonato. Troppe aspettative, troppe esigenze messe in campo in nome dell’Amore. 

Sì, quello che quando lo pronunciavo lo vedevo rosso passione e la A maiuscola, cubitale, pulsante, grondante lussuria, tenerezza, comprensione, mani nelle mani e occhi negli occhi. Fanculo anche al romanticismo; avevo letto troppi Harmony rubati dalla biblioteca di mia madre durante l’adolescenza.

“Perché l’amore non esiste.” Dicevo mulinando il mio prosecco sotto il naso delle amiche con cui uscivo il giovedì sera: “Non esiste, capite?” Esiste il bisogno di colmare solitudini, di svuotare palle o di accarezzare ego che fanno la ruota, che nemmeno il pavone al parco. Ma l’amore, l’a-mo-re, capite?” Alzavo la voce di un’ottava, il vino già in circolo. “Quello che dona senza riserve, che c’è sempre e comunque, che capisce, sprona, consola, aiuta, comprende e sorprende, condivide, cresce, si prende cura” – risata isterica da conquistatore del mondo, boccata d’aria per il gran, scontato, finale – “non esiste.”

Giù il sipario. Sigla. Applausi.

Ma quel giorno passeggiavo per le vie del centro e guardavo le vetrine senza un reale bisogno di comprare qualcosa e davanti a un negozio di articoli per la casa vidi delle splendide lenzuola nere. La seta luccicava sotto le luci al neon della vetrina e prometteva evoluzioni da kamasutra nella mia testa.

 “Ci servirebbero” ho pensato.

 A noi.

Brivido.

Nemmeno vivevamo insieme.

Sarebbe bello.

Sarebbe disastroso.

Sarebbe stupendo.

Noi…

Non funzionerebbe, siamo solo scopamici, è una situazione chiara la nostra.

E d’un tratto mi vedevo di nuovo schiava di mille aspettative, quando invece dovrebbe essere tutto semplice, come Tiziano-case-libri-auto-viaggi-fogli di giornale, docet. Perché l’amore dovrebbe esserlo, semplice.

Per non parlare dei calzini da raccogliere e delle camicie da stirare… come fossero poi questi i veri problemi. Pensa che bello poter condividere i giorni, i pasti, le serate davanti alla tivù, lui in mutande e calzini sul divano, io che giro con i pigiami di pile, le mie giornate isteriche pre-ciclo mestruale, i suoi giorni da orso delle caverne. Ehm… no… forse quelle decisamente no. Finii il mio dialogo interiore sorridendo alla mia immagine riflessa sulla vetrina. Come sempre ero capace di darmi ragione, torto, contraddirmi, ribattere, dubitare e approvare nel giro di due minuti netti. Brava Sara, complimenti.

Poi entrai nel negozio e le comprai, ovvio.

“Tesoro, ci siamo fatti un regalo.”

Roberto mi guardò come quella emoji con gli occhi a palla, stupito.

“Eh?”

Non so se fosse più sorpreso del fatto che lo chiamassi tesoro, io che raramente ero sdolcinata, del plurale che indicava appunto un noi “coppia”, o che parlassi di un regalo senza che fosse Natale.

“Li ho presi per noi, per quando andremo a vivere insieme.” Dissi mostrandogli le lenzuola sistemate nel letto. Forse se gli avessi gettato in testa un secchio pieno di acqua fredda, avrei fatto meno danni.

“Eh?”

“Eh, me lo hai già detto… una battuta migliore non ce l’hai?”

“Non ho capito questa cosa del vivere insieme”.

Nemmeno io in effetti. Che cazzo mi era preso, non ero io quella che non voleva ufficializzare nulla perché “stiamo bene così”?

“Beh… ci frequentiamo da un po’… tu non vuoi una cosa seria?”

“Eh?”

“Ma sai dire solo questo? Non trovi che sarebbe bello vivere insieme, condividere i giorni, fare dei progetti…”

“Eh?”

E niente, dopo quattro “Eh?” si vince un “No”. No, non voleva una cosa seria con me. Voleva restare eterni scopamici, che si vedono ogni tanto, che ogni tanto appunto scopano, ma che poi ognuno ha la sua vita, niente di impegnativo insomma.

Non fece in tempo a dirmi l’ultimo “Eh?” che mi ritrovai fra le mani un paio di forbici abbandonate sul comò. Fu un attimo.

Vi assicuro che le macchie di sangue sul lenzuolo nero non si vedono affatto, perché l’amore, lo sapete anche voi, non esiste.

Sì, Chef. [Micronoir]

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Ti sgozzai. Ricordo solo questo. Presi il coltello, quello lungo che affilavo con amore per la gastronomia, e ti tagliai la gola.

Taglio netto, la lama Kyocera non perdona cipolle e porri, imparai che funziona anche con la carotide.

Mi stupì il fiotto di sangue: dopotutto non me lo aspettavo. Abituata alla carne più tenera per i miei piatti trovai fastidioso tutto quell’imbrattamento.

Cadesti a terra con sguardo assente, la vita ti aveva già abbandonato e ora il tuo corpo ingombrava la mia cucina di Chef.

Misi l’acqua a bollire e presi gli aromi.

In fondo di domenica è sempre stata tradizione fare il brodo.

Tra l’oblio delle cose non dette.

Ho bisogno di te.
Guardava il cursore lampeggiare dopo la scritta e non sapeva come andare avanti.

Voleva dirglielo, dirgli che lo sentiva lontano.

Ma l’amore si chiede? No. L’amore non si chiede, al limite l’amore si dà. Sarebbe stato più facile scrivergli “Ho bisogno di te, voglio godere”. Probabilmente si sarebbe sentita meno in imbarazzo, meno nuda davanti all’evidenza del sentimento.

Sarebbe stato più semplice dirgli che sentiva la mancanza delle sue mani tra le gambe e la sua bocca.

Un po’ più difficile, invece, sarebbe stato confessargli che non riusciva più a baciare nessun altro senza pensare a lui. E che il suo corpo reagiva in maniera strana al piacere. Godeva sì tra altre braccia, ma era un piacere sbiadito di cui avrebbe fatto volentieri a meno.

Cancellò la scritta dallo schermo e scrisse invece: Non ti voglio più vedere.

Strano come questo gran “bisogno di lui” la portasse a pensare che sarebbe stata addirittura meglio senza, forse libera.

Fissò la scritta ma la vista le si appannò subito e due grosse lacrime caddero sulla tastiera. Si maledì e pulì il viso con la manica della maglia, come fanno i bambini.

Poi chiuse il pc senza salvare il documento, destinandolo all’oblio delle cose non dette e aprì il frigo in cerca del gelato. Scoprì il barattolino finito. 

Se tutto si cura con una risata non trovò divertente la cosa.